ALCIBIADE,
LA CRITICA E IL SECOLO DI PERICLE
LETTERA
DI
FELICE CAVALLOTTI
A
YORICK FIGLIO DI YORICK
MILANO
TIPOGRAFIA FRATELLI RECHIEDEI
1874
=Caro Yorick figlio di Yorick,=
Difendono i ministri i loro spropositi, difendono i filosofi le loro
utopie, difendono le mamme i loro mostricini, possono ben difendere gli
artisti i loro lavori, fossero anche aborti delle Muse.
E poiché sono venuto nella idea di rispondere alle critiche da varie
parti piovute sul mio povero _Alcibiade_; e bisognava pur trovare
qualcuno a cui parlare per tutti — come a suocera veneranda, perchè
le nuore pudiche della critica intendano, — ho pensato che quest'uno
potevate benissimo essere voi.
Ciò per parecchie ragioni: delle quali salto subito subito, di piè
pari, la prima — perchè dovrei discorrere della bacchetta di direttore
che voi tenete da tempo con diritto incontestabile nell'orchestra,
un po' scordata, della critica giornalistica italiana. Ora qui da
un lato sdrucciolerei ne' complimenti, e in fatto di complimenti,
io mi dichiaro confratello degli orsi delle caverne di Berna e del
_Pessimista_ dell'_Arte Drammatica_ di Milano; dall'altro forse nelle
scortesie, e nel lodare il direttore non vorrei offendere i violini di
spalla.
Un'altra ragione riguarda me. — E questa lasciatemela pigliar dalla
lunga.
La vita dell'arte, come quella della politica, non è stata per me tutta
rose. In politica ho avuto addosso i _nemici di partito_; in arte — oh
in arte, assai di peggio: ho avuto addosso i _critici imparziali_. Voi
non immaginate che spaventosa parola sia questa per i poveri autori.
In arte, si sa, è valuta intesa, non ci sono, non ci possono essere
partiti, nè simpatie od antipatie partigiane: la legge di Solone
che voleva i cittadini partigiani per forza, pena l'infamia, nella
repubblica delle lettere, si sa, non ha corso; qui, non si parla, non
si scrive, non si giudica che per semplice, solo, purissimo _amore
dell'arte_. L'amore dell'arte ha messo al mondo in un solo parto i genj
abortiti, gli autori fischiati — e i _critici severi ma imparziali_.
E poichè l'amore, per legge di natura, quanto più è contrastato ed
infelice, tanto più ne' contrasti s'accende e s'inasprisce, così
questo amor divino dell'arte rende terribili coloro a cui l'arte
ha negato le sue carezze. Con una abnegazione feroce, resa tale dal
loro _amor disperato_ — essi servono le caste Pimplee da cui furono
messi alla porta. Appollajati lì sull'uscio che non possono varcare,
se ne sono costituiti i portinaj e ne vietano agli altri o ne fanno
pagar caro l'ingresso. Ributtati dalle vergini divine, si son fatti
custodi inesorabili del loro onore. Controllano i doni, le primizie, le
vivande, le offerte votive — drammi o commedie, romanzi o poemi — che
ad esse vengono recate; non lasciano passare le indegne o nocive alla
salute; i temerarj offerenti castigano; e siccome l'amoroso zelo li fa
rigorosi, così nocive od indegne trovano quasi tutte; e giù botte da
orbi ai _fedeli_ che portano la roba, mentre, frattanto, alle divine
fanciulle per troppo amore non lasciano arrivare in tavola più niente
— e le poverette rischiano di morir di inedia — come Sancio Panza
governatore, quando il medico sorvegliava la sua mensa.
Scherzi a parte, e fuori di metafora, oggi la critica si trova in
Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni, anzichè no a mal
partito. Un certo numero di persone che non hanno potuto terminar bene
i loro studj non sono riuscite nei tentativi dell'arte, o non sanno
rassegnarsi all'ingiustizia di madre natura che fu loro nell'ingegno
matrigna, si sono messe, in mancanza di meglio, a far della critica.
Ufficio il più difficile e il più facile, secondo la maniera di
pigliarlo: per costoro — il più facile. Non portando nell'esercizio di
questo ufficio nessun chiaro concetto sulla missione dell'arte e sui
suoi varj ideali, nessun criterio estetico determinato, nessun corredo
di cognizioni sode e nessuna sapienza d'analisi, essi vi portano in
compenso un'altra dote, che essi hanno convenuto di chiamare — la
_imparzialità_. Infatti, essi sono imparziali in questo senso che tutte
le scuole per loro sono uguali: tutti gli ideali si valgono: per loro
è indifferente sia l'una piuttosto che l'altra: non si tratta di dar
già all'arte questo o quell'altro indirizzo, di misurare alla stregua
di questo o di quel criterio artistico il valore di un'opera d'arte:
ne importa giusto assai a loro dell'opera d'arte! A loro importa di
far sapere che essi ne hanno fatto la critica. Il loro _giudizio
critico_, è questa per essi la _vera opera d'arte_, ed essi si
figurano già e pregustano, scrivendo, la impressione che essa farà sul
pubblico. L'autore è scomparso: chi ne sa più nulla della sua fatica
e de' suoi studj? il problema è mostrare che qualunque siano l'autore
e la sua opera e i suoi studj, il critico ne sa _sempre_ di più: e
tanto più se ne sa naturalmente quanto più si trova da correggere
e da ridire: correggere e biasimare bisogna dunque e ad ogni costo:
e la _severità_ è di prammatica. Non si può essere indulgenti senza
derogare e confondersi col volgo — o comparir parziali. — «_La tal
cosa è sbagliata, la tale altra assurda; questa va male, quest'altra
così così;_» eh? com'è presto detto! e il lettore che nel suo grosso
criterio prima trovava la cosa passabile e credeva l'autore dovesse
averci studiato sopra chi sa quanto, or pensa già con ammirazione
a quel che ne sarebbe uscito se, invece di quell'asino di autore,
quella tal cosa l'avesse scritta quella cima del critico. I meriti
dell'artista senza i suoi sudori: fare il critico a questi patti
dev'essere una specie di voluttà.
Questa professione non va esente certo anch'essa da' suoi rischi:
viene il giorno che il pubblico, anche col suo grosso criterio, ride
del critico o che il critico si trova per davvero imbrogliato a dare
il giudizio su quel tal lavoro, che sfugge affatto al suo ordine di
cognizioni. Ci sono però anche le risorse. Si aspetta che un critico
— _di quegli altri_ — voi per esempio — abbia aperto bocca e detta
la sua: e allora, senza darsene l'aria, a tempo e luogo, sul motivo
dato si eseguiscono le variazioni. Ciò non obbliga, beninteso, a saper
la ragione delle cose che avete detto voi o a trarne i giudizj che
ne avete tratto voi: anzi, il bello è pigliar della vostra critica
quel tanto che basta per orientarsi, e poi concludere all'opposto.
Io conosco dei critici che mettono sempre diligentemente da parte,
in serbo, le appendici critiche di Yorick e dei critici francesi più
in voga, per presentarle all'occasione ricucinate da loro: e i quali
sarebbero maledettamente impacciati se dovessero spiegare la tale o
tal altra cosa, la tale o tal altra parola, che hanno copiata a occhi
chiusi, senza saperne il perchè. Ma in compenso, se vedeste, con che
severità e con che sussiego ne fanno all'autore, come fosse roba loro,
la girata!
Un'altra risorsa per questi critici è l'apparizione di un lavoro
storico — o in cui c'entri per qualche verso la storia. Oh un dramma
storico! è la loro festa. Quel giorno essi salgono di cento gradini
nella scala della riputazione e si pigliano più autorità che non ne
abbian presa in cento critiche di altri lavori. Perchè in altri bisogna
discorrere poco o tanto di concetti artistici, di forme artistiche, di
poesia, di psicologia, di morale, e che so io: tutte cose che legano
i denti: e che permettono al lettore profano di essere di un parer
diverso: ma qui! qui è un altro affare. Qui si piglia una Enciclopedia
o un trattato di storia: e in due tratti di penna l'autore è spacciato.
Qui si tratta di cognizioni serie, positive, su cui non ci possono
essere dispareri. Come si fa, quando l'autore si è occupato di quel
tal fatto o di quel tal personaggio storico, e il critico vi sentenzia
con tutta la gravità che quel tal fatto è accaduto all'opposto, che
il tipo di quel personaggio è sbagliato, che quella tal circostanza
storica importantissima è stata ignorata, che il colore storico locale
è falsato, e lì una bella citazione di tre o quattro o cinque nomi
di autori in fila — come si fa, dico, a non trovare che il lavoro è
un aborto che non regge alla discussione e a non ammirare il critico
sapiente che ha saputo farne giustizia! «— Oh! hai letto la critica
di X intorno al lavoro di Y? — Certo! Come te lo concia per le feste
quell'Y! — E lì non si scherza! il critico si vede che è uno che sa il
fatto suo! — Se lo sa! Pensare che volevano farlo passare per un buon
lavoro! — Già! già! si vede ora che roba è. Ma neh che talento quell'X!
che erudizione! come sa scrivere! come sa la storia! — E come gli prova
a quel povero diavolo tutti i suoi spropositi citandogli gli autori
sulle dita! — E come conosce a menadito Aristofile, Plutone, Tucilide e
tutti quegli altri! Scommetto che l'autore non li aveva neppure letti!
— Ah questi sì sono critici coi fiocchi!...» — E segue il resto delle
litanie.
Ma se il povero autore strapazzato fosse lì in un angolo e provasse
a quei signori che il critico conosce Platone, Aristofane, Tucidide e
tutte quelle altre brave persone a un di presso come le conoscono loro
— che non ha mai visto dei loro libri pure il cartone — e che tutta la
scienza è stata improvvisata lì per lì dalla sera alla mattina sopra
un articolo della Enciclopedia, quei signori giurerebbero che l'autore
parla per dispetto. Eppure da molti, da troppi la critica non si fa che
così.
Allato a questa categoria, ve n'ha, di critici, un'altra più
coscienziosa, ma per gli autori non meno molesta. Sono ottime persone
— talora qualche diligente professore, il più spesso dei bravi giovani
che han riportato il premio nelle scuole — e che _effettivamente sanno_
qualche cosa: ma che hanno (certo con maggior diritto degli altri) il
bisogno irresistibile di farlo sapere e di mettere in mostra tutto
quello che sanno. Anche questi d'arte s'occupano poco: per loro il
lavoro d'arte non è che un eccellente mezzo per isfoderare la loro
dottrina, smerciare la loro mercanzia e metter fuori tutto il bagaglio
delle loro cognizioni. Anche quando questa mania non si scompagna da
una certa benevolenza, la noia per gli autori non è minore. Perchè essi
rimproverano l'autore che nello sviluppo di quel tal periodo storico
ha dimenticato i tali personaggi; che i tali altri li ha rappresentati
incompletamente; che nell'orditura di quella tal scena ha trascurato
di valersi di quelle date circostanze storiche, di quelle date teorie
filosofiche, di quelle date risultanze della critica storica e via via.
Essi sanno benissimo probabilmente per i primi che se l'autore avesse
fatto entrare nel suo dramma tutta quella roba, ne sarebbe risultato
uno zibaldone impossibile, una mole indigesta da far dormire un morto
in piedi: essi lo sanno, ma non importa — non si tratta di farcela
entrare quella roba, che, tanto, il lavoro è già fatto — si tratta di
far sapere che essi sapevano in proposito tutto quel mondo di belle
cose e che l'autore ha avuto il torto di non pensarci.
Ci è poi ancora una classe di Aristarchi, anch'essi a loro modo
coscienziosi. Questi hanno in arte degli ideali fatti, delle teorie
fatte: e condannano irremissibilmente _a priori_ tutto quello che
esce o si allontana da quegli ideali e da quelle teorie. Per costoro,
la libertà dell'arte non esiste; l'arte non è ammissibile, non è
concepibile che sotto date forme: fuor di là, tutti aborti. Questi la
confina nel mondo puramente fantastico; quest'altro in quello della
realtà presente, pura e nuda. L'uno pretende l'osservanza rigorosa
delle regole aristoteliche; l'altro, che è in progresso, le sopprime,
ma per aver il diritto di sostituirvene dell'altre altrettanto rigorose
ed altrettanto anguste.
Conosco un mio amico, ingegno egregio e critico acuto,[1] il quale in
buona fede si crede rivoluzionario in arte, perchè pretende che ella
debba essere nient'altro che la fotografia di quello che esiste in
natura, e _come_ vi esiste; e che i suoi uomini non debbano portare che
il _frac_ e le sue donne non debbano vestire che colle mode dell'ultimo
figurino. Fantasia, poesia, idealizzazione del vero, evocazione d'altre
età, tutte robe scolastiche da far dormire: prosa da conversazione
ha da essere, e un po' di spirito di osservazione, per riprodurre,
_tal quale_, quel che succede ogni dì, e un po' di raziocinio per
coordinarlo; un problema sociale od economico da risolvere, o un
adulterio pudico da legittimare. Shakespeare, o Byron, o Victor Hugo!
Che arte stramba è questa vostra che cava da mondi impossibili Falstaff
e Jago, Sardanapalo e Ruy Blas! Persone vere, a modo nostro, vogliamo,
e vestite dei nostri panni e facciano quello che facciam noi, e parlino
come parlano i cristiani: stramberie di cervelli malati le vostre e non
arte: l'arte è là — nella _camera oscura_.
Andate dunque a presentare a questi critici un lavoro di un genere che
non sia quel ch'essi ammettono! Andate dunque a dir loro che sono essi
i retrogradi, essi che dell'arte non accettano che una forma sola, che
pretendono misurarle avaramente il tempo e lo spazio; provatevi a dir
loro che _tutti i tempi_ e _tutti i luoghi_ sono dominio dell'arte,
perchè tutti ponno essere dominio del _vero_; che il classicismo era
_falso_, come il loro realismo è _falso_, perchè entrambi pretendono
di imporre indistintamente al vero che è _universale_ le idee e il
linguaggio di un solo paese[2] e di una sola età; che una sola forma
l'arte respinge, ed è il brutto; che è ufficio dell'artista scovrir
del vero le armonie più intime, afferrarne i rapporti più segreti
e lontani, riunirne le linee _sparse_ qua e là nella natura, farle
rivivere in creazioni che la sola riproduzione meccanica del vero in
natura non dà; che l'osservazione fredda e sola a ciò non basta, se la
fiamma santa dell'ideale non la scalda; che sotto tutte le forme l'arte
vuol essere _creazione_, cioè _poesia_: che non è lecito proscrivere
Michelangelo e i suoi arcangeli in nome di Clerici e de' suoi gatti, —
e quei critici _rivoluzionarj_ vi rideranno per compassione sul muso!
E tutti questi ancora sono brava gente. _Uomini serii_ dell'arte,
_Brid'oison_ della critica, _Marchesi Colombi_ dell'erudizione, le loro
sentenze sono perniciose, ma le loro intenzioni sono innocenti.
Or dove lascio le eccellenti persone, che si servono della critica come
di un emolliente per la espettorazione del catarro e di tutti i cattivi
umori dello stomaco? Esser rosi di dentro dalla bile dell'impotenza,
dal tarlo della vanità; cercare ogni dì in fondo all'anima una
scintilla di estro, e non trovarvi che una goccia di fiele; ogni
dì frugare nella mente per trovare una imagine, una idea, pescarvi
un'insolenza o una banalità; e allora, non potendo far dell'arte,
ricattarsene col far della politica; non potendo servire alla
riputazione propria, aver bisogno di pigliarsela coll'altrui, servendo
ai rancori dell'alto ed alle invidie del basso; sempre rodersi,
sempre odiare, odiare come in politica si odia: e dopo tutto questo,
trovarsi d'aver dinnanzi un lavoro d'arte, una penna, un po' di carta,
un dizionario e un calamajo, — ah, per Dio, negatemi che allora non
diventi uno sfogo salutare, non diventi una cura igienica la critica!
Quando il critico ha ridotto in pezzi il lavoro d'arte, ha dimostrato
che è un aborto od un plagio, coperto di irrisione l'autore e le sue
fatiche, — egli tira il respiro più libero: egli si sente il cuore più
leggiero, e le tempie più fresche. Ciò fa bene alla salute.
E ciò permette degli sfoghi che non mancano neppure del loro lato
estetico. Si può fingere la santa indignazione di Giovenale e darsi
l'aria di menar lo staffile — quello di S. Ambrogio magari — per
cacciare i profani dal tempio! si può incominciar l'opera deplorando
il compito ingrato: — una speranza di più andata perduta per l'arte,
l'amarezza di doverla registrare, perchè la verità va innanzi a tutto,
e di esporsi alla taccia di partigiani, per aver avuto il coraggio di
dir forte quello che gli altri non dicono che a bassa voce: — allora
ogni staffilata all'autore diventa un atto di abnegazione del critico
— a ogni brandello del lavoro, ch'ei strappa, è il suo cuor che ne
piange, e che ne sanguina. È il console Bruto che decapita suo figlio.
Santo, divino amore dell'arte, tu solo puoi ispirare questi sublimi
eroismi, perchè fortemente colpisce, chi fortemente ama!
*
* *
Ebbene da tre anni che il caso mi buttò nell'arena dell'arte, ho avuto
anch'io che fare, come tutti i miei colleghi, con questi Minossi della
critica, resi feroci dall'imparzialità, dalla giustizia e dall'amore.
Di che sarebbe ingenuità o incomportabile superbia il lamentarmi:
perchè a me, degli ultimi venuti nell'arringo e non certo ai primi
posti, non ispetta lagnarmi di quel ch'è toccato anco a' maestri,
che vi siedono da un pezzo prima di me e innanzi a me. Ma qualche
circostanza antecedente della mia vita, affatto estranea all'arte, ha
fatto che parecchi di quei signori si dedicassero a me con voluttà
speciale; e che ai miei poveri pargoletti ne toccassero speciali
tenerezze.
Però fu una grata e perfino strana sorpresa per me, nel tempo che
più mi si prodigavano quelle carezze caritatevoli, il trovare un bel
mattino, proprio nelle file de' miei avversarj politici, lì sulle rive
dell'Arno, un critico che acconsentiva a giudicarmi come artista, senza
chieder prima l'ispezione delle mie fedine nè politiche, nè criminali
(molto sporche, tra parentesi, molto sporche)[3]; un critico pieno di
erudizione, di quella vera, ma senza saccenteria; pieno di dottrina, di
quella soda, ma senza pedanteria; che mi criticava senza mordermi, mi
consigliava senza annojarmi, e — fenomeno raro pei tempi — le critiche
erano scritte in italiano così puro che pareva di Crusca, e i consigli
avevano tanto senso comune che pareva perfino — ed era difatti —
buon senso. Quel critico — era un moderato, e reclamava per l'arte la
santa libertà: mi parlava de' suoi ideali con convinzione, mi dava il
benvenuto nel suo tempio con cortesia. — Yorick, figlio di Yorick, quel
critico eravate voi.
Son passati da allora quasi tre anni; ma dovendo indirizzare la
presente a qualcuno, ho amato di ricordarmene.
*
* *
E adesso soltanto ve ne ricordate? E per questo mi scrivete le vostre
frottole?
— Oh, non adesso e non per questo solo. Quando il mio _Alcibiade_
venne ad esporre la coda del suo cane in riva all'Arno, per consultar
sul da farsene, io mi occupai naturalmente di sapere che cosa il
severo Yorick, figlio di Yorick, ne pensava: e quando seppi che egli,
quantunque _moderato_, approvava il taglio della coda, ho detto fra di
me: _sono salvo!_ ho ripiegato diligentemente in quattro l'appendice
della _Nazione_ e me la son messa in tasca come un talismano contro i
malefizj dei don Basilii.
Ma ahimè! l'appendice aveva anch'essa una coda, un pezzettino di
quell'altra tagliata via: e nella coda tutta bianca c'era un piccolo
punto nero ed io non lo avevo visto: e il punto nero era nientemeno
(cerchiamo una frase originale) era la nuvola foriera della tempesta.
Voi avevate detto tra di voi: Per il mio amico Alcibiade e per
l'operazione del taglio, vada: ma tra amici qualche scherzo di buon
genere è permesso; e se Alcibiade ne ha fatto uno simile al suo cane,
io posso ben farne un altro a lui. Per aver della dottrina — non
è necessario rinunziare a far dello spirito: e qui è il caso d'una
facezia che farà ridere tutta la platea. Alcibiade, democratico e il
suo compare Cavallotti strapazzano i _repubblicani_ dell'Atene antica:
io, _monarchico_ dell'Atene moderna, li difenderò. E la _Nazione_
sarà l'asta che impugnerò, paladino della repubblica, contro il poeta
anticesareo, e tutta Italia saprà che il rappresentante di Corteolona
è stato richiamato al rispetto verso l'_A. R. U._ e le altre lettere
repubblicane dell'alfabeto, da Celestino Bianchi che è commendatore, e
da me, che sono Yorick.
«Ah che burla! ah che burla!» L'avete detto — e lo avete fatto — come
potevate farlo voi. La difesa vostra dei poveri nepoti di Milziade e
di Temistocle, indegnamente calunniati da un loro correligionario,
è un modello del genere: giammai una tesi intrapresa per burletta
fu sostenuta con più spirito e con più erudizione: l'illusione di
quelle splendide pagine è così affascinante, così completa, che quasi
io stesso, dimenticando per un momento i miei libri e le mie idee,
finivo per restarci preso sul serio e giunto a quella solenne patetica
apostrofe: — _Ateniesi d'Italia rendete omaggio alla repubblica
caduta!_ — portai involontariamente una mano all'occhio perchè mi
pareva di sentirvi spuntare una lagrima di pentimento. Se la lagrima
non c'era, egli è che le mie glandule lacrimali sono molto resistenti.
Ma intanto quella burla doveva avere delle conseguenze per me. Perchè
voi non pensaste all'autorità delle vostre parole. Quello che voi
avete scritto per ischerzo, gli altri in buona fede lo hanno copiato
sul serio. Da che s'è saputo che Yorick, mi aveva accusato del delitto
di offesa repubblica (constato che, prima di voi, _nessuno_ in cento
critici ci aveva mai pensato neppure per sogno), l'accusa ha fatto
il giro — e non c'è stato più critico che si rispettasse il quale
non si credesse in dovere di ripeterla. Ma l'originalità dell'idea e
l'erudizione della forma se n'erano andate: e del frizzo di buon genere
riuscito bene non restava più che uno sproposito copiato male.
«Per questa volta, grida l'uno, tocca ai monarchici mostrarsi più
repubblicani del rappresentante di Corteolona[4].
«Quella repubblica ateniese, grida l'altro, non merita lo scudiscio dai
lacerti avvelenati. Il deputato di Corteolona avrebbe dovuto, in vista
della repubblica avvenire, usar un po' più di cortesia verso una delle
più grandi repubbliche del passato[5].»
«Il popolo d'Atene,[6] ribatte il terzo, era forte, gagliardo, pieno
d'amore per la patria: e il signor Cavallotti lo ha calunniato; ha
falsato la storia e ha fatto offesa alla giustizia.» E tira via.
Tutto questo si stampa e si grida sul serio in coro, da quella vostra
facezia in poi: ah, voi certo non pensavate, scrivendola, che m'avreste
buttato sulle braccia tutto questo stormo di pappagalli.
*
* *
Ora che l'accusa (vorrei dire la calunnia) è formulata, bisogna
bene che io me ne difenda. E per difendermene, niente di meglio che
rimontare alla origine e rispondere a quello che l'ha messa in giro.
Mi difendo, per rispetto a me, e a' miei principj; mi difendo per
rispetto alla verità storica — la quale anch'essa è una dama che merita
di essere rispettata.
Poichè avverto qui — una volta per tutte — e prego i maligni a
tenerselo per detto — che non è già del merito artistico dello
_Alcibiade_ che si tratta in queste pagine mie. Quello lo abbandono
intero al pubblico ed ai critici di tutte le specie e di tutte le
categorie: io per il primo so benissimo d'avere scritto tutt'altro che
un capolavoro; anzi spesse volte mi arrabbio contro di me, pensando
alle tante e belle cose che vi avrei voluto mettere e che non ho
saputo o potuto; perchè qui la ragion del dramma, lì la ragion poetica,
altrove la ragione storica me lo impedivano, e alla scarsezza del mio
ingegno non era dato di armonizzare e combinare insieme tutti quei
criterj diversi.
Sul valore intrinseco dell'_Alcibiade_, ripeto, non solo intendo
nel senso più ampio la libertà de' giudizj del critico, competente
o incompetente, benevolo o malevolo — ma rinunzio alla parola per
difendermi.
Io non ho a difendermi se non dalle critiche che toccano la mia
coscienza d'artista — e un po' anche d'uomo politico. Questo è il
mio diritto, e il critico egregio dell'_Opinione_ ha la bontà di
riconoscerlo. Mi si accusa di aver falsata la storia: chiedo licenza
di interrogarla. Si interpretano a rovescio i miei intendimenti: chiedo
licenza di spiegarli.
*
* *
Perchè di intendimenti, nello scrivere l'_Alcibiade_ — e nelle
proporzioni in cui l'ho scritto — io ne ho avuto parecchi. E vada per
il signor Roberto Stuart che mi rimprovera di non averne avuto nessuno.
Non li avrò raggiunti: d'accordo: chi troppo vuole, nulla stringe:
colpa mia. A me basta far sapere quali erano.
Primo: Un intento _drammatico_ (non ne dispiaccia a coloro che si
sbizzarrirono intorno a quel mio titolo di scene e vi vollero scorgere
— troppo benevoli — una scusa e una attenuante per me). Scrivere un
dramma — proprio, un dramma — in cui fossero — compatibilmente colle
forze mie — i requisiti per ciò richiesti — _azione_, _passione_,
_caratteri_ — e sopratutto verità. E in questo, caro Yorick, vi
ringrazio d'aver indovinato il mio pensiero[7]. Perchè se non avessi
avuto intenzione di scrivere un lavoro _drammatico_, avrei cominciato
col non dare il lavoro alle scene. Soltanto, è una mia idea, e di
qualcun altro, che ciò che chiamasi il _dramma_ possa svolgersi tanto
in un ordine di fatti del mondo esterno, quanto nel fondo dell'anima
d'un uomo. È una mia idea che dramma voglia dire _contrasto di
passioni_, e che questo contrasto, questa lotta possa succedere tanto
_fra_ più individui, quanto _in_ un individuo solo: anzi tanto più
violento, quanto più angusto il campo. In un caso l'azione drammatica
risulta da un intreccio di fatti materiali e di persone, che esige,
perchè l'_urto_ delle passioni e dei caratteri abbia a scaturirne,
una tal quale unità materiale esterna, rispetto al tempo e al luogo:
nel secondo caso, l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti
psicologici molteplici e contrarii dai quali appunto sviluppasi l'urto
in causa dell'unità del personaggio.
In un caso il rapporto di necessità è fra gli avvenimenti; nell'altro
è fra le passioni del personaggio e le fasi della sua vita. Unità
materiale l'una, unità psicologica l'altra, unità drammatiche entrambe.
Tocca all'artista il fare che questa seconda unità sia poi veramente
tale; che cioè non consista soltanto nella identità del personaggio
(non ci è sugo nè costrutto nè senso drammatico a divider per
scene la vita di un personaggio sia pure insigne, al solo scopo di
rappresentarne la vita) ma che le fasi scelte della sua vita abbiano
la loro _ragione_ e il loro _nesso_ in quelle date passioni, da cui
risulti l'armonia del concetto drammatico e l'unità del contrasto.
Questo ebbi di mira scrivendo l'_Alcibiade_, e scegliendo per ciò a
preferenza il tipo di un uomo che fu appunto la sintesi più mirabile
di quanti contrasti si sia mai divertita ad accumulare in un solo
individuo la natura. S'io abbia raggiunto quel mio intento, ripeto
che non so, anzi son lontano dall'affermare; soltanto so, che, di
quelle mie idee sul dramma e su modi varj di intenderne l'unità,
potrei appellarmi ai grandi maestri dell'arte. Chi cerca il _rapporto
di necessità_ fra le scene del _Coriolano_? Chi lo cerca fra le scene
del _Sardanapalo_? Eppure in pochi capolavori l'unità drammatica è
più potente. Nel _Nerone_ del mio ottimo amico Cossa quale rapporto
di _causalità_ materiale, quale nesso necessario di avvenimenti, quale
ragione risultante dall'intreccio della commedia, perchè al primo atto
debba succedere la scena della taverna, e poi nel palazzo la scena
coll'astrologo, e poi quella del triclinio, e poi quella nella Suburra?
Quale ragione, se tutte quelle scene stanno da sè, affatto indipendenti
una dall'altra? oh bella, la ragione che il mio amico Cossa voleva far
scaturire il dramma dal carattere del protagonista e chiese il nesso
armonico fra le scene all'armonia tra le fasi del carattere. Lo chiese
— e l'ottenne nel modo splendido che si sa. E non mi si venga a dire
che ivi l'azione è sempre in Roma e gli atti non son separati che da
ore o da giorni: una volta _tolto_ il _rapporto di necessità_ fra un
avvenimento e l'altro — che la distanza che li separa sia di ore o di
anni, di un chilometro o di mille, al dramma che ne fa? Il distacco è
lo stesso e la questione in faccia all'arte è la stessa.
Ma perchè dunque chiamar _scene_ il lavoro? L'ho chiamato _scene_
perchè in esso l'intento drammatico era il primo, ma non il solo;
perchè ve n'era qualcun altro a cui quel titolo s'attagliava; perchè
non m'immaginavo che i pedanti si sarebbero fatti un'arma contro di me
di quella parola e ne avrebbero cavate delle critiche, a cui, se io non
l'avessi posta, non avrebbero pensato; e perchè in fine — oh bella! —
mi è piaciuto di chiamarlo così. E sfido a provarmi che questa non sia
una ragione che taglia la testa al toro.
Ma i caratteri? e i personaggi? di questi, se permettete, parleremo
poi: e vengo alla _seconda_ ragione del lavoro.
*
* *
Una ragione storica, critica e filologica: offrire agli studiosi una
pittura, dei quadri, delle scene della vita greca del secol d'oro,
colta nella sua fase forse più caratteristica e culminante: in quel
periodo cioè di transizione — della guerra peloponnesiaca — che
conservava ancora il _riflesso_ delle grandi memorie antiche e di tutti
gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti
i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la
caduta della repubblica d'Atene. Presentar quella vita studiata nel
linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel linguaggio,
sopratutto: giovandomi delle fonti classiche antiche e dei lavori
critici più recenti. Ho detto sopratutto nel linguaggio: perchè in
questo almeno mi pareva di poter tentare, colle mie povere forze,
qualche cosa di utile e di non tentato ancora.
La letteratura moderna, specialmente straniera, ha rievocato e ha
ricostruito, in opere romantiche, la vita greca dell'antica età. Per
non parlar dei viaggi di _Anacarsi_ del buon Barthelemy e dei viaggi
di _Antenore_, i romanzi greci di Wieland nel secolo scorso, e nel
nostro il _Caricle_ (_Bilder des griechischen Privatlebens_) di Becker
e il _Pericle e Aspasia_ di Laudor hanno contribuito a popolarizzare,
fra le classi meno dedite agli studj eruditi, i costumi, le leggi e le
dottrine della Grecia del secol d'oro.
Ma il linguaggio vivo — che è pur lo specchio del genio di quel
popolo e della fisionomia di quell'epoca — sfuggiva naturalmente
per la massima parte a questo lavoro di ricostruzione. Il linguaggio
vivo sfugge alla forma del racconto, non può altrimenti ritrarsi e
popolarizzarsi che per la forma viva del dialogo — la forma drammatica.
D'altra parte, non era certo a ritrarre quel linguaggio che servivano
i drammi e le tragedie greche del secolo scorso e più addietro — non
aventi di greco altro che il nome — e le traduzioni che usavansi fare
dei comici, dei tragici e degli altri autori greci, sopratutto de'
prosatori: dove il traduttore si faceva un obbligo di coscienza di
tradurre a senso, ossia interpretare la parola greca, la frase greca
con un ribobolo o un proverbio di stampo tutto moderno; e credeva
aver raggiunto il _non plus ultra_ della bravura quando era riuscito
a travestir completamente il povero greco all'ultima moda, tanto che
fosse bravo chi capisse che quello era un greco che parlava. Più tardi,
è vero, all'estero e in Italia, si cominciò a tradurre i classici
con più coscienza dell'arte e più rispetto all'autore: le licenze
dell'abbate Cesarotti, per quanto figlie d'ingegno ardito, cominciarono
a passare per quel che erano, per delle irriverenze belle e buone.
E quando si ha nome Omero e Demostene si può pretendere a un poco
di creanza. — Il buon Gozzi, ingegno greco, dava il buon esempio e
traduceva squisitamente Luciano. Più tardi sorgeva Foscolo: più tardi
doveva nascere Leopardi. Ma già dai principj del secolo Francesco
Negri e il Lamberti regalavano all'Italia traduzioni mirabili di greca
fedeltà ed eleganza: in attesa che Felice Bellotti le desse il teatro
de' tragici. Oggi nell'_Aristofane_ del Cappellina, nel _Luciano_ di
Settembrini, nel _Tucidide_ di Peyron, nel _Demostene_ dell'Anelli e
dell'egregio mio collega Mariotti (più elegante ed efficace il primo,
più fedele il secondo, attici entrambi) possiede l'Italia traduzioni
insigni che rendono la fisionomia degli scrittori e onorano gli
studj e la letteratura. Ruggero Bonghi andò alquanto più in là e gli
scrupoli della fedeltà lo portarono all'esagerazione. Egli dimenticò
che la forma del traduttore dev'essere greca, senza cessare di essere
italiana. Le sue traduzioni platoniche rispettano perfino nella
giacitura delle parole le membrature più minute del periodo di Platone,
ma rompono le ossa qualche volta alla grammatica del Fornaciari. E il
buon gusto insieme molte volte se ne va: egli è che il traduttore che
traduce un artista dev'essere artista anche lui. Con tutto questo la
fedeltà resta un merito notevole delle traduzioni bonghiane, reso più
notevole dalla erudizione ampia che le accompagna. Ma le versioni del
Negri e del Settembrini e del Mariotti e del Bonghi forse ancora non
servono a famigliarizzare il gusto italiano colle forme della prosa
ellenica: voi sapete, Yorick, meglio di me quanti sono che leggano
e conoscano in Italia ai dì nostri Demostene e Luciano, Platone ed
Alcifrone: e voi siete troppo virtuoso e pudico (migliore certo in
questo della fama) per consigliare ai giovanetti di aspirare il profumo
delle eleganze greche nel profumatissimo Aristofane del Cappellina.
Pensai che l'arte scenica è fra tutti i fattori della coltura il più
popolare e il più efficace: e che poteva per avventura tornare non
inutile affatto un modesto tentativo inteso a ritrarre colle forme
popolari del dramma una parte essenziale della greca antichità: perchè
il linguaggio di un popolo è il prodotto della sua indole, delle sue
tendenze, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del
linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi dell'età lontana nel
mondo della realtà. Lo pensai, perchè senza credermi un pedante, senza
correr dietro alla retorica del classicume, e con tutto il rispetto
possibile agli scrittori della scuola realista, sono intimamente
convinto che l'ostracismo bandito all'arte greca dai moderni innovatori
non ha nulla di serio; perchè credo che la lingua nostra e le
tradizioni dell'arte e del genio nostro ci rendano pur debitori di
qualche cosa a quei poveri nonni di Atene, e che se l'influenza degli
studj classici, senza riportarci agli sproloqui dell'Arcadia, si verrà
armonizzando colle nuove forme dell'idioma create dai nuovi bisogni
e dalle nuove idee, — la purezza della lingua, l'eleganza, e il buon
gusto ci guadagneranno un tanto.
Naturalmente, accennando a questo mio tentativo, accenno al lavoro
nella forma prima in cui lo scrissi, in cui vedrà fra poco la luce
per le stampe. Nella riduzione pel teatro, attuare il tentativo era
impossibile fuor che in parte. Molto dovetti concedere alla ragione
drammatica: gran numero di locuzioni greche soppressi: altre modificai
per l'intelligenza delle scene: serbai della forma prima solo quel
tanto che significasse l'intento letterario del lavoro. S'io abbia
avuto torto di propormelo, o se io l'abbia in parte raggiunto, il
lettor cortese del dramma stampato giudicherà.
*
* *
_Terzo_ intento del lavoro: un intento morale. Di questo non si
scandalizzeranno almeno coloro i quali opinano che il teatro dev'essere
un pulpito e che ogni lavoro drammatico deve avere la sua brava
tesi morale da risolvere. Senza ambire il vanto di moralista nè di
predicatore, per una volta tanto la mia tesi ce l'ho messa anch'io.
Intendiamoci: siccome io non la penso come quei signori, alla tesi già
non sagrificai lo sviluppo dell'azione; e mi guardai bene dal processo
dimostrativo; ma da che mi si affacciò — e un concetto morale scaturiva
spontaneo dallo argomento — no 'l trascurai: anche perchè dava al
dramma un altro carattere di unità.
E il concetto è accennato nella comparsa appositamente fuggitiva (quasi
staccata dal resto della scena) del misantropo Timone nel 2.º atto, che
si lega alla catastrofe del dramma.
Mentre Alcibiade inganna il popolo ed empie Atene delle sue
dissolutezze, Timone lo maledice e preconizza in lui il flagello
della città. Alla fine, Alcibiade il dissoluto rotto a ogni vizio, il
demagogo intrigante, ambizioso, e corruttor della plebe, Alcibiade,
fatto migliore dalla sventura e dall'amore[8], riscatta le colpe della
vita coll'opere generose, coi propositi generosi degli ultimi giorni,
con una morte da eroe. Egli è che non bisogna disperar mai della natura
dell'uomo, la più corrotta e pervertita, finchè essa sia aperta alla
voce di un affetto, e in lei vibri la corda — sia pure una sola — di un
solo nobile istinto.
E intorno ad Alcibiade, due altri esseri smentiscono Timone. Là in
mezzo alle brutture che deturpano e trarranno a rovina la gloriosa
città di Milziade, il misantropo disperato impreca l'umanità malvagia;
alla fine, Alcibiade proscritto sogna il misantropo riconciliato
coll'umanità[9], perchè la virtù non è scomparsa dalla terra: e delle
due classi della società più disprezzate, sono i due esseri che soli
restan fedeli al proscritto nella sua sventura. I nepoti di Temistocle
e di Aristide condannano a morte i capitani vittoriosi delle Arginuse,
pagano Alcibiade d'ingratitudine nera; una _etèra_ e un _parassito_ si
sagrificano per lui. È la fede nell'umanità, attraverso i suoi delitti
e le sue sventure, opposta al misantropismo e alla disperazione de'
suoi destini.
*
* *
Eccomi infine ad un ultimo intento dell'_Alcibiade_ mio: e questo si
racchiude in una considerazione _storica e politica_, — che Socrate
accenna fino dal principio del dramma.
_La repubblica più grande e gloriosa della Grecia antica rovinò, quando
le virtù repubblicane — che l'avevano fatta gloriosa e grande — se ne
andarono._
È il concetto che si affaccia spontaneo a chi appena scorre dello
sguardo la storia del periodo in cui l'_Alcibiade_ si svolge.
E qui, eccomi a voi, caro Yorick, eccomi da lei, signor marchese
D'Arcais — paladini egregi della repubblica contro di me: contro di me
repubblicano, che appunto per ciò, da un pezzo ho dato alla grandezza
d'Atene la mia ammirazione e ho negato agli Ateniesi della decadenza le
mie simpatie. Artista, faccio a Pericle di cappello e vado in estasi
davanti al suo secolo: uomo politico, gli voglio male. Non amo la
repubblica di Eucrate, di Cleone e di Iperbolo, uscita dal grembo della
corruzione sapiente di Pericle, come non amo la repubblica francese del
1848, uscita dal grembo della corruzione borghese della monarchia di
luglio. L'una prepara i Trenta e la tirannide macedone; l'altra prepara
il secondo Impero. È esatto peraltro il dire che il secondo Impero fu
già esso medesimo la immagine più completa e più fedele del regime del
flgliuol di Zantippo.
Sì, è vero, caro Yorick, verissimo, signor marchese, senza che Ella me
lo insegni: non solo Atene grandeggiò nella Grecia, ma se mai grandezza
antica fu meritata e fu vera ed ebbe spiegazione nella storia, ella è
questa di Atene. Sentinella avanzata della Grecia e dell'Europa verso
l'Asia, là in faccia all'Egeo, la natura, il mare, il tepido cielo
le avean segnato i destini. Era impossibile che un popolo immaginoso,
poeta, cresciuto nel mondo fantastico e splendido della sua mitologia,
dotato di tutta la vivacità, la svegliatezza arguta e l'attività
irrequieta, febbrile della razza jonica — costretto a dimorare su un
terreno sterile, angusto, montuoso, insufficiente alla vita, quasi
sull'alto di uno scoglio: e di là, sotto il raggio ardente de' suoi
soli, al chiarore delle sue notti tepide e serene, vedendo a sè dinanzi
il mare — il mare che lo invitava e gli apriva le braccia immense,
misteriose — era impossibile che quel popolo non corresse entusiasta
all'invito. Al mare! al mare! Ivi sarà la culla della prosperità, della
grandezza d'Atene, e della sua forte democrazia.
Poichè il commercio e le ricchezze dal commercio derivanti altereranno
man mano col tempo le condizioni economiche rispettive delle classi
antiche; sopprimeranno le distinzioni fra di esse e promuoveranno
l'uguaglianza nei diritti; poi le triremi, una volta che saran divenute
il nucleo della città, reclameranno esse sole i quattro quinti dei
cittadini e si riempiranno di popolani, consapevoli di essere la forza
di Atene.
«_Per la dominazione del mare_, attesterà Isocrate poi, _i nostri
padri furono necessariamente costretti a calare all'odierna forma di
democrazia»[10]._
«_I poveri ed il popolo_ — scriverà Senofonte — _sono in Atene
giustamente da più dei nobili e dei ricchi. E per questo motivo: che
il popolo è quello che spinge le navi e procaccia potenza alla città.
Poichè i piloti, i comiti, i capi di cinquanta, i sopraintendenti alla
prora, i costruttori di navi sono quelli che acquistano potenza allo
stato assai più che non i cittadini, i nobili, e gli ottimati_»[11].
E la democrazia, ordinata dalla sapienza delle leggi di Solone, di
Clistene, e di Aristide, fa grande difatti Atene al tempo delle guerre
mediche. Poichè tutto, tutto, cospira allora a questa sua grandezza.
L'antagonismo di Sparta non è ancor nato e Salamina oscura ogni vanto.
Le navi hanno salvato la Grecia e quelle navi sono la maggior parte
ateniesi. Un spirito magnanimo di emulazione, di disinteresse, di
amore alla gran patria greca anima i compatrioti di Temistocle; e
mentre a Maratona li fa combattere da soli, e a Salamina li fa accettar
volonterosi, benchè maggiori di numero, il comando di Sparta, e a
Platea li move a cedere il posto d'onore ai Tegeati, — concilia loro
l'ammirazione e le simpatie di tutta la Grecia.
Una costituzione squisitamente studiata sull'indole stessa del popolo,
ne sviluppa i lati migliori, ne corregge i cattivi, ne stimola il
valore, ne tempera mirabilmente le private e politiche virtù.
Ed era bello il dirsi in quei giorni cittadino ateniese: nome che era
lo spavento della Media, l'orgoglio della Grecia: titolo d'onore ambito
— e indarno — dai re.
Abolita la nobiltà ereditaria, fondata sulla rendita la divisione delle
quattro classi, la dignità del cittadino s'era rialzata e rafforzata
nel sentimento dell'uguaglianza: il cittadino trovava nel merito
individuale, nel censo, e quindi nel lavoro che lo creava, la via per
giungere agli alti gradi: l'esercizio dei pubblici uffizj, esteso da
Aristide anco all'ultima classe, rappresentava ad un tempo per lui
l'adempimento di un dovere, e l'uso di un diritto che era il più ambito
compenso a sè medesimo.
Non pagato nelle assemblee, non pagato nei tribunali, il cittadino
ritrovava pura e completa nel suo disinteresse la coscienza della
sua sovranità: e questa ispirava gli alti, magnanimi propositi: e
l'emulazione nobile, severa, per il pubblico bene governava le libere
adunanze.
Indi più profondo il sentimento del dovere: indi più grande l'idea
della patria. In essa era tutto, per essa tutto: e caro al cittadino lo
ecclissarsi innanzi a lei. L'ambizione individuale non pensava a cercar
le vie della tirannide. Ai valorosi e benemeriti compenso sufficiente
una modesta iscrizione sulle Erme[12], e l'essere da uguali in virtù
tenuti degni di primeggiar fra loro[13]. E niuno sdegnava tal gloria:
niuno diceva: _a Salamina Temistocle, a Maratona Milziade pugnò: ma
bensì là gli Ateniesi: qui la repubblica_[14].
E in quella modestia ispirata dal senso dell'uguaglianza e del dovere
ritempravasi la repubblicana austerità. «_Le case di que' prodi da
noi tutti venerati sì modeste apparivano e sì temperate a popolare
uguaglianza, che se alcuno di voi oggi vedesse quelle di Temistocle,
di Cimone, di Aristide, di Milziade e di molti altri magnanimi, non le
discernerebbe dalle vicine_»[15].
E ritempravasi nella emulazione, più fecondo e magnanimo, il
disinteresse: allora Aristide disponendo di tutti i tributi neppur
d'una dramma crebbe gli averi e morto dovette fargli le esequie la
repubblica[16]: allora il popolo, consigliato da Temistocle, rinunziava
volonteroso alle distribuzioni dell'argento del Laurion, assegnato
ai men ricchi cittadini: e con quell'obolo spontaneo del povero si
costruivano le navi che dovean salvare la Grecia[17].
Tenuta la corruttela delitto esecrando in tanta gara di disinteresse
e di virtù, la legge puniva di morte e di infamia i corruttori per
danaro del popolo e dei giudici; e i corrotti insieme; e non parea pena
soverchia[18]: chè la austerità del costume e la pubblica coscienza la
sanzionavano.
«_Vi aveva allora, Ateniesi, ne' petti nostri quello ch'ora mancò,
quello che trionfò dell'opulenza persiana, che serbò libera la Grecia
e in terra, in mare indomabile. Allora chi vendeasi ai tiranni, ai
corruttori della Grecia, tutti l'esecravano: la corruttela era orribil
misfatto: atrocissimo il castigo: taceano le brighe e la pietà. E non
della opportunità, non della greca concordia, non dell'odio ai barbari
e ai tiranni niun oratore, niun duce facea mercato_»[19].
Indi la virtù fatta scala agli onori e al governo della cosa
pubblica: poichè a capo di questa stavano gli oratori che dirigeano le
discussioni e i voti nelle popolari assemblee: e il nobile diritto di
dar consigli alla città non bastava a conferirlo il talento — ma sì la
vita irreprensibile. Indi sindacata la condotta privata degli oratori;
espulsi dalla bigoncia coloro dei quali le private virtù non dessero
garanzia delle pubbliche; i prodighi, gli scioperati, i trascurati
verso i genitori, i tardi e i riluttanti a pigliar l'armi e i segnati
di viltà nelle battaglie; gl'impudichi, i notati di turpi vizi, i
dediti all'orgie e alle voluttà[20]: perchè giustamente stimavasi
indegno di consigliare il popolo, chi i consigli non accompagnasse
colla austerità degli esempj.
Poi che l'esercizio della sovranità non era ancor fatto impiego venale,
e di esso non si campava, e ancor non era la bazza dei tre oboli nè
del dicastico nè dell'_ecclesiastico_, — tanto più onorato e rispettato
il lavoro: salite in dignità le arti, i mestieri[21] (attento, sig. Z
della _Livornese_, che in proposito ne ha dette di grosse); invigilarsi
dagli Areopagiti di che arte ognun campasse onestamente la vita; punito
l'ozio, la questua: notato d'infamia il recidivo[22].
Santo e rispettato il lavoro, santo e rispettato il vincolo della
famiglia: l'unione degli sposi fatta qualcosa più che semplice affar
di interesse o accoppiamento di sessi; rafforzati coi doveri dei
figli verso i genitori, i doveri de' genitori verso i figli; punito,
secondo i casi, di morte, d'infamia, di altre pene, severissime sempre,
l'adulterio — consumato o tentato, adulteri e adultere ad una — e delle
pene medesime il concubinato[23]; e di morte i lenoni[24].
Forte, virile la educazione. «_Nel buon tempo antico, quando fiorivano
gli antichi costumi_ — scrive Aristofane — _i giovanetti affrontavano
il verno senza mantello, benchè la neve venisse giù come farina; non
mangiavano come oggi delicate vivande, non posavano in atteggiamenti
svenevoli; la loro musica era maschia e marziale, i loro costumi
decorosi e casti. Così furono educati gli uomini che pugnarono a
Maratona._»[25]
E il regno delle _etére_ non era ancora sorto. La corruzione
ingentilita non aveva ancor pensato a far bella la prostituzione
del nome santo dell'amicizia e a decorare del dolce nome d'_amiche_
(ἐταίρα, _compagna_, _buona amica_) le alunne impudiche della Venere
Volgare[26]. Demostene non iscriveva ancora: _Abbiamo le etere per
il piacere dell'animo, le donne legittime per la procreazione della
prole_[27]. Ristretta a poche schiave comperate all'uopo (πόρναι) e
confinate rigorosamente ne' bordelli, la prostituzione ancora non
rappresentava che un'istituzione di pubblica igiene[28], sotto la
vigilanza dello stato. Il pubblico dispregio manteneva un cordone
sanitario di isolamento intorno a quelle case, intese a prevenire
il concubinato e a preservare dalla corruzione e dall'adulterio
le famiglie. Siamo ancora lontani dal tempo che donne affrancate e
libere eleggeranno spontanee la condizione lucrosa di _cortigiane_,
usurperanno per proprio conto tutto il posto delle mogli, e rotti i
vincoli delle famiglie faranno delle proprie case il luogo elegante di
convegno del fiore della città.