Maddalena Arò uscì sul verone, tese al sole un panno lavato; poi,
alzando gli occhi verso le colline, spinse il pensiero al di là, dove
si figurava che fosse il mare.
— Allegra! — gridò dal basso la vecchia Marta. — Ho incontrato quel
delle lettere, e me ne ha dato una per te.
La fanciulla si scosse, scese lestamente la scala di fuori, entrò nella
stanza terrena dietro sua madre.
— Una lettera di Prospero, eh?
— Eh già; di chi vuoi che sia? Presto, vediamo, vediamo.
Maddalena si mise a sedere vicino alla finestra, prese la lettera con
la mano non ben ferma, e ruppe il sigillo.
«Genova, venerdì 20 maggio 1808.
_Mia cara Maddalena_,
Vengo di ricevere delle vostre nuove, che grazie al cielo godete
perfetta salute. Anch’io mi sento bene, ma passo a raccontarvi la
disgrazia che mi è successa: come qualmente sono stato fucilato
in piazza dell’Acqua Verde. Ho fatto una morte piuttosto eroica e
gloriosa, gridando: _vive l’empereur!_ che i miei camerati erano
tutti stupiti di quel mio tanto coraggio, e dicevano: _tudieu!
quel homme que ce Tonellò!_ Cosa volete? cara Maddalena, non era
destinato che fossimo marito e moglie. Salutate vostra madre, e
tutti quelli che domanderanno di me. Abbracciandovi caramente, mi
dico essere sempre vostro affezionatissimo
fu PROSPERO TONELLO».
— Ebbene?... ebbene?... ebbene?... — diceva Marta, ritta dinanzi alla
figlia, con le mani arrovesciate sui fianchi.
La figlia stette qualche momento con gli occhi spalancati, stralunati,
come se si vedesse il promesso sposo disteso ai piedi in una pozza di
sangue fumante; poi balbettò:
— È morto.
— Morto! — esclamò la vecchia, cambiandosi tutta in viso. — Come?
quando? perchè?... Prospero morto? Ma che ti gira?
La giovane diede in uno scoppio di pianto. Marta raccolse il foglio
ch’era volato in mezzo alla stanza, sillabò malamente alcune parole,
s’impazientì, pensò e prese una risoluzione:
— Senti — disse alla figlia, — mi rimane tuttor qualche dubbio, voglio
schiarirlo. Vo e torno. Non ti muovere, sai. Sfogati in lacrime.
Piangi, piangi: ti farà bene.
Detto questo, uscì in fretta e s’avviò alla scuola, ch’era nel mezzo
del villaggio.
Il maestro Cagnardi, lungo lungo, fine fine, con una parrucca e un
vestito di color ruggine, pareva un chiodo enorme, dissotterrato di
fresco. Misurava innanzi e indietro a passo lento la scuola, ora
alzando ora abbassando la voce, e stringendo di tanto in tanto il
manico dello staffile. Si voltò al rumore del saliscendi, e andò
incontro a Marta guardandole le mani, come faceva per abitudine
alle madri e alle sorelle dei suoi scolaretti, dalle quali accettava
volentieri polli, uova e ortaggio.
— Ma! ma! ma! — esclamò poi, con sopracciglio minaccioso. — Vedete bene
che sto facendo lezione. Cosa c’è? Cosa volete?
— Abbia pazienza — rispose Marta sommessamente: — dia un’occhiata a
questa carta.
— Ora non è il momento.
— Oh Signor Iddio! che ci vuol tanto...
— Non nominate il nome di Dio invano.
— Ci vuol tanto, dico, a fare un’opera di misericordia?
— Un’opera di misericordia?
— Vorrei sapere in confidenza, da lei che ha studiato, se questa
lettera contiene o non contiene una brutta nuova. Mia figlia dice di
sì; io, così a prima vista, direi di no.
Cagnardi pigliò il foglio, lo lesse piano, lo rilesse forte, e disse
agli scolari:
— Avete inteso? Avete notato prima quel «_mi sento bene_» e poi quel
«_sono stato fucilato_»? Cotesto è uno spropositone dei più massicci.
Ma io non ci ho colpa: sono gli alunni del mio predecessore che si
esprimono così. E vi serva d’esempio. Quando andrete a fare i soldati e
vi troverete in paesi lontani, ricordatevi di scrivere chiaro, non solo
calligraficamente, ma grammaticalmente. Torniamo al nostro proposito.
Attenti! _Verbo_ viene dal latino e vuol dire _parola_: come se si
dicesse che il verbo è la parola sola, la parola più eccellente, più
importante. Infatti il verbo è quello che dà senso alle altre parole...
Scrivete. _Il grillo è agile... La rosa è pomposa... La mosca è
noiosa_...
Marta fece una spallucciata e se ne andò.
La figlia aspettava sull’uscio, coi capelli scarmigliati, con gli occhi
rossi, col petto ansante.
— Sono andata dal maestro — disse la vecchia, senza aspettare la
domanda.
— Perchè?
— Per consultarlo. Lo consultano tutti, quando non sanno proprio dove
batter la testa.
— E dunque?
— Dunque niente.
— Come _niente_?
— Sono andata con le mani vuote e non mi ha voluto dir niente. È un
malizioso di prima forza, colui.
Rientrarono insieme nella stanza terrena, e si posero a sedere l’una in
faccia dell’altra.
Dopo un momento, Maddalena ricominciò a piangere dirottamente.
— Basta! — disse Maria, asciugandosi pure le lacrime. — T’ho lasciata
sfogare, adesso basta. Bisogna farsi coraggio. Stasera reciteremo il
rosario in suffragio dell’anima di quel poveretto. Se credi, gli faremo
dire una messa, anche due, e poi... E poi metterai il cuore in pace,
eh?
— Mamma, il cuore in pace non lo metterò mai.
— Oh Signor Iddio! Alla fin dei conti che cos’era questo Prospero?
Quello che ti parlava quando stava al paese: come dire il tuo amoroso.
Altro è un amoroso, altro è un marito; altro è parlare, altro è vivere
insieme. Bisogna aver vissuto con un uomo di giorno e di notte, d’amore
e d’accordo, per sapere che cos’è restar senza sul colpo! Io lo so.
Sono passati nove anni, ma... Oh misericordia! Rammenta, rammenta
quella maledetta mattina!
La madre e la figlia si guardarono in viso e rabbrividirono, assalite
in un punto da una folla di rimembranze crudeli.
La mattina del 1º giugno 1799, Pietro Arò stava, con altri muratori,
restaurando la facciata della parrocchia. Tutt’a un tratto il ponte,
sopraccarico di materiali, s’era sfasciato, travolgendo due uomini, e
lasciando Arò e un certo Odasso aggrappati a un’abetella pencolante, in
piena agonia.
— Arò, il legno cede.
— Odasso, pesiamo troppo.
— Uno di noi può salvarsi, due no.
— Io ho la moglie malata, una nidiata di piccolini...
— La mia Marta è robusta; Maddalena può già lavorare...
— Arò, Arò, il legno cede!
— Vado. Pregate per me.
*
* *
Il figlioletto dell’aggiunto, tornato di scuola, raccontò una cosa
straordinaria: un soldato, nativo del luogo, era stato fucilato perchè
non sapeva la grammatica. L’aggiunto, domandò al terzo e al quarto per
aver qualche lume, poi credette bene di parlare col _maire_. Il _maire_
fece chiamare il maestro. Il maestro li indirizzò senz’altro alla
vedova Arò.
Vistili apparire sulla soglia, Maddalena si alzò e uscì chetamente
dalla parte dell’aia. Marta li ricevette alla meglio, e presentò loro
il foglio.
— Già — fece il _maire_, dopo averlo letto e riletto; — ma non sarà poi
uno scherzo dei compagni d’arme?
— Ma è la sua scrittura — rispose Marta; — la scrittura di Prospero.
— O uno scherzo di Prospero stesso?
— Eh no! era un giovane serio, fin troppo, fin troppo.
Il _maire_ pensò un poco, poi fece un saluto, prese per un braccio
l’aggiunto e trattolo fuori della casetta, disse sotto voce:
— Ho mangiato la foglia.
— Dite davvero?
— Questo Prospero Tonello non doveva forse venire in congedo?
— Sicuro.
— Eh! allora l’affare diventa chiaro come il sole: la lettera è
un’astuzia, uno strattagemma, nient’altro. Colui non vuol più prender
moglie, o non vuol più saperne di questa Maddalena.
— Che però è una ragazza piacente. Ha i capelli neri, gli occhi chiari,
il personale svelto, un bel portamento...
— Ma quell’altro è a Genova!
— Ciò non significa niente.
— Bravo! Si vede che non ci siete mai stato.
— Sono stato ad Alessandria.
— Ma che Alessandria! È Genova che bisogna vedere.
— Il mare, eh?
— Ma che mare! Le donne, le donne, le donne. A Genova le donne sono
tutte belle; gli uomini tutti brutti. Perciò è il paradiso dei
forestieri. Io lo posso dire, che vi ho passato un carnevale. Un
carnevale che non dimenticherò mai!
Intanto la voce si spargeva per il villaggio e per il contorno in cento
maniere. Dopo il _maire_ e l’aggiunto, si presentarono alla casetta tre
consiglieri del municipio; poi amici, parenti, conoscenti, curiosi. In
tutto il resto di quella giornata, Marta non ebbe un momento di quiete.
A notte, stufa di rispondere sempre alle stesse domande, mise la
lettera famosa sulla tavola, accanto alla lucerna accesa, serrò
l’armadio a chiave, spalancò l’uscio di strada, e andò a sedere
nell’aia, al buio, vicino alla figliuola sconsolata.
La gente entrava, leggeva o compitava lo scritto, e tornava fuori a
ciarlare.
— È proprio morto, eh? — Pare. — Ecco un altro che non vedremo mai più.
— Poveraccio! me ne sa proprio male. — Era un buon diavolo. — Poh! una
lana, che sfido chiunque. — Un prepotente bello e buono. — Prepotente
no, ma molto manesco. — Brutti tempi son questi: rivoluzioni, guerre,
esecuzioni, terremoti, carestia, epidemie; se continua un altro
poco, vuol essere uno sperpero d’uomini, e massime di gioventù, da
ricordarcene per un pezzo.
La mattina seguente, le due donne ricevettero la visita di Casimiro
Celotto, padrone di un poderetto poco distante dal paese. Era stato
coetaneo e amico d’infanzia del povero Prospero, e desiderava qualche
ragguaglio sulla sua tristissima fine. Ragguagliato che fu, mormorò
tra i denti alcune parole di conforto, di rassegnazione, e si congedò.
Due giorni dopo, passando casualmente davanti alla casetta, si
affacciò all’uscio, ricambiò un saluto, e continuò la sua strada. Ma
la domenica, verso sera, si riaffacciò; invitato a entrare, entrò, e
rimase un pezzetto a discorrere del più e del meno.
Da quel giorno in poi prese a frequentare la casetta senza suggezione.
Si metteva a sedere dirimpetto a Marta, nella bella luce che per la
piccola finestra veniva dentro dal cielo sereno e dalla campagna
assolata, e dava le nuove: — La grandine, grossa come le noci, ha
mangiato il raccolto dell’uva su cinque colline... I banditi hanno
incendiato una villa in quel di Baldichieri... Nel pozzo di una cascina
isolata, si è trovata una giovinetta sgozzata come un agnello... A
Villafranca si fanno grandi preparativi per ricevere degnamente il
vice-prefetto, il procuratore imperiale, e diverse altre autorità del
dipartimento...
Egli, sebbene non istruito, aveva molto garbo a raccontare. Rivolgeva
a quando a quando la parola anche a Maddalena, con timida e delicata
amorevolezza, come se ella vivesse in un ambiente particolare,
circondata da un’aria resa pura e quasi sacra dalla recente sventura;
le teneva poi sempre gli occhi addosso mentre preparava il desinare
o la cena, ancora un po’ pallida, e con una serietà tra malinconica e
contegnosa, che non si accordava affatto con l’occupazione ordinaria,
ordinarissima a cui attendeva.
Marta ascoltava premurosa; si attristava, inorridiva, si maravigliava;
e moltiplicava le interrogazioni e le considerazioni.
Così passavano il tempo nella massima pace.
Un giorno, mentre Casimiro si avvicinava alla casetta da una parte,
vide Marta che si allontanava dall’altra. Fu lì lì per darle una voce,
poi si rattenne e affrettò lietamente il passo. L’uscio era socchiuso.
Lo spinse bel bello, dicendo forte: — È permesso? è permesso? — Nessuno
rispose. Entrò e si affacciò all’altro uscio, che metteva sull’aia.
Maddalena era là, sotto la tettoia, a un trenta passi di distanza;
stava a sedere, volta per fianco, sopra una carriuola, e riduceva in
briciole un pezzo di pane. Ai suoi piedi era un correre scompigliato
e minuto di pulcini pigolanti, bianchi e morbidi come batuffoli di
bambagia: la chioccia, grossa e giallognola, girava attorno alla
covata, chiocciando, raspando, sminuzzando le briciole, e avventandosi
furiosamente alle altre galline che si affollavano per beccare.
— Vediamo se si volta verso di me — pensava Casimiro, contemplando
così da lontano la bella fanciulla; — se _sente_ che io sono qui; se il
cuore le dice qualche cosa...
Maddalena finì di sbriciolare il pane, appoggiò il gomito sinistro sul
ginocchio, chinò la fronte nella palma, fissò gli occhi a terra.
— Niente! — continuò il giovane dentro di sè. — Il cuore non le dice un
bel niente. Chi sa! forse lo fa apposta. Era in casa, mi ha conosciuto
al passo, ed è scappata per farmi dispetto.
In quel momento quattro tacchini, che stavano accovolati in disparte,
alzarono le teste bernoccolute dalla caruncola carnosa e pendente,
abbassarono l’ali, arruffarono le piume, spiegarono in semicerchio le
penne della coda, e si avanzarono gonfi e pettoruti verso l’intruso.
Casimiro cavò fuori la sua pezzuola a fiorami rossi, e la mosse in qua
e in là per aizzarli sempre più.
— Animo! fate la ruota, fate la ruota, glu glu glu glu, così va bene.
E quell’altra continua a far la statua! Non guarda nemmeno con la coda
dell’occhio! Ci vuol tanto a voltare un pochino la faccia? Eh, ma lo
fa apposta! Crede forse di umiliarsi? Mi umilio bene io, che vengo qui
tutti i giorni a divertire la sua vecchia. Cosa vuole di più? Che le
porti il latte d’oca? Però, dopo tante occhiatine che dicevano tutto,
vedersi ricompensato così, l’è barbara, ecco... Superbia! superbia! E
alla fin dei conti è poi una ragazza come tant’altre. Adesso è proprio
ridicola. Siamo ridicoli tutti e due. Oh me ne vado!... Non ho più
tempo da perdere. Me ne vado, me ne vado, e giuro che non torno mai
più!...
Non tornò più... Ma di tanto in tanto capitava alla casetta un ragazzo,
che portava i saluti di Casimiro, e insieme un paio di pernici o una
lepre o tre o quattro quaglie.
— Guarda com’è gentile! — diceva Marta a Maddalena. — Come pensa a quel
che fa! La carne di animale selvatico è un eccellente nutrimento. Quel
che ci vuole per noi, che siamo come due convalescenti: io perchè sono
in là con gli anni, tu perchè sei ancora un poco innamorata.
— Non lo sono più — rispondeva la fanciulla freddamente.
— Manco male... Però bisognerebbe anche ringraziarlo, questo buon
figliuolo.
— S’è reso invisibile.
— Purtroppo. Ma in questo io non ci ho colpa.
— Nemmeno io.
— Ehehe!
— Cosa? Se colui ha la luna...
— Come _colui_? Chiamalo Casimiro. Casimiro è un bel nome, e che
gli sta bene, perchè lui è anche un bel giovane. Un giovane di molto
credito, figlio unico di madre vedova, e già dispensato dal servizio
militare. Ha un po’ di terra al sole, e una calza di lana quasi
piena di marenghi, dentro il pagliericcio. Questo me l’ha detto in
confidenza la Foassa, che lo ha assistito quando aveva il mal maligno.
La Foassa esagera sempre un poco, e mettiamo che insieme all’oro ci sia
anche dell’argento e del rame: ma è tutta moneta corrente, e bisogna
rispettare chi la possiede... Casimiro veniva qui con buona intenzione,
a fin di bene, con la speranza di consolarti. La sua amicizia ti doveva
dar consolazione, perchè si capisce che non è una di quelle che tutti
possono avere. E tu fai la scontrosa, la disgustata! Belle cose!... Hai
una di quelle facce che si vorrebbero veder sempre contente e serene, e
ogni mattina metti su muso, e lo tieni per tutta la giornata. In paese
c’è già chi ti chiama la _Musona_. È un soprannome. Ma i soprannomi
sono attaccaticci come la pece. E quando una ragazza s’è guadagnato un
soprannome, non glielo leva neanche il papa. Hai capito?
*
* *
Potevano essere le dieci. Una campana scoccò lamentevolmente, cominciò
a sonare a morto.
— Diamine! — esclamò Marta. — Ammalati non ce n’è, ch’io sappia. È
forse accaduta qualche disgrazia mortale?
La madre e la figlia uscirono di casa. La strada era deserta. Alle
finestre e sui terrazzini delle case, ammucchiate alla falda del
colle, non si vedeva nessuno; nessuno sulle mura del castellaccio
angoluto, piantato sulla cima; ma il piccolo campanile barocco, ritto
a mezza costa, continuava a diffondere nell’aria estiva il lugubre
avviso. Finalmente il suono cessò; le ultime onde parvero estendersi,
oscillare, confondersi con altri rumori vicini e lontani; e tosto
si riudì il fracasso dei correggiati che battevano le manne di grano
distese sulle aie.
— Tant’è — fece Marta: — voglio sapere qualche cosa. Vado qui da Lucia
_la sorda_, che è sempre informata di tutto.
Maddalena si ristrinse nelle spalle e tornò in casa.
Poco dopo ricomparve la vecchia tutta frettolosa.
— Lucia non sapeva niente, quella sciocca; ma mi sono imbattuta in
Giovanni Bongiovanni, che mi raccontò come andò il fatto.
— C’è stato un fatto? — chiese Maddalena.
— Sta attenta. Due ore fa venne gente a chiamare il parroco che andasse
più in fretta che poteva su al Cascinotto, dove una persona stava per
morire. Don Nosengo fa cercare il chierico perchè lo accompagni: il
chierico non si trova in paese; prende egli stesso gli arredi sacri
occorrenti, e via. Giunto al Cascinotto, apre l’uscio e vede Geppe,
il capo di casa, seduto come al solito sulla sua seggiola impagliata,
e torno torno, i figli, le figlie, i generi, le nuore, i nipotini. —
Uhei! — dice il parroco, — dov’è il malato? — Son qui — risponde Geppe.
— Ma voi state meglio di me! — No, signore, sono proprio agli ultimi...
— Era vero?
— Come! se era vero? E la campana? Ti pare che sonasse a festa, la
campana?
— Povero vecchio!
— Poh! aveva compito novantanove anni giusto la settimana passata. Io
mi contenterei d’arrivare alla novantina.
— Comunque è una brutta notizia.
— To’, ne vuoi una bella? Ho visto Casimiro che parlava con la cugina
Rosalia. E come!
— Dove?
— Sul ponte di legno.
— Adesso capisco.
— Cosa?
— Perchè passeggia in su e in giù lungo il rio.
— E non ha mai detto niente?
Maddalena rispose con una risatina.
— Manco male — mormorò la madre, — che la prendi in buona parte.
— E che m’importa a me di quei due? Mi dispiace perchè non mangieremo
più pernici, ecco!
— Uhm! a dir _che m’importa_ ci vuol poco. Alla prova poi bisogna
vedere; io se fossi in te, starei zitta. Ti compatisco, perchè hai poca
esperienza. Tempo verrà che non penserai più a Prospero...
— Oh, non cominciamo coi soliti discorsi. Io non penso più a nessuno.
Voglio vivere tranquilla. Casimiro è biondo; Rosalia bionda tanto
o quanto anche lei: faranno figliuoli biondissimi. C’inviteranno
alle nozze, ai battesimi, a tutto. Non vedo l’ora d’andarvi. Non mi
lascierò più sfuggir nessuna occasione di stare allegra. Al diavolo la
malinconia! Al diavolo tante altre cose!
— Uh, come parli!
— D’ora in là parlerò sempre così!
— Misericordia!... E adesso dove vai?
— Vado a cogliere un po’ d’insalata.
— Che bisogno c’è di pigliare il sarchiello? Non hai le mani?
— Sta a vedere che non potrò più sarchiar l’orto!
— Oh Signor benedetto! Che maniera è questa?
— Un orto che fa pietà! Le prode si sono empite d’erbacce; le vespe, i
calabroni, i bruchi, le zuccaiuole, mandano alla malora ogni cosa. So
io quel che va fatto.
Così dicendo, la fanciulla uscì dalla stanza, traversò l’aia, entrò
nell’orto: ma invece di mettersi all’opera, gettò il sarchiello in
mezzo ai fagiuoli e girò l’occhio lungo il rio, che scorreva poco
distante, tra due rive ineguali, folte di salici e di pioppi. Intravide
subito fra tronco e tronco una figura umana, che veniva lentamente alla
volta sua.
— È lui, quell’impostore!... Ha lasciato sul ponte la sua biondona...
Ma cosa viene a far qui?
Così pensato, andò a mettersi di fianco a un grosso susino e stette lì
mezzo nascosta, con la testa avanti e la persona indietro.
Fatti alcuni passi, Casimiro si pose a sedere sur un greppo all’ombra
d’un grand’albero frondoso, come per riposarsi e prendere un po’ di
fresco.
Maddalena rimase un momento immobile e pensierosa; poi abbracciò
bruscamente il susino e diede due scosse che fecero cadere i frutti a
dozzine.
Il giovane si rizzò, balzò nel campo: ma poi si avvicinò lemme lemme,
con l’aria di chi non sa cosa fare di sè.
— Siete lì, Maddalena? Oh oh! come maltrattate quel povero susino!
Maddalena si staccò dall’albero, e accennò mollemente che desiderava
parlargli.
Casimiro si avanzò fino alla siepe e aspettò.
— Vi devo ringraziare — disse la fanciulla, dopo un poco.
— Di che cosa?
— Di tutta quella buona roba che ci avete mandata. La selvaggina piace
molto a mia madre. Vi ringrazio anche a nome suo. È un po’ tardi, ma vi
siete fatto prezioso...
— Eh, le faccende.
— Faccende di Stato?
— Faccende di campagna.
— Sento dire che volete prendere il posto del _maire_.
— Sarà.
— Che risposte asciutte.
— Ho imparato da voi.
— Cioè? spiegatevi.
— Non occorr’altro.
— Badate che io intendo le cose a mezz’aria.
— Allora poi non domandate.
— Del garbo ce n’è poco, ohe!
— Non ho preteso d’offendervi. Le mie parole vi scottano, perchè voi
altre ragazze siete tutte quante ideali; cioè avete sempre mille idee
per la testa, e spesso vi ostinate a credere che una cosa è così
piuttosto che così. E montate in superbia quando non è proprio il
caso. E la superbia fa saltar la mosca al naso, perchè è figliuola
dell’ignoranza, perchè è vizio contrario alla civiltà, perchè è il
primo dei peccati mortali!
— Grazie della predica. Ma credete pure che un poco di superbiuzza l’ha
anche lei.
— Chi mai?
— Rosalia.
— Rosalia?!
— Tutti sanno che fa all’amore con voi.
Casimiro fece un viso fra attonito e severo, e disse sentenziosamente:
— Prima di giudicar male una persona ci vogliono dei fatti.
— Non parlo a caso: mezz’ora fa eravate con lei sotto il ponte. E
l’avete abbracciata, e l’avete baciata. Sì, sì, baciata, baciata,
baciata! Vergogna! che si fanno certe cose?
Il giovane si mise una mano al petto, e rispose con tono lento e
solenne:
— Mezz’ora fa ho incontrato Rosalia sul ponte, sopra e non sotto, e le
ho detto: Rosalia, fatemi il piacere, portate quel benedetto seme di
spinaci a mia madre. Parole testuali.
Vi fu un silenzio. La fanciulla aveva spiccato uno stecco, e lo
scortecciava con l’unghia. Il giovane si faceva vento col cappello.
— Poh! — esclamò poi, scostandosi un poco; — è inutile confondersi:
tanto me ne voglio andare. Vado a fare il soldato.
— A piedi o a cavallo?
— Nei _Tirailleurs du Po_.
— Mi rincresce.
— Perchè?
— Non mi piace la divisa.
— Addio, Maddalena.
E accompagnando queste due parole con un gesto misurato e grazioso,
Casimiro si scostò un altro poco.
— Pensate a quel che fate — susurrò Maddalena, buttandogli lo stecco
pelato.
Il giovane si voltò.
— Mi fate il piacere di pensarci anche voi?
— Ci penserò.
— Quando? La settimana dei tre giovedì?
La fanciulla fece un sorriso a fior di labbra, e stese dolcemente la
mano sopra la siepe.
Casimiro brillò di gioia, ma non si mosse.
— Bene — diss’egli, — vi prendo in parola. Ma dovreste fare qualche
cosa di più.
— Che posso fare?
— Aprire il cancello.
— Non c’è cancello.
— Mi permettete di scavalcare la siepe?
— No!... Sì, scavalcatela pure.
*
* *
Un venticello d’autunno, foriero di pioggia, staccava dai pioppi
del rio le foglie appassite e le portava a cadere nell’aia, spianata
e spazzata di fresco. Sotto la tettoia, sgombra e sbrattata, stava
la tavola, apparecchiata per il banchetto nuziale fin dal mattino:
tovaglia e tovagliuoli bianchi di bucato, posate lucenti, fiori,
frutta, e un gran pan di Spagna proveniente da Asti, dalla rinomata
bottega del pasticciere Pavia.
Anche la cuoca veniva da Asti: era stata magnanimamente concessa
dall’oste del _Moro_, parente alla lontana di Casimiro Celotto. In
quell’ora solenne, ella armeggiava febbrilmente intorno al focolare
della stanza terrena, sudicia e nera come una blatta, brontolando,
taroccando e tirando scapaccioni al ragazzetto che faceva da sguattero.
Tutt’a un tratto, si sentì lo scoppio di parecchie castagnole. Poi
un chiasso di voci festose. Due bambine, che stavano alle vedette nel
mezzo della strada, strillarono insieme:
— Eccoli! Eccoli!
Il corteo tornava di chiesa.
Dopo qualche momento, Casimiro e Maddalena entrarono a braccetto
nell’aia, seguiti dai testimoni, dai parenti, da alcuni amici.
Uno di questi, che veniva ultimo, si voltò indietro, gettò in aria
due manciate di mandorle alla perlina; e approfittò della mischia
consecutiva, per chiuder fuori la ragazzaglia sfacciata e importuna.
Di lì a poco tempo il pranzo fu all’ordine. Giovanni Bongiovanni, zio
materno di Casimiro, mise a tavola gli sposi, con le due madri: Marta
Arò e Luisa Celotto: poi si pose a sedere di faccia, tra Rosalia Fiore
e Lucia _la sorda_. Tutti gli altri, uomini e donne, presero i posti
che trovarono vuoti.
Sparito l’antipasto, le dimostrazioni di gioia diventarono numerose.
Gli uomini battevano i pugni sulla tavola, facendo balzellare stoviglie
e bicchieri: prorompevano in esclamazioni spropositate; rivolgevano
alle donne domande equivoche e gagliarde, motti salati, ma salati
bene, che facevano sogghignare le vecchie e sgranar tanto d’occhi alle
giovani.
Un cagnuzzo affamato, che ronzava d’intorno, cacciandosi tra i piedi
di questo e di quello per leccare o abboccare una cosa caduta, saltò
bruscamente in mezzo all’aia, e cominciò a mandar fuori una voce che
bucava gli orecchi.
— Che diavolo c’è? — To’, to’, è l’ora di abbaiare alla luna? — Vuol
gridar: viva gli sposi! anche lui. — Basta, fatelo tacere. — Passa via,
brutta bestia! — Alla cuccia, alla cuccia! — Dàgli, dàgli!...
Ma il cane rabbuffava il pelo, raddoppiava gli urli, s’inveleniva
sempre più come contro un nemico ancora invisibile. Poi, quando si
sentì picchiar forte alla porta, sgattaiolò sotto la tavola, guaendo
guaendo, quasi lo avessero percosso.
Il ragazzo, che serviva, andò ad aprire.
Un giovane bruno, asciutto e nerboruto, con un _bonnet de police_
in testa, un fagotto di panni sotto il braccio, entrò chetamente e
cominciò a fulminare in qua e in là cert’occhiate da pazzo furioso.
Gli sguardi dei commensali si volsero a lui: tutti raffigurarono
Prospero Tonello e stettero immobili e muti. Anche Maddalena perdette
istantaneamente il sentimento e il discorso; gettò un braccio al collo
di sua madre e le nascose il viso nel seno. Casimiro non impallidì,
posò pianamente il tovagliolo, si rimboccò le maniche, e stette pronto
e preparato ad ogni caso.
Prospero s’avanzava piede innanzi piede; col viso infocato, torvo,
cagnesco; con tutta la persona atteggiata a minaccia. Gridava con voce
strozzata:
— Ah, Maddalena, _sacredieu!_ cosa avete fatto! Ho incontrato per
istrada uno che mi ha dato la nuova. Cosa avete fatto! È così che
mantenete le vostre promesse? Aspettate aspettate, vi dirò una parolina
in un orecchio; ve la dirò alla barba di quel poltrone, di quel
traditore, di quel Giuda che vi siede accanto!
A queste parole, Casimiro si rizzò, balzò nell’aia, e buttando il
cappello in terra davanti a Tonello disse:
— Passa quel segno, e vedrai se sono un poltrone!
Tonello rispose con un ringhio, lasciò cadere il fagotto, saltò sul
cappello a piè pari, frugando in tasca furiosamente.
— Ha il coltello! — susurrò un commensale.
— Il coltello! — risonò all’intorno. — Date un coltello anche a
Casimiro: il trinciante, il trinciante!
Gli uomini si levarono in piedi tutti insieme, concitati e frementi.
Le donne si misero a piangere, dimenandosi sulle seggiole. Lucia _la
sorda_ scappò strillando dietro il pagliaio. Il cagnuzzo, sotto la
tavola, guaiva alla disperata.
— Zitti, fermi! — gridò il vecchio Bongiovanni, alzando quelle
sue manone e movendole per aria. — Ubbidite a me, che sono stato
sergente. Casimiro torna al tuo posto. Sei ammogliato, e non puoi fare
spropositi. E tu, Prospero, rintasca quello scannarospi. Cosa vieni
a far qui, maledetto guastafeste? Il pranzo andava a vele gonfie. Un
pranzo di nozze è una cosa sacramentale: come dire una _coena Domini_.
E poi che razza di facezia! Tutti ti credevano all’altro mondo da un
buon poco...
— All’altro mondo? — rispose Prospero, digrignando. — Vi manderò voi
altri all’altro mondo!
— E va bene. Hai il fegato di metterti solo contro tutti: sei un buon
astigiano. A posto, Casimiro! A chi dico? Zitti, fermi, che qui bisogna
metter carte in tavola. Marta, andate a prendermi la lettera, quella
certa lettera; ma volate, oh!
Marta andò di corsa, e tornò di lì a un momento col foglio macchiato e
gualcito.
Bongiovanni, coi suoi occhialoni a cavalluccio sul naso, lo prese e
cominciò a leggere:
— _Vengo di ricevere_, eccetera... _Anch’io mi sento bene_. eccetera...
_Sono stato fucilato_, eccetera... Insomma questa lettera è tutta piena
di contraddizioni, di controsensi, di bestialità. Ti senti bene e sei
stato fucilato? In sogno, forse? Di’ la verità: eri stato alla cantina
del quartiere, e avevi preso una cotta, una cotta.
— Un corno! — gridò Prospero, pestando i piedi. — Badate come parlate,
mammalucco! Io non sono un notaro, non sono un avvocato. Scrivo come
mi detta il cuore. Quel giorno, pigliando la penna, ho detto fra
me: adesso facciamo bene i conti. Devo passare per le armi domani, a
mezzodì; dopo domani non ci sarò più, e Maddalena riceverà la cara mia
che io sarò sotterra da molte ore. Dunque, non potendo prepararla, non
potendo indorarle la pillola, zaffe! val meglio farla finita; dare,
direi quasi, il colpo di grazia anche a lei. Avete inteso? Diavolo,
quando le ragioni sono giuste... — Qui s’interruppe come sorpreso da un
pensiero, stette un momento, poi esclamò: — Ehi! ma questa è la prima
lettera, e la seconda? Io ne ho scritto due, una dopo l’altra, una
diversa dall’altra, due, due, due!
— Noi non abbiamo ricevuto che questa — rispose Marta; — nient’altro
che questa.
— Giurate!
La vecchia alzò gli occhi al cielo, con una grande significazione di
tutta la cera, e prese tra le dita la crocellina d’oro che portava al
collo.
— Eppure ho scritto una seconda lettera — mormorò il giovane, un
po’ raumiliato; — tutta diversa dalla prima; e l’ho data al caporale
Toulouse perchè la spedisse.
— Poh! — fece Bongiovanni, accostandosi e palpandogli le spalle e le
braccia per acquietarlo del tutto. — Toulouse si sarà dimenticato, o
l’avrà perduta.
— Infatti è uno smemorato di prima riga...
— Vedi! Dunque la colpa è sua, tutta sua. E farai benissimo a dargli
una buona lezione, alla militare. Adesso concludiamo. La lettera che
non è giunta al suo destino non conta niente. Questa, che abbiamo
sott’occhio, è come chi dicesse un certificato di morte, firmato da te,
di tuo pugno. Il fatto è fatto, caro mio, e bisogna rassegnarsi.
Detto questo, il veterano si rimise a sedere.
Casimiro aveva ripreso il suo posto; e stava lì col viso contratto,
come di chi rattiene o ricaccia continuamente dentro l’anima un
sentimento amaro e violento. Maddalena, ancora tutta sottosopra, non
mangiava, non parlava, non si moveva, se non che a quando a quando
sussultava e tremava. Gli altri avevano ricominciato bel bello a
banchettare.
— Mangioni, beoni, razza di cani — ripigliò Tonello, rivolgendosi
amabilmente a tutta la brigata: — non m’avete neanche domandato come io
l’abbia scampata!
— È vero — barbugliò Bongiovanni a bocca piena: — non gli abbiamo ancor
domandato come ha salvato la pelle!
— È il principe Borghese che m’ha fatto la grazia: il principe
Borghese, governatore generale del Piemonte in nome di Napoleone,_
mon empereur!_ Dovete sapere che il signor Della Villa, _secrétaire
des commandements_ di Sua Altezza, non entra mai nel gabinetto dove si
trattano gli affari di Stato dopo le tre pomeridiane. Quel tal venerdì
entra alle cinque sonate, così, casualmente, senza sapere il perchè.
Vede sulla scrivania _une dépêche_, un dispaccio giunto allora allora,
e lo apre. _Sacredieu! un soldat, qui avait dérobé quelques effets,
devait être fusillé le lendemain même à Gênes, à l’heure de midi_.
Legge e rilegge, pensa e ripensa, e si persuade _que le conseil de
guerre de la_ 28e _division militaire_ ha fatto le cose alla leggera,
ha giudicato a sproposito, pronunziando _dans une affaire que certaines
circonstances plaçaient sous la juridiction des tribunaux civils_. Una
bagatella! Che fare? Ricorrere al principe. Ma il principe dorme. Il
segretario piglia la cosa sopra di sè e lo fa svegliare. Quel bravo
signore salta giù dal letto, dà udienza subito, e va sulle furie —
Come! fucilare Tonello per la miseria di pochi stracci? Razza di porci,
v’insegnerò io a far di queste belle prodezze! Ma, _tonnerre de Dieu!_
l’esecuzione si deve fare a mezzogiorno in punto, fra diciotto ore,
_dix-huit heures! et il y a cinquantesix lieues de Turin à Gênes, et
la Boquette a passer!_ Presto, presto, chiamate Camillo. — Camillo, il
famoso corriere, è lì, pronto a tutto. Il principe gli promette una
gratificazione coi fiocchi se arriva in tempo. Quel demonio inforca
la sella, corre che vola, e alle nove e mezzo si trova sul luogo!...
È lui, Camillo, che mi raccontò come andò il fatto. La sentenza fu
cassata, e la pena di morte commutata in qualche mese di gabbia. Ma che
caso, eh? _A quoi tient donc la vie d’un homme!_
— Bravo! — esclamò uno dei banchettanti. — Parli francese come una
vacca spagnuola.
— E cosa farai adesso che sei rimasto scapolo? — domandò un altro,
ghignando. — Andrai a fare il bandito, come Maino della Spinetta?
— Nemmen per sogno! — gridò Tonello, spianando la destra per aria,
e mettendosi sempre più in attitudine di oratore. — Ho già un’altra
idea. Il principe Borghese conosce il mio nome, e con un tal protettore
non tremo più. Andrò a trovarlo e m’intenderò con lui. E poi e poi e
poi, voi altri vivete qui rintanati, e non sapete i casi straordinari
che succedono fuori via. _Mon empereur_ mette in combustione tutta
l’Europa. _L’Europe, une des quatre parties du monde!_ Sicchè oggi
viene la notizia d’una gran vittoria, domani d’un’altra; qua si
racconta d’un regno cangiato in repubblica, là d’una conquista fatta
con cento colpi di fucile. C’è la gloria dell’armi, la decorazione
del valore, mille diavolerie da far andare in visibilio i soldati.
Un uffiziale, un sotto uffiziale, un fantaccino comune può rivolgersi
direttamente all’imperatore, e dirgli: — Sire, ho meritato la croce. —
Lui domanda, strizzando un occhio: — E in che maniera? Fatemi un po’ la
storia del vostro affare. — Poi fa registrare il nome e il grado del
richiedente, e se ha detto il vero, la faccenda è subito aggiustata.
Così si può diventare in pochi giorni comandante, maresciallo,
principe, duca, vicerè. Io tornerò in Piemonte general d’armata, e
metterò a fuoco e fiamma tutto il paese. _Quart de conversion, par le
flanc gauche_, e che il diavolo vi porti quanti siete!
Ciò detto, dibattè i pugni in aria, raccattò il fagotto, e fece atto di
partire.
— Senti — gli gridò dietro Bongiovanni: — non sei nato su quel d’Asti,
tu?
— Altro! — rispose Tonello fermandosi.
— Allora non puoi andartene senza bere.
— Sono tuttavia digiuno.
— To’, mettiti qui in capo di tavola.
— Io a tavola con quelli che m’hanno assassinato nell’onore? Siete
matto, voi. Mangerò un boccone lì, sulla pietra del pozzo.
— Come ti piace. Olà, da sedere al generale Tonello; servite il
generale Tonello!
Il ragazzo accostò al pozzo una panca, sulla quale si mise Tonello,
mandando un auf! che parve un ruggito!
Il cielo era tutto una nuvola bassa e cenerognola; nell’aia, cinta di
muri quasi fosse una stanza, l’aria stagnava, impregnandosi più che
più d’un odor misto di vivande e di concime. I commensali mangiavano e
bevevano con gran rumore di voci discordanti e disordinate. Bongiovanni
scalcava con le sue mani stempiate un tacchino badiale. Marta tagliava
a fette squisitamente sottili un tartufo bianco, grosso come la testa
di un bambino. Lucia _la sorda_ condiva l’insalata.
Tonello, pur stando in contegno, gettava frequenti occhiate alla
tavola; e sentiva venir l’acquolina in bocca, e un moto come di
contrazione, di raggrinzamento allo stomaco. A un tratto, s’avvide che
Maddalena lo sogguardava. Fece cipiglio e un cenno con la mano, che
voleva dire: — Me l’hai fatta grossa, strega che non sei altra! — Ella
inarcò le ciglia, si restrinse nelle spalle e rispose tacitamente: —
Eh! ti sei fatto aspettare un po’ troppo. — Poi staccò una coscia di
quel tacchino, colorita e sugosa, lo mise in un piatto, e aggiuntovi
una buona porzione di tartufi, disse sotto voce a Rosalia: — Io non
posso lasciare il mio posto senza dar nell’occhio: fammi il piacere,
porta tu questa roba a Prospero Tonello. Piglia qui. — Le diede
il piatto, le diede nell’altra mano una bottiglia di quel buono, e
soggiunse: — Fa che mangi con buon appetito.
Rosalia, bianca e rossa e pienotta, s’avvicinò al pozzo, mise il piatto
e la bottiglia sulla sponda, davanti al nuovo convitato, strisciò una
riverenza leggermente canzonatoria, e se ne tornò alla compagnia.
Tonello tirò a sè la pietanza con un cert’atto trascurato, con un
volto tra distratto e disdegnoso: ma poi, divorato com’era dalla fame,
s’attaccò per bene, e prese a macinare a due palmenti. E mangiando e
bevendo, sentiva scomparire la stanchezza, farsi più leggera la gravità
delle cose e svampare in gran parte la sua ira bestiale. Quel tacchino
era proprio eccellente, un tacchino imperiale, ecco. Doveva essere
stato alimentato con granturco e con pastoni caldi di crusca. Forse era
una femmina: da che mondo è mondo, la carne della femmina è più gentile
di quella del maschio. Mentre faceva il soldato non aveva mangiato
niente di così succolento, non aveva bevuto niente di così generoso.
E il vino, il tacchino, i tartufi erano prodotti genuini dei suoi
colli, di quei colli che voleva disertare, di quel paese che voleva
incendiare!
Rosalia si riavvicinò con gli occhi vivaci, le labbra ridenti, e una
gran fetta di pan di Spagna.
— Uhm! — fece Tonello. — Il dolce non è confacente alla salute, ma lo
assaggerò per non ricusar le vostre grazie. Questo dev’esser fatto con
zucchero fino, farina finissima e rossi d’uovo, eh? Buono. Da brava,
Rosalia, fatemi un po’ di compagnia. Eccomi qui afflitto e derelitto.
Maddalena m’ha piantato... E sì che eravamo proprio fatti l’uno per
l’altra! _Ah! misère des misère!_ Mettetevi qui.
— Ma io voglio stare allegra! — rispose la ragazza, schermendosi.
— Staremo allegri.
— Poh, con quella faccia!
— Vi dirò un monte di belle cose.
— Ma giù le mani, eh!
— Fidatevi di me. Mettetevi qui, vicino vicino.
Rosalia si mise a sedere sulla panca, e Tonello rispose:
— _Tudieu!_ come vi siete imbellita! Volete che ve lo dica? Nella
capigliera voi ricordate la marchesa.
— Che marchesa?
— Una marchesa che mi aveva preso a benvolere laggiù in riva al mare.
Dovete sapere che le donne di alto bordo vanno pazze per gli astigiani,
sicchè questo inverno mi sono trovato a una certa avventura...
— Raccontatemela un poco.
— Ma ci vuol prudenza. La mia marchesa ha le braccia lunghe, e quando
mi fosse toccata una stilettata in mezzo al cuore, voi me la levereste?
— Eh! le stilettate non si dànno via come le castagne. Dite su, dite su.
Tonello incominciò a dire. Rosalia stava attenta a udirlo, e ora
sorrideva, ora aggrottava le ciglia, ora increspava la fronte e pareva
compresa da gran meraviglia; a un certo punto le vennero le fiamme
al viso e si rizzò come per fuggire; ma l’ex-soldato la prese per il
braccio e la fece sedere di nuovo.
*
* *
Il banchetto era per finire. I due sposi si guardavano da vicino, con
compiacenza e desiderio; si parlavano nelle orecchie, dandosi l’un
l’altro di spalla, amorosamente. Giovanni Bongiovanni prese a sedere
sulle ginocchia Lucia _la sorda_, alla presenza di tutti, si divertiva
a pizzicarla più qua e più là. Marta aveva posato il braccio sulla
tavola, posata sul braccio la fronte, e si appisolava. Intorno intorno,
era una babilonia di parole avventate, di sghignazzamenti clamorosi, di
canzoni intonate e tralasciate. Chi ingozzava tuttora, chi tracannava,
chi girellava tripudiando.
Altra gente entrava nell’aia a coppie, a brigatelle: erano giovinotti
e ragazze, tutti col vestito delle feste, ma succinti e ristretti al
possibile. E finalmente arrivarono due suonatori, con un piffero e un
chitarrone; e s’arrampicarono sur un tavolato posticcio, rizzato in un
canto.
Rosalia vide Casimiro e Maddalena che si facevano avanti, tenendosi per
la mano, e si levò in piedi, con una faccia tutta animata, come di chi
non può stare alle mosse.
— Mi piantate anche voi? — brontolò Tonello, facendole gli occhiacci.
— Non sentite che sonano! — esclamò la ragazza, accomodandosi il fisciù
sul seno, e fermando ai fianchi la gonnella fina.
— E lasciateli sonare!
— Non ci mancherebbe altro! Su, allegro, ballate anche voi: quand’uno
fa tanto d’entrare in ballo bisogna che balli.
— Ma, _sacredieu!_ non ho ancora fatto la pace!
— La farete con me: alò alò!
— Un momento! cos’è questo? La monferrina?
— Una correnta.
— Non so più... Dio sa quant’è che non ho ballato!
— V’insegnerò.
— Allora a noi, Rosalia. _Vive l’empereur!_
— _Vive l’appereur! vive l’appereur!_