DUE SPAVENTI

(Novella).

Verso la fine d’aprile dell’anno 1836, il mio amico e fratello d’armi

Paolo Gagliardi mi scrisse di venire a tenergli un po’ di compagnia

alla Vernea, presso Lombriasco, dove viveva ritiratamente, vigilando le

faccende campestri di tre o quattro contadini.

Non essendo occupato, potevo partir subito; se non che era una

stagionaccia incostante, bisbetica, ora primaverile, ora autunnale;

in cui si passava dal vento piovoso al nevischio, da questo alla

gragnuola.

La mattina di lunedì, 2 maggio, fui preso d’impazienza, e benchè il

tempo fosse chiuso, la gola del Moncenisio, e le falde delle Alpi

biancheggianti di neve, feci attaccare, montai nel mio legnetto e uscii

di città.

Nel viaggio fino a Carignano, non mi accadde nulla di particolare. A

Carignano mi fermai più del solito per dar riposo al cavallo, chè le

strade erano guaste e faticose. E ripartii.

Il tempo si era andato sempre più rabbuiando; balenava e brontolava.

Vennero pochi goccioloni, e subito dietro una pioggia che in un momento

diventò diluvio. Il mantice del legnetto e la mia coperta da campo

mi riparavano molto bene, il cavallo trottava come niente fosse,

eppure andavo avanti mal volentieri. Il rimbombo del tuono mi urta

i nervi, promuove in me inquietudine, irritazione, direi quasi una

avversione d’istinto. Invece il rimbombo delle artiglierie, in guerra,

ha sempre raddoppiato il mio spirito marziale e infusa la volontà di

assalire braveggiando il nemico; in pace, quando è segno di salute

e di gioia, mi fa provare un misto di desiderio e di malinconia, un

senso di nostalgia bellicoso. Andavo avanti contro voglia; e come

i lampi a zig-zag, sinuosi, ramificati, diffusi, ora bianchissimi,

ora rosseggianti, si riflettevano nella strada già allagata e mi

accecavano; come lo strepito orrendo echeggiava nelle nuvole basse e

mi assordava: maledicevo il momento in cui mi ero messo in cammino,

e mormoravo tra i denti, a mo’ di giaculatoria, la famosa frase del

maréchal Ney: «_Je voudrais bien savoir quel est le Jean-f... qui dit

n’avoir jamais eu peur!_».

Di repente una scintilla immane, un globo di fuoco, scoccò da nube a

nube, turbinò veementissimo a mezz’aria, esplose dentro un albero che

s’alzava con maestosa chioma a destra della strada, e lo guastò da cima

a fondo.

In quel subito vidi tutto color di sangue, mi credetti incenerito,

annientato; e, senza sapere quel che facevo, menai una violenta

frustata ai cavallo esterrefatto. La povera bestia s’impennò, voltò

corvettando e saltabeccando in un viale a sinistra, andò a dar di cozzo

in un portone serrato.

Smontai: ma ero così abbacinato, così intronato, che invece di

picchiare e chiedere ricovero, mi diedi a strigare le guide, che mi ero

lasciato scappar di mano.

In quella che mi affannavo, tremando convulsamente, il portone si

spalancò, un contadinotto tirò sotto il portico il cavallo e il

legnetto: un uomo attempato, in mezza livrea, mi porse un ombrello

aperto, dicendo premurosamente:

— Entri, entri, Gesù e Maria, ero all’ultimo piano e ho visto

tutto! Sono io che ho avvertito monsù e madama. Venga, venga. Vuole

appoggiarsi ai mio braccio? Passi, passi...

Così dicendo, stava lì, senza avvedersi che m’impediva il passo. Alla

fine se ne accorse, si mosse, e io gli andai dietro.

Traversato un cortile, che in quell’ora, con tutta quell’acqua, pareva

un lago in burrasca, arrivammo alla porta di casa. Il padrone e la

padrona mi aspettavano ritti sulla soglia. Lui, era alto, asciutto,

con una capigliatura di splendida candidezza, che faceva parere più

bronzina la faccia rasa e rugosa. Lei anzi piccola che no, e un po’

pingue, aveva conservato essa pure molti capelli, e due folte ciocche

castagne tirate indietro, le ornavano la faccia pallidetta, ove

traspariva una bellezza passata, sfiorita, ma non ancora senile. Tutti

e due portavano il bruno grave, e la loro presenza dimostrava una

dignità riposata, un po’ malinconica, che moveva a venerazione insieme

e a simpatia.

Non si perdettero in parole di complimento, mi condussero in un salotto

vicino, mi fecero sedere dinanzi al caminetto, e prendere una buona

fiammata e una tazza di caffè. Io dissi il mio nome, il vecchio signore

mi disse il suo: Pietro Francesco Gindri. Si parlò del più e del meno.

Tanto il marito che la moglie mostravano quell’urbana disinvoltura

di modi che è propria delle persone sfranchite nel conversare con

tutti. L’uno amava la pittura, l’altra la musica. Di faccia al

caminetto vi era un pianoforte; e alle pareti, come tappezzeria, un

chiaroscuro in cui erano figurate la quattro stagioni: un vecchierello

tutto intirizzito, con le braccia ficcate fino ai gomiti in un gran

manicotto, simboleggiava l’Inverno; una vispa forosetta, emergente da

una rigogliosa fioritura, la Primavera; l’Estate era un adulto seminudo

che percoteva le biade con coreggiato; l’Autunno una venditrice

di frutta con una pezzuola annodata intorno al capo e un po’ di

scialluccio.

Il signor Gindri mi disse che quella tela, eseguita sul luogo, era

opera di Antonio Amaretti, da Pancalieri, un giovane che attendeva con

molto profitto alle bellezze dell’arte e agli studi che si competono a

un artista giudizioso.

S’avvicinava intanto l’oscurità della notte; la pioggia continuava alla

dirotta, scrosciando più rovinosamente che mai.

Il padrone chiamò il servitore perchè accendesse il lume, poi si

rivolse a me:

— Come si fa a viaggiare con questo tempaccio? Il diavolo non andrebbe

per un’anima.

E la padrona con una gentilezza che veniva direttamente dall’animo:

— Faccia della necessità virtù, e per questa sera, accetti di stare con

noi.

E poichè rimanevo sospeso, non per dubbio ma così per cerimonia, il

signore riprese:

— Parlo sul serio, sa. Sono pratico delle strade: a quest’ora devono

essere assolutamente impraticabili. Le acque dei fossi rigurgitano e

allagano. E poi, e poi... Badiamo di non fare qualche imprudenza.

Si cenò in una stanza dipinta tutta a fresco, rappresentante un

pergolato fatto di pampini, ricco d’uva, sparso di augelletti

variopinti che rallegravano l’occhio. Però la cena non fu lieta. Il

contegno dei due ospiti verso di me continuava ad essere correttissimo,

ma a momenti vedevo divenire più intensa, più cupa quella malinconia

che quasi sempre stava sul volto del marito; vedevo la moglie abbassare

mollemente la testa e rimanere come assorta in un pensiero nascosto,

famigliare alla mente e più forte su quella che la mia presenza. Poi si

cambiavano, sorridevano a fior di labbra e riprendevano il discorso.

Da queste e da altre cose che vedevo e sentivo, cominciavo a

comprendere che i signori Gindri vivevano tutto l’anno in quel luogo

appartato e solitario. Essi dovevano avere idee e opinioni particolari,

ben radicate nel cervello, modi di operare divenuti per lungo uso

ordinari e abituali: mi proposi quindi di non contraddirli, di fare il

possibile per non riuscire noioso o importuno, per non recar loro il

minimo incomodo.

Dopo cena si tornò nel salotto delle quattro Stagioni, dinanzi al

caminetto.

Qui bisognava indovinare come i coniugi usassero passare la serata:

se giocando, se sonando, se leggendo. Mentre stavo facendo qualche

congettura, la signora Gindri disse:

— Oggi è giorno di posta. Fortuna che è arrivata prima del solito, se

no ci mancherebbe la _Gazzetta Piemontese._

— Sarebbe un inconveniente — mormorò il signor Gindri; e soggiunse

volgendosi a me: — La gazzetta è una gran bella invenzione. Siamo qui,

lontani dalla città, quasi segregati dal genere umano, eppure ogni

giorno corrispondiamo in certo modo con tutti i popoli della terra!

— Penso anch’io così — risposi. — La sera, dopo passeggiato, me ne vado

al caffè. Lì combino tre o quattro amici, leggiamo le gazzette, poi

c’ingolfiamo nella politica: e ognuno, secondo la propria opinione,

ordina eserciti, allestisce navigli, apre arsenali, sottoscrive

alleanze o bandisce asprissime guerre.

Il signor Gindri aveva già preso e spiegato un foglio che stava

sul caminetto, vicino al lume; e la signora s’era rigirata sul suo

seggiolone e spingeva innanzi la faccia, come chi si dispone a sentir

cosa che assai gli prema.

— Permette? — mi domandò ancora il vecchio signore accomodandosi gli

occhiali.

— Si figuri! — esclamai. — Anzi, mi fa un favore.

E così egli cominciò a leggere, tralasciando certi passi, fermandosi su

certi altri:

— Dunque vediamo un po’:_ America Settentrionale. (Dai fogli di

Nuova York del 24 marzo). Il generale Gaines ha fatto il seguente

accomodamento con gl’indiani della Florida: — Gl’indiani ed i loro

capi si ritireranno al di là di Wildocooclui..._ Me ne rallegro

moltissimo. _Impero ottomano._ Niente. _Grecia. Leggesi nella Gazzetta

d’Augusta: «Scrivono da Larissa che le truppe turche quivi concentrate

cominceranno quanto prima le loro operazioni contro le bande dei

malandrini..._ E va bene, facciano pure. _Una lettera da Lamia, in data

dell’11 di marzo, parla di un combattimento accaduto coi clefti._ Devo

leggere? No, eh? Tiriamo via. _Impero Russo._ Niente d’importante.

_Alemagna, Berlino, 15 aprile. Dappertutto si attende a piantar

fabbriche di zucchero di barbabietole_... Oh gioia! _Gran Bretagna.

Londra, 22 aprile. Nessuna nuova politica è corsa stamattina alla

Borsa_... Uhm! _Portogallo... Spagna... Francia... Notizie d’Algeri.

Il_ Moniteur _stampa un lunghissimo ragguaglio del generale Rassatel

al maresciallo Clauzel sulla recente spedizione di Medeah_... Ah,

ah! — s’interruppe, percorse con l’occhio tutta la pagina e riprese:

— Insomma i cabaili combattono da eroi, ma che vale? Oh, oh! _Dicesi

dagli arabi che Abd el Kader, abbandonato dai suoi, si è ritirato verso

Marocco._ Possibile? Ehm! sarà un inganno militare, uno stratagemma.

_Notizie posteriori._ Vediamo le notizie posteriori... _2 maggio.

11 antim. Il corriere del Moncenisio di questa mattina è tuttavia

in ritardo_... Al solito. _Oggi perdura il freddo_... Infatti! _Il

Journal de Paris reca, che il 21 Iriarte con un battaglione sostenuto

dal presidio di Pamplona, assalì i carlisti trincerati a Balascoin_...

Se la facessero finita? E qui? Non avevo veduto! _Il dissapore fra

Mendizabal ed Isturitz finì con un duello alla pistola: niun dei

combattenti rimase ferito: essi si separarono a mediazione dei padrini:

ma più nemici che mai._ Bella riuscita!... _Sua Maestà l’arciduchessa

di Parma è arrivata il 28 aprile a Milano da Piacenza, scendendo col

suo seguito all’I. R. palazzo di Corte._ Amen! _Interno. Genova, 27

aprile. Notizie marittime. Notizie commerciali._ Questo non fa per

noi. _Torino. Osservazioni meteorologiche... Annunzi — Avvisi...

Spettacoli_...

— Appunto — disse la signora; — che cosa si rappresenta al Carignano?

— Ecco qui: _Teatro Carignano... Ballo Sofia di Moscovia; composto

e diretto dal Coreografo Monticini. Teatro D’Angennes. Compagnia

Drammatica al servizio di S. S. R. M. La Fiera. Circo Sales_ (alle ore

5.30). _Esercizi di cavallerizza eseguiti dalla Compagnia Guillaume._

Domandai alla signora se le piacesse il teatro. Ella si scosse un poco,

a guisa di chi è colto da un’interrogazione imbarazzante, poi accennò

di sì, e stette a capo basso, quasi la sua anima, sollevata un momento,

ricadesse ad un tratto in un abbandono estremo.

— Se le piaceva il teatro? — esclamò il signor Gindri. — Altro! L’opera

seria, l’opera buffa, l’opera-ballo; il dramma, la commedia... Ma poi è

venuta la tragedia, la catastrofe. E addio!

Un lungo silenzio successe a queste parole.

Marito e moglie guardavano fisso fisso il fuoco, immobili come due

statue. Io pensavo: — O mi diranno ciò che fu questa catastrofe, e

mostrerò di condolermi; o non mi diranno niente, e io rispetterò il

loro segreto.

Non mi dissero niente. A un punto il marito pigliò le molle come per

rattizzare o ravvivare il fuoco: tramestò la cenere, scompigliò tizzi

e carboni, e riprese, riponendo lo strumento al suo posto: — Mutiamo

discorso, parliamo d’altro. Adesso rileggerò la gazzetta, la spedizione

di Tencah, di Medeah... Tanto per far tardi. Poi voltandosi meno

afflitto, meno crucciato, e con una specie di rammarico d’aver parlato

in quel tono e in quel modo, mi disse: — Ma lei dev’essere stracco

morto? Senza complimenti...

E la moglie con una voce ancora un po’ alterata, ma quanto mai si può

immaginare dolce e persuasiva:

— Senta: se mai la camera è pronta...

Accettai volentieri quell’offerta opportuna e cordiale: dal canto mio

avevo sonno, e probabilmente dal canto loro i miei ospiti non vedevano

l’ora di rimaner di nuovo soli a pascersi di malinconia.

La signora scosse un campanello e al servitore che entrò, disse:

— Giacomo, accompagnate questo signore alla camera gialla.

Ci augurammo scambievolmente la buona sera e la buona notte, e ci

separammo.

Giacomo mi fece lume su per una scala di pietra, fino al primo

pianerottolo, m’introdusse nella camera che mi era destinata e disse:

— La sua sacca da viaggio è già lì sul sofà. Se ha bisogno di qualche

altra cosa?...

— Grazie, non ho bisogno di nulla.

— Oggi ha passato un brutto quarto d’ora. Si ha un bel dire. Uno

può aver più coraggio di Napoleone, ma, cospetto! col fulmine non si

scherza. Basta, il dormire le farà bene... Mi comanda?

— Andate pure.

Il servitore mi porse il candeliere e se ne andò.

La camera gialla era molto grande e sfogata, parata con carta canarina,

simile nel colore alla stoffa un po’ sbiadita che soprastava alle

finestre, al letto e ricopriva i mobili. Questi erano tutti di mogano,

di classico disegno, eccetto una consolle alla rococò, sopra la quale

stava uno specchio con la luce tutt’un pezzo e la cornice a fogliami.

Cavai dalla sacca la biancheria da notte, posai sul comodino, accanto

all’orologio e all’anello, il tomo decimo di _Lo spettatore Italiano_,

mi spogliai ed entrai in letto.

Siccome per solito non posso addormentarmi senza scorrere qualche

pagina, presi il volume, lo aprii a caso, trovai un articolo intitolato

_Filosofia_, e lessi quanto segue:

«_Mercè della filosofia, i vampiri sono iti fuori di moda. Perchè dir

non possiamo lo stesso degli spettri e delle fantasime? Tuttavia, se la

fede alle apparizioni non è ancora morta del tutto, essa almeno più non

vive che nelle menti ristrette e nel volgo pusillanime e rozzo._

_Nel libro di Flegone, liberto dell’imperatore Adriano, in mezzo a

mille racconti da veglia, trovasi la seguente storiella ch’ei dice

avvenuta in Ipate, città di Tessaglia. È dessa una delle poche favole

di questo genere, trasmesseci dagli antichi, che molto si rassomigli

alle superstiziose invenzioni moderne._

_Filinnione, unica figlia di Demostrato e di Carito, morì in età da

marito: gl’inconsolabili suoi genitori fecero seppellire insieme col

suo cadavere gli ornamenti e gli arredi che la fanciulla aveva avuto

più cari mentre viveva. Alcun tempo dopo ch’ella fu morta, un giovane

signore, per nome Macate, venne ospite in casa di Demostrato, ch’era

suo amico. Una sera, essendo Macate in sua camera, Filinnione, di cui

questi non sapeva la morte, gli apparisce, gli dichiara il suo nome, e

lo induce con mille vezzi a corrisponderle. Macate in pegno di affetto,

regala a Filinnione una coppa d’oro, e si lascia trarre di dito un

anello di ferro che usava portare. Filinnione dal canto suo, gli fa

dono del suo monile e di un anello d’oro; indi prima dell’aurora sen

parte._

_La notte seguente, ella ritorna all’ora medesima. Nel frattempo che

stavano insieme, Carito mandò una vecchia fantesca nella stanza di

Macate onde vedere ciò ch’egli facesse. Questa donna tornò indietro

ben presto, tutta smarrita, a dire alla sua padrona che Filinnione

trovavasi con Macate in ragionamenti. La trattarono qual visionaria,

ma siccome ella persisteva in accertare che quanto diceva era il vero,

giunto che fu il mattino, Carito andò dal suo ospite e gli chiese

se la fantesca non l’avesse tratta in errore. Macate confessò che la

vecchia non aveva mentito, narrò tutte le circostanze di quanto gli era

accaduto, e mostrò il monile e l’anello d’oro, che la madre riconobbe

per quei di sua figlia. Questa vista ridestò nel suo animo il dolore

d’averla perduta; ella gettò spaventevoli grida, e supplicò Macate di

avvertirla quando la sua fanciulla ritornasse; il che egli fece. Il

padre e la madre la videro, e le corsero incontro per abbracciarla.

Ma Filinnione, abbassando gli occhi, con mestissimo sembiante lor

disse: «O padre mio! O madre mia! Voi distruggete la mia felicità

coll’impedirmi, mediante l’intempestiva vostra presenza, di vivere

soltanto tre giorni, insieme col vostro ospite, nella paterna magione,

e di avervi qualche dolcezza, senza in nulla turbarvi. La vostra

curiosità vi riuscirà funesta, perchè io men ritorno all’asilo della

morte, e noi mi piangerete non meno di quanto faceste quando fui posta

sotterra per la prima volta. Ma io vi ammonisco che non son qui venuta

senza il volere de’ numi». Dette queste parole, ella cadde morta, e il

suo corpo venne esposto sopra di un letto, agli occhi di tutta la gente

di casa._

_Si andò poscia a visitare il sepolcro di Filinnione e non vi si

rinvenne il suo cadavere; eranvi solamente l’anello e la coppa d’oro

che Macate le aveva regalato. Macate, pien di vergogna per aver dormito

con uno spettro, di propria mano si uccise. Riesce inutile il far

commenti sopra l’assurdità di questa favola_».

Chiusi il volume, tenendovi dentro l’indice per segno, e volli meditare

un poco sulla credenza nelle apparizioni dei morti, credenza di

tutti i tempi, comune a tutti i popoli. Che mai può essere? Una prova

dell’insanabile debolezza della mente umana? Un argomento confermativo

dell’immortalità dell’anima? Quante volte non mi sono affaticato a

rintracciare nella memoria l’origine di certe impressioni sottilissime

e misteriose avute Dio sa quando, forse in un’altra vita! Quante volte

non ho desiderato con tutte le potenze del cuore di rivedermi dinanzi,

sin pure per pochi istanti, l’immagine di qualcuno dei miei poveri

morti!

Intanto, a poco a poco, la sconnessione delle idee divenne confusione;

i sensi si assopirono; perdetti ogni volontà, ogni intenzione. Nel

dormiveglia mi parve ancora di dover fare qualche cosa, ma non seppi

più che...

Passò un’ora, forse due, forse tre. D’improvviso mi scossi, spalancai

gli occhi, feci quasi un balzo sul letto. Non era più solo. Alla luce

tremola e impura della candela fungosa vedeva una fanciulla, vestita

da ballo con eleganza congiunta a semplicità, che si moveva per la

camera senza fare il più piccolo rumore; e ogni poco si fermava a

guardarsi nello specchio ch’era sopra la consolle, come vagheggiasse

la sua bellezza, la sua acconciatura, il suo abbigliamento. Chi poteva

essere? Una povera pazza? Una sonnambula? Non volevo credere a quello

che vedevo, e stavo lì senza batter occhio, senza trar fiato. Tutt’a

un tratto osservai, o mi parve d’osservare che le carni e le vesti di

quella figura non avevano rilievo e colore distinto, che quel corpo

non gettava ombra nè sul soffitto, nè sulle pareti, nè sul pavimento!

Volli accertarmi. La maledetta candela, filò, si affiochì e si spense.

Pensai di riaccenderla, di rompere quel silenzio sepolcrale con

qualche domanda: il pensiero se ne arretrò spaventato. Fu uno spavento

istantaneo, prepotente, atroce. Fu come se il cervello si vuotasse di

sangue e d’un tratto si riempisse da scoppiare; come se il midollo, i

nervi, tutto ciò che conferisce alle membra la forza del muoversi si

disfacesse nel sudore di morte che m’inondò la persona. Non vedevo,

ma sentivo tuttavia la presenza della forma femminile. Ecco che ella

si staccava dallo specchio e veniva verso il letto, leggera come

una piuma, trasparente come un velo, e allungava le mani verso gli

oggetti d’oro che stavano sul comodino. Ero più certo di questo che

della morte; provavo un impulso, una smania di fuga, e insieme un

intormentimento strano, resistente all’impero della volontà. Mi trovavo

come rinfanciullito, rimbambinito, tornato al tempo in cui non ardivo

salire le scale di casa all’oscuro o penetrare da me solo nel boschetto

che stava dietro la nostra villa...

Sì, ero andato soldato pauroso come una lepre, ma mi avevano guarito.

E mi si affacciava alla mente il giorno in cui avevo ricevuto il

battesimo del fuoco, e quello in cui avevo fatto la mia comparita in

Parigi con la rilucente divisa di capo squadrone degli ussari e la

sciabola d’onore guadagnata un mese avanti in battaglia. I militari

spagnuoli fanno distinzione tra bravura, coraggio, intrepidezza,

valore. Essi dicono: — Egli fu bravo in quel giorno. — Io ero stato

bravo in parecchi giorni della mia vita, ma in quella notte non

era più buono a niente. A che mi servivano l’età, l’educazione,

l’esperienza, e il fatalismo quasi maomettano acquistato sui campi?

Un altro po’ e cadevo in deliquio come una femminuccia! Come mai?

Come mai? E cercavo di comprendere, di raccapezzarmi. Che mi era

accaduto? Cos’era stato? Un fenomeno morboso, sintomo di una malattia

che stavo covando? Un abbaglio, un vedere che aveva fatto la mia mente

d’un’immagine non vera, tutta di fantasia? La continuazione a occhi

aperti d’un sogno incominciato a occhi chiusi? Avrei dato la metà

del mio sangue per potermi capacitare che quello era stato un sogno,

magari d’un’intensità, d’un’evidenza, d’un persistenza straordinaria;

per poter cancellare dalla memoria quelle ore ignominiose. Ma era

impossibile. Di tanto in tanto mi accomodavo, mi rannicchiavo per

dormire: ma l’oscurità e il silenzio, invece di conciliarmi il sonno,

me lo guastavano. Avevo certi arricciamenti di capelli sensibili, quasi

dolorosi, certi brividi veementi e prolungati; e un odore, non so se

vero o immaginario: l’odore ingrato delle stanze state molto serrate,

mi mozzava il respiro...

Alla fine, quando meno me l’aspettavo, mi arrivò all’orecchio il

canto di un gallo. Mi parve che quella voce balda dissipasse l’orror

della notte. Riebbi come per incanto il sentimento della realtà; e

vestitomi a mezzo, andai francamente ad aprire una finestra. Era già

fatta l’alba, un’alba senza albore, e si distinguevano gli alberi

rabbaruffati dal soffiar tempestoso del vento, e la campagna disfiorata

dalla tropp’acqua caduta. Mi appoggiai al davanzale, esposi la faccia

all’aria pura, e stetti lì finchè non ebbi preso ristoro, finchè non

fui di nuovo ben presente a me stesso.

Mentre finivo di vestirmi, riandavo le impressioni della torbida

nottata trascorsa, e guardavo d’intorno per vedere se potevo scoprire

un segno che mi cavasse di dubbio, una traccia indicante la via seguita

dalla misteriosa fanciulla nell’entrare o nell’uscire. L’uscio di

scala era chiuso, l’altro dirimpetto, che metteva in qualche stanza

più interna, era mezzo aperto. Si vedeva un ragnatelo lassù in cima,

che andava dal battente allo stipite con tutti i suoi cerchi fini

fini e i suoi raggi come una ruota. Se l’uscio fosse stato aperto un

po’ più o chiuso affatto, il ragnatelo si sarebbe subito stracciato.

Provai, mossi il battente, il ragnatelo si stracciò e una parte rimase

penzoloni dallo stipite. Dunque quell’uscio non era stato toccato...

Stando così fermo, in atto di chi pensa, mi parve di sentire un

calpestìo. Mi affacciai al pianerottolo e vi trovai Giacomo.

— Cospetto! — diss’egli, facendomi un inchino. — Lei è molto

mattiniero. Come ha riposato stanotte?

— Così, così — risposi, rientrando in camera.

Il servitore mi seguì.

— Solo così così? Me ne rincresce. Un po’ d’agitazione, eh? C’era da

aspettarsela.

Mi annodai la pezzuola al collo, mi abbottonai il panciotto, indossai

l’abito e mi lasciai andare sul sofà.

— Vuol prendere il caffè? — riprese Giacomo.

— Grazie; lo prenderò più tardi.

— Bene, lo prenderà con _monsù_ e _madama_. Si levano sempre presto.

Oggi poi c’è la messa da morti qui nella cappella di casa.

— La messa da morti?

— Sì, signore. Questa è una giornata molto malinconica, è

l’anniversario di madamigella Rosa. Il babbo e la mamma fanno dire

una messa in suffragio dell’anima. Una volta venivano anche gli zii, i

cugini e qualche altro parente, ma ora, dopo cinque anni... M’immagino

che ieri sera i miei padroni l’avranno informato della loro disgrazia?

Accennai di no.

— Eh già! — esclamò Giacomo. — O non smettono più di parlarne, o li

sgomenta solamente il pensiero di doverla ridire.

Mi alzò gli occhi in viso, stette alquanto senza parlare e non potendo

indovinare la farragine d’idee che mi passava per la mente, mi domandò

di nuovo se non volevo prender niente.

— Creda che un bicchieretto di alchermes è una medicina di effetto

sicuro. Lei forse preferisce il maraschino?

Crollai il capo e poi risposi:

— Su via, ditemi come andò la cosa.

— Come andò la cosa? Sì, signore, le racconterò tutto dal principio

alla fine. Oh! deve dunque sapere che madamigella Rosa era l’unica

figlia dei signori Gindri; nata assai tempo dopo il loro matrimonio. I

genitori, ai quali non pareva vero d’aver avuto una figlia quando ormai

non speravano più prole, la compiacevano in ogni cosa, e si guardavano

fino dal contrariarla, temendo che il pianto le facesse male. Un’altra

si sarebbe creduta nata per dominar tutti, per comandare a bacchetta.

Lei no, lei sapeva che la superbia è il primo dei peccati mortali, e

trattava bene tanto la servitù che i contadini. Cresceva ch’era una

bellezza... E se ne teneva. Da bambina non avrebbe fatto altro che

stare allo specchio, e di nulla si offendeva, tanto come di essere

chiamata brutta. Era una meraviglia di speranza, e diventò un modello

delle fanciulle da marito. Appena cominciò a farsi vedere nel bel

mondo, cioè nelle conversazioni, nei concerti, nei balli di famiglia,

piacque moltissimo. Tutti ammiravano le cose che diceva e faceva: e il

padre e la madre toccavano il cielo col dito. Per farla corta, l’ultimo

giorno di carnevale madama Cordara, sorella della mia padrona, invitò

parenti e amici a passare la serata in casa sua. Per sentita dire,

madamigella Rosa ballò assai, e finita la festa era molto accaldata. La

mamma insisteva perchè si riposasse; ma lei si mise il suo _par-dessus_

di pelliccia, e niente paura. Io stavo di piantone nell’anticamera,

ma il cocchiere, quel birbante di Gaudenzio, non era al suo posto.

Cerca di qua, cerca di là, gira e rigira: nessuno sapeva dove si fosse

cacciato. E la padrona e la padroncina aspettavano nell’atrio, dove

circolava una corrente d’aria che pareva venir da un ghiacciaio! Pochi

giorni dopo madamigella Rosa era in letto con mal di capo, grande

spossatezza e molto affanno. Io dicevo fra me e me: — Gesù e Maria

aiutatela! Fate che non si sia pigliato un male di pericolo! — Ma il

dottor Rodella, che la visitava, si conservava tranquillo, si dava le

sue solite fregatine di mani: — Santa pazienza! la malattia vuol fare

il suo corso... La malattia rimane stazionaria, vedremo domani... La

malattia è superata, la signorina entra in convalescenza. — Già; ella

uscì dal letto, ma... Basta, sentirà. Passò l’inverno e il medico,

sperando che l’aria della campagna l’avrebbe finita di guarire, ordinò

che fosse portata qui, nella villa dov’era nata. Si fecero queste

poche miglia in una carrozza che pareva un letto, e tutto andò bene.

Tutto andò di bene in meglio per qualche tempo: pareva che madamigella

Rosa si fosse non solo riavuta dal piccolo strapazzo del viaggio,

ma cominciasse davvero a ricuperare le forze. Ecco che una mattina,

tornando da Carignano, dove ero andato a far le provviste, trovo

le persone di servizio tutte sotto sopra; Orsola, la cameriera, che

piangeva come una vite tagliata. Domando subito: — Cosa c’è? Cosa c’è?

— Orsola risponde: — La signorina se ne va. — Io non capisco e dico: —

Se ne va dove? — In paradiso, bestia! — Oh, poveri noi!

Qui Giacomo si fermò, non potendo andare innanzi per la commozione che

una tal memoria svegliava nel suo cuore. Dopo un momento si ricompose e

continuò:

— Già, la mia padroncina moriva, e non voleva morire. Si distaccava

dai suoi, dai beni di questa terra con tanto dolore, rammentava e

rimpiangeva i bei giorni della sua gioventù così corta, diceva cose che

ferivano il cuore. Il babbo e la mamma si sarebbero fatti crocifiggere

per tenerla viva. Noi... Oh, misericordia! Basta; madama Cordara,

ch’era accorsa subito, ebbe un’ispirazione dal cielo. Cominciò a

pigliarla larga, a passare da una cosa all’altra, finchè fece cadere

il discorso sull’abbigliamento alla moda; e allora le domandò con

naturalezza, per qualunque caso possibile, come voleva essere vestita.

Madamigella Rosa, ch’era stata attentissima, non rispose subito: volle

riflettere un poco, e poi disse:

— Oramai è finita, non si torna addietro. Che serve disperarsi?

Ma io abbandono le vanità del mondo proprio mentre cominciavo ad

assaporarle: fate almeno che la funzione funebre sia perfetta...

Desidero... aspettate... Ah! un guanciale di seta color rosa. È un

desiderio perdonabile, non è vero? Ricordatevi che l’essere e il

parere bella fu il gran pensiero della mia vita. Abbiate cura che il

mio velo sia amplissimo... Troverete in quel guancialino gli spilli

d’argento per appuntarlo con grazia... Mi farete con le treccie una

corona come quella che porta la signorina Paoletti... Ma vorrei aver

la fronte un po’ più scoperta; mi starà meglio. — Venne il prete. Ella

fece santamente le sue devozioni, e poi stette tutta raccolta come se

pregasse. Poco dopo si rivolse alla zia: — Pensa che col velo tornerà

bene la veste di mussolina che il babbo ha fatto venir da Parigi...

— Uno sfinimento le impedì di continuare. Quando si risentì si dolse

di non sapere a quali scarpini dare la preferenza. Madama Cordara le

suggerì quelli di raso bianco che aveva al ballo di casa Prèville.

Sì, quelli calzavan bene, ma erano troppo attilati, la molestava il

pensiero di tenerli per tutta l’eternità. Insomma si rimetteva in lei.

Si ricordasse che voleva sembrare addormentata; non dimenticasse che

aveva sempre amato i lori... Le parole le morivano in bocca, le si

annebbiava la vista, e tanto aveva ancora quel suo sorriso! Abbracciò,

come potè, il babbo e la mamma...

Giacomo s’interruppe di nuovo, che gli venne da piangere, e voltò il

capo dall’altra parte. Andò poi pianamente all’uscio del ragnatelo,

aprì e disse:

— La sua camera è ancora intatta. Venga a vedere.

Provai entrando in quel luogo come un tumulto di sentimenti

indefinibili: curiosità e tema rispettosa, ansietà mista di commozione,

tristezza prossima a ribrezzo.

Vidi una cameretta tutta color dell’innocenza, mobiliata con molto

gusto; c’era un letto gentile col cortinaggio chiuso, un’elegante

_toelette_ con padiglione e pedana, un cassettone di noce intagliato...

Sopra il cassettone stava un ritratto a matita, due mazzi di fiori

finti dentro ai loro vasi, un guancialino di spilli, una coppa di

porcellana della più graziosa fattura.

— Ecco, — susurrò Giacomo, indicando il ritratto: — hanno voluto far

lei, la mia padroncina. Le somiglia nel capelli, ma le fattezze non son

proprio quelle. Basta, io non me n’intendo. Ci sono sotto delle parole

scritte da sua madre.

Mi accostai e lessi i notissimi versi:

«_Elle était de ce monde où les plus belles choses_

_Ont le pire destin:_

_Et, Rose, elle a vécu ce que vivent les roses,_

_L’espace d’un matin_».

Nella coppa c’era un finimento di coralli, una crocellina _à la

Jeannette_, pendenti, fermagli, anellini.

— Sono i suoi gioielli — disse Giacomo, sempre a voce bassa. — Amava

anche tanto i gioielli!

Portavo alla catenella dell’orologio un bel ninnolo esotico, dono del

dottor Salvatori, addetto all’Ambasciata francese in Persia. Lo staccai

e lo posi nella coppa, come avrei posto un fiore sopra una tomba.

D’allora in poi non dubito più: l’anima separata dal corpo può

conservare o riprendere l’apparenza delle forme corporee.

La straniera · 第 14 / 152 题