UN VACCARO

Era un intervallo tra guerra e guerra, un breve intervallo di

tranquillità. Sulle torri e sulle mura di Carmagnola, armate di

bertesche e di ventiere, rafforzate da battifolli e da bastite, si

vedevano scolte, non difensori; davanti alle porte aperte, sui ponti

abbassati custodi, gabellieri, pedaggieri, gente pacifica che andava

e veniva; le bicocche di legno inalzate sui rialti, collocate sugli

alberi a una certa distanza dallo steccato e dal fosso, non avevano

vedette. E la campagna circostante era verde, fiorita e quieta;

gorgheggi e ronzii in tutte le siepi; per i campi e per i prati

canzoni, chiamate, latrati, muggiti.

Diverse vaccherelle chiare pascolavano sparsamente in un’ampia pastura

disuguale; i guardiani, ragazzi e ragazzuoli, facevano il chiasso,

vociando e scavallando sul ciglione della strada maestra.

Tutt’a un tratto ecco un nuvolo di polvere alzarsi poco discosto, ecco

un luccicar d’armi. I vaccari si aggrupparono, pallidi alcuni, altri

accesa la faccia; chi parlava di rimpiattarsi, chi di lasciar lì le

bestie e darla a gambe, chi di andar incontro, chi di star a vedere.

Intanto gli armati vennero avanti, allentarono il passo, fecero

alto dove batteva un po’ d’ombra, sulla sponda d’un torrentello che

traversava la strada.

Era un venturiero tendasco col suo tamburino, i suoi tre valletti, la

sua compagnia; compagnia piccola ma buona: dieci balestrieri e otto

pavesari, tutti validi, svelti, bene arnesati con barbute e cappelli

di ferro forbiti, giachi di maglia, giubboni imbottiti e corazzine,

cioè giustacuori di tela grossa a più doppi, forniti d’una specie di

fodera di lamelle rettangolari d’acciaio; più d’uno aveva pure gli

spallacci, le cubitiere e i ginocchielli. Lui, il capitano di ventura,

uomo d’atletiche membra, incassato tra gli arcioni della sella con

i due piedi ben saldi nelle staffe, portava il bacinetto a visiera e

a camaglio, l’armatura bianca intera, coperta d’una cotta di velluto

cremisi corta e scinta; anche il suo destriere, buono da battaglia e da

cammino, era guernito di piastra e di maglia: aveva la barda compiuta

di tutto punto, messa in uso in quel torno da Alberico di Barbiano.

I vaccari s’erano avvicinati, strisciando l’un dietro l’altro lungo il

ciglione, e stavano lì nel bel mezzo della strada, guardando a bocca

spalancata quei bei soldati che si cavavano la sete alla corrente, si

asciugavano il sudore, riprendevano fiato.

Il capitano, che non sentiva la fatica, aspettava con una specie di

pazienza muta, incurante; e andava sbirciando, così da lontano, le

buone opere di muramento e di legname che rendevano quasi inespugnabile

la grossa terra piemontese. A un punto, vedendo che i suoi erano

all’ordine e pronti ad ogni cenno, si voltò ai vaccari.

— Via! — diss’egli — sgombrate la strada, o vi sprono addosso.

I ragazzi riscossi, spauriti, si sparpagliarono a destra e a sinistra.

Uno rimase: un giovinetto cencioso, meschino a vedere, ma con occhi

vivi di falco, naso un po’ adunco, bocca stretta ed arcuata; una

fisonomia strana, di una stranezza nativa, da cui traluceva un gran

vigor d’animo.

— Via! — ripetè il venturiero, con quella sua voce che metteva paura. —

A chi dico?

Il giovinetto stette ancora un momento come estatico, poi si accostò

passo passo, giungendo supplichevolmente le mani:

— Messere, io non ho mai visto un cavaliere pari vostro. Permettete

che vi guardi ancora, e un po’ più da vicino. Che belle armi! Lancia,

mazza, spada... Avete tutto, voi. Felice voi!

L’uomo di ferro che guardava il vaccaro come avrebbe guardato un sorcio

o un ranocchio, spianò gli archi delle ciglia, e fece un sorriso a fior

di labbra.

Il giovinetto, incoraggiato da quel sorriso, proseguì fervidamente:

— Felice voi che potete maneggiar queste cose! S’io avessi una lancia

o una spada, saprei cacciarmi anch’io senza paura tra altre lance e

altre spade. Ma in casa non ci son che strumenti rugginosi. Alle volte

mi sento dentro come una forza che mi porta via, che mi spinge a dar di

piglio alla falce, alla scure, a un randello e pormi dietro al cavallo

del primo uomo d’armi che incontri alla campagna.

Il venturiero domandò col tono di chi è più avvezzo a fare che a dire:

— Dunque ti pare una bella vita la nostra? Ti sentiresti portato a

farla anche tu?

— E come! — rispose il giovinetto pieno d’ardore.

— Sei magro, pare che tu mangi le lucertole, ma dalla faccia si può

sperar bene. Che sei tu buono a fare?

— So rotare il bastone contro i cani, so frombolar sassi molto grossi...

— Come ti chiami?

— Francesco di Bartolommeo Bussone.

— Dove sta tuo padre?

— Là dove la strada fa un gomito. Vedete quella casupola scura, da cui

si alza una colonnetta di fumo?

— Tira via, che ho fretta.

Così dicendo, il venturiero si mandò innanzi il ragazzo; e si avviarono

tutti verso la casupola.

In questo mentre Bartolommeo Bussone tornava a casa. A veder da lontano

il figliuolo con quel guerriero, con quella gente d’armi, sollecitò il

passo e arrivò tutto trafelato.

— Galantuomo, ho da parlarti — gli disse bruscamente il venturiero. —

Sta attento e non m’interrompere.

— Messere, non v’è pericolo — rispose il contadino; — non dubitate...

— Devi sapere ch’io vado ad Alessandria per unirmi a Facino Cane...

— L’ho sentito nominare...

— Un condottiero che adesso fa abbassare il cimiero a tutti gli altri.

Passa di paese in paese, assalta, invade, conquista; sicchè presto sarà

signore d’un gran principato. Egli tiene la fortuna per il ciuffo;

cercherò di acciuffarla anch’io. Piglio con me tuo figlio. Non ch’io

abbia bisogno di far gente, ma perchè mi par nato soldato. Vuoi?

Dopo un istante di stupida maraviglia, il contadino squadrò ben bene

il suo Cecco, come per accertarsi che la cosa era vera; poi prese a

grattarsi il capo che non la finiva mai.

— Presto, che ho fretta — disse il venturiero.

— Messere, il sole è ancor alto...

— Come c’entra il sole?

Bartolommeo fece l’atto di chi ha preso una risoluzione ed esclamò:

— Tant’è: mi consiglierò con la moglie.

— Dov’è tua moglie?

— In casa.

— Chiamala e sbrigati.

All’udir la proposta, la donna raccolse con paurosa tenerezza nelle sue

braccia il figliuolo; poi si raccapezzò, intravvide una buona occasione

che non bisognava lasciarsi sfuggire, e con una risoluzione che sarebbe

parsa crudele, se la voce non fosse venuta come un gemito di fondo al

cuore, disse:

— Va, figliuol mio, e che il Signore sia con te in codesto viaggio, in

guerra, e sempre.

Padre e madre si misero tosto ad apparecchiare ogni cosa per la

partenza del garzoncello. L’uno gli raccomandava l’obbedienza al

capitano; l’altra diceva, lacrimando:

— Mi rincresce di vederti partire, ma se è per tuo bene, non voglio

guastare quello che fa Iddio. Ch’Egli ti accompagni e ti faccia tornar

sano e salvo. Se piango, se dico tutte queste cose, è perchè sono

donna. Pensa: da questa sera in poi non ceniamo più insieme, chi sa

per quanto tempo! Va, va; tu puoi pensare a me anche da lontano. Benchè

separati da tanto paese, noi saremo sempre uniti col pensiero. E quando

ritornerai?

— Non lo so; ma ho speranza di tornar presto — rispondeva Cecco ad

occhi asciutti, ma col viso convulso di chi ricaccia dentro l’anima un

sentimento naturale, pronto a manifestarsi.

— Ricordati di me. Io mi figurerò d’averti meco. Avrò la compagnia

di tuo padre. Va e ritorna. Appena sarai stanco di correr dietro alla

boria... alla gloria dell’armi, torna nelle braccia della tua vecchia

mamma. Se me li serrerai tu gli occhi, morirò più contenta.

Quando si diedero l’ultimo addio, quando s’abbracciarono senza poter

più articolare una parola, anche il venturiero, che pure continuava

a tempestare: — Lesti, lesti, che ho fretta! — si sentì gonfiare gli

occhi, che forse dall’infanzia più non conoscevano le lacrime, ed ebbe

quasi rimorso d’essere cagione di tanto spasimo a quella povera gente.

Cammina, cammina; ben presto Cecco non scorse più la casupola, neanche

volgendosi da lontano; allora il pianto proruppe; pianse i suoi

genitori, la sua mucca, la pastura, il torrentello. Un lungo sfogo

di pianto, poi non ci pensò più. Passò con rapida fortuna per tutti i

gradi della milizia. Venne un giorno in cui anche lui s’armò di nitido

ferro battuto a freddo, inforcò un cavallo grande e possente, brandì

imperiosamente il bastone di comando; prese un nome di guerra e portò

titolo di conte; fra stipendi, feudi, possessioni, una cosa e un’altra

ebbe un’entrata di quarantamila fiorini; salì a militari onori ben

alto, ben alto...

Il conte Carmagnola fu accusato, torturato con corda e fuoco, e

decapitato a Venezia nel giorno 5 di maggio del 1432.

La straniera · 第 16 / 152 题