— Oggi fu visto un grand’orso tra Cavalermaggiore e Cavalerleone.
Le donne si sono chiuse in casa coi bambini, di uomini hanno tenuto
consiglio e preparata la caccia. Sicchè domani la bestia sarà stanata,
ammazzata e divisa in chi sa quante parti... Che peccato!
— Perchè? — domandò più d’uno.
Il forestiero si voltò a Marchioto e strizzò un occhio:
— Se fossi giovane e avessi l’amorosa, vorrei fare un colpo da maestro.
Mi leverei alla punta dell’alba, piglierei le buone armi, e me ne
andrei diritto diritto ai boschi di Macra, dove fu visto l’orso... Ah,
ah, un orso è un bell’aiuto per chi ha da metter su casa! La pelle si
vende bene, e c’è il grasso, c’è la carne! Separate il grasso dalla
carne mediante una giusta cottura; aspergetelo di sale; mettetelo
così purificato in una buona pentola; dopo otto giorni, dieci al più,
troverete a galla un olio sopraffino, e sotto un burro da leccarsene le
dita.
— Dev’essere una caccia ben pericolosa! — esclamò ingenuamente Biagino.
— Spaventosa! — rispose Marchioto. — L’orso, come prima vede l’uomo,
gli salta addosso che il maggior pezzo restan gli orecchi.
— È così gagliardo — aggiunse Tomaso, — che stringendo con le sue
branche un cavallo, lo fa crepare; che prendendo un sasso ben duro, lo
riduce in polvere e lo sparge sfarinato per l’aria.
— Oibò! — fece il merciaiolo: — queste sono fanfaluche da ignoranti.
Non bisogna attaccarlo quando c’è abbondanza di sorbe, ecco, perchè
questo frutto gli allega i denti e gli dà la bramosia del sangue. Del
resto l’orso è un gentiluomo: come dire che se non lo molestate, non
vi degna d’uno sguardo; se lo molestate, vi stronca. Io posso parlare
con cognizion di causa, che anni fa, quand’ero più in gamba, cacciavo
nei boschi di Villar-de-Lans, La Ferrière, Palanfrey, Saint-Barthelemi.
Tutti i boschi saran boschi, ma quelli!... E mi son trovato a certe
avventure!
Non aspettò che gli dicessero — racconta; — incominciò subito. I
presenti si misero in attenzione; e Marchioto, svelto, cambiò posto e
si pose a sedere proprio accanto a Clara.
Allora Biagino prese a indagare i loro movimenti; e a quel che gli
pareva di vedere così al buio, diceva tra sè: — Come sono d’accordo!
Qualcosa per aria c’è di sicuro. Se la intendono che è un piacere.
Ecco, lui la punzecchia col gomito. Lei gli soffia una parolina in un
orecchio. Tutti e due fanno a ginocchino. Fanno all’amor segreto, e
credono che nessuno se ne accorga!... E io mi mangio il cuore. Io per
me dico che uno strazio così non deve mai esser toccato a nessuno! — E
non potendosi frenare per la grande impazienza che lo agitava, si alzò,
girò inosservato intorno al pagliaio, strisciò lungo la chiudenda, si
trovò sulla strada.
Dopo pochi passi provò rammarico, provò una voglia accesa di tornare
indietro, ma fece forza a sè stesso e tirò via.
Non era lume di luna, ma uno stellato che faceva bel chiarore. La
campagna sterminata pareva tutta piena di grilli canterini; la civetta
errava per l’ombre notturne, gettando il suo _tuttomio! tuttomio!_
lugubre e rapace.
Biagino, assorto, non vedeva e non udiva nulla attorno di sè. Gli
tornava in mente il discorso che aveva sentito; e gli pareva d’essere
in tale stato d’animo e di corpo da poter fare qualche cosa di gran
momento con l’armi. Precorreva i fatti con l’immaginazione, superava
con la fantasia tutte le difficoltà e si figurava già di far l’entrata
nell’aia della Rivarola, glorioso e trionfante, con dietro un carro su
cui stava l’orso morto, morto da lui. Il fittabile, la figlia, tutti
gli abitanti della cascina gli correvano incontro, lo attorniavano, lo
interrogavano senza dar tempo a rispondere. Poi, mentre si facevano
feste grandissime, egli traeva Tomaso da parte e gli chiedeva
arditamente in moglie la fanciulla adorata.
Giunto tra il ribollimento di questi pensieri alla cascina della Torre
mise pian pianino la chiave nella toppa, entrò in punta di piedi per
non destare i suoi vecchi che dormivano nell’altra stanza più interna,
e spogliatosi in fretta andò a letto.
Passò la notte senza mai dormire; gli pareva mill’anni che si facesse
giorno, per mandare a effetto il proposito fatto quasi inconsciamente.
Al primo albore indossò certi non troppo buoni panni da cacciare,
calzò scarponi da fango, si mise al collo il fiaschin del polverino,
ad armacollo la fiasca della polvere e il sacchetto delle palle, pigliò
l’archibugio e uscì.
Essendo di domenica, pensava di non trovar persona in quell’ora,
ma girando lo sguardo sulla campagna vaporosa e guazzosa, scorse a
sinistra, poco distante, un uomo armato come lui, che come lui andava
nella direzion di levante. Riconobbe Marchioto, e subito si rimpiattò
dietro un tronco.
Ma colui venne speditamente alla volta sua gridando:
— Olà, Biagino! vuoi fare a rimpiattino? Dove vai così per tempo?
Il giovine, fortemente crucciato ma tuttora timido, rispose che andava
a far due passi.
Marchioto fece una risata per mostrare che non ci credeva:
— Ah ah ah! e perchè hai preso il tuo archibugio?
— Così... per compagnia.
— Bugiardo che non sei altro!
— Ebbene vado a una mia faccenda segreta, importantissima, che da un
pezzo ho in animo di fare...
— Vai a cercar l’orso, nega se puoi! Fegato non te ne manca davvero! Ma
ci vuol altro. Se vuoi andar sicuro, devi venir con me; quando che no,
tu porti pericolo dello vita. Eh, so bene che mi manderesti alle forche
molto volentieri! Ma questo non fa. Una mano lava l’altra e tutte e due
lavano il mostaccio. Ci aiuteremo scambievolmente...
Biagino fece una scrollatina di testa.
Marchioto prese un’impostatura autorevole:
— Hai da sapere che l’orso dorme così profondamente che non sente
nè voci nè ferite nè percosse. Se abbiamo la fortuna di trovarlo
addormentato, lo leghiamo come niente. Se lo troviamo desto, io lo
ammazzo al primo e tu mi aiuti a strascinarlo. Orsù, è inutile che tu
stia sull’onorevole, hai da venir con me.
Marchioto parlava con una tale energia, con tanta persuasione di sè,
che Biagino non potè più nemmeno supporre la possibilità di resistere:
e prima gli andò dietro come un cagnolino, poi si accompagnò con lui.
— Ah ah! — continuava Marchioto, sempre ridacchiando: — te ne andavi
tutto solo contro la bestia feroce? Con quell’archibugio che non
finisce mai. Pare una pertica. Dimmi un po’: ti serve ad abbacchiare
le noci, eh? Scommetto cento contr’uno che non cogli in un pagliaio. E
cosa c’è dentro? Un pugno di piselli? Il mio è caricato a doppia palla.
Guarda: è uno schioppetto di buona mira, che ho tolto a un soldato a
cavallo di quelli detti _les carabins_, lassù a Barzeloneta... E perchè
non hai preso una daga, una squarcina, un coltellone? Vedi questo ch’io
porto accanto? È un vero pistolese: lama corta, larga, a un filo e
mezzo, a tutta tempera e a tutta prova... Ah ah ah! e tu volevi andar
solo, con quell’armaccia che non è buona a niente? Queste a casa mia si
chiamano baggianate...
E così, mentre traversavano campi, prati, vigne, saltavano fossi e
passavan palancole, Marchioto non restava dal chiacchierare; e or
bravava Biagino, or lo beffava, ora gli diceva una cosa, or un’altra da
fargli rinnegare il mondo.
Giunsero in certe bassure selvagge dove la terra non era lavorata, non
era segno di via battuta, e i pruni e le erbacce qua contrastavano,
là chiudevano il passo. Messe in ordine le loro armi, s’inoltrarono
guardingamente. Poi girarono un bosco per lungo e per largo. E
finalmente videro luccicar la Macra fra tronco e tronco.
Marchioto disse:
— Sai com’è? Io comincio a perdere la pazienza. E poi dev’essere giusto
l’ora della fame. Mangiamo un boccone. M’offende il digiuno così che mi
farebbe cader in terra svenuto.
Uscirono sul greto scabro, ondulato, pieno di vetrici e di virgulti,
sparso di sterpacchi e di seccumi lasciati dall’ultima piena. Marchioto
andò a sedere sopra un arginetto, presso la corrente, e tirò fuori un
bel tocco di pane. Ma Biagino, ch’era rimasto indietro, mise una voce
di stupore, lo richiamò con un cenno, e gli additò un tratto più renoso
che ghiaioso, impresso da certe strane orme larghe e potenti.
— Lasciami un po’ vedere — disse Marchioto. — Uhei! quest’è proprio una
traccia. E che traccia!
— Seguitiamola! — esclamò Biagino.
— Seguitiamola pure. Ma qui bisogna altro che baie! Sta a buona
guardia, se vuoi bene alla vita tua; e lascia fare a me.
L’orso, molto bruno e di terribil forma robusta, stava acquattato
sur un poco di rialto erboso. Aveva fiutato ben da lontano i due che
lo cercavano, ma non se ne dava per inteso; e solo quando vide che
giravano lungo l’acqua cheti e chinati, come per prenderlo nel fianco,
cominciò a fare mal grugno e a mandar fuori certe voci porcine, che
forse volevano dire: — Cristiani di Dio! badate a quel che fate.
Biagino, quando fu presso a cinquanta passi, vide che l’orso arruffava
il pelo e puntava puntava come fanno i cani prima di dare addosso.
Subito, lasciandosi vincere troppo dall’impazienza, si pose a viso il
suo archibugio, strinse la manetta, fece abbassare il serpentino, e
diè fuoco alla carica. Poi, lesto, si curvò sotto il fumo per veder se
aveva colpito.
— Troppo presto! — urlò Marchioto. Ma sparò precipitosamente anche lui,
e riurlò: — Scappa che l’orso è ferito!
L’orso veniva a saltacchione, rugghiando e digrignando. Di botto si
rizzò, massiccio e violento, come volesse fare alle braccia.
— Ah me! — esclamò Marchioto; e sfoderato il pugnal pistolese, si fece
innanzi per investire la belva alla vita e metterle una pugnalata nella
trippa. Ma urtato nelle narici da una tanfata, da uno sbuffo di fiato
atroce, si sentì correre un gelo dai piedi ai capelli, un gelo che gli
penetrò nell’ossa, gli passò nel cuore, lo soverchiò. Rimase ancora un
istante immobile, col braccio teso, in atto bravo; poi la testa gli si
empì di paura e via di galoppo.
Biagino si vide perduto; afferrò l’archibugio per la canna e misurò un
colpo disperato al muso dell’orso. Il colpo cadde a vuoto e l’arma andò
in terra. Allora, sul punto d’aver la stretta, indietreggiò come potè;
poi si cacciò sotto a chius’occhi e combattè a pugni, a calci, a corpo
a corpo. Tutt’a un tratto ecco che gli si sfondò sotto il sabbione;
cadde rovescio; e l’orso addosso. Dettero in un tonfano, fecero due
gran rivoltoloni e si separarono: la belva si slontanò a nuoto, il
giovane diguazzò tanto che si ritrovò all’asciutto.
Stette egli come svenuto qualche tempo, chè aveva bevuto assai e
si sentiva soffocare il cuore; poi a poco a poco riebbe gli spiriti
vitali; e, sollevatosi alquanto, guardò intorno.
L’orso era di là dall’acqua; e un po’ si scrollava tutto e spruzzava
in giro, un po’ si aggomitolava per leccare uno sdrucio che aveva nella
coscia.
— L’hai avuta? — mormorò Biagino. — Ti sta bene. Anch’io mi dolgo tutto
da questa parte e butto sangue per una tua unghiata che mi lascerà il
ricordo finchè campo. Ma voglio la rivincita. Ora com’ora no, perchè
l’acqua m’ha bagnata la polvere e non posso ricaricar l’archibugio. Ci
rivedremo domani. Va pur là che ci rivedremo!
D’improvviso l’orso levò il muso e stette a orecchi ritti come
per distinguere un rumore lontano; poi girò gli occhietti, che or
sembravano argento vivo or carbon di fuoco; e sospettosamente, gatton
gattoni, si mosse verso un macchione folto e profondo che costeggiava
quella parte del greto.
L’acqua intorbidata dai tuffi, era tornata limpida e bionda; ogni poco
un pesciolino lucente dava un guizzo e spariva. E Biagino rimaneva
lì con la testa bassa, sdraiato più che seduto, e molle e stracco e
scontento. Cominciava a entrare in uno stato come di sonnolenza, nel
quale veniva perdendo il sentimento della realtà, quando gli parve di
udire un calpestìo affrettato; e, alzato il viso, scorse alcuni uomini,
tutti con armi da fuoco, i quali zitti zitti, si appostavano qua e là,
dove finiva il macchione.
Subitamente scoppiò in lontananza, dalla parte opposta, un gran rumore
di suoni insieme confusi. Il frastuono crebbe crebbe e si avvicinò:
squillavano trombe e corni, rullavano tamburi, pareva un campo in
movimento, un esercito in marcia. E di lì a poco comparve la caccia
affaccendata. Una frotta d’armati, con spiedi, spuntoni, mezze picche
e partigiane, veniva innanzi quasi in ordinanza, fiancheggiando quelli
che si sentivano ma non si vedevano. Era un interrogare dal di fuori,
un rispondere dal di dentro, un vociare, un sonare, un frascheggiare
alla maledetta.
Biagino, attento e concitato, mormorava tra i denti: — Ecco, i
cacciatori si sono messi alle poste; gli altri vanno scorrendo e
strepitando per scacciar l’orso alla volta dei compagni. Oh beatissima
Vergine degli Orti fate che non lo trovino! Fate in modo che io lo
possa pigliare, io solo, io solo!
Un cane squittì dal più fitto. Un uomo gridò all’erta. Succedettero due
minuti di un silenzio ansioso, quasi spaventato; poi un tafferuglio, un
diavolìo: gli uomini urlavano a squarciagola, i cani latravano tutti
insieme con orribil modo, le frasche stormivano come agitate da una
gran ventaggine. Alla fine l’aria rimbombò d’archibugiate, che l’una
non aspettava l’altra: e dopo s’alzò un chiasso di battimani e di voci
trionfali.
— Ecco fatto! — pensò Biagino, mordendosi le mani. — Il mio orso è
bell’andato. Me l’hanno ammazzato a furore di popolo... Quanti sono?
Un’armata. Quei di Cavalermaggiore, quei di Cavalerleone, quei delle
cascine... Tutti contro quella povera bestia! Uh, mi vergogno per loro!
Si rizzò, raccattò l’archibugio, spense rabbiosamente la miccia, e
s’incamminò dalla parte per cui era venuto.
Attraversato il bosco, passati i terreni incolti, cominciò a vagare
senza direzione certa per luoghi coltivati ma ineguali e frastagliati.
Di quando in quando si soffermava e minacciava con la mano come se
facesse un proposito di vendetta. Poi si pentiva e si rincamminava,
dicendo tra sè: — E perchè mi dovrei vendicare? Marchioto è più bello
di me; ben veduto, ben voluto, il più gentil galante di tutto questo
vicinato. In coscienza non gli posso dar colpa se vuole sposar Clara:
ognuno cerca di fare il fatto suo in tutti i modi che può. Non posso
pigliarmela con Tomaso. Non ci mancherebbe altro!... Ah, se mi fossi
potuto sfogare con l’orso! — Si mordeva il dito, lo alzava iratamente e
sollecitava il passo.
E continuando a camminare, ora si proponeva di farsi soldato e passare
i monti; ora si risolveva di passare il mare, d’andar lontano lontano,
in parte dove non fosse conosciuto, dove nessuno più trovar lo potesse.
Sospirava la venuta della notte, senza sapere perchè; e gli era d’un
certo sollievo volgere gli occhi verso occidente, donde veniva una gran
nuvola procellosa, che s’opponeva al sole, nascondeva le montagne, e
gettava sulla pianura un’immensa ombra sinistra.
Dopo un altro po’ di strada, oppresso da un senso di desolazione, di
solitudine infinita, si lasciò andare sulla proda d’un campo; e stette
inerte, con le gomita sulle ginocchia e il capo nelle mani.
Passò mezz’ora, un’ora forse. Di subito s’avvide che l’aria si
oscurava; e sbigottito dal pensiero del padre e della madre che
dovevano stare in angustia non vedendolo tornare, balzò in piedi,
risoluto d’andare diviato a casa.
Va e va, piegando senz’accorgersene un poco a diritta, dopo parecchi
andirivieni, riuscì in una strada maestra. Vide un piccolo tabernacolo
mezzo rovinato, e riconobbe il luogo; seguitando ad andare avanti in
poco d’ora, si sarebbe trovato alla Rivarola. La cascina era laggiù,
coperta dagli alberi e dalle macchie che rivestivano le rive tortuose
del piccolo Arian.
Il giovine stette fra due: il dovere voleva, ch’egli non tardasse a
rassicurare i suoi, d’altra parte avrebbe dato la metà del suo sangue
per riveder Clara. — Vederla — pensava, — anche di nascosto, anche alla
sfuggita; poi sarà quel che sarà. — Titubava ancora, quando gli balenò
in mente un altro pensiero: — Ella è là fuori, a sedere come al solito,
e c’è Marchioto! — Gli entrò nell’anima lo spasimo della gelosia, e non
potendo più resistere, pigliò la corsa.
Arrivò all’Arian; sopra vi era un ponticello di legno; e a destra e
a sinistra certi olmi bassi, annosi e frondosi che formavano una gran
vôlta buia. Da quel buio venne subitamente una voce, la voce di Clara:
— Chi è? chi è là?
Il giovane fissò gli occhi da quella parte, distinse la snella figura
appoggiata alla pertica che serviva di parapetto, e rispose quasi
timidamente:
— Sono io, sono Biagino Ghiliestra.
Clara fu per mettere un grande strido, si rattenne, fece un segno di
croce, e domandò:
— Siete proprio voi? Siete vivo? Marchioto vi ha veduto morire!...
— Ah, l’ho scampata bella! l’ho scampata grossa! Posso attaccare il
voto alla Madonna degli Orti che un’altra così non la scampo più!
Ella si staccò dalla pertica, si accostò e riprese:
— O Gesù benedetto! e Marchioto ha giurato e spergiurato che vi aveva
veduto morire! Mio padre appena ebbe tanta pazienza che lo lasciasse
finire; alzò la voce contro e glie ne disse tante e poi tante. Gli
disse questo: — Poichè tu sei solo bravo al mondo, dovevi adoprare
la tua bravura in difesa del povero Biagino. Sei un can traditore.
Levamiti d’innanzi. — Marchioto rispose, cercò di scolparsi, non vi
riuscì e andò via tutto arrabbiato e minaccioso con la testa. Allora
mio padre partì per i boschi di Macra con gli uomini della cascina. E
ora sono là che vi cercano. Io m’ero buttata ginocchioni in un canto
e avevo principiato un po’ di rosario. Poi, rimasta sola, non ho più
saputo che fare di me, son venuta qui e stavo sull’aspetto... Gesù vi
ringrazio che colui ha giurato il falso!
Si mossero tutti e due, passo passo, concordemente.
Clara ripigliò:
— Avrete bisogno di ristorarvi?
Biagino rispose:
— Non ho più nè fame nè sete in questo momento. E poi a casa troverò
bene qualcosa.
— Siete ferito?
— Una graffiatura sulla spalla sinistra. A casa mi farò ungere con
grasso di carne secca o con olio di noce, e domani sarò bell’e guarito.
Giunti dinanzi alla Rivarola, ella mise adagino il braccio dentro al
braccio di lui, e glielo strinse un poco. Così, a braccetto, voltarono,
traversarono l’aia, entrarono nella stanza terrena vuota e oscura.
Clara si scostò subito e disse:
— Biagino, mi date una mano a ravvivare il fuoco?
— Volentieri! — esclamò il giovine. E appoggiato l’archibugio in un
canto, andò a tentoni verso il focolare dove traluceva un po’ di brace.
— Dopo metteremo il paiuolo — prosegui la fanciulla, — e faremo la
polenta. Cacio, ricotta e buon cuore non ne manca. Appena mio padre
sarà di ritorno, e non può tardare, manderò a chiamare i vostri e
ceneremo tutti insieme in santa pace. Voi racconterete quello che vi è
accaduto...
— Volentieri.
Tacquero e stettero immobili nelle tenebre, incerti l’un dell’altro, e
come sgomentati dal martellare che facevano i loro cuori. A un tratto
Biagino riudì la voce di Clara, armoniosa, soave ma un po’ risentita:
— Ma ooh! non avete niente da dirmi? Nemmeno stasera? Nemmeno così...
da solo a sola?
A queste parole, Biagino fu preso da tal commozione che non seppe se
non balbettare:
— Che volete che vi dica? che volete che vi dica?
— Quel che avete nel cuore.
— Allora vi dirò che sono contento di trovarmi qui con voi... Una
contentezza così, dopo quello che ho sofferto in questi due anni, non
me la poteva mandare che Dio. Due anni in cui non ho veduto altro, non
ho sentito altro, non ho pensato a nessun’altra cosa fuori che a voi,
Clara. Vi avevo sempre davanti agli occhi di giorno: vi sognavo di
notte, tutte le notti... E anche in questo momento mi par di sognare.
Se sapeste che momento è questo per me!... Vi amo proprio infino alla
tomba... Siete tutta la mia speranza al mondo...
— Basta!... Meno male che avevo indovinato! Ma vedendovi indugiar
tanto, cominciavo a dubitare. In certi casi, vedete, l’indugio porta
danno. Mancano modi? Belle cose! Insomma è stata una gran tribolazione.
E poi, e poi, sentiamo un po’, come vi è saltato il grillo d’andar a
cercare l’abbraccio di un orso, quando...
Non finì la frase, gli gettò le braccia al collo, lo strinse con tutta
la sua forza; poi si scostò di nuovo, impetuosamente, e soggiunse così
da lontano:
— Mio padre lo sa che ci vogliamo un ben dell’anima! Dunque...