ed ignobile della parola. Essi ancora non erano che i venerandi
_commensali_ dei sacerdoti; eletti fra gli ottimi dei cittadini e
soprintendenti alla scelta e alla percezione del frumento sacro[29] e
dell'altre primizie offerte agli Dei. — La gola e l'infingardaggine non
avevano ancora messa al mondo, sotto quel nome, un'altra generazione
di commensali; in una città che obbligava i poveri all'onesto lavoro,
non c'era ancor posto per quella casta di poveri scioperati e viziosi,
che doveva più tardi divenire l'elemento caratteristico di una corrotta
società.
E non era ancora il tempo dei sofisti. Le _sapienti_ sottigliezze
idealistiche della scuola eleatica e della megarica e dell'altre
scuole non avean ancora sviluppato il funesto contagio della
filosofia _eristica_; colla sua falange di ignoranti e ciarlataneschi
cavillatori. Le ciancie vuote di senso non avevano ancora preso il
posto dei fatti virili.
Questi — e non prolungo gli esempj — i costumi, le leggi, gli uomini. I
fatti — si chiamavano Maratona e Artemisio; Salamina e Platea; Micale e
Menfi.
In meno di otto lustri dalla cacciata dei Pisistratidi il piccolo
popolo di montanari, di coloni e di pescatori, dimenticato là in un
angolo di terra, sugli scogli di Sunio — è divenuto il primo fra gli
stati della Grecia, è divenuto Atene la libera, la forte, la _pingue_,
la gloriosa, i cui soldati portano la libertà fra i Greci dell'Asia
e le cui triremi scorrono da padrone il mare, dal Ponte Eusino
all'Egitto.
Atene raccoglie il frutto della sua grandezza morale e la lega degli
stati greci congregata in Delo, nel santuario della stirpe Jonica,
conferisce ad Atene, col patto di Bisanzio, l'egemonia (477 a. E. V.).
Ella fa giurare ai collegati i patti dell'alleanza fraterna e della
guerra ad oltranza contro lo straniero; e duce della lega, depositaria
del giuramento, per bocca d'Aristide, impreca con riti solenni agli
spergiuri[30].
*
* *
Ma già da quel momento comincia a verificarsi un fenomeno frequente
nella storia degli stati. La prosperità genera l'insolenza. Atene la
liberatrice dei Greci non tarderà a trovar troppo scarsa la gloria del
primato morale e materiale, e a sentire il bisogno di signoreggiare la
Grecia con ben altro impero[31].
Che Sparta dovesse cominciare a rammaricarsi della nuova potenza di
Atene e del primato perduto, era ovvio; che la superba oligarchia
dorica si dovesse adombrare di questo imponente allargarsi della jonica
democrazia, era naturale; ma che Atene si affrettasse a legittimare
le gelosie della sua emula, e a fornir pretesto a' suoi reclami, è
altrettanto incontrastabile.
Già ella si vien preparando astutamente le vie del dominio, prolungando
ad arte contro il Persiano la guerra che non ha più ragione di essere;
ad arte stancando gli alleati, costretti a seguirvela, fin ch'essi
non prescelgano esonerarsi, con tributo in denaro, dalla sovvenzione
pattuita di uomini e di armi[32]. E intanto che Atene concentra
in sè tutte le forze militari, gli imbelli alleati si van man mano
convertendo in tributarj.
Undici anni appena sono scorsi, e Nasso, stanca di una lega la quale
più non serve oramai che alle viste particolari di Atene, domanda
d'uscirne: essa crede che l'alleanza sia libera come nel giorno in cui
v'è entrata. Atene non tarda a disingannarla. Assedia Nasso e la riduce
in servitù[33]. Sciro, Caristo, Samo, gli altri alleati che seguono
Nasso nelle sue velleità, non tardano a seguirla nella sua sorte.
Però Atene non aveva aspettato fino allora a far chiari i suoi
intendimenti. Già il suo primo atto come egemone era stato un atto di
prepotenza diretto a togliere alla lega, ch'essa divisava di opprimere,
il primo mezzo dell'indipendenza: il danaro; in attesa di toglierle le
armi.
Pochi anni dopo il patto federale, a dispetto dei giuramenti giurati
e col pretesto di mettere il tesoro della lega al sicuro dai Persiani,
essa lo trasporta da Delo nell'acropoli ateniese[34], ove non tarda a
confonderlo col tesoro cittadino, e a servirsene, come di cosa propria,
per i bisogni della città. Più tardi, ad aumentar viemaggiormente le
sue risorse e le sue ricchezze e a convertire il primato in assoluta
signoria, essa graverà di nuovi tributi le città alleate insorte e
ricostrette all'obbedienza, si impadronirà delle loro navi, distribuirà
fra coloni ateniesi le terre dei vinti, ridotti da proprietarj alla
condizione di fittabili, obbligherà i nativi delle città fatte suddite
a recarsi per le loro cause civili e criminali in Atene, — nuova bazza
e cospicua di introiti e di guadagni per il suo erario e per i suoi
giudici cittadini[35].
Autore e consigliatore di quel primo passo al dominio che fu il
trasporto del tesoro degli alleati in Atene — un vero furto — era stato
un oratore giovane e già insigne: Pericle, figliuolo a Zantippo. Era il
medesimo che ai danni di Atene stessa già macchinavane un altro: — il
furto delle sue libertà.
*
* *
Ingegno vasto ed acuto, accortamente ambizioso, studiatore profondo
di uomini e di cose, Pericle conosceva il suo popolo e il suo tempo.
L'ambizione smisurata ed il talento degno dell'ambizione, lo chiamavano
in alto; la riflessione e l'esperienza glie ne spianavano la via. Al
primo giungere agli affari, trovò, egli, di stirpe nobile, la parte
aristocratica stretta intorno a Cimone, del quale era vano emular la
gloria dell'armi: la democrazia, potente di numero per il cresciuto
navilio, per i politici ordinamenti. Comprese che la democrazia
soltanto poteva essergli sgabello a salire.
Solone, Clistene, Aristide, avean dato molto al popolo, per renderlo
sovrano di sè stesso: bisognava dargli di più, per renderlo soggetto.
Le virtù antiche, il disinteresse antico avevano fatta e mantenuta
libera Atene dai Pisistratidi in poi; bisognava intaccare quelle virtù
alla radice, per intaccar l'albero della libertà. E la libertà era la
seconda vita d'Atene; perchè Atene si acconciasse a perderla, bisognava
darle in compenso qualcosa d'altro che ne tenesse il posto.
Bisogna rendere al popolo — e ad usura — in beni e godimenti materiali,
ciò che gli si toglie di beni morali. Bisogna che il corpo stia bene,
perchè l'anima si contenti di poco. Antica massima del despotismo
sapiente — in tutte le età.
Cimone, figliuol di Milziade — insigne per le virtù, per la gloria
dell'imprese, per l'appoggio della fazione aristocratica fatta
autorevole dalla maestà dell'areopago — Cimone sbarra a Pericle la
via del primato e del dominio. A Cimone, alla sua fazione, bisognerà
contrapporre il basso popolo e cattivarselo nell'assemblea.
Ma Cimone, ricco, era beneviso al popolo per la sua generosità: lui
del proprio imbandir cene ai poveri, fornirli di vesti, sovvenirli
di danaro: lui togliere da' suoi campi le siepi perchè il coglierne i
frutti fosse libero ad ognuno[36]. Pericle, men ricco e più taccagno,
pensa di superarlo, con minore spesa; e introduce — a gran festa della
plebe — la mercede dei _tre oboli_ per l'intervento alle assemblee
(μισθὸς ἐχχλεσιαστιχὸς). Cimone non dà al popolo che delle elemosine
incerte. Pericle gli dà degli stipendi fissi. Cimone gli apre la
propria borsa, che a lungo andare s'asciuga; Pericle, più furbo, gli
spalanca le casse dello stato. Il popolo naturalmente non esita nella
scelta; e Cimone è sbandito coll'ostracismo. Tucidide lo seguirà.
Così l'esercizio di un grande dovere e del diritto più nobile del
cittadino diventa un impiego; e la _sovranità popolare_ è fatta venale.
Ma i cinquecento del senato son scelti anch'essi tra il popolo: è il
senato che propone i decreti, dirige le adunanze; bisogna ingraziarsi,
per salire, anco il senato. Pericle paga anche i senatori e assegna
loro la mercede di una dramma per ogni seduta.
Però il partito aristocratico è ancor potente nei tribunali: domina
nell'areopago, magistrato supremo, correttor de' costumi. Anco
ne' tribunali bisognerà contrapporgli ed ingraziarsi la plebe. Le
attribuzioni dell'areopago saran mutilate e deferite ai giudici
popolani (_eliasti_); e questi saran portati a seimila, e giudicheran
tutte, quasi, le cause civili e criminali; ogni Corte di giustizia
dell'Eliea avrà aspetto di una vera assemblea politica e giudicherà
colle passioni di quella[37]. Perchè la somiglianza sia più completa,
Pericle paga anche gli Eliasti: e assegna ai giudici cittadini la
mercede di un obolo per ogni seduta in giudizio, di una dramma ai
senatori (μισθὸς δικαστικὸς)[38]. E perchè i giudizî e gli oboli
fiocchino, tutte le cause dei cittadini dell'altre città — alleate di
nome — già suddite di fatto — sono avocate ai tribunali d'Atene.
Così l'esercizio di un altro officio augusto della sovranità diventa un
altro impiego: l'avidità degli oboli distacca i cittadini dal lavoro,
e genera la manìa dei giudizii; e la _giustizia_ è fatta anch'essa
venale.
Ma gli aristocratici disciplinati da Tucidide[39] resistono, e sono
ancora per l'ambizione di Pericle una minaccia; poi, quest'amore della
vita pubblica, alimentato nel popolo dalle paghe, può degenerare col
tempo in pericolo. Quando le franchigie e gli uffici della sovranità
popolare son adoprati a stromento di dominio, bisogna che il popolo
non se ne pigli se non quel tanto che può giovare a chi li adopra.
Il troppo discorrere nel foro, l'applicazione troppo intensa agli
uffici publici, agli affari publici, a lungo andare, alla tirannide
non giovano; il popolo bisogna divagarlo. Pericle ci penserà. Si
aumenteranno le feste, si bandiranno in teatro nuovi spettacoli;
e siccome a teatro l'ingresso è stato fin allora gratuito, ma i
ricchi aristocratici pagan due oboli per sedersi e il popolo sovrano
che non paga sta in piedi, Pericle riparerà l'ingiustizia e farà
pagare sull'erario publico due oboli ai popolani per recarsi a
teatro (θεωρικὸν). Ma il teatro non sempre è aperto tutte le feste:
e nell'altre i ricchi la scialano in sagrifizi e banchetti tra di
loro: perchè il popolo non resti a bocca asciutta, Pericle a spese
dell'erario darà lauti banchetti anche al popolo e gli farà pagare
dallo Stato i due oboli anche in tutte l'altre feste[40]. Le feste
in Atene son molte, il doppio che negli altri Stati: i popolani
sono a migliaia: e la mercede festiva, che svilupperà nel popolo le
abitudini dell'ozio e del vizio, peserà sull'erario per grosse cifre di
talenti[41]. Verrà il giorno che Platone chiamerà la democrazia d'Atene
convertita in _teatrocrazia_[42]; che Plutarco farà il conto _aver gli
Ateniesi nelle Bacche, nelle Fenisse, negli Edipi, nelle Antigoni,
nelle disgrazie di Medea, speso assai più che non nelle guerre
sostenute per la libertà contro i barbari_[43].
Ma non anticipiamo gli eventi: e sentiamo per ora il giudizio di
Plutarco, gran lodatore di Pericle, su quelle sue mercedi:
«Distribuendo denari per gli spettacoli e per le giudicature, e
dispensando altre mancie, premj e donazioni, Pericle corruppe la
moltitudine, dell'opera della quale servivasi contro il senato
dell'Areopago....: onde essendo il popolo stesso malavezzato, _divenne
per tali istituzioni scialaquatore e dissoluto, di sobrio ch'egli era e
avvezzo a procacciarsi il sostentamento co' proprj lavori._»[44]
*
* *
In tanto scialaquo di paghe che aveano rotta l'antica austerità, e
fatto merce di ogni diritto, un solo servizio pubblico restava ancora
gratuito: la milizia. Dai tempi più antichi il diritto di difendere
la patria coll'armi era stato tenuto il primo e il più santo dei
doveri del cittadino ateniese: e dalla gara in adempierlo ripeteva
Atene le sue glorie. Servivano i cittadini delle quattro classi a
proprie spese, fornivan del proprio, secondo il vario censo, quelli
la trireme, quegli altri il cavallo, questi altri le armi. Ma ormai
anco il servizio dell'armi doveva per forza seguir la sorte degli
altri. I facili e lauti guadagni delle nuove mercedi han presto
sviluppate le abitudini della mollezza, dell'ozio, del viver dolce:
come costringere, ad affrontare — e a proprie spese — la vita aspra
dei campi e delle triremi, e i rischi delle battaglie, dei cittadini
ormai avvezzi a scialarla metà dell'anno nelle feste, spossati dai
divertimenti, abituati a pigliar danaro d'ogni parte e come niente,
stando beatamente seduti a chiacchierare in teatro, nel foro, nella
eliéa? Come costringerveli? Buon Dio! sarebbe stato il modo più sicuro
per farsi mandar da quella gente a benedire e per perdere il frutto di
tutte le mercedi spese a guadagnarsela. Poi, che che bisogno d'armi?
Il barbaro è vinto per sempre: e Atene primeggia fra i Greci. Pure
un esercito ci vuole per conservar la signoria: ci vuole per tener a
segno gli alleati indocili che cominciano a trovar l'alleanza d'Atene
troppo pesante ed incomoda. E Pericle ha bisogno di armi per le sue
vaste mire sulla Grecia: e la forza maggiore di Atene è nelle navi, e
il contingente navale è dato quasi tutto dalla plebe, che bisogna aver
devota ad ogni costo. Quindi Pericle, cassato il severo obbligo antico,
retribuirà di stipendio anco il servizio militare: e per contentare il
popolo e allettarlo, fisserà la paga per ogni soldato o marinajo ad una
dramma il giorno, il doppio cioè della mercede dei giudizj e del foro.
Questo naturalmente non basterà per ridestare l'emulazione militare di
Salamina: ma darà in mano a Pericle un altro elemento di popolarità e
di forza, e svilupperà più tardi la piaga, già aperta, dei mercenarj.
*
* *
Così Pericle, già padrone dei voti nel foro, nei giudizj, già divenuto
l'idolo del popolo, si vien spazzando davanti gli ultimi ostacoli
dell'avverso partito: il capo di esso, Tucidide, colpito anch'egli
di ostracismo, segue Cimone nell'esilio e Pericle rimane solo, senza
emuli: Pericle, per cui la signoria di Atene non era nulla, se non
significava in pari tempo la signoria di tutta la Grecia.
Naturalmente, tutto quello scialaquo di mercedi ha dissanguato le
casse: l'erario di Atene non vi basta più. Pericle vi supplisce, come
abbiam visto, col tesoro degli alleati, e fa complice il popolo, per
cui lo spende, nella propria prepotenza; in attesa di averlo complice
in altre prepotenze e in altre ingiustizie. Gli alleati protestano,
e Pericle persuade il popolo a non farne conto; si ribellano, e
Pericle li vince coll'armi, li multa in tributi, ne confisca le navi,
ne confisca le terre, impone loro condizioni di servitù. La iniqua
ripartizione delle terre dei Greci vinti, fra i coloni ateniesi,
diventa un nuovo titolo di Pericle in faccia alla democrazia d'Atene.
Il giogo imposto agli antichi alleati diventa un nuovo titolo della sua
grandezza. Atene, fatta pingue delle spoglie conquistate ai Greci dei
quali avea giurato difendere contro il barbaro gli averi e la libertà,
Atene seguirà Pericle più docilmente e gli obbedirà più mansueta. Si
obbedisce più volontieri quando si comanda a qualcuno.
Il tributo delle città federate — ormai tributarie — da 460 è portato
a 600 talenti: e aumenterà ancora: finchè ai tempi della guerra del
Peloponneso toccherà le cifra dei 1200 (sei milioni e mezzo).[45]
L'aumento della marina ha vinto la concorrenza commerciale di Egina,
di Megara, di Samo, di Corinto, e dato ad Atene anche il monopolio del
commercio nell'Jonio e nell'Egeo. All'argento del Laurion si è aggiunto
l'oro di Taso. La città di Cecrope gavazza nell'oro e Pericle pensa al
modo di spenderlo. Atene «_la incoronata di viole_»[46] avrà un'altra
corona più superba di statue, di palazzi e di monumenti.
La ricchezza diventata opulenza ha rammorbidito le tempre, ingentilito
e rammollito il costume, moltiplicati i bisogni. Le gioje pure della
famiglia più non bastano a un popolo di gaudenti, annojato del lavoro.
Bellezze famose convengono in Atene e i ricchi ateniesi corrono lor
dietro. Il regno delle etère comincia e quello delle donne oneste se ne
va. Pericle dà il buon esempio, ripudiando la moglie per una cortigiana
di Mileto: e la casa di Pericle e di Aspasia, la gentile etèra fornita
di tutti i doni delle Muse, diventa ad un tempo il luogo di convegno
della società equivoca femminile e del fiore della società maschile
di Atene. Là convengono le bellissime etère a dividere colla milesia
l'impero della bellezza, della grazia e dello spirito: là convengono
i più distinti Ateniesi a ricrearsi dalle brighe della vita pubblica e
dalle noje del matrimonio. Le arti, le lettere, le scienze eleggon la
sede in quelle adunanze geniali: e gli artisti, i poeti, i filosofi,
vi accorrono. Si chiamano Sofocle ed Euripide, si chiamano Fidia,
Mnesicle, Polignoto, si chiamano Anassagora: si chiamano Socrate. Il
genio greco irraggia da quel centro sulla città, tutto investendo,
anco il vizio, delle più splendide forme. La vita di una _coquette_ è
la vita di Atene: e Pericle adorna, indora, abbellisce Atene come una
_coquette_[47]. Mentre nelle Panatenee e nelle Dionisiache si recitano
la _Fedra_ e l'_Edipo_, si ascolta la storia di Erodoto, Mnesicle
innalza i Propilei, Ittino e Callicrate il Partenone, Corebo il tempio
di Eleusi, Fidia modella il _Giove_ e la _Minerva_, Polignoto e Zeusi
dipingono i Portici. Il Greco e il barbaro accorrono d'ogni parte ad
Atene ad ammirare i nuovi miracoli dell'arte, e il popolo ateniese,
uscendo dall'assemblea ove è stato a sentir gli oratori commensali di
Pericle, recandosi allo Pnice e ai dicasteri a guadagnarvi i tre oboli
largiti da Pericle, andando a teatro a papparsi i due oboli, dono della
larghezza di Pericle, — s'arresta con orgoglio, nominando Pericle,
innanzi ai colossali monumenti, che ricorderanno la grandezza della sua
patria alle età più lontane, ma diventeranno anche le pietre sepolcrali
della sua libertà.
Egli deve troppo a Pericle per non lasciarsene governare e condurre
a suo talento; a un uomo che ha fatto Atene così ricca, così grande,
così bella, si può bene fidare ad occhi chiusi anche il deposito delle
franchigie che l'han fatta libera e virtuosa.
E Pericle governa per 40 anni la democratica Atene con tanta pienezza
d'autorità quanta a pochi sovrani assoluti sia stata concessa mai.
Sentiamo Plutarco: «Distrutta ogni fazione contraria, ei trasferì tutto
in sè medesimo il dominio d'Atene: _tutto dipendeva da lui quanto
dipendeva prima dagli Ateniesi_, i tributi, le spedizioni militari,
le triremi, l'isole, il mare: _egli solo_ avea autorità e potenza
grande dinanzi ai Greci, dinanzi ai barbari. Però non era già più
quel desso di prima; non cedea più così facilmente alla moltitudine:
ma tirando la briglia a quel troppo rilassato popolare governo, lo
fece aristocratico, anzi pur quale è quello che dipende da un solo
re.... Chiamavano i comici nuovi Pisistratidi i famigliari suoi, a
dinotar l'eccesso del suo potere, troppo gravoso e sproporzionato
a governo democratico. Teleclide poi dice che gli Ateniesi posero
in di lui mano i tributi della città e le città medesime, sicchè
potesse altre legarne, altre disciorne a suo talento, e l'autorità
di alzar mura, di atterrar le inalzate: e insomma _le convenzioni,
la pace, le forze, le ricchezze, la felicità loro. Nè questo già in
circostanze che così richiedessero_, nè solo nel breve tempo che era
in vigore l'amministrazione sua: ma primeggiò per lo spazio di ben
quarant'anni.... e dopo l'ostracismo di Tucidide per ben quindici
anni: _avendo ristretta in sè medesimo e renduta una sola l'autorità e
possanza ch'era divisa in annue magistrature_.»[48]
*
* *
Furono è vero, quarant'anni di un'epoca splendida, unica nella storia;
e avete ragione, caro Yorick, di ricordarlo, la memoria di essa va
sfidando i secoli.
Che importa che in quei quarant'anni di _minorità politica_ si vada
man mano alterando e perdendo nel popolo la dignità e l'abitudine del
vivere libero, la coscienza di sè stesso e della sua sovranità, sicchè,
quando alla morte di Pericle crederà di averla ripresa, si troverà
tornato bambino e inetto a valersene, e della libertà ricuperata non
troverà più in sè le virtù nè per usarla nè per mantenerla?
Che importa che si vadan perdendo via via gli istituti, le leggi, i
costumi severi, lo spirito di abnegazione, gli slanci magnanimi, e
tutte le austere virtù repubblicane dei padri che avean dato ad Atene
le pagine più belle della sua storia?
Che importa che Atene vada smarrendo la coscienza della sua grande
missione democratica e liberatrice, ond'era sorta un giorno, per libera
elezione dello affetto reverente dei popoli, al primato morale nella
Grecia?
Che importa che in mezzo a tutti quei nuovi splendori si prepari
sordamente la corruzione morale e politica che crescerà rapida e
gigante dopo la morte di Pericle, quando la mano sapiente di lui,
che ne ha gittati i germi, non sarà più là per correggerne, e
infrenarne almeno lo sviluppo? Che quelle apparenze di prosperità
materiale debbano un giorno comparire al giusto Socrate niente più
di un'_enfiatura marciosa_, perchè in mezzo ad essa si sarà spento il
senso morale del popolo, divenuto _ingiusto ed intemperante_?[49]
Che importa che tutti quelli splendori, tutte quelle magnificenze siano
il prodotto di una _tirannide odiosa_[50] sulle città greche, del loro
danaro e delle loro spoglie[51] assai più che non delle spoglie e del
danaro dei barbari? Che alle feste ed alle allegrezze di Atene faccian
lugubre contrasto le stragi e le catene servili di Nasso, di Samo,
della Eubea? Che quel fasto, quelle pompe, quei prodigi dell'arte siano
il prezzo delle lagrime, del sangue, e dell'_odio_ (notatela la parola,
caro Yorick, voi che mi parlate degli _amici_ di Atene) dell'_odio_,
dico, dei Greci!
Che importa, che importa!! «La nostra tirannide ci ha fatti _odiosi_
e _gravosi_, lo sappiamo; ma è massima antica che il forte tenga
il debole in riga: e ancora ci ringraziino se non li tiranneggiamo
di più.»[52] L'essere al presente esosi e gravi, dirà Pericle al
popolo, _è sorte inevitabile di quanti reputarono sè stessi degni di
signoreggiare altrui; ma chi per alti fini si attira odio, quegli
rettamente si consiglia. Imperocchè l'odio non contrasta a lungo;
laddove il subitaneo splendore e la fama avvenire rimane sempre mai
memoranda._»[53]
E il popolo batte le mani, il popolo è contento. Atene serve ad un
uomo, ma comanda a molte città. È odiata, è corrotta, ma è splendida.
Venga pur l'odio! è dolce raccoglierlo all'ombra del Partenone.
*
* *
Vero è che in quella affettazione di sicurezza celavasi alcunchè di
forzato e Pericle in fondo non era così tranquillo sulle conseguenze
della sua politica come ostentava di esserlo. Nel bel cielo sereno di
quella prosperità viaggiano nuvolette annunziatrici di tempesta. Poche
repressioni parziali e brutali non bastano a rendere più spontanea la
soggezione della Grecia e a far accettare con maggior rassegnazione
l'arrogante tirannia dell'antica liberatrice. Atene lo sa e lo sente.
Ella comprende che le città greche non le stan più soggette che per
la _prepotenza dell'armi_[54] e confessa a sè medesima che il giorno
in cui quella prepotenza venisse meno, quelle se gli volterebbero
contro[55]: pericolo e minaccia permanenti. Gli odii da lei soffocati
colla forza perdurano latenti e van guadagnando sordamente intorno
a lei di estensione e di intensità. Atene pensa con inquietudine al
giorno che quel contagio propagandosi avrà stretto le città greche
in una tacita lega contro di lei: perchè colla stessa facilità delle
repressioni isolate, non le sarà dato estinguere l'incendio fatto
generale.