E chi non sa che il genio, la natura di nessun popolo non si

ecclissano, non possono ecclissarsi interamente a sè medesimi in un

giorno solo? Non v'ha nella storia nessuna epoca così corrotta che

qualche raggio di virtù ancora non vi brilli, che qualche coraggiosa e

generosa protesta non vi si faccia sentire: a maggior ragione in Atene,

dove ogni pietra quasi, ogni lembo di suolo o di marina rammentava

esempli fortissimi, tradizioni magnanime, dove passeggiavano ancora

sotto i portici, gloriosi di canizie e di cicatrici, gli avanzi dei

vecchi che avevano combattuto in Salamina.

Noi assisteremo anche più tardi, alla vigilia della conquista macedone,

quando quelle memorie saranno ancor più lontane, a qualcuno di questi

sussulti del gigante antico: ma saranno sussulti galvanici, sforzi

spasmodici di una vitalità che reca la morte nel seno. Vedremo ancora

splendide figure, quasi meteore luminose attraversare il tempo; udremo

fra le brutture dell'età tuonare la indignazione virtuosa di Demostene,

come un dì calma e mesta sorridere la ironia santa di Socrate. Ma esse

appunto varranno a _stimmatizzarle, non a redimerle_; sarà il _buon

genio_ dell'Eliade antica, della gran madre degli _eroi_, che prima di

spirare tra l'ignavia dei nepoti, vorrà svincolare dalla catastrofe la

propria responsabilità e il proprio nome — e rimetterà per mano di quei

giusti — suoi esecutori testamentarj — la sua protesta alla storia.

*

* *

E questa protesta, come la storia l'ha raccolta, così tentai

consegnarla nel dramma. Queste ultime voci mandate come un rimprovero

da una generazione virtuosa che muore a una generazione corrotta che

sorge, m'era parso che il poeta potesse e dovesse raccoglierle; m'eran

parse interessanti per la morale della storia e per il contrasto della

scena.

Giacchè non è poi niente vero che sian tutti fior di mariuoli quelli

che parlano e si muovono nel dramma mio; non è niente vero che della

faccia dell'epoca io non abbia guardato che un _lato solo_ — il lato

più brutto ed ignobile[130]. S'io non erro, sono due le correnti morali

che da capo a fondo traversano il dramma, e _intorno_ ad Alcibiade

e _dentro di lui_. Se io non erro, Socrate, che rinfaccia le virtù

del tempo passato, Timone che impreca i vizj del presente, Lamaco ed

Eufemo, i soldati valorosi e leali; Timandra, la cortigiana che alla

voce del dovere e della virtù presta le lusinghe divine dell'amore,

appartengono a una corrente morale diversa, da quella in cui si

muovono Tessalo e Cleonimo, e Diocare ed Aminia; e al basso fra il

popolo Cimòto, il parassita di buon cuore, segna il punto di contatto

fra le due correnti; in alto, fra i patrizî, Alcibiade segna la

sintesi delle due età. Infatto, nessuna figura personificò mai nella

storia più al vivo, e con più spiccati colori, i contrasti, le lotte

intime d'un periodo di transizione; l'influenza di Alcibiade tra i

suoi contemporanei fu straordinaria, perchè egli era il prodotto più

naturale, _più vero e più completo_, della sua epoca. Alcibiade è la

risultante degli splendori di Pericle, delle glorie eroiche d'Artemisio

e Maratona, della corruzione di Cleone e di Iperbolo. È egli la

personificazione delle virtù che se ne vanno, e dei vizj che arrivano;

è egli stesso il _demos_ d'Atene, del quadro di Parrasio[131]; egli il

popolo ateniese colle qualità che lo han fatto grande e con quelle che

lo tirano a rovina. Nel fondo della sua anima, come dintorno a lui, le

due epoche si incontrano; e il rimprovero severo di Socrate lo disputa

alle lascivie d'una cortigiana; il sarcasmo di Timone lo rimorde tra

gli intrighi del foro; Cleonimo, il vigliacco lo insidia, e Làmaco

il valoroso lo difende. La faccia di Alcibiade è metà rivolta verso i

crepuscoli di uno splendido giorno che tramonta, metà verso l'ombre che

sopraggiungono. Socrate scomparirà dalla scena, perchè è alla notte

che spetta la vittoria; lui scomparso, la resistenza morale, da lui

rappresentata nella forma più intransigente, più elevata e più pura,

continuerà ancora, ma dovrà cercarsi più al basso altri rappresentanti

quali il tempo lo consente, battere alla porta delle caste che la

corruzione del tempo ha fatto sorgere.

Questo concetto storico (che almeno nel dramma completo si sviluppa

di più), questo contrasto d'idee e di colori, di ombre e di luce, la

povera tavolozza del poeta non sarà bastata a ritrarlo: d'accordo:

ma al poeta non par troppo il domandare che almeno si piglino le sue

intenzioni per quel che furono, pigliando la storia per quella che è;

che non si tiri il collo a questa, per dare lo scambio a quelle; e dove

egli vuol fare dell'arte a modo suo, non gli si faccia fare, per forza,

della politica a modo degli altri. Se politica ci è nell'_Alcibiade_,

adagio un po' — caro Yorick e compagni — a sciuparmela: che non l'ho

fatta per voi. O che strani, che cocenti amori son questi, signori

monarchici d'Italia, che vi pigliano ad un tratto per la repubblica

d'Atene? Certo, il vedervi divenuti così fieri repubblicani in causa

mia, mi commove nelle viscere, mi insuperbisce e mi consola; che

affè non vi sapevo così rossi di dentro, e richiamerò sopra il fatto

l'attenzione del Ministero. Ma siate prudenti! Volete si dica che la

repubblica per poter piacere a voi, bisogna prima che il vizio l'abbia

ben bene imputridita? Volete si dica che per rendervela accettabile,

per conciliarvi subito con lei, bisogna prima ch'ella mandi le virtù

repubblicane a dormire; che ella metta in carcere Socrate, come

Mazzini; che paghi a misura di carbone i vincitori delle Arginuse, come

il vincitore di Milazzo; che dia in fatto di corruzione tutto quello

che può dare una monarchia?

Quanto a me, non credo proprio che la repubblica possa farmi il viso

arcigno, se nei torti del suo passato raccolgo qualche insegnamento del

suo avvenire[132].

*

* *

E con questo, (permettete Yorick, ho bisogno di dir due parole, a

questo signore, qui, dalla barba lunga, che ci ascolta) con questo,

gentilissimo signor marchese d'Arcais, mi trovo aver risposto

abbondantemente, se non erro, anche alle prime e capitali delle sue

censure. Censure ch'Ella ha copiato — ormai, via, lo confessi qui a sei

occhi, che il nasconderlo è inutile, dal bravo Yorick qui presente[133]

— le ha copiate nella gran fretta, senza controllarle; e quindi,

naturalmente, ha detto delle.... _facezie_: delle quali non le faccio

torto: ma bensì della _fretta_ che gliele ha fatte dire. Con tutto il

possibile rispetto per lei, Ella mi ammetterà, signor marchese, che

quando un autore — sia pur mediocre — ha investigato, se non altro, con

pazienza e cura un'epoca storica così complessa come quella d'Atene — e

presenta al pubblico il frutto, sia pur povero, di indagini parecchie

e di studj coscienziosi — _non è serio_ (noti bene la parola signor

marchese), _non è serio, dopo poche ore_ dalla recita, uscir fuori come

ha fatto lei, con dodici colonne di roba stampata, a sentenziare lì

per lì sul valore _storico_ dell'opera, e sul complesso dei problemi

storici che l'opera solleva: a meno di posseder già sulla materia

degli studj estesi e delle cognizioni che evidentemente — senza farle

torto (Ella s'intende a fondo di musica, mi dicono, e non ha obbligo

di intendersi anche di storia greca) senza farle torto, a lei mancano,

a cominciar dagli elementi. — Dio mi guardi dal credere, calcolando

il tempo materiale che a me di solito occorre per raccoglier le idee

(ma io sono molto lento, sa!) che tutto quell'ammasso di roba stampata

nell'_Opinione_, _poche ore_ appena dopo finita la prima recita del

dramma, che tutta quella roba fosse scritta già prima: ma se invece di

buttar giù tante pagine di manoscritto con tanta furia, a rischio di

storpiarsi qualche dito, Ella si fosse preso almeno un giorno di tempo

— e avesse prima almeno data un'occhiata, non dirò alle fonti storiche,

ma a qualche buon compendio di storia greca per le scuole — lo Smith

per esempio — ella avrebbe potuto forse risparmiarsi qualcheduno dei

granchi ch'Ella ha preso. Poichè Ella vede bene — tutto quanto il

giudizio, che in mano di Yorick (l'erudizione e il brio nascondono

molte cose — non è riuscito Yorick a farsi passare anche per botanico?)

in mano di Yorick poteva parere un paradosso ingegnoso, ora in mano

sua, non è proprio più che un granchio solo.

Ella mi parla della grandezza dell'antica Grecia, e di Atene (grandezza

di cui più addietro le ho anche spiegato le ragioni), e non s'accorge

che la mi confonde insieme due o tre epoche fra di loro; poichè non è

l'epoca della grandezza, ma della decadenza politica e morale quella

in cui vive Alcibiade e in cui il mio dramma si svolge. Non siamo

all'indomani delle grandi vittorie, siamo alla vigilia delle grandi

catastrofi. Ella mi afferma che col mio dramma quella grandezza d'Atene

non si spiegherebbe più: anzi, a chi conosce la storia, resta spiegata

benissimo; poichè essa se ne va coll'andarsene delle virtù che l'han

prodotta; poichè — Dio buono! — non è già la _grandezza_, ma è la

_caduta di Atene ch'io spiego!_

Ella mi afferma che la _civiltà greca_ bisogna cercarla _altrove che

nei parassiti, nelle cortigiane, nei vaniloqui dei politicastri_.

Sicuramente! la civiltà greca (che razza di confusioni la mi fa mai!)

ha dato qualche cosa di assai meglio, e più in su glie n'ho mostrato

anche il come; ma all'epoca di cui le parlo, se appena Ella vorrà farvi

qualche studio sopra, vedrà che appunto i _parassiti_, le _cortigiane_,

i _politicastri_ — v'aggiunga pure, se crede, i sofisti[134], i

mercenari, gli eliasti venali e tutto il rimanente — sono prodotti

_caratteristici_ di quella civiltà; ed è precisamente perchè i prodotti

son diventati questi, che i vincitori ed i liberi di un secolo innanzi,

diventeranno i vinti ed i servi del secolo dopo. E se non vuol credere

a me, creda agli scrittori del tempo; e per pigliarne uno solo, creda

al pittoresco Alcifrone, il qual volendo descrivere i costumi di quella

età, non parla che di etère e di parassiti, di sofisti e di barattieri!

Le figure del dramma non son però queste sole. Ella afferma che

io dell'epoca non ho riprodotto che un lato solo, il più ignobile;

eppure il lato più nobile, come mostrai, gli ruba almeno la metà dei

personaggi e del posto; glie ne ruba, per ragioni d'arte, assai più di

quello che la storia non concederebbe!

Ella afferma che la corruttela del costume forma il lato _meno

importante_ della età che io descrivo. Eppure è precisamente il

contrario che è vero! È il nuovo ambiente morale di Atene che prepara e

matura le sue catastrofi.

Perchè giammai le grandi crisi dei popoli avvennero isolate e senza

causa, per capricci del caso; un popolo grande jeri, non muore oggi, lì

per lì, di morte fortuita, per una battaglia perduta, per una tegola

cascata sulla testa. Ma all'epoca d'Alcibiade il guasto morale aveva

invaso tutto, e la virtù era divenuta l'eccezione. Se quell'epoca

invece corrispondesse alla idea falsa che il signor marchese se n'è

formato — allora sì _le catastrofi di Atene e della Grecia non si

spiegherebbero_, e la storia conterebbe un enigma di più.

*

* *

A cert'altre delle sue censure (sulla questione del titolo di _scene_

mi pare d'essermi spiegato già) permetterà, signor marchese, ch'io

passi sopra. Ella vede bene, noi siamo un po' lontani dall'intenderci.

Ella parte da un concetto dell'epoca sbagliato e vorrebbe che io

adattassi il mio dramma alle sue idee storiche sbagliate. Ella

mi richiama al rispetto della verità storica e vorrebbe che per

accontentarla io commettessi degli anacronismi. Ma per contentar lei,

dovrei disgustare gli intelligenti e i grecisti, come per esempio il

chiarissimo cav. A. Franchetti dell'_Antologia Italiana_ e il signor

Garofalo dell'_Unità Nazionale_, che pur criticandomi in parecchie

cose, mi dichiarano, se non altro, fedele alla storia[135]. Or Ella

certo è troppo discreto per volere ch'io esiti tra l'autorità dei

competenti in materia e la sua.

Ella mi invita a una discussione seria: ma è il _discutere con lei_ che

è già un affar troppo serio. I suoi giudizi sono di quelli dai quali

un povero autore non sa come difendersi, per il semplice motivo che

sfuggono alla discussione.

Quand'Ella dice «_uno scambio di madrigali non basta a richiamare alla

mente tutta la greca poesia_» cosa vuole mai ch'io le risponda? Eh mio

Dio, sicuro che non basta; ma la «_greca poesia_» da Omero in giù,

messa in volumi, mi occupa una libreria: ed io credevo di avercene

già messa, per saggio, più del bisogno, tanto più che altrove Ella

mi accusa di non _saper fare che declamazioni_! come si fa dunque a

contentarla!

Quand'Ella dice che _poche parole di Socrate_ non bastano a riprodurre

tutta la greca filosofia, cosa vuole che io le risponda? Certamente

che la _greca filosofia_ di chiacchiere ne ha fatto assai di più; ma

a mettere nell'_Alcibiade_ tutti i dialoghi di Platone tradotti da

Ruggiero Bonghi, c'era pericolo che il pubblico mi tirasse le panche

sulla scena.

E poi, chi le dice che Socrate sia lì per quello, e ch'io abbia voluto

riprodurre nell'_Alcibiade_ tutti i sistemi filosofici della Grecia

antica? Sarei stato matto da legare se a questo scopo e a questi lumi

di luna mi fossi messo a scrivere un dramma! Questo suo giudizio è

tanto serio quanto quell'altro che io abbia preteso di _giudicare

col furto di una torta tutta quanta la legislazion di Licurgo_! Ma le

pare! Queste pretese io le lascio a lei, che in due tratti di penna —

e con quegli studj che lei possiede — lì sui due piedi mi sa risolvere

i problemi più complicati della storia! Io mi ero contentato, vede,

trovandomi a Sparta, di buttar là qualche schizzo comico di leggi e di

usanze spartane; certo non tutte, perchè un dramma non è un bollettino

di leggi ed è molto strana — in bocca a lei che rimprovera il mio

dramma di non essere abbastanza _teatrale_! — la pretesa ch'io avessi

a farne anche un trattato enciclopedico di poesia, di filosofia, e di

legislazione! Ma che poi delle usanze di Sparta io non abbia accennato

che una _sola_, la legge famosa sul furto, quest'è una semplice sua

_bugia_ — signor marchese — e niente più: di leggi e di tratti del

costume spartano, per dare un'idea dello ambiente, io ne avrò accennate

— vede — almeno una _trentina_: naturalmente, se Ella avesse qualche

cognizione della materia, li avrebbe subito a volo riconosciuti: ma

non è ancora una ragione per isputar sentenze così a tondo su cose che

si ignorano: e poi la scena di Cinesia (che ella trova _triviale_ e il

Fanfulla trova _mirabile_: oh diversità dei giudizi umani! facciamo il

male in mezzo e mettiamo che non sia nè l'uno nè l'altro) la scena di

Cinesia non è che una parte di quel quadro di costumi: e l'eforo Endio

e il soldato Brasida ci entrano pure per qualche cosa![136]

Perchè, signor marchese, — se lo lasci dire — ciò che urta i nervi

singolarmente nelle sue critiche è il tòno. _Errare humanum est_,

e tutti possono benissimo commettere degli errori giudicando di un

lavoro d'arte, come io certo nello scriverne, e sarebbe strano che

l'infallibilità fosse privilegio dei critici: ma non tutti buttan là i

loro errori con quel sussiego con cui li butta lei. — Non tutti si dan

l'aria, come lei, di buttar fuori degli oracoli. Dove meno Ella ne sa,

e più Ella ingrossa la voce. Pur dovrebbe conoscere l'adagio: _ne sutor

ultra crepidam_. Veda, per es., perfino quella storiella de' baffi!

Ella non si contenta di dire, sia dritta o storta, la sua; ma impone

addirittura al signor Emanuel di tagliarseli i baffi (povero Emanuel

che ci tien tanto) — e perchè mai? Perchè io, marchese D'Arcais,

1.º e solo — «=posso assicurarlo= _che Alcibiade non li portava_!»

_Posso assicurarlo!_ E perchè Emanuel non si crede ancora abbastanza

_assicurato_ e se li tiene, Ella monta in collera e accusa il signor

Emanuel di mancarle d'obbedienza e di rispetto! Ma perchè mo' invece

di sciupar tempo e fiato in tante _assicurazioni_, non la si piglia in

mano un volume del Winkelmann o dell'Ennio Quirino Visconti, o non la

va — Ella che parla di far la barba ai moderni — non la va in qualche

museo ad istruirsi prima sul modo con cui se la facevano gli antichi?

perchè essendo Ella in tanta intimità con Alcibiade, non è andata

_almeno una volta_ a fargli visita al Campidoglio e al Vaticano? Come!?

Ella impone ad Emanuel in nome di Alcibiade di _radersi i baffi_ e non

si informa prima se il suo amico Alcibiade ne è contento? Ella abita da

un pezzo in Roma, discorre di cose d'arte, e non visita nè il museo del

Vaticano, nè quello del Campidoglio, e ignora che in quest'ultimo ci è

un marmo antico di Alcibiade, e nel primo ce ne sono _tre_ — tutti co'

baffi![137] Ma sa che è grossa — e basta per far perdere la voglia di

credere alle sue _assicurazioni_! mi dirà che non sapeva che quei marmi

fossero Alcibiadi, perchè non c'era sotto il nome, e quello che lo ha,

lo ha scritto in greco, ed ella non è obbligata a capirlo: ma allora

non si discorre di cose greche!

Ed è Ella che giudica del grado maggiore o minore della erudizione mia!

Ecco perchè, signor marchese, più sopra dicevo che discutere con lei

è un guajo serio. Ella afferma, trincia, sentenzia con un tono di

autorità, con una sicurezza che sconcerta: e, a non volerle mancare

di rispetto, non si sa da che parte pigliarla. O dovrei occuparmi a

ribattere la sua caritatevole insinuazione, che la buona fortuna fin

qui arrisa all'_Alcibiade_ è dovuta a _ragioni estranee all'arte_, cioè

alla _claque_ de' miei amici politici? O dovrei spiegarle — a lei che

mi onora di giudizi così serii e così pii — spiegarle perchè ho riso

tanto di quell'altra sua notizia faceta, colla quale informa da sè i

suoi lettori, come e qualmente Ella è un critico _imparziale_, che non

fa in arte della politica di partito? _Excusatio non petita_, ecc.

Ma queste son cose che si.... ammirano e non si commentano. — Passiamo

oltre, passiamo oltre.

*

* *

Poichè la via lunga ne sospinge — ed ho ancora a difendere da parecchi

capi d'accusa il mio povero protagonista. Il quale in vita sua ha

viaggiato molto: ma si è trovato che nel mio dramma non ha viaggiato

abbastanza. Uno si lamentò per non averlo visto ad Atene, nel ritorno;

un altro voleva vederlo anche a Samo: un altro anche a Sardi, alla

corte di Farnabazo, e così via, in questa o quest'altra circostanza

omessa della sua vita.

Rispondo: il carattere di Alcibiade è così complesso, presenta un

tal numero di lati, che a volerli ritrarre, almeno _tutti i più

essenziali_, — nei limiti di un dramma e della _ragion drammatica_ —

bisognava procedere con _economia_. — Perciò, _scegliere_ tra le fasi

della vita dell'uomo; seguir sì dal principio alla fine le passioni

dominanti e costanti, ma nel loro mutar delle forme per certi tratti

del carattere contentarsi di un incidente solo, di una scena sola;

evitar le fasi, le scene in cui si ripetesse su per giù lo stesso

lato morale; affinchè dalla varietà degradante nelle tinte principali,

uscisse più vivo il contrasto, più completa la fisionomia.

Nel caso concreto, il quadro del ritorno ad Atene, era stato

fatto[138]; ma dovendo pur sopprimerne per la scena qualcuno, ho

soppresso questo: Alcibiade il glorioso, il beniamino del popolo e

maneggiatore delle sue passioni, è già comparso nell'atto secondo.

A Samo poi non l'ho seguito; perchè Alcibiade, il patriota generoso che

pensa a salvare, a dispetto degli ingrati e dei malvagi, la sua città,

lo ritroveremo più tardi in faccia ai capitani in Egospotamo.

È vero che questo mi tirerà addosso un altro guajo. Un critico sapiente

di un foglio milanese, e il signor Roberto Stuart del _Daily News_,

si scandalizzeranno di veder un Alcibiade che prega[139]. Neh, che

scandalo! Questi signori critici si son fatti degli eroi a modo loro

— tutti d'un pezzo, come nella tragedia antica — e con un orgoglio di

fabbrica loro speciale. Uno poi di quei signori avendo sentito dire

per combinazione[140], che c'era stato al mondo un certo signor _Ajace

Oileo_ così fiero e superbo, ch'era morto sfidando gli Dei, voleva

ch'io facessi fuori del mio Alcibiade un altro Ajace. Ma Alcibiade era

un eroe più _umano_. Il suo orgoglio era altissimo — ma non orgoglio

zotico, brutale: orgoglio d'un uomo rotto ai casi della vita, che

ha la forza di adattarsi agli eventi per lottare contro di loro, che

ha l'anima capace di alti sentimenti e aperta alle grandi passioni.

La superbia insomma di tutti i grandi uomini della storia, buoni

e cattivi, sia che si lascin battere, come il superbo Temistocle,

pensando alla salute della patria, sia che _servano_ come il Corso

fatale _pensando al regno_. Ed è perciò forse che Shakespeare — il

quale del cuore umano ne sapeva un po' più di quei critici e di me

insieme — costrinse alla preghiera fin Coriolano, che fu un uomo di una

superbia ben più feroce e più intrattabile dell'Ateniese.

Che cosa vuol dir mai non pensarla allo stesso modo! Quei signori

critici trovano che un Alcibiade che _prega_ è un Alcibiade

_rimpicciolito_: ed io invece gli faccio dire da Timandra: _Prega

Alcibiade, e sarai più grande!_ Quei signori — basati sulle loro

_profonde_ ricerche — accusano me di aver _alterato_ con quelle

preghiere il carattere di Alcibiade; ed io — basato sui miei studi

incompleti — affermo che questa accusa è la prova più _palmare_ che

quei signori non solo mancano di criterio drammatico, ma non sanno nè

dove il carattere di Alcibiade stia di casa, nè _chi_ egli sia stato. —

E il bello è che uno di quei signori critici, con una _intuizione così

acuta_ dei grandi caratteri storici, aveva avuto la faccia franca di

mettersi a compilare un libro sui caratteri: per fortuna l'han fermato

sul principio.

Nel fatto concreto poi, non solo la scena ha un fondamento storico

— prego quei critici che, vedo, non lo sanno, a legger Plutarco[141]

ed informarsene — ma a me era parso (spiego il mio concetto soltanto

— e potrà ben darsi che la povertà delle mie forze lo abbia tradito)

che lì fosse uno dei lati _essenziali_ del carattere di Alcibiade,

senza il quale la sua figura sarebbe rimasta addirittura affatto

incompleta, e quindi non vera. — Migliorato dall'amore e dalla sventura

il fondo dell'uomo[142], anco il suo orgoglio ha migliorato le forme;

è una nuova faccia di questo suo orgoglio che si palesa; è un'altra

grandezza morale — a lui nuova — che amaramente lo tenta. Alcibiade

prega, ma, com'egli ha cura di rammentarlo ai duci, solo =perchè= _è

per Atene ch'egli prega_; perchè sente che questo motivo è il solo

che gli dà ancora nella sua sventura una _superiorità morale_ sui

duci competitori; perchè Timandra è là, testimone affettuosa della

sua eroica abnegazione. — Lo sforzo ch'egli fa sopra sè medesimo, è

esso stesso l'elemento drammatico della scena; che se, tornate vane le

preghiere, la fierezza antica d'Alcibiade rompe le barriere e prorompe,

egli è che — per le nature che non son di santi — tutte le prove morali

hanno i loro limiti.

Ora, tornando a quella tal ragione dell'economia che dicevo, è

verissimo che il mio protagonista non l'ho neppur seguito — come altri

volevano — in Persia, tra le effeminatezze del fasto asiatico. Egli è

che l'Alcibiade effeminato, dedito al lusso, al fasto e alle mollezze,

era già apparso ad Atene; e se il figliuol di Clinia in Persia, per

tornare quel d'una volta non dovette far molta fatica, — in teatro, il

ritoccar le stesse corde avrebbe potuto produrre molta noia.

Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick · 第 5 / 10 段