«Imaginarsi una cronaca non interrotta che ci narrasse come il

sindaco e le truppe di Albano avessero marciato contro il sindaco

e le truppe di Frascati: che una lotta importante fosse sorta e

che _quattro_ abitanti di Albano fossero rimasti feriti ed _uno_

prigioniero.

«Un combattimento più importante gli succede. Le truppe di Tivoli

si combattono con quelle di Subiaco, quei di Subiaco _lasciano un

uomo_ sul campo.

«_E di questo genere, senza troppo esagerare, sono i combattimenti

narrati da Tucidide._»

Ma, o... eruditissimo signor Stuart, a chi crede Ella di venire a

contare in Italia queste fandonie?

Il primo venuto che abbia letto Tucidide più in là del cartone le

sa dire che quasi _tutti_ i combattimenti di Tucidide eguagliano

per numero di morti (se si tratta solo di una ventina di morti e un

centinaio di feriti, Tucidide non li tratta che da scaramuccie) i

grossi combattimenti dei tempi nostri, e parecchi presentano tali cifre

di rimasti sul campo, quali appena le danno le nostre battaglie!

Perchè veda, Tucidide (lasci un po' adesso che la informi io) — il

quale è l'autore di una _Storia della guerra del Peloponneso_ in otto

libri, ed è con Senofonte il più esatto e scrupoloso degli storici

greci — Tucidide di solito non conta che i _morti_, e quando li conta;

e lascia a lei la cura di istituire _poi in proporzione_ (ch'è in media

generale quella del triplo) il calcolo dei feriti.

Apra dunque Tucidide e veda per es. che al combattimento di Potidea

(I. 63) i Potideali perdono _300 morti_, e gli Ateniesi _150_, totale

450 di _soli_ morti, senza contare i feriti; che a quello di Spartolo

in Epitracia (II. 79), gli Ateniesi sconfitti dai Calcidesi, perdono

430 morti oltre tutti i capitani; e i feriti Ateniesi e le perdite dei

Calcidesi son da aggiungersi al conto; che a quello di Egitio (III.

98) contro gli Etoli, dei soli Ateniesi sconfitti restan morti sul

campo _centoventi opliti_ — e lo stesso Procle uno dei capitani — senza

contare i loro alleati _dei quali molti morirono_ — e che dovettero

essere assai di più!

Alle battaglie navali sulle coste dell'Acarnania, (II. 84, 92), i

Peloponnesj sconfitti da Formione perdono nella prima dodici navi,

nella seconda sei con tutti gli equipaggi,[160] su cui gli Ateniesi

fanno man bassa.

A Milazzo in Sicilia (all'epoca delle prime spedizioni) in una

scaramuccia gli Ateniesi attaccano due coorti di Messeni (III. 90) e ne

fanno _strage_.

Al combattimento di Olpe (III. 107 e seg.), i Peloponnesj ed

Ambracioti, sconfitti dagli Ateniesi di Demostene, perdono _300_ morti;

senza contar la strage successiva degli Ambracioti, che assaliti nelle

gole di Idomene lasciano oltre _un migliaio_ di morti! (III. 113).

Alla battaglia di Delio (ch'ella, signor Smith mi confonde con Delo!)

_ventimila Beoti_ comandati da Pagonda combattono contro gli ottomila

Ateniesi di Ippocrate; vi restan _morti_ dei Beoti =cinquecento=; degli

sconfitti Ateniesi _mille_ fra cui il capitano Ippocrate, _oltre ad una

quantità di fanti leggieri e di saccardi_ (IV. 101) dei quali il numero

dovette _uguagliar per lo meno_ quello degli opliti: e ancora i feriti,

come sempre, non entrano nel conto!

Alla battaglia di Novara non ne son morti tanti!

Al combattimento di Anfipoli _che fu_, scrive Tucidide, _non

un'ordinata battaglia, ma un semplice scontro improvviso_, (V. 11) gli

Ateniesi sconfitti lasciano _seicento morti_, compresovi il comandante

Cleone; i Lacedemoni vincitori, sette morti, compresovi il fortissimo

Brasida.

Alla battaglia di Mantinea (V. 74), degli Ateniesi _muojono duecento_,

compresi i due capitani; dei loro confederati _novecento_; dei

Lacedemoni vincitori _trecento_. Totale _millequattrocento morti_ —

senza il resto!

Il numero circa, se non erro, dei morti nostri alla battaglia di San

Martino!

Nella fazione di Mileto, gli Argivi, sconfitti dai Milesj, perdono essi

soli _trecento_ morti (VIII. 25)

Al combattimento navale di Eretria (VIII. 95) gli Ateniesi perdono

_ventidue_ navi, sui cui equipaggi i Lacedemoni fanno man bassa.

Alla battaglia navale di Abido (VIII. 106) gli Ateniesi vincitori

perdono quindici navi; i Peloponnesi sconfitti oltre a venti.

*

* *

Quanto poi a quella _spedizion di Sicilia_, — che Ella chiama

compassionandola un _grand'affare per que' tempi_, ma non sarebbe,

secondo lei, ai tempi nostri, che una bazzecola da ragazzi — oh,

vediamola un po' questa bazzecola! Atene si contenta di spedire

in Sicilia, da principio — con Alcibiade, Nicia e Lamaco — 136

navi rappresentanti un effettivo di 38500 uomini (tra cui 5100

opliti), a cui tengon dietro di rinforzo — oltre 500 tra arcieri e

cavalieri sbarcati a Catania — le 73 navi della seconda spedizione

di Demostene ed Eurimedonte con un effettivo di 25000 uomini. Totale

delle forze mandate da Atene a quell'impresa, _duecentonove_ navi e

_sessantaquattromila_ uomini!

A Lissa, tra le forze italiane e le austriache insieme, non credo che

sommassero a quella cifra.

E i fatti d'arme? alla fazione dell'Olimpiéo i _morti_ dei Siracusani

son 260, degli Ateniesi 50; all'altra di Epipole, ove muor Lamaco, il

numero di morti non è precisato, ma dovettero esser ancor di più; alla

prima battaglia navale nel porto i Siracusani sconfitti perdono 11

navi, gli Ateniesi 3; nelle altre battaglie navali nel gran porto, gli

Ateniesi perdono una volta (VII. 41) sette navi (_degli uomini_ «_quali

fatti prigioni e quali uccisi_»), un'altra volta (VII. 53) _diciotto_

«_delle quali furono uccisi tutti gli uomini_»; il resto dei legni, in

fuori di una sessantina, lo perdono nell'ultima funesta battaglia (VII.

72), a cui seguono la ritirata disastrosa, gli ultimi sforzi disperati

dell'esercito, la resa dei seimila di Demostene, la strage al varco

dell'Asinaro e infine la resa di Nicia.

A 24 mila uomini, tra morti, feriti e dispersi, sommavan già le perdite

degli Ateniesi innanzi l'ultima battaglia nel porto; altri 40 mila ne

costò la catastrofe, dei quali 7 mila soltanto furono fatti prigioni.

Un totale (non contando i prigionieri) di circa 50 mila perduti in una

guerra di poco più d'un anno!

E quella sanguinosa del 1859 non costò alla Francia che 18 mila uomini,

al Piemonte 6600, all'Austria 38 mila!

Queste sono le fazioni di Tucidide, scoperte dal signor Stuart, dove i

terrazzani di Subiaco o di Boffalora col sindaco alla testa, ammazzano

un uomo in battaglia a quei di Frascati o di Abbiategrasso!

*

* *

E così si studia Tucidide da' concittadini di Grote! meglio non lo si

studia — perchè già, signor Stuart gentilissimo di qui non s'esce — è

evidente come la luce del sole, quando splende a mezzogiorno, che Ella

Tucidide _non lo ha letto_. Ed è lei che mi raccomanda di leggerlo!!!!

E non avendo letto Tucidide, via, la sia franca, ella ne sa un po'

troppo poco per dar giudizj critici di storia su di un dramma che

tratta di Alcibiade e della guerra del Peloponneso. Per prender sul

serio la sua autorità non ci voleva che il signor marchese D'Arcais,

che di storia e letteratura greca ne sa ancora meno di lei!

Avesse almeno letto quegli altri dei quali m'ha raccomandato la lettura!

Ma permetterà che io vada adagio nel crederlo. — Prima di tutto, dopo

quel primo saggio; poi perchè mi regala, in poche pagine, certi altri

granchii e certe storpiature di parole, che sulla sua erudizione danno

molto da pensare. Ed è chiaro, molto chiaro, che non si tratta già di

errori di stampa; perchè una certa pratica di cose di stampa, veda,

io la ho; e se la sintassi e la lingua del suo opuscolo non son molto

corrette, il testo però, quale Ella lo ha scritto, appare evidentemente

correttissimo, e di quelle parole ch'Ella poteva sapere, senza sudar

troppe camicie, non ce n'è sbagliata neppur una.

Ella mi cambia in _Leochitide_, il re spartano Leotichide (Leotychides

o Leutychides) che soppiantò Demarato nel regno.

Ella mi cambia in _Pontidea_ il nome della città di Potidea, nella

Calcidica, dove ebbe luogo la battaglia, e dove Alcibiade fece le prime

sue armi.

Ella mi confonde _Delo_, l'isola dell'Egeo ov'era la sede e il

santuario della Confederazione Ionica e dove non ci furon battaglie,

col borgo di _Delio_ situato tra l'Attica e la Beozia, a due marcie

da Atene, dove fu data la battaglia così funesta agli Ateniesi, e dove

Alcibiade protesse infatti la vita di Socrate, come narra Platone nel

_Lachete_.

Ella mi tramuta in _Farnambazo_ il satrapo persiano _Farnabazo_ — e mi

inventa un _Crizio_ al posto di _Crizia_ il discepolo di Socrate che fu

più tardi uno dei trenta tiranni.

Ella mi scrive che i Greci a Salamina intuonarono il gran _Peama_:

voleva dire probabilmente il _peana_ o _peane_ (παιὰν) come chiamavasi

il cantico militare che i Greci, particolarmente i Dori, intuonavano in

battaglia prima di lanciarsi all'attacco.

Ella mi cambia in _Eudio_ il nome dell'eforo _Endio_ col quale

Alcibiade aveva rapporti di prossenìa.

E per compiere il _bouquet_ con qualche fiore degno di lei, Ella ha

la bontà di informarmi che Socrate sedusse — oh sentiamo un po' chi

sedusse: «l'ambizioso Crizio, lo scapestrato Aristippo, lo _scettico

Pirro_ e il matto _Apollodoro_»!!

Vada per Crizia e per Aristippo: benchè se volessi appena guardarla

pel sottile, per uno che mi biasima di aver ignorato di Socrate tante

cose, mi pare che quella scelta bizzarramente erudita di quei due nomi

soli tradisca già una nozione di Socrate un poco incerta e confusa;

e che per uno il quale, a mostrar di saperne, ama andar tanto nei

particolari, _e di quei pochi che sa non se ne lascia scappar neppur

uno_, si sarebbe potuto e dovuto mostrar di saperne un po' di più. Come

mai il signor Stuart, il quale crede di dover indicarmi le persone che

subirono la influenza personale di Socrate, e trova perciò necessario

di occuparsi «dello _scettico Pirro e del matto Apollodoro_» — mi

dimentica nientemeno che Senofonte ed Antistene, il fondatore della

scuola Cinica; ed Euclide, il fondator della Megarica, che, per sentir

Socrate, sfidava il bando severissimo di Atene contro i Megaresi, e

veniva da Megara in Atene la sera, travestito da donna, rifacendo alla

mattina le dodici miglia di strada; ed Eschine di cui Socrate diceva

ch'era il solo che _avesse appreso ad onorarlo_ — Μόνος ἡμὰς οἶδε τιμᾷν

— e Simone, e Fedone, e Simmia e Cebete, i fedeli consolatori degli

ultimi istanti del filosofo, e Liside, e Lamprocle e Teeteto e Glaucone

fatti da Socrate migliori? Che diamine! Insegnarmi chi fu Socrate e

togliere tutti questi scolari al maestro di Platone e di Critone!

Ma il signor Stuart m'insegna invece che egli ammaestrò lo _scettico

Pirro_ e il _matto Apollodoro_!

Quanto ad Apollodoro, supposto che il signor Stuart non voglia parlare

nè del comico della nuova commedia che fiorì ai tempi di Menandro,

nè del grammatico discepolo di Aristarco che fiorì verso il primo

secolo innanzi l'Era volgare, nè del pittor celebre che fu maestro

di Zeusi e visse sì ai tempi di Socrate, ma non è affatto ricordato

per rapporti con lui, a chi ha inteso d'alludere il signor Stuart? Al

filosofo epicureo ricordato da Cicerone e Diogene Laerzio? Ma Epicuro

che fu il suo maestro fiorì dopo Alessandro il grande, e il soprannome

che Diogene appiccica a questo Apollodoro è quello di _illustre_,

ἐλλόγιμος e non di _matto_. allo scultore ricordato da Plinio che fu

detto difatti l'_insensato_ perchè spezzava le sue statue di cui non

era contento mai? Ma neppur di questo si ricorda che Socrate abbia

avuto che fare con lui. Ah, ora ci sono! Il signor Stuart vorrà parlare

dell'Apollodoro falerèo, ricordato di passaggio insiem con altri nel

_Fedone_ e nell'_Apologia_, come uno degli assistenti in lagrime

alla morte di Socrate e dei mallevadori per lui nel suo processo;

soprannominato appunto il _matto_, μανικὸς, da Platone nel _Convito_,

viceversa poi soprannominato il _molle_, μαλακὸς, da Senofonte nella

lettera a Santippe. Ma di questo Apollodoro, in fuor del nome e dei

soprannomi, non si sa altro; nè nella storia nè nella filosofia del

suo tempo è alcuna traccia o memoria di lui; egli non è introdotto che

come una comparsa in quelle due o tre scarse menzioni dei dialoghi

socratici, fra i tanti seguaci affettuosi del grande maestro! E il

signor Stuart, che del dramma socratico mi dimentica le più grandi

figure — mi va a pigliare le comparse! e me le cita _per antonomasia_,

con quella prosopopea affatto priva di discernimento che è tutta

propria degli _indotti_, quando vogliono spacciarla da eruditi!

E lo scettico Pirro! Ahimè, allo _scettico Pirro_ (se il signor Stuart

conoscesse questo signore almen di nome, lo chiamerebbe _Pirrone_,

Πύῤῥων — in quella stessa guisa che scrive Platone, Critone, ecc., che

son in greco desinenze identiche), allo scettico _Pirrone_ l'eliense,

discepolo di Anassarco, il buon Socrate non ebbe mai il piacere di

dare nè il buon giorno nè la buona notte, per la semplice ragione che

Pirrone, come dissi già, aspettò a nascere quando Socrate moriva, anzi

se non erro, dopo che era già morto! In ogni modo gli storici lo fanno

fiorire verso il 370 — e quindi trentun anni circa dopo la morte di

Socrate.

Da qualunque lato dunque la si pigli la dotta citazione del signor

Stuart, ell'è un'altra amenità da mettere nel mazzo dell'altre, e la

quale dimostra che delle faccende di Socrate egli è tutt'altro che al

chiaro.

Eppure, il signor Stuart, perchè io non ho messo nel ritratto di

Socrate nè il suo signor Pirro nè il suo signor Apollodoro — e perchè

ho fatto discorrer Socrate sull'amore — il signor Stuart ignora certo

dialogo di Platone che si intitola il Fedro — il signor Stuart mi

accuserà che Socrate nel mio dramma è — al pari di Alcibiade — _neppure

un'ombra deforme del vero!_

*

* *

Il che — diamine! — suppone che l'_idea vera_ del carattere

d'Alcibiade, il signor Stuart, benchè ignori Tucidide, la possieda lui!

E per darmela, l'idea _vera_, l'idea _giusta_, il signor Stuart, prima

di tutto — naturalmente — mi insegna che un Alcibiade che si abbassa a

pregare, col suo orgoglio, è _assurdo_; poi mi informa che l'orgoglio

di Alcibiade, se fosse vissuto ai nostri dì, sarebbe stato quello di

aspirare «_al posto di prefetto o al gran collare dell'Annunziata!_»

Alcibiade, a cui la gloria di Pericle era troppo poca, a cui eran poche

la Grecia e l'Europa, Alcibiade che avria preferito non vivere anzichè

rinunziare ad essere padrone anche dell'Asia e a spargere il suo nome e

la sua potenza per tutto il genere umano[161] — Alcibiade al posto del

prefetto Torre, con al collo la decorazione di Lanza e di Minghetti!

Vi basta? Ebbene, se non basta, il signor Stuart, completa il ritratto

morale di Alcibiade, e ne trova l'imagine in.... «_Mazzini!_» Povero

Mazzini! Se fosse al mondo a sentirlo!

Ciò dimostra a luce di sole che il signor Stuart ha capito

perfettamente _chi_ era Alcibiade, e che l'arte ci guadagnerebbe un

tanto ad avere, invece del mio «_neppur ombra deforme del vero_» un

ritratto artistico di Alcibiade al vero e al naturale, uscito dalle

mani del signor Stuart!

Via dunque, dottissimo figlio della dotta Albione, non la si

faccia pregare, la ce lo dia questo ritratto di Alcibiade; non dica

modestamente, come dice nel suo opuscolo, che per farlo le manca «_la

pazienza_»; un po' di pazienza, diamine! quando non manca che questa,

volendo la si trova; la trovi, la trovi, per amor dell'arte, che col

mio sgorbio — ombra deforme del vero — ho profanato!

*

* *

Ora, tornando a noi, diteglielo un po' caro Yorick, diteglielo voi al

signor Stuart, che il trovarsi _distante_, com'ei dice, _un abisso,

quanto a politica, dall'onorevole Cavallotti_, può essere una ragione

che spieghi alcune cose; ma non le spiega e non le scusa tutte: — e

che le rabbiuzze di partito non le si accettano in arte per passaporto

di corbellerie. Quelle del signor Stuart son tali che mi avrebbero

dato diritto a dispensarmi dal rispondere, se non fosse parso mancar

di riguardo a uno straniero, e se la sua critica, mandata in luce

con pomposa solennità, non avesse prodotto uno scherzo d'ottica

curioso. _Fanfulla_, che pure in arte sa il suo conto e di corbellerie

sull'_Alcibiade_ non ne ha scritte, piglia in mano il fascicoletto

elegante, stampato in Roma coi tipi dell'_Italie_, lo scorre a volo,

ci vede a ogni pagina una filza di nomi greci di bellissimo effetto,

e così giudicandolo ad occhio e croce, senza guardar tanto più in là,

si affretta ad annunziare: _Il signor Roberto M. Stuart ha pubblicato

un saggio critico, nel quale, dopo avere minutamente sfogliato e

compulsato uno per uno tutti gli autori antichi e moderni, conclude per

la condanna del lavoro del deputato di Corteolona._

E subito gli altri giornali a ripetere in coro: _Il signor Stuart, nel

suo saggio critico, dopo avere minutamente sfogliato e compulsato uno

per uno...._ ecc. ecc. (Segue come sopra).

Cosa vogliono mai dir le frasi fatte!

E il signor Roberto M. Stuart, serio serio come un figlio di Albione, a

pigliarsi quei complimenti in buona fede!

*

* *

Però gli spropositi del signor Stuart — e qui sono d'accordo col

_Fanfulla_ — se non altro son tutti suoi: un altro, il signor Z. della

ufficiale _Gazzetta Livornese_, se li fabbrica con minor fatica.

La lunga severa appendice del foglio ufficiale livornese è ricalcata

da capo a fondo, giudizio per giudizio, periodo per periodo, frase

per frase, su quella del signor Garofalo nell'_Unità Nazionale_: che

sugo poi ci sia a far della critica a questo modo non so: ma il signor

Z., prevedendo appunto l'obiezione, ci ha incastrato qua e là qualche

coserella di suo: e dove incastra sbaglia; e dove sbaglia mi rincresce,

perchè mi dicono che il signor Z. sia _professore_, ed io penso

naturalmente ai suoi scolari.

Il signor professore Z. — là dove incastra — mi _informa_ che la

mia scena dei costumi di Sparta è un _anacronismo_: perchè «_quelle

antiche costituzioni, quelle antiche costumanze essendo anteriori di

quattro secoli a quell'epoca erano già tolte dall'uso._» Davvero?

Allora io _informerò_ il signor professore Z. che quelle antiche

costituzioni, quelle antiche costumanze ci vengono confermate dal

coetaneo e condiscepolo di Alcibiade, Senofonte; che Senofonte è fra

tutti gli scrittori greci il più autorevole nelle cose attinenti agli

Spartani[162] fra i quali lungamente visse e coi quali lungamente

militò; e quelle leggi ed usanze egli le registra siccome ancora

esistenti ed in vigore a Sparta al tempo suo, nella _Repubblica di

Lacedemone_, ch'è uno degli opuscoli della sua vecchiaia, scritto in

conseguenza molti anni dopo che Alcibiade stesso era già morto!

Cito questa ragione, che taglia la testa al toro, per farla spiccia;

che se poi volessi essere severo, allora con rincrescimento dovrei

trovare sconveniente e _fenomenale_ che un critico _professore_ ignori

come la costituzione di Licurgo era appunto nel suo più bel fiore ai

tempi e di Alcibiade e di Platone, il quale, dopo studiatala sul vivo,

la tolse a modello ne' suoi libri politici della _Repubblica_ e delle

_Leggi_; che un critico professore ignori la testimonianza di tutti gli

scrittori sulla fenomenale durata delle leggi di Licurgo, delle quali

Tucidide e Lisia parlano siccome in pienissimo vigore al loro tempo,

già dopo finita la guerra del Peloponneso[163]; delle quali Plutarco

ricorda come traversassero intatte ed inalterate lo spazio di _oltre

cinque secoli_[164] da Licurgo (800 circa av. l'E. V.) in giù; anzi di

_sette secoli_, sino all'anno 190 avanti l'E. V., secondo Livio[165]

e secondo Cicerone[166]; anzi di _otto secoli_, se si vuol dar retta

a Macchiavelli: «_Licurgo ordinò in modo le sue leggi a Sparta, che

dando le parti sue ai re, agli ottimati, ed al popolo, fece uno stato

che durò più che ottocento anni con somma laude sua e quiete di quella

città_»[167]. — Ma fermiamoci ai cinque secoli abbondanti di Plutarco,

che son la cifra giusta, e ce n'è d'avanzo. —

E ancora, se volessi esser severo, noterei che quello sproposito

del signor professore lo denota affatto digiuno di studj di critica

storica; poichè se è logico e naturale che l'autore drammatico faccia

attribuire da uno Spartano le leggi di Sparta a Licurgo, viceversa è

strano che un _professore_ ignori come le così dette _leggi di Licurgo_

non fossero in ultima analisi che le antiche costumanze di tutti i

popoli dorici, assai più antiche di Licurgo stesso, delle quali egli —

od altri per lui — non fece verosimilmente che ravvivar l'osservanza,

riportandole al tipo primitivo, che se n'era conservato più che altrove

fedele in Creta; che Licurgo non è in fondo se non la personificazione

— alquanto mitica — (come lo attesta il culto tributatogli in Isparta)

di usanze e di leggi che non potevano già essere l'opera improvvisa ed

isolata di un uomo, ma bensì il portato del genio, dell'indole, del

carattere della stirpe, e perciò nate può dirsi insiem con lei, fra

i dirupi delle sedi native, a piè dell'Olimpo; che una costituzione

infatti, la quale toccava le corde più intime della natura umana, e

regolava a suo modo i più importanti e gelosi fra i diritti naturali

dell'uomo, non avrebbe potuto durar rispettata, nonchè cinque secoli,

neppure cinque anni, da tutto un popolo, se non fosse stata ingenita

alla sua natura stessa, già fatta per così dire carne e sangue con lui

e confondentesi colle sue origini;[168] il che spiega appunto come e

perchè quelle leggi abbiano potuto durar tanto, e come, per istabilirne

così cervelloticamente come fa il prof. Z. la data del principio e

quella della fine, quelle leggi bisogna non averle affatto affatto nè

studiate nè capite.

*

* *

Altra scoperta del signor critico professor Z. che, speriamo almeno,

non sia professore di storia greca.

«Ad Atene i plebei erano possidenti e chi non possedeva poteva

essere commerciante, agricoltore, artigiano, ma non perveniva

giammai alla cittadinanza, al godimento dei diritti politici.»

Ohibò! ohibò! Ad Atene, giusta la costituzione solonica, la quarta

classe dei _cittadini_ abbracciava appunto i plebei _proletarj_ (θῆτες,

_capite censi_) che o non possedevano che al disotto di 150 dramme di

rendita annua, _o non possedevano un bel niente_ — e si guadagnavan la

vita _col lavoro_. Ed essi _godevano dei diritti politici_ (sicuro,

signor Z.) comuni alla loro classe e alle altre tre, esercitando il

loro ufficio di cittadini, sia come popolo sovrano nell'assemblea, sia

come eliasti ne' tribunali[169].

Meglio ancora. Perfino gli schiavi e i _meteci_, anche non possedendo,

potevano passare nella classe dei cittadini per benemerenze verso la

repubblica o i loro padroni, servigi in campo o sulle triremi, ecc.,

ecc.

Via, sentiamone un'altra — sempre del signor Z:

«Ad Atene erano schiavi tutti quelli che esercitavano le arti

manuali. La repubblica non permetteva il lavoro: non riconosceva

per cittadini quelli che erano obbligati a corrompere il corpo

esercitando un mestiere. Chi faceva da governatore, da giudice e

da soldato, chi costituiva la democrazia e la repubblica non era la

moltitudine che lavorava.»

Ecco: era precisamente e semplicemente tutto il rovescio.

Ad Atene le leggi soloniche punivano l'ozio, e, lungi dal proibire

il lavoro, lo _imponevano_ ai cittadini per obbligo; e un _mestiere_

bisognava averlo; di Solone[170], scrive Plutarco ch'egli _ai mestieri

aggiunse dignità_ (ταῖς τέχναις ἀξίωμα περιέθηκε) e gli Areopagiti

vigilavano perchè i cittadini poveri si guadagnassero tutti la vita con

qualche _arte manuale_.

Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick · 第 7 / 10 段