vaga, incessante, prodotto di una quantità di cattivi umori che la
tirannide ha fomentato, di cattivi istinti che essa ha accarezzato;
un senso indefinito, profondo di malessere, il senso della mancanza
di qualche cosa, che lascia il popolo insoddisfatto, che sveglia
incessantemente in lui desiderî, rancori, memorie, passioni, a cui
bisognerà pur trovare uno sfogo, perchè non diventino un pericolo.
Atene, malcontenta fra i suoi splendori, guata il Peloponneso; la
Francia, malata in mezzo alla sua opulenza, adocchia il Reno. Antipatie
di razza, ad arte fomentate, aizzano le funeste cupidigie; e le due
tirannidi, felici di aver trovato al di fuori questo potente diversivo
ai pericoli di dentro, slanciano i due popoli a cuor leggiero sulla
via delle grandi catastrofi e delle grandi espiazioni. E nel secolo V
avanti l'Era volgare come nel secolo XIX il mondo assiste egualmente
all'identico spettacolo di un popolo elegante, spiritoso, ciarliero,
leggiero, vivacissimo; banditore un giorno di libertà agli altri,
incapace a serbarla per sè; democratico di principj, arrogante di
fatti; rappresentante di una civiltà splendida, raffinata, ma corrotta,
snervante, dissolutrice della famiglia e del senso morale; di questo
popolo che si scaglia ad un duello tremendo contro una stirpe ruvida,
tarda, riflessiva, austera, fatta gagliarda dalla ferrea disciplina,
dalla severità del costume, dal culto religioso della patria e della
famiglia; più che sobria di parole, lenta, ponderata al risolvere,
tenacissima all'opere. E perchè il riscontro sia più completo, tutte
e due le volte è la nazione democratica che provoca alla lotta colla
prepotenza; ed è il popolo cresciuto nella tradizione autoritaria che
prende l'armi a difesa della sua indipendenza minacciata. L'urto è
terribile e le vicende dei due conflitti son diverse, ma l'esito finale
è il medesimo; perchè è forse scritto nelle leggi segrete della storia
che agli stessi errori dei popoli presiedano gli stessi castighi. Il
calcolo la vince sulla leggerezza; la disciplina sull'avventataggine,
la scienza militare sulla presunzione, Lisandro su Tideo. — La
ignoranza superba dei generali d'Atene in Egospotamo dà l'esercito
ateniese, quasi senza colpo ferire, tutto quanto prigione in mano di
Lisandro, e l'incapacità vanitosa dei marescialli consegna a Moltke
gli eserciti della Francia. Lisandro entra ad Atene e Moltke a Parigi.
La grandezza politica dell'Atene di Pericle finisce nella umiliazione
di Lampsaco, la potenza del secondo impero nel fango di Sedan; e i due
popoli espiano ben duramente la complicità morale coi loro padroni,
nella provocazione della lotta spaventosa.
Atene, tornata libera e datasi ai demagoghi dopo la morte di Pericle,
avea continuato nondimeno la guerra, come la continuò la Francia
tornata repubblicana dopo caduto Napoleone III. Ma gli uomini erano
scomparsi, e le conseguenze della loro opera restavano; ed erano queste
— appunto queste — che rendevano ai due popoli non iscongiurabile il
destino.
*
* *
Però Atene fu assai più tarda a subirlo, e potè lottare contro di
esso per ben trent'anni: e perchè potentissima la sua marina, e perchè
troppo diverse le circostanze e i metodi di guerra; e perchè in tempo
la sovvenne il genio militare di Alcibiade: e perchè infine lo stato di
Atene, quando Pericle morì, era ancora lungi dall'essere così fracido
come lo stato della Francia alla caduta di Napoleone III. I germi,
i fattori della dissoluzione sociale e morale che doveano portar lo
stato alla rovina, Pericle pur troppo ve li avea deposti già tutti
e alimentati da un pezzo: ma, come dissi più addietro, essi avean
trovato lui, vivente, un correttivo nella sua moderazione, nel suo
genio, nella sua stessa onestà relativa: era alla morte di lui che
essi dovevano trovare il loro pieno e tristo sviluppo, invadere senza
ritegno e corrodere dalle radici tutto quanto l'organismo politico e
sociale dello Stato. Ciò dovette esigere qualche tempo: ma i risultati
dovettero esserne ugualmente ben terribili, perchè nè la marina
potentissima, nè il genio di Alcibiade non bastassero più neppur essi
a scongiurarli, e Atene dovesse un bel giorno cader in mano del suo
nemico come una pera fracida distaccata del ramo.
E alla morte di Pericle che troviamo la demagogia ateniese, come un
pupillo malamente educato ed uscito in mal punto di tutela, impaziente
di rifarsi dei suoi quarant'anni di inazione perduti; tanto più avida
di far valere, per dritto o per traverso, la sua sovranità, quanto più
priva per il lungo disuso e per la indecorosa abdicazione di tanti
anni, delle virtù necessarie al suo esercizio; provvista di tutti i
mezzi, di tutti gli incentivi di corruzione che Pericle le ha posto
in mano, senza saperli, come lui, indirizzare a qualche altezza di
fini politici;[87] prorompente sfrenata e vanagloriosa dappertutto,
spargente dappertutto il contagio dei vizi che la _sapienza_ di Pericle
le ha inoculati, ma già abbastanza lontana, per distanza di tempo,
dalle grandi tradizioni del principio del secolo, perchè il riflesso ne
arrivi come un rimprovero sino a lei, e le imponga almeno il pudore del
rispetto per la memoria delle antiche virtù.
È in quest'epoca che si svolge il mio dramma — e le leggi austere e i
costumi virtuosi dell'epoca solonica quanto sono già lontani, quanto
sono lontani da lei!
E l'epoca di cui abbiamo le informazioni in Aristofane, in Tucidide,
in Platone, in Senofonte, in Isocrate, e nelle lettere di Alcifrone e
nei _Caratteri_ di Teofrasto: di cui possiamo chieder conto allo stesso
Demostene; perchè sebbene ei sia vissuto nel secolo dopo, _il periodo
morale e storico è uno solo_ e medesimo: le piaghe morali che danno
Atene in mano al Macedone sono le stesse che l'han data in mano di
Sparta: e son già tutta roba ereditata dai contemporanei di Socrate i
bei progressi del costume fulminati dall'eloquenza del Peanese[88].
Le Assemblee del popolo — ormai cessate negli ultimi tempi di Pericle
(da che egli non avendone omai più bisogno, avea trovato più comodo
di farne senza) — richiamano di nuovo il popolo in folla, colla
raddoppiata avidità de' tre oboli. — Ma la nuova tèmpra del costume
ha reso già troppo incomode e viete le prescrizioni di Solone, che
pretendeano escludere dal foro gl'indegni, gli oziosi, i rotti ai vizi,
e sottoporre a sindacato la moralità degli oratori. Tanto varrebbe
spopolar le adunanze. Anzi, al contrario, da che i vizi hanno invaso
tutto, i peggiori, i più corrotti son quelli naturalmente che più
gridano, più si danno attorno, più spadroneggiano nell'Assemblea. Una
moltitudine _pigra, cianciatrice, avara, ingorda di salarj_[89], venuta
su nell'ozio e nelle tristi abitudini dell'ozio[90], ascolta oratori,
senza onestà e senza meriti, rotti a ogni bruttura, a ogni mercato[91],
ladri dell'erario[92], corrotti e corruttori, dediti alle ambizioni
più basse e all'adulazione più servile[93]. Siam lontani dal tempo che
la legge puniva i venali, i ladri, i corruttori, d'infamia e di morte:
oggi gli oratori in voga, i capi del popolo, i beniamini dell'Assemblea
si chiamano Cleone che ruba a man salva i talenti dell'erario, e
Iperbolo le cui laidezze arriveranno a disonorar l'ostracismo. Oggi non
si tratta più per gli oratori di dar giusti e sapienti consigli per il
bene della città; si tratta di salire in alto, mendicando suffragi per
le piazze[94] e raggirando il popolo colle arti de' sofisti; perchè ora
sono i sofisti — eviratori di menti e di caratteri — che da Pericle
in poi tengono il campo, e il nuovo gusto del popolo vuol oratori
usciti dalle loro scuole. Egli non vuol più che bei giuochi di parole e
adulazioni ben condite. Non va più allo Pnice per sentirsi rampognare
o far la predica da un Aristide o da un Cimone: ma per essere
_spettatore di discorsi_[95] che siano bene declamati e gesticolati,
o di buffonerie che lo tengano di buon umore: e ride e batte le mani
al ciarlatano Cleone che entra già ubbriaco all'assemblea, avvisando
il popolo ch'egli non ha tempo di parlar d'affari, e che differirà la
seduta a un altro giorno perchè ha invitato degli amici a pranzo.
La lotta di influenza tra gli oratori ridotta gara di smancerie: a chi
più basso, adula il popolo, lo liscia di più.[96] Il resto lo fa il
danaro. La corruzione regola i voti, crea le improvvise fortune.
«Ora tutto come in mercato sta a prezzo ed è scambiato da passioni
che già appestarono la Grecia: avara sete di mancie: riso a chi
la confessa: perdono al convinto: e tutte l'altre necessità di
corruzione.»[97]
«Una volta i convinti di corruzione eran dannati nel capo; ora vengono
eletti generali.»[98]
Una volta s'ammiravano le case modeste di Temistocle e di Cimone: ora
i poveri, venuti da jeri agli affari, andar in cocchio a tiro due;[99]
«alzar case più sontuose e superbe de' pubblici edificj, comprar sì
vaste distese di terreno, che _neppur sognando l'avrebbero potuto
sperare_.»[100]
E non il foro soltanto ma i tribunali or sono teatro a' mercati. I
cittadini a frotte abbandonano le officine, i ginnasj, per correre
all'Eliea, poi che la mancia del _dicastico_ è stata portata da
un obolo a tre:[101] addio sane ed oneste abitudini del lavoro;
la manìa dei giudizj moltiplica i processi, le condanne: la plebe,
invasa dalla epidemia litigiosa, è tutta una vasta _confraternita
di triobolisti_[102]. La vita del cittadino è un perpetuo conflitto
legale: non passa dì, tranne le feste, ch'ei non sia occupato d'affari
legali, o come giudice, come parte, o come procuratore, o come
testimone[103]. Non vede, non pensa, non parla che di processi; «di
notte non dorme e se chiude gli occhi un pocolino, la sua mente vola
intorno alla clessidra dei giudizj; nel sonno sogna aver in mano il
ciottolo dei voti, e scrive sulle porte: _Bello è il bossolo dei voti_.
Se il gallo canta in sulla sera, grida che si è lasciato corrompere
per isvegliarlo, e ha preso danaro dagli accusati. Dopo cena, corre al
tribunale; sul far del giorno corre al tribunale, ci dorme appoggiato a
una colonna, e tira dormendo lunghe righe in segno di condanna; in tal
modo vaneggia e ha sempre la mente rivolta a quel suo giudicare[104].
E la manìa dei giudizj sviluppa naturalmente la manìa delle accuse:
fioccano le false denunzie, pullula d'ogni parte — nuova piaga del
senso morale — la ignobile genìa dei sicofanti. Un triste, incessante,
sospettarsi a vicenda: e più sospettar di coloro che più si tengono
appartati dal contagio de' costumi; già si mormora di Socrate perchè
s'astiene da' giudizi e dal foro[105]. Se altre accuse mancano affatto,
ci son quelle di irreligione o di cospirazione, che non mancan mai.
«L'accusa di _cospirar_ per la tirannide è fatta più comune della
carne salata. Se alcuno compera triglie e lascia le sardelle, tosto
grida colui che lì presso vende le sardelle: _sembra che costui di
tali viveri provvedendosi, abbia in animo di farsi tiranno._ Se alcuno
poi chiede un porro per condire le acciughe, l'erbivendola, guatandolo
coll'occhio del porco, gli dice: _dimmi un po': tu chiedi il porro:
vuoi forse farti tiranno?_»[106]
E quel che avanza di tempo ai giudizj e alle condanne, le feste e gli
spettacoli se lo portan via. Il _diobolo_ di Pericle fa furore, e il
popolo è sempre più puntuale nell'esigerlo. Altro che i tempi in cui
rinunziava ai danari del Laurion per provveder di navi la città! Ora
in un giorno delle Dionisiache, in ecatombi di buoi per un banchetto
popolare, l'Erario spende l'importo di intere spedizioni navali[107];
or fra poco si bandirà pena di morte contro chi _tenterà di stornare
per le spese militari i denari delle feste_[108]; ora fra poco
sentiremo Demostene prorompere indignato: _Voi popolo invilito, fiacco,
spiantato, derelitto, più non siete che schiavi: e tanto sol che vi
snocciolino il denaro degli spettacoli o vi ingoffino di un pezzo di
bue ne fate gran festa; così incatenandovi nella patria stessa, vi
ammansano ad abbiettezza e servitù_: chè non sorge a grandi e generosi
sentimenti chi infiacchisce in vili cure, e dai costumi del vivere non
van disformi i pensieri.[109]
Infatti, tra quelli ozj, tra quelle baldorie, la fortezza de' padri
se n'è andata. La legge, sopraffatta dall'ignavia del costume, non
colpisce più come un tempo dei rigori estremi — chè troppi dovrebbe
colpirne — i renitenti, i disertori, i codardi, che nelle battaglie
fuggirono, abbandonarono l'armi e le schiere[110]. Già sotto Pericle,
come accennai, la paga di una dramma a mala pena bastava ad allettare
i cittadini poveri all'armi; dopo Pericle, diminuita di due oboli, per
sopperire agli scialaqui e ai vuoti dell'erario, e ridotta a quattro
oboli soli, non basta più. In fuor di quelli che non han proprio altro
modo di procacciarsi il vitto[111], la ripugnanza alla milizia si va
ogni dì facendo più estesa; invano le liste di leva dei cittadini sono
affisse alle statue degli eroi; è di forestieri, di mercenarj traci,
tessali, cretesi ed acarnani che bisogna riempir per forza i vuoti
delle falangi e delle triremi[112].
Nè già i ricchi fan fronte al contagio: chè come i poveri ricusano il
servizio, ed essi ricusano il denaro delle triremi[113]: alla guerra
poi non amano andarci, perchè troppe mollezze li adescano nelle case,
e in campo rifuggono dal trovarsi colla ciurmaglia de' mercenarj.
Frattanto illanguidirsi ogni spirito di emulazion militare; ogni
gara di valore; più frequenti in battaglia gli esempj di codardia,
non puniti tutt'al più che da qualche motteggio de' comici[114];
moltiplicarsi invece in ragione inversa, e prodigarsi a piene mani,
e immeritati, gli onori, le ricompense serbate in antico solo a'
fortissimi; d'altrettanto scaderne lo allettamento ed il pregio;
incapaci ed indegni salire spesso a' primi gradi dell'armi[115]; indi
affievolirsi la disciplina, la fiducia, e tutte le virtù che in campo
fanno valente il soldato, e le armate salde e poderose.
E intorno intorno a questo quadro di costumi publici, la brutta cornice
de' costumi privati: una licenza, una oscenità di modi, di linguaggio,
di usanze, così laidamente sfacciata, che Aristofane per flagellarla è
costretto a far uso di altrettanta sfacciataggine[116]; rotti i vincoli
della famiglia; i giovani _spendere tutto il dì per le bische e per
le case di suonatrici di flauto_[117]; l'adulterio, il concubinato,
sottratti ai rigori delle leggi antiche, liberamente, publicamente
ostentati; comune usanza de' mariti il publico trescar colle etere;
e queste — bandite da Sparta — qui cresciute di numero, di fasto, di
importanza, occupare sole il posto serbato alla donna nella società; le
mogli — laggiù a Sparta così influenti e rispettate — qui fatte arredi
di casa, appartate da ogni vita sociale, confinate in fondo a' ginecei,
a lavorar di conocchia e di cucina, e là nelle lascivie riscattarsi
della perduta libertà[118]; lenoni, buffoni, barattieri, sofisti,
parassiti, — non più ministri di riti sacri, ma scrocconi di mense
profane — invadere i trivii, le piazze, le case, rallegrar l'orgie de'
voluttuosi _Calocágati_, spargere fra il popolo la scioperataggine
e le dissolutezze delle classi più ricche, spargere fra i ricchi la
trivialità e le sconcezze della plebe.
Questa l'epoca. I fatti, le stragi di Melo e di Scione; il bando
di Alcibiade; la condanna dei capitani delle Arginuse; la condanna
di Socrate. La conclusione — per il momento Egospotamo: più tardi
Cheronea.
*
* *
E poichè l'epoca era tale, e tutte le eleganze fiorite della vostra
prosa, caro Yorick, non valgono a cambiarla — io, repubblicano, amante
della mia fede e credente nel suo avvenire, non auguro alla repubblica
del mio paese nè di alcun altro i _progressi morali_ di quel periodo
della repubblica ateniese.
Sono stato ingiusto io dunque, nel mio dramma, verso Atene? bugiardo in
faccia alla storia?
Ma come crederlo, quando voi per il primo siete costretto a darmi
ragione e ridotto a non poter sostenere la vostra tesi altrimenti che
con curiosi anacronismi, con una strana confusione di tempi e di date,
che nessuno storico vi può menar buona, e che ancora non capisco come
al vostro acume storico possa essere sfuggita?
Come crederlo, quando voi stesso, per dar le prove della vostra
affermazione, siete costretto a risalire ad un periodo che non ha
nulla, _nulla_ di comune col periodo del dramma mio; e le vostre prove
me le andate pescando in un'epoca la cui grandezza morale e le cui
virtù formano appunto il rimprovero più eloquente alla ignavia dei
tempi che il mio dramma dipinge?
Io attacco i costumi dell'età di Alcibiade: e voi, per difenderli, che
cosa mi rispondete? Ah, sentiamovi un po', che val la pena:
«Il popolo ateniese non era poi quella peste che il signor
Cavallotti ci dipinge.... Quale splendida epopea nel gran movimento
nazionale che _respinse l'invasione di Dario!_ Che meravigliosa
costanza di propositi, che slancio ardente di patriottismo nella
cacciata di Serse, _proprio allora_ (proprio davvero? adagio
Yorick!) che Atene _teneva in Grecia il primato_ delle armi, delle
lettere, delle arti!... Come si battevano bene i demagoghi ateniesi
e quante volte la salute della Grecia fu dovuta alle sanguinose
vittorie di quella democrazia turbolenta e ciarliera!... Lo
dicano gli eroi di Artemisio, celebrati nei versi di Pindaro quali
fondatori della greca libertà; lo dicano i guerrieri di Salamina
e di Platea, trionfatori della possanza persiana, dopo che le
sorti della Grecia erano cadute con Leonida e co' suoi Trecento
nella funesta stretta delle gole tessaliche! _Un pover'uomo
che non sappia tutte queste bellissime cose_ deve tornarsene a
casa singolarmente turbato nell'anima dalla lezione di storia
sceneggiata dal sig. Cavallotti.»
Ebbene, un pover'uomo _che le sappia_ tutte queste bellissime cose,
dirà che tutto questo è magnificamente scritto, ma non è serio, perchè
tutto questo si chiama cambiar le carte in mano! Ma chi ve li attacca
— che Dio vi benedica! — i vostri eroi di Artemisio, di Platea e di
Salamina? Non ho io speso fin qui tante pagine (il mio amico carissimo,
l'editore Rechiedei, che sa il suo Cornelio a memoria, mi assicura anzi
che sono fin troppe) non ho io speso tante pagine ad esaltarli! Certo,
all'epoca che essi cacciavano Serse, Atene non teneva proprio un bel
niente di tutto quel che voi dite; nè il primato dell'armi, nè quello
delle lettere e dell'arti[119]; ma fu per loro virtù che Atene in poco
tempo potè alzarsi al colmo della sua grandezza, e ci voleva l'ignavia
dei degeneri nepoti per precipitamela!
Ora dunque, se è di quest'epoca che mi parlate, aspettate prima
ch'io abbia scritto un _Temistocle_, od un _Aristide_, non già un
_Alcibiade_. Se è di quest'epoca e di quegli uomini che mi parlate,
non solo io cavo loro di cappello insiem con voi, ma prego voi per
il primo a rispettarli un po' di più. Perchè tutte le concessioni
che andate facendo al mio dramma, per quella brava gente, diventano
tante calunnie; non era, no, non era nè venale, come voi dite, nè
_inchinevole alla gozzoviglia e ai brutali piaceri del senso_, quel
popolo che fabbricava le sue navi coll'obolo volontario dei poveri, e
le cui leggi — _modellate_, come voi dite benissimo, sui _costumi_ —
punivano di pene severissime i turpi vizj e facevano santi il lavoro e
i vincoli della famiglia![120]. E non era no all'epoca di Salamina che
Atene vedea tra le sue mura la _ignobile vendita degli impieghi e delle
dignità elettive al miglior offerente_[121] e vi sfido a citarmene,
nelle fonti storiche, un esempio solo!
Ma se non è quella l'epoca del dramma mio, oh allora per carità, caro
Yorick, tralasciamo di sfondar le porte aperte! Lasciamo alle scuole di
retorica i pregiudizî che per lungo tempo non permisero — come ben dice
il Cappellina — di vedere dei popoli liberi dell'antichità che il lato
grande ed eroico.
Non rivanghiamo le storielle solite sulla rivoluzione francese!
Non venite a parlarmi della clemenza dell'Atene di Alcibiade e
successori[122]; perchè la strage dei Mitilenesi[123] e gli abitanti
di Melo e di Scione passati a fil di spada son là per ismentirvi![124]
Non mi parlate dell'assenza delle esecuzioni capitali; perchè i
supplizj per il processo delle Erme, e la condanna a morte dei dieci
generali colpevoli d'aver vinto in battaglia il nemico, e i supplizj
della rivoluzione dei Quattrocento, e la cicuta di Prodico, e quella
di Socrate, e quella più tardi di Focione vi potrebbero guastar
le citazioni! Non venite a vantarmi la moralità dei magistrati e
degli oratori _vigilata dall'Areopago_[125], perchè già da un pezzo
questo sindacato, prescritto dalla legge solonica, l'Areopago non lo
esercitava più[126]: da un pezzo Pericle avea messo freno all'autorità
e alla vigilanza di quell'incomodo sorvegliatore[127] e ormai da un
pezzo Atene vedea gli onori della bigoncia e delle cariche dischiusi a'
libertini, ai truffatori dell'erario e ai ciarlatani!
È dunque solo lo spirito militare e patriottico che nell'Atene di quei
tempi vorreste darmi per vivo?
«Quando nella funesta spedizione di Sicilia Atene ebbe perduto il
fior de' suoi guerrieri e l'eletta de' suoi marinaj, pochi mesi
bastarono ai cittadini della grande repubblica per armare nuove
triremi, per radunare nuovi eserciti! Gli eleganti Ateniesi, i
molli, i cialtroni, gli effeminati, gli oziosi, corsero tutti
a impugnare la spada e a curvare il dorso sul remo, e questa
forza d'animo nel momento della sventura era l'espressione del
patriottismo di un popolo intero.»
Così canta Yorick. Ma così non canta la storia. Dalla storia frattanto
a ogni buon conto imparo che all'epoca della spedizion di Sicilia lo
spirito militare era già così svanito, che per quella impresa, la quale
era pur tanto popolare e solleticava tanto le speranze ateniesi, si
dovettero adescare i cittadini al servizio alzando di nuovo il soldo
militare ad una dramma; e ancora quell'aumento non allettò a mala
pena che i proletarj; e di 5100 opliti che Atene potè riunire per
quell'impresa a gran fatica, soli 1500 erano _opliti di catalogo_,
cioè delle prime tre classi, iscritti sui ruoli; il resto si dovette
comporre di proletarj dell'ultima classe e di mercenarj, come di
mercenarj si dovettero in massa riempire le milizie leggiere, e le
ciurme delle triremi.[128]
Questo innanzi il disastro di Sicilia: e dopo il disastro? Ah, dopo,
poi — state attento, caro Yorick, è l'illustre storico grecista
italiano Amedeo Peyron, che parla citando — _terminata la spedizione
di Sicilia, talmente crebbe la tepidezza degli Ateniesi per le armi_,
che Isocrate così scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare sopra tutti,
_ricusiam di militare, abbiamo eserciti mercenarj_, composti di uomini
esuli, disertori, malfattori, oltraggiatori de' nostri figliuoli, che
abbandonano noi, se altri li paghi di più. Noi che difettiamo del vitto
quotidiano prendemmo ad alimentare codesti forestieri.» — Ed altrove:
«_Noi talmente trascuriam le cose attinenti alla guerra, che non
andiamo alle rassegne se non pagati._»[129].
_Questo_ era, caro Yorick, lo zelo, era questo il patriottismo degli
Ateniesi dopo la catastrofe di Siracusa. Non erano no i _molli,
gli effeminati, gli oziosi_ Cecròpidi che dopo il disastro vestiron
l'armi o andarono, come voi dite, a curvarsi sul remo; erano le nuove
leve di mercenarj della Tessaglia, della Acarnania, che formavano i
nuovi eserciti, le nuove flotte; eran forestieri di Caria, di Tracia
e di Creta, i soldati a cui Atene confidava tra quei rovesci la sua
salvezza!
*
* *
Certo, non tutto, non proprio tutto nella città era abjezione.
Quegli stessi eserciti di forestieri assoldati, quelle flotte di
mercenarj improvvisate, lo furono con una prontezza di consigli e di
provvedimenti, con una larghezza di contributi che fece onore alla
città. Vi ebbero Ateniesi molti che in quei frangenti udirono la voce
della patria in pericolo ed accorsero a combattere per lei.
Certo, anche questo periodo di prostrazione, di dissoluzione morale,
appare qua e là solcato, ad istanti, ad intervalli, da fuggevoli
lampi delle antiche virtù: a dati giorni, a date ore, questo popolo
che degenera ritrova in sè ancora qualcosa della tempra antica,
per prendere a tempo una decisione patriottica nell'assemblea, per
afferrare a volo una vittoria sul mare, per rialzarsi con isforzi
d'animo tra i rovesci della fortuna.