Ma ciò che Atene sente, Sparta, la vigile, la gelosa, l'emula Sparta,

lo osserva. L'Olimpio Pericle è inquieto, perchè qualcuno lo sta

spiando; perchè sente istintivamente l'occhio di Sparta posato su di

lui: occhio in apparenza calmo, immobile, ma a cui nulla sfugge: che

studia la situazione e calcola il momento. Sparta d'uno sguardo ha

misurato i disegni di Atene, e le resistenze de' suoi sudditi. Quelle

resistenze abbisognano di una mano che le aiuti a prorompere, intanto

che sono ancor fresche e tenaci e Atene è costretta a difendersene: più

tardi, quando Atene avrà rassodato colla forza il suo dominio, elle

saranno rese impotenti a farsi vive. Più tardi, Atene, se è lasciata

fare, avrà realizzato il suo sogno d'impero assoluto su tutta quanta

la Grecia; e sarà tardi per opporsele; chè nella parte soggetta, ella

già vien spazzando un dopo l'altro gli ultimi avanzi delle greche

autonomie; e le triremi di Pericle van sempre più lontano; e una nuova

conquista non aspetta l'altra; e dopo aver soggiogata la Grecia jonica,

Atene già intende palesemente ad intaccar la Grecia dorica. Infatti

alleata con Argo ha già distrutto Micene; ha messo la mano su Megara;

si è impadronita d'Egina; vincitrice ad Enofiti è entrata in Tebe[56];

ha battuto quei di Corinto e di Sicione[57]; ha preso Zante e Naupatto;

devastate le coste di Laconia; alleatisi gli Achei. È tempo per

Isparta, per la metropoli dorica, di muoversi — e provvedere ai casi

proprii.

E certo era naturale che Sparta fosse gelosa di Atene; ma sarebbe stata

anche sciocca — e avrebbe smentito la sapienza del suo legislatore —

se non avesse approfittato delle occasioni che Atene le forniva per

ovviare al pericolo che si veniva realmente avvicinando. Le città

greche mordono impazienti il giogo di Atene; anelano a liberarsene,

come un tempo dai Persiani; e Sparta, oscurata da Atene nella propria

gloria, ferita nell'amor proprio, danneggiata nella propria potenza

fra i popoli dorici, minacciata nella propria indipendenza e libertà, —

Sparta sarebbe rimasta inoperosa, le braccia conserte, ad attendere che

l'emula finisse l'opera incominciata e già condotta sì innanzi?

Era troppo pretendere dalla sua abnegazione.

La guerra tra Corcira e Corinto e le mosse di Atene a Corcira e a

Potidea (dove Alcibiade comincierà la sua carriera) segnano a Sparta il

momento aspettato. Corinto ricorre a Sparta e Sparta non si fa pregare.

La scintilla è accesa e la guerra del Pelopponneso scoppia.

*

* *

Come, con che veste, con che titolo scende Sparta sul campo?

«Dalla vetta de' suoi monti, spingendo lo sguardo oltre lo spesso

cerchio degli Iloti curvi sulla gleba, lo Spartano cercava ansioso

il tremulo orizzonte marino e pel ceruleo piano dell'Egeo indagava

fra i gruppi delle ridenti isolette il numero ognora più grande

degli _amici_ e degli alleati d'Atene... d'Atene la miscredente,

la scettica[58], che osava inalberare il vessillo della libertà,

fondare gli ordini dello Stato sul consenso dei cittadini....

Bisognava trovare un pretesto per metter fine allo scandalo.... E

il pretesto fu subito trovato.... Atene _durò un pezzo a schermirsi

dalla necessità_ di impugnare le armi contro i vecchi commilitoni

delle vittorie sui barbari, ma _provocata in mille guise_[59],

_messa colle spalle_ al muro, obbligata a battersi o a perdere

inonoratamente la sua preminenza, scese finalmente in campo, e

cominciò la lotta tremenda che doveva finire così miseramente per

lei....»[60].

È bella, caro Yorick, è commovente, è poetica questa vostra narrazione

delle origini della guerra: ma ahimè! la storia, la nuda, la prosaica

storia, sciupa le tinte della vostra poesia e mi guasta maledettamente

il vostro racconto.

Certo l'antipatia di razza entrava per qualcosa nelle origini della

guerra; v'entrava il contrasto degli ordinamenti politici; non tutto

era puro nelle intenzioni della gelosa Lacedemone e l'assegnamento

fatto sugli ajuti dello straniero basterebbe a provarlo[61]. Ma quante

dunque doveva averne fatte Atene, perchè allo scoppiar della guerra,

nell'opinione di tutta la Grecia, le intenzioni di Sparta apparissero

nobili, e la sua causa diventasse la giusta!

Io interrogo la storia ed essa mi dice che Sparta iniziava la guerra

in nome dell'indipendenza dei popoli greci, in difesa delle greche

autonomie.

Interrogo la storia e mi dice che Sparta prendea le armi nel momento

che l'ambizione di Pericle, deposta la maschera, camminava diritta

ed ardita a far serva _tutta_ la Grecia[62]; che Sparta prendea le

armi come protettrice della libertà greca, e accompagnata del libero

appoggio, dal plauso e dai voti de' suoi proprj alleati e delle stesse

città suddite di Atene.

Questo schierarsi risoluto delle simpatie di tutta l'opinione nazionale

greca dal lato di Sparta è un fatto altrettanto incontrastabile

e riconosciuto dagli storici[63], quanto poco considerato finora,

secondo me, nel suo valore rispetto alle origini della guerra. Noi

vedremo più tardi nel corso di questa le città alleate di Sparta

rimanerle generalmente fedeli, anco nella contraria fortuna dell'armi;

e all'opposto le città tributarie di Atene ribellarsi e passare a

Sparta non appena un qualche rovescio degli Ateniesi o qualche altra

vicenda della guerra ne fornisca loro l'occasione[64]. Un giorno son

quei di Eritrea e di Chio, della _fedele_ Chio, che si rivoltano; un

altro giorno i Milesj; un altro i Rodii, gli Abideni, i Bizantini, gli

Eubei[65]. Questo fatto, caro Yorick, che influirà sull'esito finale

della guerra, assai più della defezion d'Alcibiade — da voi reputata

sola causa del disastro — questo fatto mi pare valga la pena di tenerne

conto, prima di dipingermi, come fate, la mistica, la feroce, la

despotica Sparta che esce dal chiuso del suo covile per uccidere in

Grecia la libertà. O come mai allora ella si trova aver tutta la Grecia

per complice? Alla libertà i Greci di quel tempo ci tenevano pure

qualche poco, e la loro opinione — nel giudicar da che parte stessero

o almeno prevalessero il diritto e la giustizia — _la loro opinione_

di interessati e competenti in causa mi sembra debba pure pesar per

qualche cosa; magari, se lo permettete, qualche cosa più della vostra e

della mia.

*

* *

Se fosse qui il caso d'intercalare un confronto storico, (anche

per far la parte, caro Yorick, a ciò che havvi di vero nei giudizî

vostri) direi che la fisionomia della guerra del Peloponneso offre

una singolare analogia con quella della guerra di liberazione che sul

principio del nostro secolo finiva a Lipsia e a Waterloo. Napoleone I

rappresenta ben Pericle, come la Francia democratica serva dell'uno,

rappresenta la democratica Atene serva dell'altro: tutti e due han

dato, l'uno alla Francia, l'altro ad Atene, la gloria e il triste

vanto di tiranneggiar sugli altri, in compenso della perduta libertà.

Atene trascina per forza nella guerra le città alleate tributarie

Chio, Samo, Lesbo, ecc., come il primo impero vi trascina, legati

per forza alla fortuna delle sue bandiere, i soldati d'Italia e

della Confederazione del Reno. E contro Atene la colta, la gentile,

la democratica, si leva la rozza, l'aristocratica Sparta; contro la

Francia imperiale, la splendida erede degli Enciclopedisti dell'89, si

levano l'aristocratica Inghilterra, la Germania feudale e patriarcale,

la Russia semibarbara. Naturalmente la Santa Alleanza pensava e

mirava a qualche cosa d'altro, oltre la liberazione e la fratellanza

dei popoli iscritte nella sua bandiera; ma chi negasse che la guerra

del 1813 non fosse per la Germania una guerra di liberazione; che

non fosse splendido l'entusiasmo divampante dai palazzi ai tugurî

che suscitava come un solo uomo i popoli tedeschi contro l'invasore;

che non fosse giusta la causa santificata dagli inni e dal sangue

di Körner, costui negherebbe la storia. Il disastro di Sicilia e il

disastro di Russia annunziano alla Grecia serva di Atene, all'Europa

serva della Francia, l'ora propizia della libertà. I confederati

del Reno disertano le odiate bandiere sul campo di battaglia come i

confederati Joni disertano da Atene. Le defezioni e le cospirazioni

interne completano il quadro, e dentro Parigi come dentro Atene

preconizzano e affrettano la catastrofe: qua Francesi che preparano la

ristaurazione e cospirano con Wellington e con Blücher; là Ateniesi

che instaurano l'oligarchia e cospirano collo Spartano; qua le trame

di Marmont e di Fouché, là le trame di Pisandro e di Antifonte[66]:

tristi, ignobili spettacoli entrambi, ma frutti della spossatezza

generale, del bisogno di pace, della reazione dei tempi. E il giorno

che le due catastrofi succederanno, che sotto i colpi della coalizione

esterna e delle interne congiure cadranno i due imperi, alla distanza

di ventidue secoli i popoli manderanno lo stesso respiro più libero,

alzeranno lo stesso grido di soddisfazione e lo saluteranno egualmente

come un giorno foriero di libertà. Verranno poi gli storici al minuto,

abituati a veder le cose in piccolo, e, dimenticando le grandi leggi

della storia, attribuiranno a piccoli episodii le due grandi cadute;

qua al tradimento di Grouchy a Waterloo, là alla defezion di Alcibiade,

al tradimento dei capitani in Egospotamos. Intanto la storia, guardando

dall'alto, dirà che i due imperi caddero per legge fatale di eventi:

perchè l'opinione del tempo e la congiura dei popoli stavano contro di

loro. Vero è che i popoli saranno delusi nelle loro speranze, perchè

all'indomani della vittoria i vincitori avran dimenticate le loro

promesse: e la egemonia di Sparta, fatta tirannica, infierirà nella

Grecia dopo Egospotamos, come la reazione imperverserà sull'Europa dopo

Waterloo. Ma alla umiliazione della Francia sotto l'asta del Cosacco

come a quella di Atene sotto la verga dei Trenta, sopravviveranno

gli splendori del genio di entrambe; e le due grandi decadute, pure

espiando i loro errori, conserveranno il loro posto nella storia della

civiltà.

Non è però ancora una ragione perchè la storia non sia severa e

imparziale anche con loro, e non constati in quei loro errori la vera

causa delle loro catastrofi.

*

* *

Voi mi parlate degli _amici_ di Atene! Ma allo scoppiar della guerra,

lo abbiam veduto, Atene non ne aveva di amici! Avea città suddite

che la seguivano per forza, e da cui sapevasi e da cui confessavasi

_odiata_.

Mi parlate delle provocazioni di Sparta! Certo Sparta fu quella che

mandò prima le intimazioni[67]; ma ciò riguarda il principio materiale

della guerra[68]: e Atene non aveva aspettato fin allora per far capire

dove miravano le sue conquiste, e far sapere ai popoli dorici la sorte

che li aspettava. Ho già ricordato più sopra i suoi colpi di mano su

Megara, Corinto, Egina, Tebe, Sidone, Naupatto. Sparta trae la spada

dal fodero all'ultimo momento, quando il pericolo ai Dori sovrasta

imminente[69] e i suoi confederati già le rimproverano altamente gli

indugi[70].

*

* *

Del resto a mostrar come Sparta rappresentasse realmente in quella

lotta la difesa delle autonomie greche, basta uno sguardo di confronto

alle due confederazioni avversarie. La jonica, come mostrai, non ha più

di confederazione che il nome, ad ironia: le città greche tributarie

si trovano in faccia ad Atene nello stato di _servitù_ (δουλεία)

come Nasso, o di _schiavitù_ (ἀνδραποδισμὸς) come Ejone, o come

Sciro: quelle che serve addirittura non sono, pur serbando le forme

democratiche, obbediscono a soprastanti ateniesi (ἐπίσκοποι, φύλακες),

dipendono da Atene pei tributi, per le leggi, pei giudizî, per le navi,

per tutto, la seguono nelle imprese militari, senza alcun diritto nè di

consiglio nè di voto. E Atene decreta la guerra senza pur degnarsi di

interpellarne i confederati.

Nella confederazione dorica è tutto all'opposto. I confederati, dalla

egemone Sparta all'ultima città, conservano nella lega la loro piena

autonomia, si governano ognuno secondo le patrie leggi. Autonomi

i giudizi in ciascuna città; delle contese fra alleati decide non

l'egemone, ma l'oracolo di Delfo o una città qualunque scelta arbitra

dai contendenti. La pace, la guerra, gli altri interessi comuni,

trattati e decisi in comune assemblea, che la egemone convoca, ma la

cui convocazione può essere chiesta dalle città; e nell'assemblea,

parità di voto per ogni città confederata, dalla più grande alla più

piccola: obbligatorie le decisioni della maggioranza. Gli alleati non

pagano a Sparta nessun tributo: ma, a guerra votata, uno dei due re

di Sparta ha il comando supremo delle forze, e ciascun confederato

contribuisce il suo contingente stabilito di provvigioni, di denaro,

di soldati e di navi[71]. Naturalmente, in quella lega così stabilita

sul piede di un'_assoluta eguaglianza_, l'unione tra i confederati era

vieppiù cementata dalla spontaneità dell'adesione, dalla libertà del

voto, dalle affinità di sangue e dalla somiglianza delle istituzioni,

foggiate dal più al meno a repubblica aristocratica, secondo l'indole e

il genio delle razze doriche.

Questa la _grande tirannia_ con cui Sparta si fa innanzi a nome dei

Greci, sullo scoppiar della guerra![72] E non vi si decide se non dopo

che l'assemblea delle città confederate a maggioranza di voti l'ha per

ben due volte decretata[73]; e incaricata di dar corso al decreto,

tenta prima se mai l'apparato delle forze basti a smuovere Atene

da' suoi disegni; reclama libera Potidea, libera Egina, revocato il

decreto contro i Dori di Megara. E poi che Pericle risponde con ripulse

superbe, qual'è l'_ultimatum_ della tirannica Sparta?

«_Vogliono i Lacedemoni la pace: e si avrà, se lascerete che i Greci

vivano indipendenti, e si governino colle proprie leggi._»[74].

È onesto, è giusto; ma è precisamente quello che Atene non può

accordare e non accorderà. Perchè la sua nuova grandezza, le sue

ricchezze, il suo commercio, sono il frutto della sua tirannia, ed

essa ormai vive _necessariamente_ di questa; perchè gli _odj_ che

la tirannide le ha attirati, se appena la tirannide rallentasse,

scoppierebbero[75]; perchè rendere ai Greci la libertà significherebbe

per lei restar sola e decadere dal primato.

La sua politica è netta, ed è logica; e le sue risposte sono degne

della sua politica.

— Sì, è vero, il nostro imperio è tirannico; ma or che l'abbiamo, il

timore e l'utile ci prescrivono di tenercelo[76].

Sì, è vero, la nostra tirannide è odiata: ma è massima costante che il

forte detti la legge al debole[77].

Sì, è vero, abbiam tolto ai greci alleati il diritto di reggersi

colle leggi proprie; ma essi devono ringraziarci se _dal nostro grado

ci abbassiam fino a loro_, e se nei litigi facciam loro l'onore di

giudicarli colle leggi nostre![78]

È vero, è verissimo, abbiam tolto loro la libertà; ma essi devono

_esserci riconoscenti se non li privammo di maggiori beni_.[79]

Così risponde Pericle; rispondono a Sparta gli inviati di Atene; di

questa povera, innocente, virtuosa Atene, ingiustamente aggredita,

_provocata in mille guise, messa colle spalle al muro_, che ha

impietosite le viscere — pietose sempre — di Yorick! Risposte, nel

cinismo, incredibili, se uno storico ateniese e contemporaneo — il più

rispettato e il più autorevole degli storici antichi — non ce le avesse

conservate — e se le opere non avessero fatto fede delle parole!

Son questi i nuovi principj, le nuove idee di fratellanza e di

patriottismo che la Atene di Pericle annunzia al mondo greco; questa

è la missione di libertà, di giustizia, di uguaglianza, che la

repubblicana Atene, l'antica liberatrice, inalbera e proclama innanzi

alla Grecia, cinquantasette anni dopo Maratona, quarantotto anni dopo

Salamina, quarantacinque anni dopo il patto fraterno giurato in Delo!

Ah, la politica _materiale_ di Pericle ha già ben lavorate le coscienze

ateniesi, ha già ben trasformato i rigidi repubblicani! Il carattere

ateniese è ben mutato dal giorno che i padri, sul campo di Platea,

offrian di cedere al Tegeati il posto d'onore, niun'altra gara

chiedendo che di fortezza e di virtù![80]

Una profonda rivoluzione morale evidentemente si è già compiuta

all'ombra dei magnifici monumenti del secol d'oro; e alla distanza

soltanto di mezzo secolo, un abisso separa due periodi della vita e

della storia della stessa città. Ma l'autore di quella rivoluzione non

arriverà in tempo a vederne tutte le conseguenze morali e materiali:

fortunato ancora, egli non vedrà che l'alba dei giorni tristi che la

sua mano ha preparato ad Atene, e morirà ancora in tempo per potersi

gloriare dei giorni di splendore che le ha procacciati. Egli morirà in

tempo per potersi illudere, dal letto di morte, sul giudizio e sulla

severità della storia; egli, il più grande certo e relativamente il

più onesto, fra quanti corruttori di popoli si sian mai fatti grandi,

sagrificando all'utile il giusto. Il ricordo delle sue glorie verrà

solo a visitarlo al capezzale: eppure forse sarà un rimorso e un

presentimento segreto, sarà un segreto bisogno di farsi perdonare

qualche cosa dai suoi concittadini e dai posteri, quello che morendo

lo spingerà a reclamare, per la memoria del suo nome, fra tante glorie,

una sola:

«_Nessun Ateniese, per cagion mia, non si è mai vestito a bruno._»

Parole sante. Ma la storia non le accetterà. Essa accorderà a Pericle

il suo posto nel Panteon: ma fra i colpevoli illustri. Perchè il

pervertimento lento, blando del senso morale, dell'anima di un popolo,

è colpa più triste delle violenze e degli eccessi della tirannide

brutale. Questi hanno già in sè ed affrettano da sè stessi il rimedio:

quello lascia più lungo e più funesto il suo solco nel tempo. Atene

sorge più balda, più forte dalla tirannide sanguinaria di Ippia: ma il

veleno lento di Pericle la consegnerà morta al Macedone. Da Tarquinio

v'è appello a Bruto: ma dalla corruzione del magno Cesare, si va

diritto a Comodo e a Caracalla.

Nel nostro secolo, che ha visto difendere tutte le tesi, si doveva

veder difesa — che dico? malamente copiata in trono — anche la politica

di Pericle. Grote, il principe degli storici della Grecia, andrà ancora

un passo innanzi, e secondando lo spirito ardito di critica innovatrice

che ha invaso le regioni della storia, intraprenderà la difesa anche

dei demagoghi successori di Pericle, e prenderà sotto il suo sapiente

patrocinio Cleone il conciapelli e i suoi illustri colleghi. Ma la

morale resta una sola sotto tutte le forme politiche, e formula le

sue condanne, anche dopo tutte le scoperte della critica sapiente ed

erudita[81].

*

* *

_Malamente copiata in trono_ — ho detto dianzi: e certo sarebbe uno

studio interessante quello di chi, senza fermarsi a Cesare, nè ad

Augusto, nè a Leone X, nè a Cosimo o Lorenzo de' Medici, nè a Luigi

XIV, cercasse i punti di confronto tra il figliuolo di Zantippo e il

suo infelice imitatore morto in esilio a Chislehurst. Entrambi arrivano

al potere puntellandosi sulla democrazia. Entrambi si accattano

popolarità, ostentando zelo per il benessere delle classi inferiori,

e facendo al bisogno del socialismo di falsa lega. L'uno spazza via

l'opposizione cogli ostracismi, l'altro cogli esilii e le deportazioni.

E l'uno e l'altro fanno il popolo rassegnato alla perdita delle sue

franchigie, adescandolo coi vantaggi materiali, e paralizzando le

virtuose resistenze col contagio della venalità. L'uno mette a prezzo

tutti gli uffici della sovranità popolare; l'altro apre mercato di

impieghi, dallo stallo del senatore e del consigliere di Cassazione

all'ultimo dei sostituti Procuratori. Là senatori a una dramma il

giorno, qui senatori a trentamila lire l'anno. Là un'assemblea venale,

qui un Corpo legislativo cortigiano. Là eliasti venali, qui giudici

compiacenti e servili.

E all'uno e all'altro abbisogna il lustro dell'armi. Quello assolda

per la prima volta la milizia, e colla lue dei mercenari corrompe

nell'esercito le tradizioni pure ed eroiche del patriottismo; questo

satolla l'esercito di favori, di paghe e ne dissocia gli interessi e

gli affetti dagli affetti e dagli interessi del paese.

Intanto l'uno si vanta che, se dipende da lui solo, _i suoi

concittadini ponno far conto di vivere sempre immortali_[82]. L'altro

rimette la formula a nuovo e annunzia che l'impero è la pace.

Ciò non impedisce naturalmente agli Ateniesi di morire nelle spedizioni

lontane del Chersoneso e del Ponto Eusino, a Samo, a Tanagra, a Sidone,

nell'Eubea; e quanto alla pace dell'impero, essa pianta i suoi ulivi

in Crimea e in Africa, nel Messico e in Cocincina, a Gravellotte ed a

Sedan.

Ma per giungere al primato materiale anco un po' di prestigio morale,

di influenza morale sui popoli non guasta. Qualche bella iniziativa

pacifica od umanitaria, a tempo e luogo, è tanta polvere eccellente

nell'occhio dei popoli. _Per alzar l'animo del popolo a pensieri

più grandi_,[83] (intanto che lavora a farne la libertà un po' più

piccola) Pericle invita ad un _congresso_ in _Atene_ _tutti gli Stati

greci dell'Europa e dell'Asia_, tutte le città grandi e piccole, per

consultare in comune sui sagrifici agli Dei, sulle cose del mare, sui

modi di provvedere alla sicurezza della navigazione, del commercio,

alla conservazione della pace. Ventidue secoli dopo, il Napoleonide

trova l'idea ancora ottima; e siccome anch'egli ha bisogno di dare alla

Francia qualche soddisfazione morale in cambio delle tante di cui l'ha

privata, così anch'egli bandisce il suo bravo _congresso_, e invita i

Potentati _a Parigi_ per discutere sui mezzi di assicurare ai popoli

la pace e la prosperità. E come in _illo tempore_ gli staterelli più

piccoli tra i Greci — i piccini sono sempre di buona pasta — così fan

ressa ad accettare i sovranelli europei; ma Sparta capisce il latino —

anzi il greco — di Pericle e gli manda sul più bello il suo congresso

in fumo; la Prussia capisce il francese delle Tuileries e manda l'altro

congresso a farsi benedire.

Dai fiaschi morali però c'è sempre ricorso alle rivincite. Pericle

si consola del fiasco del suo congresso, colla guerra sacra — la

spedizione a Delfo — e il Napoleonide del fiasco del suo, con un'altra

guerra sacra — il secondo intervento a Roma. Pericle va contro Delfo

in odio di Sparta,[84] perchè questa ha la strana idea di pretendere

che Delfo, la città santa, appartenga ai Delfiesi; Napoleone va contro

Roma in odio di Bismark, perchè sospetta la sua zampa dietro quella

di Garibaldi, e trova assurda la pretesa che Roma, la città santa,

appartenga ai Romani.

È vero che la pietosa Eugenia di Montijo soffia nel fuoco; la mano

gentile di una donna dirige nelle Tuileries il mestolo della politica e

spinge il compiacente marito a sperimentare sui volontarj le meraviglie

dei nuovi Chassepot. Era probabilmente per non invidiar nulla ad

Aspasia, l'antica e gentile mestatrice politica, consigliatrice

dell'olimpico marito; ad Aspasia, _per le cui istanze e per compiacere

alla quale_[85] Pericle anch'egli si risolve alla iniqua spedizione

contro Samo, e va a sperimentare su quei poveri isolani che difendono

la loro libertà, le nuove macchine guerresche di Artemone «_la novità

delle quali recava perfino meraviglia a lui stesso_»[86]!

Inique meraviglie; esperimenti infami: d'accordo. Ma intanto, di

impresa in impresa, la gloria delle armi sorride al genio del figlio di

Zantippo e alla fortuna del suo coronato imitatore. Atene e la Francia

servono ad un uomo; ma il loro orgoglio nazionale è soddisfatto. Al

di fuori la gloria delle armi e il primato fra i popoli le compensano

entrambe della perduta libertà. Al di dentro, la prostrazione morale

dei caratteri è nascosta sotto uno strato di prosperità materiale. I

due despotismi camminano entrambi per le stesse vie; spargono entrambi

sui loro passi il vizio colle sue magnificenze, perchè sia semenza di

servi. Chiamano complici entrambi dell'opera le Muse, perchè la loro

presenza dissimuli la scomparsa della gran Dea che se n'è andata. Atene

e Parigi, divenute belle, magnifiche, grandiose, vedono rifiorir l'era

degli artisti e dei letterati, delle _lorettes_ e delle _cocottes_.

La casa di Pericle e di Aspasia ha per succursali l'Academia e i tempj

di _Venere etéra_; i ricevimenti delle Tuileries completano le sedute

dell'Istituto e i balli di Mabille. Si assiste alla efflorescenza delle

menti e alla depravazione dei costumi; le arti sono in rialzo e le

coscienze sono in ribasso.

Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle lettera di Felice Cavallotti a Yorick figlio di Yorick · 第 3 / 10 段