E sempre per la stessa ragione — e per un'altra ancora — visto che

la coscienza del mio protagonista era già non troppo pulita — l'ho

alleggerita della distrazione commessa a Sparta colla moglie del re

Agide, la bella Timea. Di che, grande scalpore del signor Garofalo

nell'_Unità Nazionale_ e del signor Z. nella _Gazzetta Livornese_.

L'uno, il pudico signor Z., in nome della _moralità_, che mi accusa di

aver offeso coi discorsi di Cinesia, voleva ch'io mostrassi «_un'altra

donna accesa di amorosa passione_» e Alcibiade occupato a soffiar la

moglie a quel povero diavolo di re: l'altro, il dottissimo signor

Garofalo mi assicura che per i contrasti e per il dramma quella

seduzioncella proprio ci voleva, come le stacchette di garofano nel

ragù. Ebbene, di _donne accese di amorosa passione_ per quella buona

lana del figliuolo di Clinia, io credeva di averne già mostrato un

numero sufficiente in Aspasia, in Eufrosine, in Glicera ed in Timandra;

e del talento del mio uomo nel condur l'acqua delle donne al suo

mulino, avendo egli già dato qualche saggio, non mi pareva necessario

di fargli ritentar la prova, a meno di rubar a Ovidio il mestiere

e di ridurre tutto il dramma ad un trattato teorico e pratico sulla

materia. Invece a Sparta c'era qualche _altro lato_ del suo carattere

_non ancora sviluppato_ e che secondo me meritava di esserlo: e siccome

appunto pensavo a fare un _dramma_ e non delle _scene sconnesse_ — così

mi premeva continuar l'azione di Timandra — e dopo aver visto Alcibiade

scherzante cogli amori da burla, metterlo alle prese, nelle lotte della

vita, con un amor vero.

Sono contenti quei signori? Se no, me ne rincresce tanto: ma l'autore

drammatico, quando mette un grand'uomo in iscena, ha qualche cos'altro

a fare che non pigliar le situazioni della sua vita e metterle in fila

una dietro l'altra: scimunitaggini queste dei critici da un soldo

la dozzina. L'autor drammatico alla storia non può sagrificare il

_dramma_; ed Ella in ispecie, signor Garofalo, che di storia ne sa — la

storia me la insegni pure — ma il dramma me lo lasci fare a modo mio. —

Veda: tutti mi rimproverano di aver fatto il dramma troppo lungo: lor

signori sono i primi a farmene un torto: e poi se dovessi dar retta a

loro, e aggiungere tutto quel che loro vogliono, dieci volumi in quarto

non basterebbero. — Questo si chiama metter gli autori in croce, e

prova che il criticare è una cosa, e il fare è un'altra.

*

* *

Ma e allora, se ci tenevi tanto a evitar le ripetizioni, perchè quella

scena dell'atto sesto che riproduce in parte la situazione del quarto?

Perchè è una fase nuova e diversa del tipo di Alcibiade che volevo

porre in luce e la cui diversità non poteva balzar fuori che dal

confronto e dall'_analogia_ delle situazioni. Nel quarto atto Alcibiade

a cui le calunnie e l'ingratitudine sbarrano il sentiero della gloria,

_si vendica_; nel sesto, Alcibiade, in cui il bisogno della gloria è

soddisfatto, attaccato dalla calunnia e dall'ingratitudine, _perdona_.

«_Alcib_..... No, per i Numi! gli oboli della paga ai giudici che

devono sentenziar di Alcibiade, non son coniati ancora.

_Timandra_ (_inquieta_, _supplichevole_) Alcibiade, ricordati di

Catania!

_Alcib_. Oh rassicurati! La ingratitudine e la invidia mi ritrovano

oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano;

oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano

un nome: oggi non possono togliermi più che il comando.... o la

vita anche: perchè oggi, se anche morissi, ricorderebbe il mondo

che c'è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta — e non ho più

bisogno di una colpa per vendicarmi.»

*

* *

E non bastan le accuse. Gran cosa l'amor della storia! Per amore della

storia un critico veneto, avendo letto che Alcibiade mangiava l'_erre_

e incespicava nel parlare, mi biasimò di non aver fatto Alcibiade anche

balbuziente! E per amor della storia, invece, un altro critico, quel

della _Stampa_, si lamentò che io non avessi snodato abbastanza al

mio eroe lo scilinguagnolo! Perchè l'eloquenza politica di Alcibiade

— secondo lui — non l'ho che abbozzata appena nel secondo atto: egli

voleva invece dei bei discorsi alla Pasquale Stanislao Mancini: ma

se l'aggiusti dunque con Cicerone che afferma caratteristica della

eloquenza politica di Alcibiade la brevità concettosa spinta quasi

fino all'oscurità[143]; se l'aggiusti col signor D'Arcais il quale mi

rimprovera di averne, di discorsi, fatti troppi! Oh, la storia di quel

tale che conduceva l'asino al mercato!

*

* *

Cimoto, il buon Cimoto, ha diviso col suo padrone anche la sorte dei

giudizj: a cominciar dal critico egregio del _Diritto_, che ha trovato

da ridir sul suo mestiere. Il critico del _Diritto_ voleva trovar nel

_parassito_ l'antica professione di questo nome[144]. Ma come già da

un pezzo il vocabolo avesse mutato fortuna — e ai tempi di Alcibiade

significasse un'altra casta — progenitrice rispettabile de' parassiti

de' nostri dì — il critico egregio potrà chiarirsene leggendo il libro

VI di Ateneo.

Eccogli intanto, se vuole, la metamorfosi spiegata da un parassita in

persona, in una commedia di Diodoro da Sinope:

«La mia professione è sempre stata gloriosa ed onesta. La nostra

città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificj in tutti i

borghi, dando a questo Dio dei parassiti, scelti fra i primissimi

della città, per queste cerimonie sacre. In seguito di tempo,

alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che facevasi per

Ercole, si impegnarono a prendere un numero di parassiti per

mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo: presero

invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi: di modo che se

il padrone loro rutta sul naso dopo aver mangiato del rafano o del

pesce stantìo, essi lo complimentano per le rose e le violette con

cui ha pranzato. O p....... egli vicino all'uno all'altro? quegli

gira il naso fiutando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo

profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto di ciò che

era onesto e rispettato una professione ignobile qual è oggi.»[145]

E' all'inclita categoria di questi parassiti del nuovo stampo che

appartiene il _Filippo_ del _Simposio_ Senofonteo: e su questo prodotto

caratteristico della corruzione ateniese dallo scorcio del V secolo

in giù, chi brami saperne più in là delle storielle di Ateneo, può

divertirsi colle _Lettere_ di Alcifrone e con parecchi degli scritti

del Samosatense.

*

* *

Ma ammessa la patente del suo mestiere, il povero Cimoto non è ancora

fuor de' guaj. L'essere diventato da mariuolo un galantuomo non pare,

per i tempi che corrono, una cosa lecita ed onesta. In ogni modo, il

signor D'Arcais dell'_Opinione_ e il signor Stuart del _Daily News_,

e un altro critico o due, non la intendono: peccato che, in fuor di

loro, critici e publici l'hanno intesa tutti: e non è parsa strana

a nessuno. — Infatti è impossibile che un vero birbante diventi mai

arnese da Paradiso: com'è vero che un'indole non cattiva nel fondo, ma

solo corrotta dall'ambiente e dalle circostanze della vita, può sperar

sempre di aspirare un dì o l'altro al premio Monthyon. Il qual assioma

morale non l'ho già scoperto io: credo l'abbia scritto il marchese di

Lapalisse sopra i boccali di Montelupo.

«Ma questa conversione doveva essere in qualche modo _preparata_

da uno studio psicologico che il Cavallotti non ha fatto, e che,

_siamo giusti, non poteva fare, senza darci un dramma anzichè delle

scene_.»

Ebbene io affermo, signor marchese, che l'idea di Cimoto di far la

fine del quarto di agnello — idea che nè a lei nè a me (per conto

mio) verrebbe in mente — è così stramba, così curiosa, che se la

_conversione_ di Cimoto non fosse stata — come lei dice — _preparata_,

avrebbe fatto scoppiar dalle risa _qualunque pubblico_ di questo mondo.

Perchè certe _sgrammaticature_ psicologiche nessun pubblico le passa

— laddove un critico, sia pur lei o il signor Stuart, può benissimo

avere sbagliato, senza accorgersene, i suoi studj di psicologia. Che se

nessun pubblico ride dell'arrosto dell'ultimo atto — bisogna che una

ragione ci sia. Una ragione potrebbe esser questa, che il pubblico ha

già assistito da un pezzo al risvegliarsi progressivo della coscienza

morale in Cimoto: questa coscienza è già viva, sebben latente, sin

dal primo atto, quando Cimoto confessa a sè medesimo con rimorso la

disonestà dell'azione commessa: traluce nel secondo, nel terzo e nel

quarto, quando Cimoto attacca i nemici di Alcibiade, e si affeziona

a lui e lo segue; è venuta crescendo, ed è vivissima nel quinto, dove

il parassita si rammarica e si impietosisce sulle disgrazie di Atene,

ama davvero il suo padrone e pur lo rimprovera del suo tradimento,

gli rinfaccia i caduti per colpa sua, lo richiama al sentimento del

suo dovere, accorre giojoso ad associarsi alla vittoria riportata

dallo affetto di Timandra. E questa coscienza è già fatta abnegazione

affettuosa e virtù di sagrifizio nell'atto sesto, quando Cimoto,

accortosi della disgrazia di Alcibiade che sta per fuggire, si affaccia

a domandargli di dividere la sorte con lui nello esilio e nella

sventura. Sicchè la progressione[146], nel settimo, non lascia ormai

più posto che al sagrifizio, senza di che essa sarebbe stata affatto

inutile; e il parassita vi reclama come titolo al sagrifizio quello che

fu il suo titolo di disonore. Così l'avevano intesa tutti i publici e

quasi tutti i critici[147]; così l'aveva intesa l'autore, quando tentò

di rappresentare in quel carattere la influenza rigeneratrice che sulle

piccole nature esercita il contatto delle grandi. Ma per avvertir la

progressione, bisognava nientemeno che star a sentire il dramma: e,

_siamo giusti_, il signor D'Arcais non aveva tempo di starlo a sentire,

dovendo scrivere le dodici colonne dell'appendice del giorno dopo.

*

* *

Socrate fu più fortunato di Cimoto: anzi gli han preso a voler tanto

bene, che certuni gli han fatto un carico di parlar troppo poco e di

scomparir troppo presto. È vero che nel dramma completo Socrate fa

un'altra breve apparizione: prego però quei signori a riflettere che se

avessi voluto farlo parlare di più, allora avrei scritto un _Socrate_

e non un =Alcibiade=. Perchè a me la figura del grande filosofo era

parsa una di quelle che, dove entrano, hanno diritto a pigliarsi per sè

sole tutto il posto che trovano: e se questo non si può o non si vuol

fare, allora le esigenze del protagonismo insegnano a non mostrarle

che disegnate di _profilo_, nello sfondo, quasi appartate dal resto

dell'azione, perchè non restino impicciolite dal frammischiarsi a

questa, come figure secondarie, e di lontano conservino nella mente

dello spettatore la grandezza ideale dei contorni. E questo m'ero messo

in mente, volta che della figura di Socrate, in un quadro drammatico di

Alcibiade e della sua età, non si potea far a meno: e al grande maestro

bisognava pur fare la sua parte nelle lotte morali del carattere

di Alcibiade, e premea chiarir da principio la posizione delle

etére[148] rispetto al mondo intellettuale di Atene. Certo, se è libero

all'artista di non isbozzare che un profilo, s'intende però sempre

che il profilo ha l'obbligo di essere fedele al vero: che quello di

Socrate il fosse, la maggior parte de' critici me ne avea dato lusinga

fin qui: toccava a quel profondo filosofo che è il signor Stuart il

disingannarmi!

— Ecco, io avevo detto fra me; bisognerà che m'ingegni di far parlare

Socrate colle sue idee e col suo metodo divenuto proverbiale; accennerò

di volo il lato _poetico_ e il lato _pratico_ della sua dottrina,

secondo la tradizione de' maggiori fra' suoi discepoli; e quanto al

primo, qual poema più bello del _Fedro_? e quanto all'ultimo, poichè

non posso occuparmene che _nei riguardi del dramma_, e il dramma

è _Alcibiade_ — quale imagine più vera, più bella, più completa

dell'azione morale del gran maestro sul suo vizioso discepolo, di

quella che Platone ci presenta nel _Primo Alcibiade_ e nel _Convito_?

Quale sintesi più fina di questa parte nobile, moralizzante della

filosofia socratica, di quel breve dialogo nel III dei _Memorabili_ di

Senofonte, che riproduce l'identico concetto del _Primo Alcibiade_ e

mostra Socrate intento a reprimere la baldanza prosuntuosa di Carmide?

Piglierò l'idea cardinale di que' dialoghi, me ne servirò per l'azione

del dramma, ossia per la spedizione di Sicilia; accomoderò ai limiti

e alle esigenze della scena le lungaggini del dialogare socratico, pur

conservandone la fisionomia; presenterò così in iscorcio i rapporti fra

Alcibiade e il suo maestro; e in bocca al grande vecchio, là in mezzo

allo ambiente depravato che lo circonda, farò suonare la santa sdegnosa

protesta della virtù. —

Non l'avessi fatto! Ecco il sapiente sig. Stuart — che dei dialoghi

platonici non ha neppure la nozione più lontana — il quale mi incolpa

di non aver fatto entrare nel carattere di Socrate i suoi rapporti con

Platone, col vecchio Critone, coll'ambizioso Crizio (voleva dir Crizia)

e la condanna a morte e la cicuta — e perfino (ah questa poi non

l'avrei mai indovinata) le sue relazioni col «matto Apollodoro» e collo

«scettico Pirro» (voleva dire Pirrone), il quale, poveretto,.... ebbe

la disgrazia di nascere un po' troppo tardi dopo che Socrate era già

morto, per poterlo conoscere!

Ecco qua un altro critico che conta nel dialogo di Socrate i punti

interrogativi e mi dice che quello non è il suo metodo, perchè non

l'ho scritto come un catechismo, tutto a domande e risposte! Ma se

quel critico volesse ascoltar meglio, s'accorgerebbe che il dialogo

procede precisamente tutto per interrogazioni, fino a che Socrate non

ha costretto l'avversario a scoprirsi; e se non tutte le interrogazioni

finiscono _materialmente_ col punto interrogativo, egli è che l'indole

del dialogo socratico consiste in ben altro; e molte domande son fatte

nella forma _suggestiva_, caratteristica della socratica ironia.

Ma ecco appunto qui il peggio; Socrate, proseguendo quella forma

ironica, finge di dar ragione alle risposte del suo discepolo, per

meglio ridurlo nelle strette, ed attaccarlo poi. Ebbene, capita un

critico che mi piglia quella finzione sul serio, e mi biasima di aver

fatto che Socrate «_finisca col ceder così debolmente accettando ad

occhi chiusi i progetti ambiziosi del suo discepolo!_» — Ma se ve

lo dico io, caro Yorick, che è meglio fare il lustrascarpe che non

l'autore drammatico!

*

* *

Ed anche Glicera — (ah pallido, romantico Yorick, che Glicera stupenda,

se vedeste, la signora Giulia Zoppetti!) anche alla povera Glicera è

toccata la sua. Ma vi pare? Una _etera_, una _grisette_ di quei tempi,

essere così ingenua, così sentimentale, così virtuosa, così ignorante

di certe cose che dovrebbero sapere fin le donne oneste, e farsi menare

a quel modo per il naso! Un critico di Trieste[149] non l'ha voluta

mandar giù.

Eppure mi facevan credere gli storici e i comici che di queste ingenue

allieve Aspasia ne crescesse e ne istruisse parecchie in casa sua:

eppure doveva essere tanto carina quella ragazza ricordata in Antifane:

«Avea costui per vicina una giovane cittadina: appena la vide che

la fece sua amante: cosa tanto più facile ch'ella non aveva nè

tutori nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose,

oneste, d'aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una

_meretrice_ (ἑταίρα), diversa da altre che disonorano un nome così

bello.»[150]

Ed era una _grisette_ di buoni costumi e niente più scaltra della mia

Glicera la bellissima Pizia di Aristeneto:

«Benchè ella sia etera di condizione, pure conserva la nativa

ingenua semplicità e l'indole irreprensibile e i costumi assai

migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di

lei quanto la sua innocenza!»[151]

E non era un portento di astuzia femminile neppur la piccola etera

Filemazio che a' suoi galanti scriveva:

«Voi credete di facilmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla

senza alcuna esperienza di amore, non ancora iniziata ai misteri di

Venere; e potermi accalappiare più facilmente che non possa il lupo

una agnellina dormente.»[152]

È persuaso quell'egregio critico che c'erano a que' tempi delle _etere_

anche più ingenue di qualche ragazza da collegio dei nostri giorni?

Me ne appello a voi Yorick, ed invoco in appoggio, sulla materia, la

vostra sapiente autorità.

*

* *

Glicera mi richiama a Timandra. Imitazione di _Atte_![153] Nego. Il

mio amico Cossa, nel suo impareggiabile _Nerone_, ha pensato, per le

sue buone ragioni, ad una cosa, ed io ho pensato ad un'altra: perchè

la diversità dei protagonisti riflette una luce diversa sui loro amori.

La passione di _Atte_ è essenzialmente una passione fisica: perchè, se

nol fosse, una donna che sente e pensa come Atte non potrebbe amar un

uomo che pensa e sente come Nerone. La passione di Timandra si scalda

ad altre fiamme che a quelle sole della Venere sensuale. L'amor di Atte

e di Nerone è quello di due nature _opposte_, che non hanno niente di

comune, nessuna corda unisona, nessun punto di contatto fra loro, unite

da una specie di fatalità che è più forte di loro: quello di Timandra

e di Alcibiade è l'incontro di due anime sorelle, che han molte corde

comuni, che si sentono affini nella energia della tempra e nello

istinto del piacere, nello amore del bello e della gloria; di due anime

fatte per intendersi, naturalmente chiamate una verso l'altra, e che

perciò, al loro primo incontrarsi nella vita, subito si ravvisano e si

riconoscono. È il riconoscimento istantaneo delle anime, descritto da

Socrate nell'Atto Primo. Atte _si impone_ a Nerone, dal quale la separa

un'abisso morale, colla ferrea energia che all'altro manca; gli parla

un linguaggio che l'altro non può, non deve intendere; e Nerone subisce

riluttante il suo fascino[154]; — Timandra _si insinua_ in un carattere

che è energico quanto il suo; tocca una dopo l'altra in lui delle corde

di cui ella conosce e l'altro sente, suo malgrado, l'efficacia; e anche

quando ella investe Alcibiade più irruente e più severa, l'armonia

segreta di quelle due anime non cessa un istante solo. Degli attacchi

di Atte, Nerone, sempre conseguente a sè, si annoja o si impaurisce;

dinanzi agli attacchi di Timandra, Alcibiade quando va in collera si

giustifica, e quando non vuol rispondere si commuove.

*

* *

Ma io ho un bel ricorrere a Socrate; quella teoria del _riconoscimento_

subitaneo delle anime, o, per così dire, degli innamoramenti _a colpo

di sole_, i critici posati e flemmatici non me l'accettan per buona: e

fra le categorie della specie non me la ammettono.

«L'amore di Timandra ad Alcibiade è posticcio: non ha causa

apparente nel dramma: viene non si sa da dove, nasce lì per lì, non

si sa come»[155].

Nego. E ho spiegato or dianzi perchè nego. Mostrare al critico poi,

nella ragione psicologica dei due caratteri e nella ragione intima

del dramma, la causa di quell'amore dov'è; e il perchè quell'amore,

a differenza degli altri, l'ho fatto nascere a quel modo, e il _come_

di quella fiamma che s'accende istantanea al primo contatto delle due

nature — mi porterebbe a discutere col critico sopra le leggi del cuore

umano, per sentirmi rispondere che egli non le intende a modo mio.

Questione di gusti! risparmio la fatica e me ne appello a Stendhal e

alla sua _Fisiologia dell'amore_. E se Stendhal non basta — oh allora

poi — me ne appello alle donne.

*

* *

Un altro critico egregio piglia la cosa in altro modo. «_O non era

assai più naturale dare a Timandra nel primo quadro la parte commessa

a Glicera, e farla poi ricomparire nel terzo a ricevere il premio del

suo affetto gentile?_» E subito un terzo: _Sicuro! Sicuro! Glicera e

Timandra non son che un duplicato_[156].

Sicuro un bel niente! Perchè sono due tipi affatto diversi, messi lì

appunto a porre in luce due faccie diverse dell'anima del protagonista.

Perchè la innocente e ingenua Glicera, _quale mi occorreva_ nel

primo atto, non era mai la donna che potesse esercitare la menoma

influenza sul carattere di Alcibiade, a meno di cessar di essere

un carattere _vero_, e di diventare il solito _angiolo del bene_,

rubando il mestiere alla _Alice_ del _Roberto il Diavolo_; viceversa

poi, la donna capace di esercitare un fascino e un dominio sull'animo

del _Don Giovanni_ ateniese, _non poteva_ mai essere la vittima

delle sue gherminelle dell'atto primo. Perchè infine, quel fascino,

quell'influenza, è il risultato di una armonia morale fra Timandra

ed Alcibiade, che appunto manca tra i caratteri di Alcibiade e di

Glicera; di un'armonia che permette a Timandra di leggere subito nel

fondo dell'anima dello eroe, di indovinarvi i più nascosti pensieri e

impadronirvisi delle più segrete emozioni, mentre la povera Glicera

ne sa tanto del suo seduttore, da restar presa lì subito, come un

pesciolino all'amo, al sentimentalismo delle sue bugie.

*

* *

Ora se permettete, Yorick — intanto che il signor marchese D'Arcais

è andato a prendermi i volumi della _greca filosofia_ da incastrar

nell'_Alcibiade_ — per ingannare il tempo finirò qui col signor Roberto

Stuart il discorso più sopra incominciato.

E non la si inquieti, signor Stuart, che sarò corto. Già veramente sul

suo _erudito_ opuscolo intorno al mio _Alcibiade_[157] io potrei porre

una piccola question _pregiudiziale_.

Ella _opina_ che la _censura deve aver mutilato in gran parte_ il mio

dramma; lo opina perchè l'_Alcibiade_ secondo lei «=doveva= _essere

un mezzo per isvelare delle opinioni politiche_» e perchè le _tirate_

che ci si _poteano_ far sopra non essendovi, è _impossibile_ — proprio

_impossibile_ — _che la loro assenza non sia effetto delle forbici

governative_; e dal momento che le _mie idee personali_ la censura _me

le aveva soppresse_, non c'era più ragione di pubblicare il lavoro, ed

anzi era meglio non farlo, perchè prova soltanto che gli _adulatori del

popolo (ch'a son peui mi) sono i primi a conoscere i loro polli_, — e

via via dicendo con tante altre amenità di questo stampo.

Ebbene, signor Stuart, ciò ch'ella _opina_ è un'opinione storta, perchè

la censura nel mio dramma non ci ha messo becco, e il solo taglio che

vi si trovi è quel tale della coda che lei sa. Ma io invece _opino_

e sostengo e mantengo, che quando in una critica d'arte _si opinano_

di queste cose; quando si ha tanta _intuizione_ nello interpretar gli

intenti di un autore, e intorno al dramma storico si possiedono di

quelle idee, e non si capisce nè il come nè il perchè io non abbia

scelto l'occasione dell'_Alcibiade_ per fare il mio manifesto ai miei

elettori di Corteolona e Belgiojoso; quando in una critica artistica si

dicono queste sorti di banalità, — coll'aggiunta di tutte quell'altre

sul collare dell'_Annunziata_, e sugli zuavi pontificj e sui preti del

Vaticano, ecc.[158] — fior di roba greca come si vede — si può essere

senz'altro ad occhi chiusi rifiutati come giudici in cose d'arte,

perchè ciò dimostra, non dirò l'incompetenza, ma la più completa

(non se n'abbia male, sa!), la più fenomenale assenza del _criterio

artistico_. E quando son queste le idee nuove ed elevate e profonde

ch'Ella reca nel campo dell'arte, ah, per Dio, io posso ben consolarmi

ch'Ella non abbia trovato nel mio dramma _nè un solo pensiero nuovo

nè un solo concetto ardito_: vorrei ben vedercelo io quel concetto che

_a lei_ potesse parer bello o parer nuovo, per conciarlo subito colle

forbici come si deve!

Ma ha Ella fatto almeno una critica storica? da quell'erudito inglese

che Ella è, scorgendo che il mio dramma non è riuscito per mancanza di

studî — (già noi Italiani siam molto indietro su queste cose) — Ella

ha la bontà di venire in soccorso alla mia ignoranza e di indicarmi

le fonti dalle quali avrei potuto ricavare qualche maggior lume per

l'opera mia!

Ella _mi informa_ che avrei potuto raccogliere le notizie dalla storia

di Tucidide, dalle commedie di Aristofane, dai dialoghi di Platone,

_dalla memorabilia_ — sic — (_I Memorabili_, vuol dire?) di Senofonte,

dal _Pericle ed Aspasia di Laudor_ e dal _Caricle the Beker_[159].

Ed è qui tutto? Ahimè, signor Stuart, pur troppo mi son digeriti —

lo sa il mio stomaco — alcune altre dozzine di volumi ancora; e pur

troppo, se la sua erudizione non va niente più in là di quei volumi,

ho paura che Ella non abbia che una cognizione _molto_ incompleta del

mondo greco. Ma viceversa poi ho un terribile sospetto.... che quei

pochi libri che Ella mi indica, Ella..... non li abbia letti neppur

quelli!

Ne vuole una _prova_?

Apro il suo opuscolo e ne piglio a caso una pagina; e la trovo tanto

_bella_, tanto _saporita_, che la riferisco per paura di guastarla, e

perchè è una pagina che, l'assicuro io, _farà epoca_ nel mondo erudito.

È di Tucidide — uno di quei della sua lista — che Ella parla. Attenti

tutti!

«Noi abbiamo troppo l'abitudine di contemplare la storia a traverso

lenti moderne. _La spedizione di Sicilia_, _per esempio_, fu un

grand'affare per Atene. Ma il genere comune dei combattimenti,

per il numero dei combattenti e per i _risultati ottenuti_, erano

_molto al disotto_ di quelli annunciatici da 18 mesi a questa parte

nella lotta dei carlisti.

Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick · 第 6 / 10 段