E appunto perchè i cittadini poveri, dovendo attendere a bottega al

mestiere di cui campavano, non potevano frequentare abbastanza il

foro, e i ricchi quindi, nemici a Pericle, vi restavano in maggioranza,

Pericle ci rimediò chiamando i poveri coi tre oboli: ai quali un po'

per volta essi pigliarono tanto gusto, che ai tempi di Alcibiade il

più degli artigiani piantavano lì la mattina il loro lavoro e i loro

arnesi, per andar a far da giudice nei tribunali. Ecco perchè, signor

Z., nel secondo atto del mio dramma, la vede correre al foro cittadini

falegnami, mercanti e calzolai. Ed eccole come _la moltitudine che

lavorava_ — ma, per quegli oboli benedetti, trascurava il suo lavoro,

— _governava proprio essa la repubblica_; laonde il buon Senofonte

introduce Socrate a lamentarsi perchè a' suoi tempi il foro (attento

signor Z.) appunto riboccava _di lavoratori, di calzolai, di fabbri, di

agricoltori, di mercanti_ e simili[171]: e Platone anch'egli, sempre

per bocca di Socrate, enumerando i cittadini che dan consigli nella

Assemblea sulla amministrazione della città, nomina «_architetti,

fabbri-ferraj, calzolaj, mercanti, nocchieri ecc._»[172].

Ed Ella mi scrive che il foro era vietato agli artigiani! come si fa,

ai nostri giorni, con tanti studj e tanti progressi della critica

storica sull'antichità, a parlare ancora di storia greca a questo

modo![173]

*

* *

Quanto agli altri giudizi del signor Z., per quanto severi, Dio mi

guardi dal pigliarmela con lui.

Il signor Garofalo scrive[174], da quel buon monarchico ch'egli è, che

«_il popolo corrotto di Atene è il popolo di tutti i tempi e di tutti

i luoghi in una repubblica democratica_» — e il signor professor Z.

mi ripete[175], che «_infine quel popolo così corrotto è il popolo di

tutti i tempi, di tutti i luoghi, quando la democrazia impera, quando

la repubblica governa._»

Il signor Garofalo scrive che Timandra è fredda «_perchè manca nel

suo carattere la causa di tanto amore e ciò che non ha causa non

commuove_» — e il signor Z. mi ripete, che «_in Timandra manca ciò che

più importa, la causa dell'amore e un amore che non è definito non può

commuovere._»

Il signor Garofalo scrive: «_Alcibiade così felicemente delineato

nei primi atti, dopo non è più il medesimo: l'autore lo abbandona:

e diventa monotono, malinconico, irresoluto, non pensa più a donne

e piaceri_» — e il signor Z. saviamente osserva: «_Alcibiade è ben

delineato nei primi atti: ma dopo diventa monotono, malinconico,

irresoluto, non pensa più alle donne, i piaceri non lo esaltano più._»

Il signor Garofalo mi avverte che «_il vero Alcibiade non si attristò,

non si ammalinconì giammai_» — (oh, bella! questa poi, ammesso che

Alcibiade fosse un uomo, non la sapevo!) — e il signor Z. egregiamente

ribadisce: «_L'Alcibiade della storia non si contristò, non si afflisse

giammai._»

Riassumendo, il signor Garofalo sentenzia, che «_alcune parti

dell'Alcibiade sono bellissime e perfette, ma l'opera tutta

insieme è sbagliata_» — e il signor Z. sapientemente conclude, che

«_nell'Alcibiade vi sono scene perfettamente riuscite, ma l'insieme del

lavoro è sbagliato._»

Evidentemente io sarei troppo ingiusto se volessi male pe' suoi giudizi

al signor Z... poichè non è la buona volontà che gli manca, ed è chiaro

che egli avrebbe cantato un'altr'aria, se il signor Garofalo avesse

suonato un'altra musica.

*

* *

E ho citato questo caso non per farne un torto speciale al signor Z.,

ma solo per mettere in luce un altro lato della critica italiana ai

nostri giorni. È rincrescevole a dirsi, ma è un fatto che i due terzi

delle critiche che compaiono in Italia su pei giornali, quando non sono

scritte colla sapienza storica del marchese D'Arcais, si scrivono colla

originalità critica del signor Z.

*

* *

Quanto al signor Garofalo è certo che di storia egli ne sa, ciò che mi

consola: anzi ci tiene a saperne fin troppo, ciò che mi disturba.

Per esempio egli mi avvisa e mi ammonisce «_che il mio Zamolchi colle

sue feste religiose non è mai giunto fino al Chersoneso, perch'egli è

il mitico legislatore dei Geti, e non dei Traci._»

Che Zamolchi avesse culto fra i Geti, verissimo: però noti il signor

Garofalo che Tucidide chiama Sitalce figlio di Tere _re dei Traci_ e

sotto questo nome comprende tanto i Traci propriamente detti, di qua

del monte Emo e del Rodope, quanto i Geti di là dell'Emo: e che tra

gli uni e gli altri, e i Triballi, e i Dii e i varj popoli traci in

generale era affinità quasi completa di carattere e di costumanze e di

riti[176]: e per questo Giovanni Boemo Aubano, che raccolse le usanze

dei popoli antichi, nomina Zamolchi _legislatore dei Traci_, ricorda il

culto dei Traci per lui, e descrive come usanza di tutti i _Traci_[177]

il famoso invio del messo sulla punta dell'aste, col celerissimo per

l'altro mondo.

Che se poi il libro di Boemo Aubano il signor Garofalo non lo ha letto,

un grecista suo pari dovrebbe però aver letto almeno Luciano: anzi

avrebbe l'obbligo strettissimo di saperlo a memoria: ora nel mio caso

è Luciano in persona che avvisa ed ammonisce il signor Garofalo come

il Dio Zamolchi sia proprio _precisamente e particolarmente il Dio

dei Traci_ — e non d'altri![178] E l'autorità del signor Garofalo sarà

grande quanto si vuole, ma quella di Luciano lo sarà sempre un po' di

più.

È contento, signor Garofalo? Oh bravo — non la mi secchi altro.

*

* *

Perchè non la finirei proprio più, se dovessi aggiustarmela con tutti i

critici.

Uno del Veneto, non mi ricordo più quale, mi ammonì che la mia Glicera

è troppo più ingenua e troppo meno spiritosa che nol fosse l'amante di

Menandro. Ma l'amante gentile del gentile poeta, che vive ancor bella

delle grazie antiche nelle pagine d'Alcifrone, ed in quelle di Wieland,

non poteva essere la Glicera mia, perchè Alcibiade visse un secolo

prima di Menandro.

Un altro, triestino, mi rimproverò di non aver messo Pindaro nel

dramma. Ma non potevo metterlo, perchè Alcibiade visse un secolo dopo

di Pindaro!

Un altro, veneziano, scrive che gli Ateniesi tenevano le adunanze

del popolo nel Partenone. Ma il Partenone era il tempio di Minerva

sull'Acropoli, e le adunanze del popolo si tenevano invece nel Teatro

di Bacco o nello _Pnice_!

Un altro, ferrarese,[179] parlando della mia Aspasia, la chiama la

_famosa reggitrice del Cinosarge_. Ma il Cinosarge era un ginnasio

fuori la porta Diomea, consacrato ad Ercole e riserbato ai poveri, ai

figli dei liberti e ai bastardelli: e la splendida moglie di Pericle

non ci avea che fare. Anzi — a rendere il granchio più ameno — invece

dalla poetica e poco virtuosa società della Milesia e delle sue vaghe

alunne, ci bazzicava proprio in quel luogo della gente virtuosissima,

che facea scappar la poesia lontano mille miglia: nientemeno che

Antistene, l'austero filosofo, che nel Cinosarge aperse la scuola de'

suoi cinici, le cui sucide persone sapevano ben d'altri profumi che non

delle essenze e degli unguenti delle elegantissime etere.

Poi lo stesso critico scrive che Socrate «è quello che a _Delio salvò

la vita ad Alcibiade_.» La cosa è all'opposto. Fu Alcibiade che a Delio

la salvava a Socrate.

Poi nota sapientemente che il grammatico del terzo atto è Aristarco:

se fosse, lo avrei chiamato col suo nome. Potrà darsi che sia della

famiglia; ma in ogni caso è un dei nonni: perchè Aristarco non venne al

mondo che quasi tre secoli dopo!

Poi nota....

*

* *

Noti quel che vuole, è tempo che mi fermi. Perchè questa lettera

comincia ad esser lunga, minaccia già di passare il peso di tariffa dei

20 centesimi, e non vorrei, caro Yorick, farvi pagare la sopratassa:

e per quello che intendevo di provare, credo di averne detto quanto

basta.

Certo una cosa non riuscirò a provar mai: che il mio dramma sia

un capolavoro, o giù di lì. Pur troppo ce ne vuole. E il papà

dell'_Alcibiade_ è il primo a non trovarsi, in fondo, del tutto

contento del suo figliolo. Parecchie altre idee su questo lavoro

mi frullavano pel capo, allorchè, orditone il disegno, mi posi a

scriverlo, cominciando dall'ultimo quadro; e alle quali, giunto

alla fine del lavoro, al primo quadro, mi trovai di non aver potuto

dar corpo. Il piano _geometrico_ preventivo del lavoro, e la cura,

probabilmente eccessiva in opera d'arte, di certe corrispondenze

simmetriche deve averci prodotto dei guasti. S'intende poi che le

mie stortatine di collo alla storia o alla cronologia, qua e là, di

soppiatto, col pretesto dell'arte, me le son permesse, e il bello è

che sono _precisamente quelle_ di cui i critici sapienti non si sono

accorti.

Potrebbe anche darsi che quei critici medesimi che presi uno per

uno han detto delle corbellerie storico-critiche, presi poi tutti in

blocco, avessero ragione nell'insieme: _censores mali viri, censura

autem bona bestia_. E infine se mi mettessi a farla io, la critica

all'_Alcibiade_ e a rivedergli le buccie, avrei da scriverne per una

lettera assai più lunga di questa: ma non son così matto nè così

ingenuo per farlo, visto che son tante le anime pie che sarebbero

pronte a prendermi in parola.

Una cosa però credo di aver provato: che la critica in Italia,

fatte le debite ed onorande eccezioni[180], è ancora per la maggior

parte un po' lontana da quel grado di serietà e di competenza che

le è necessaria per adempiere la sua missione. Deficienza di studi,

incoerenza, confusione od assenza di criterj artistici; mancanza di

idee nette sullo indirizzo dell'arte, sull'ufficio del critico; culto

pedantesco delle frasi fatte, delle idee fatte, dei pregiudizi fatti;

preoccupazione grande di mostrare quel che vale il critico e pochissima

di cercare quel che val l'autore; precipitazione, leggerezza,

superficialità molta nei giudizi, prosunzione molta nelle forme —

queste ed altre, per non parlare dei moventi meno nobili, sono le cause

che tengono la critica fra noi ad un livello ben inferiore a quello di

altri paesi.

Eppure — parlo qui come artista in un interesse generale — bisogna

che tutto questo cambii, se vogliamo davvero che l'arte progredisca.

La vita della critica è troppo indissolubilmente legata a quella

dell'arte: ed oggi che il teatro italiano, per parlar di questo solo,

àuspici Ferrari e Cossa e Marenco e Torelli e Castelnuovo e tanti

altri, accenna ad un progresso serio e incontestabile, è necessario

assolutamente che la critica si decida a far lo stesso. È impossibile

che l'uno cammini, e l'altra rimanga indietro stazionaria: perchè guai

per la critica, se l'arte comincia ad abituarsi all'idea di poter

camminare senza di lei. Guai alla critica, a questo _trainard_, se

l'arte, strada facendo, sul più bello si voltasse indietro per farsi

dare il braccio da lei, e non trovandosi più al fianco la compagna,

s'accorgesse che è già da un pezzo ch'ella cammina da sè. Ella

finirebbe per ricordarsi che Omero scriveva l'_Iliade_ ed Aristarco non

era nato ancora.

Quel giorno la missione della critica sarebbe finita e non sarebbe,

no, l'arte che ci avrebbe guadagnato. Perchè se è vero che la critica

per il genio non esiste e non ha mai esistito, se è vero che egli ha

sempre fatto e farà sempre senza di lei, a modo suo, di genj in arte

non ne sorgono ogni anno, in ogni paese, a ogni canto di via: da Omero

ad Eschilo, da Eschilo a Dante, da Dante a Shakespeare, quattro nomi in

ventiquattro secoli.

Il secolo nostro non ne ha visti che due: Byron e Victor Hugo.

Ma poche gigantesche apparizioni, isolate nel tempo e nello spazio,

non sono l'arte esse sole: dell'arte quelli sono i grandi legislatori,

in nome della natura umana della quale hanno ascoltato le voci più

ignorate e profonde, in nome della _verità_ che si è loro palesata sul

Sinai, nelle sue linee più segrete. Le loro leggi, le loro tradizioni,

forme divine dello eterno ideale, la critica le ha raccolte; se ne è

fatta depositaria, custode: e bene sta. Ella si è assunto l'obbligo di

rammentarle costantemente a coloro che alla ricerca di quello ideale si

vanno affannando, con desiderio intenso, ma fatto amaro e periglioso

dalla scarsezza delle forze. Perchè anche costoro, a mente calma, le

conoscono quelle leggi, al par di lei; ma la tensione della mente, la

fatica del viaggio, la trepidanza del non riuscire, soventi loro le fan

perdere di vista. Corrono, corrono innanzi, e tra l'ansia e la fretta,

non vedono le lapidi miliarie lasciate dai grandi maestri sulla via,

e non s'accorgono che tardi d'aver sbagliato strada. Essa, la critica,

appunto perchè non è assorta nè distratta dalla fatica affannosa della

ricerca, dalla tensione dello sforzo creativo, dalla trepidanza del

rischio, essa ha la mente più tranquilla e più serena per vedere i

pericoli del viaggio, accorgersi dei sassi e dei fossati della strada,

avvertire l'artista quando sbaglia direzione e fuorvia. Essa può

gridargli: «Ferma! di lì si va a casa della _Femme de Claude_! Guarda i

segnavia: lì è scritto _Sardanapalo_: qui _Cesare_: e lì _Amleto_: per

di lì è passato Shakespeare: di là Byron: e il Conte Ricciardi per di

qui.»

A questo patto, in questo modo, amica, consigliera, compagna fedele

dell'arte, la critica può aiutarla, sorreggerla, serbarla al culto

delle grandi tradizioni, preservarla dalle corse sfrenate, salvarla

dalle grandi cadute.

Ma bisogna che la critica faccia questo: se non vuol diventare inutile

e dannosa. E per farlo, bisogna che il critico studj quanto l'artista:

che le facoltà riflessive dell'uno lavorino anch'elle quanto le facoltà

imaginative dell'altro.

Le leggi dell'arte, sola stregua del giudizio critico, non si imparano,

la finezza del senso critico non si improvvisa nè in un giorno nè in

due: e _fin dove_ le ricerche dell'arte vanno, bisogna che la critica

abbia _tanto di studj_ da potervela seguire.

Altrimenti succederà quel che ho detto: che l'arte andrà innanzi da

sè, a proprio rischio e pericolo. — Per poco che la critica continui

di questo passo a lavorare da sè al proprio discredito, a mettere

ogni dì in luce la propria insufficienza, a far ridere delle proprie

corbellerie, — noi assisteremo nell'arte ad un fatto del quale vediamo

prodursi già i sintomi: la insurrezione degli autori contro la critica.

Il brillante ingegno di Ferdinando Martini dimostrava, dì sono, la tesi

discutibile che il teatro non ha migliorato nessuno; qualcheduno potrà

essere tentato di affrontare un'altra tesi più facile, e di chiedere

quali sono gli autori, che la critica, da alcuni anni a questa parte,

fatta com'è ora, ha migliorato. Sarebbe più facile dimostrare i danni

ch'ella ha prodotti, arrogandosi (salvo sempre le eccezioni onorande)

funzioni che non le spettano, e non rendendosi conto della gravità

de' suoi doveri. Perchè una censura leggiera, ingiusta, assurda, o può

uccidere da' primi passi, coll'amarezza dello sconforto, una vocazione;

o se l'artista vi ha già fatto il callo, può produrre nel suo animo —

_poetæ irritabile genus_ — una reazione dannosa: e dal ridere oggi di

uno sproposito, all'abituarsi a ridere domani di un biasimo giusto, il

passo è breve.

Una volta cacciata, a furia di corbellerie critiche, in testa

all'autore l'idea, che, dando ai critici ascolto, egli non farà nulla

di buono, e dirà degli spropositi da far rabbrividire, egli si metterà

in guardia contro que' signori; l'amor proprio naturale non domanderà

di meglio che di secondarlo in quella sua disposizione; ed egli finirà

per involgere tutta la critica in un giudizio solo, e non farà più

distinzione tra le censure ridicole e le assennate, per riserbarsi il

diritto di infischiarsi egualmente di tutte. Il danno verrà poi: chè

il suo esempio troverà subito imitatori in tutti i poveri di spirito,

i quali non chiedon di meglio che d'essere convinti del proprio genio

e della propria infallibilità: ed ogni più infelice scrittorello si

terrà autorizzato a vilipendere ogni censura più equa: e la rivolta

cominciata dalle coscienze artistiche contro la prosunzione, finirà

nella rivolta della prosunzione contro il senso comune.

Se non è a questo che si vuol venire, pensiamoci: e dopo aver detto in

Italia a noi medesimi anni sono: _facciamo il teatro_, — io domando se

non sia tempo di aggiungere: _facciamo la critica_.

Lo domando a voi, caro Yorick, che avete autorità di rispondermi: e se

le mie parole avessero soltanto efficacia di richiamar l'attenzione su

questo che parmi un problema ormai grave per l'avvenire dell'arte, non

sarà stata inutile del tutto la mia fatica.

*

* *

Quanto a' miei moderni fratelli di fede, ai quali ve n'andaste oratore

sì facondo, a sporgere contro di me la querela dei fratelli del tempo

antico, — non io certo m'aspettavo siffatto ambasciatore: poichè ci

siete, compite l'opera e portate loro la mia risposta.

È proprio delle cause che non hanno un _domani_, riporre ogni risorsa

negli errori e nelle colpe degli avversarj. Matteo Visconti, profugo,

aspetta in Verona che _gli errori dei Torriani siano maggiori dei

suoi_. Le cause che hanno un avvenire hanno anche un compito più

alto innanzi a sè: pensare a meritarselo. Triste, infeconda pausa,

sarebbe quella imposta, per poco, dagli eventi alle speranze della

democrazia, se questa non ne approfittasse per raccogliersi in sè, e

domandare a sè medesima le cagioni che tante volte han reso vane le sue

vittorie. Nè ella mostrerebbe fiducia alcuna dei proprj destini, nè

ella meriterebbe le vittorie materiali che l'aspettano un giorno, se

non affermasse fin d'ora sui proprj nemici questa grande superiorità

morale: del confessare a sè stessa i proprj errori. Domandiamo il

perchè di tanti disinganni; il perchè la democrazia tante volte sia

stata fatta zimbello di coloro ch'essa aveva innalzato sugli scudi.

Domandiamci s'ella ha sempre risposto alle grandi voci solitarie,

che la chiamavano sulla via del dovere; se molti santi appelli non

siano caduti inascoltati tra l'infiacchimento morale delle tempre e

l'indifferentismo utilitario dell'età.

Chiediamoci s'ella abbia sempre vegliato alla severità del costume

e della disciplina sotto le onorate bandiere; s'ella non abbia mai

prestato troppo facile orecchio ai troppo facili adulatori, annoiata

de' suoi vecchi austeri brontoloni; s'ella sia stata sempre rigorosa

nel chiedere a coloro a cui accordava l'onore di parlare in di lei

nome, il santo connubio voluto dal greco legislatore antico tra le

private e le pubbliche virtù. Di quante diserzioni, di quante apostasie

publiche — preparate dall'ozio o dai facili costumi privati — ella si

sia a torto meravigliata; di quante intestine discordie sue, di quante

ingiuste accuse a' suoi migliori, ella abbia reso più forti i suoi

nemici; di quanta parte di pregiudizî, di prevenzioni ingiuste contro

di lei, ella stessa abbia fornito involontaria e inconsapevole le

cause. Quante propizie occasioni, per pigrizia per conflitti fraterni,

ella si sia lasciato sfuggire; quanta parte della forza apparente de'

suoi avversarj sia il frutto di improvvide colpevoli abdicazioni alla

sua propria influenza ed ai diritti suoi. Cerchiamo al passato ed al

presente le lezioni del futuro: e perchè la Spagna, addormentatasi alla

rivoluzione di settembre nelle braccia di pochi ambiziosi, camuffati

da repubblicani, oggi si risveglia nelle braccia del Carlismo: e perchè

in Francia la democrazia sopraffatta da un ambiente morale pervertito,

ammalata nell'organismo sociale, sconta sì caramente la pena di essersi

data tanti anni in balìa di un Pericle rimodernato.

E se mai l'arte ci riconduce nelle regioni lontane della storia,

non abbiam paura di chiedere alla storia come cadde la prima e più

illustre delle repubbliche ch'ella ricordi: non sagrifichiamo all'arte

la verità: perchè anco l'arte la chiamano repubblica e la verità è

repubblicana.

*

* *

Addio Yorick.

_Milano 13-25 Luglio 1874._

FELICE CAVALLOTTI.

NOTE:

[1] Che sia il _Pessimista_?

[2] E come son curiosi certi critici realisti quando si arrabbiano e

danno dell'asino al pubblico italiano, perchè non sempre apprezza e non

sempre intende sui teatri nostri le pitture di certi fatti e fenomeni

sociali della società parigina, rispondenti a un'ideale dell'arte così

vasto da non poter essere inteso fuor della cerchia di Parigi!

[3] Rivolgersi per informazioni in Milano a S. E. il procurator

generale Robecchi, e in Roma a S. E. il ministro Vigliani, lettore

assiduo delle mie _Poesie_ e autore della nuova teoria dei _subjettivi_

o degli _objettivi_.

[4] _Opinione_ 22 giugno.

[5] _Popolo Romano_ 21 giugno.

[6] _Gazzetta Livornese_ (ufficiale) del 15 giugno.

[7] «Le _Scene greche_ sono un dramma bell'e buono.» Yorick, appendice

sull'_Alcibiade_ nella _Nazione_.

«Che parlano alcuni di scene che non forman dramma! queste scene

sono la vita colle sue lotte, e vita e lotte son dramma.» C. Romussi,

appendice sull'_Alcibiade_ nel _Secolo_.

[8] Ch'io non abbia avuto gran torto di fare Alcibiade migliore

in fondo che non sia di moda nella opinione volgare il ritenerlo;

che parecchie delle sue colpe fossero colpe più del tempo e delle

circostanze, che non dell'indole; che l'amore della città nativa

potesse alla fine in lui più delle vicende e dell'ingiustizia degli

uomini lo attestano tre delle pagine più belle della sua vita — Atene

salvata a Samo — la gita al campo di Egospotamos — e l'ultima in Persia

ove morì; lo attestano, per tacer di Plutarco, le pagine di Platone

e quelle di Tucidide, lo storico più severo, più coscienzioso e più

imparziale dell'antichità.

[9] _Alc._ «... E la turba e le voci via via confusamente si dileguavan

lontano, finchè non mi parve più udirne che una sola: ed era la voce

di Timone il misantropo che seduto alla riva, raspando la terra, —

guardavami fisso come quel giorno che incontratomi per via mi maledì.

Ma la sua voce non era più imprecazione: il suo aspetto non era più

d'uom che odia: il suo sguardo parea sguardo d'amore. _Timone_, io

venivo gridandogli, _ringrazia gli Dei che smentirono i tuoi auguri!

Il giovinastro che preconizzasti flagello d'Atene n'è divenuto il

salvatore! Timone riconciliati cogli uomini! la virtù e l'espiazione

esistono ancora sulla terra, — e la legge della terra è amore._ — Ed io

correa verso lui le braccia aperte.... ma Timone già era scomparso....

il suo volto s'era mutato nel tuo....» ecc. _Alcibiade_, Quadro ultimo,

scena 2.ª

[10] Isocrate, _Panaten._ 44.

[11] Senofonte, _Repub. Aten._ I.

[12] Demostene, _Adv. Leptinem_.

[13] Demost. _Contr. Aristocrat._

[14] Demost. _Contr. Aristocr._ — _Syntax_.

[15] Demost. _Syntax_.

[16] Demost. _Contr. Aristocr._

[17] Plutarco in _Temistocle_.

[18] Isocr. _De pace_. — Demost. _Contr. Mid._ — id., _Adv. Leptinem_.

Meursius, _Them. Att._ I. 8.

[19] Demost. _Philipp._ III.

[20] Eschine, _Contr. Timarco_ — _Din. contr. Demostene_. — Demost.

_Contr. Androz._ — Siriano, _Comm. in Hermog._ — Diog. Laerz. _Solone_

I.

[21] Plutarco, in _Solone_.

[22] Diog. Laert. _Solone_. — Plutarco, _Solone_. — Polluce, lib. VIII.

6. — Demost. «_in Eubulid._» — Meurs. _Them Att._ II. 18.

[23] Plutarco, _Solone_. — Ermogene, _Part. Stat._ — Siriano,

_Comment._ — Demostene, _C. Neera_. — Marco Vittorino in _Cicer.

Rhet._ lib. II. — Lisia, _Sull'uccisione di Eratostene_. — Curio

Fortunaziano, _Rhet. Schol._ lib. I. — Massimo Tirio, _Dissert._ II. —

Sopater, _Divis. Quaest._ — Meursius, _Them. Att._ I. 4. 5. Era tra la

pena agli adulteri anco la ραφανίδωσις, _la pena del rafano_. — (Vedi

Alcifr. _Lett._ III. 62). Ma la spiegazione di questa è un po'.... dirò

così.... delicata: caro Yorick la lascio a voi.

[24] Eschin. _C. Timarc._

[25] Aristof. _Nubi_.

[26] Vedi Ateneo, _Deipnos_. XIII. 571.

[27] Demost. _C. Neera_.

[28] «O Solone, tu fosti veramente il benefattore del genere umano:

perchè tu per il primo pensasti a una cosa assai vantaggiosa al popolo

e alla pubblica salute. Tu considerasti la nostra città piena di

giovani dal temperamento bollente e che sarebbero quindi trascorsi ad

eccessi punibili. Perciò tu comperasti delle donne e le hai poste in

luoghi ove provviste di quanto è a lor necessario, divengono comuni

a quanti le bramano. Eccole nude; perchè non ti ingannino, ispeziona

ben tutto. La porta è aperta: paga un obolo ed entra: qui non si farà

la ritrosa. Qua subito, se vuoi, e nel modo che vuoi.» — Filemone ne'

_Delfi_ in Ateneo XIII, 569.

[29] Οἱ δ' ἐπὶ τῆν τοῦ ἱεροῦ σὶτου ἐκλογὴν αἱρούμενοι — Aten. VI. 235.

— Ed era scritto nella legge del re: «Il re avrà cura che si creino

i magistrati: e dalle varie borgate sian scelti a norma delle leggi,

i parassiti: i quali dai magazzeni di grano della rispettiva classe

e tribù scelgano ciascuno un sestiere di orzo, affinchè gli Ateniesi

se ne cibino secondo il patrio rito.» E altrove: «Che il sacerdote

coi parassiti faccia i sacrificj d'ogni mese. Chi rifiuterà d'essere

parassito sarà tradotto ai tribunali.» E altrove, sotto le offerte

votive a Pallene: «I magistrati e i parassiti, cinto il capo di corona

d'oro offersero questi doni.» — Aten., l. c. — Polluce VI. 7. — Meurs.

_Them. Att._ II. 35.

Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick · 第 8 / 10 段