L’ORSO

(Novella).

«18 aprile 1582, sabato. Fu veduto un gran

orso sopra le fini di Cavallermaggiore, qual fece

pagura a molti...»

(_Memorabili di Giulio Cambiano di

Ruffio. Dal 1542 al 1611_).

Veniva la sera. Biagino Ghiliestra uscì dalla cascina della Torre,

prese la stradicciuola che faceva capo, allora come adesso, alla strada

maestra, voltò a diritta, s’avanzò fino alla chiudenda che cingeva

l’aia della Rivarola; e, messo un occhio a uno spiraglio, vide quel che

manco avrebbe voluto vedere.

Il fittabile Tomaso Giusiana e la sua bella figlietta Clara erano

a sedere sur una panca dinanzi all’uscio di casa; presso di loro, a

cavalcioni sur un panchetto, stava Melchiorre Gadano detto Marchioto.

— Lo dicevo io! — esclamò Biagino dentro di sè. — Quel diavolo è già

qui. Ha anticipato d’un buon poco. Anticipa tutte le sere...

E stette lì a sbirciare e a rosicchiarsi le unghie.

Erano già due anni che Biagino voleva a Clara tutto il suo bene e

desiderava di mettersi con lei; ma vedendola selvatichella, sdegnosetta

e di pochissime parole, non aveva mai saputo risolversi a farle la sua

brava dichiarazione.

Intanto nel febbraio del 1591 erano ritornati di Provenza in Piemonte

diversi gentiluomini d’arme e molti soldati del duca di Savoia. Tra

questi Marchioto, già cavalleggere, poi archibugiere a cavallo. Egli

aveva preso dimora ai Tetti; e la sera traversava i campi e se ne

veniva a veglia alla Rivarola. Era ben formato, buon compagnone,

cantava _La bella Malgarita_ e _La bella Franceschina_, ballava alla

spagnuola, contraffaceva questo e quello, e raccontava un monte di

cose sbalestrate vedute e udite girando il mondo. Oltre a tutto questo

faceva la corte a Clara e dava in burla a Biagino. E Biagino, timido,

modesto e un po’ malinconico, dissimulava più che poteva, ma soffriva.

Soffriva maledettamente anche quella sera, vedendo il padre, la figlia

e il corteggiatore in ragionamenti che gli parevano più serrati del

solito; e tutt’a un tratto gli spuntò un’idea: — Fanno un gran parlare,

un gran parlare: ci dev’essere per aria qualcosa. Che Marchioto tratti

il matrimonio con Clara?! — E non potendo più stare alle mosse, rasentò

la chiudenda, giunse all’apertura, entrò nell’aia.

Vistolo apparire, Tomaso fece un saluto brusco ma amichevole. La

brunetta Clara aggrottò le ciglia e si ravviò i capelli. Marchioto

squadrò il giovine, e ghignato un pochetto, disse:

— Uhei! come ti sei fatto bello! Giubbone di tela fina, lattughette

alla camicia, tre penne nuove al cappello!

Biagino diventò rosso e rispose:

— Non sono nuove: le ho comprate alla fiera di Racconisio un anno fa.

— Ah ah! — riprese il soldato; — tu stai sulle eleganze? Aspetta

aspetta; domani sera ci abbiglieremo anche noi. Io mi vestirò alla

militare e Tomaso alla civile. Non è vero, Tomaso?

Il fittabile, che stava accigliato per effetto di meditazione, si

scosse un poco, e borbottò tra i denti che quelli non erano tempi da

mettersi in gala. Poi continuò:

— Dove si rimase col discorso?... Ah! sicuro, il 92 risica d’esser

peggio del 91. L’altr’anno è apparsa una stella cometa la notte del 12

aprile, venerdì santo. E quindi abbiamo avuto maggio piovoso: maggio

ortolano molta paglia e poco grano. Quest’anno si è sentito un gran

terremoto la sera del 7 marzo. E adesso le querce si vanno coprendo di

bruchi scuri e pelosi, segno di guerra guerreggiata sul luogo.

— Sarà vero di certo — disse Biagino, che si era messo a sedere sur un

ceppo; — ma, senz’offesa, non capisco come c’entrino i bruchi; come i

bruchi possano far nascere una guerra!

Marchioto, che rideva quasi continuamente, e dì nonnulla, dette in una

gran risata:

— Vedi, è perchè tu non hai comprendonio.

— Non capisco nemmeno io — disse Clara, un po’ seccamente.

Tomaso si ristrinse nelle spalle:

— Questi sono misteri, come dice il prevosto: cose oscure, delle quali

non si comprende nè la cagione nè la ragione, ma che non si possono

negare. Un giorno dell’85, per modo d’esempio, è piovuto sangue a

Pancalero. Che è che non è, questo denotava la morte dei due fratelli

di Savoia Racconisio laggiù nella Spagna!

Cominciava a imbrunire. I polli erano già andati tutti a pollaio. Un

cane, nero quanto una mora, girondolava solo per l’aia; d’improvviso

trottò verso la strada e abbaiò.

Un uomo, rinvolto e serrato in una cappa scura, passava dando di piede

a un muletto.

— È Poirino — disse Tomaso: — quel mercante che ha tanta paura degli

assassini.

— Poveraccio! — esclamò Marchioto.

— Eh! — fece Biagino: — è già stato assaltato tre volte; una in fra

l’altre, ferito con una pistolettata nel collo e lasciato per morto.

— Diavolo! e dove?

— Nel bosco di Monasterolo.

Il cane fece un’altra abbaiata.

Un omacciotto tarchiato, con un cappello di paglia grossa, un giubbone

di panno fratesco, una gran paniera al collo, entrò nell’aia gridando

con accento forestiero:

— Passa via, cagnaccio; vuoi tu mangiare il _marsé_, il _marzarolo_?...

Buona sera, bella compagnia.

— Cuccia giù, Barucco! — disse il fittabile a tutta voce.

Il merciaiuolo si avanzò, si fermò, volle scoprir la paniera per

mostrare la sua merce:

— Pettini, bella compagnia, specchi, fibbie, collane, coltelli,

bottoni, aghetti e spilletti, nastri e stringhe, cuffiotti...

— Niente — interruppe ruvidamente Tomaso, — non abbiamo bisogno di

niente.

— Pazienza.

Alcuni uomini, una donna, due ragazzotti che avevano finito di accudire

alla cascina, s’erano avvicinati, e consideravano curiosamente il

soprarrivato.

— Si fa notte — riprese costui: — mi dareste un boccone e un po’

d’alloggio per l’amor di Dio? chè sono stracco morto e al paese non ci

posso arrivare.

Clara si alzò snella, entrò in casa, tornò di lì a un momento con una

scodella di minestra e un bicchier di vino, e li diede al merciaiuolo.

— Dio vi mantenga sana, che bella siete! — esclamò questi; e messosi a

sedere in terra, mangiò avidamente.

Saziato che fu, posò la scodella e diede un’occhiata in giro.

Il fittabile, senza aspettar la domanda, alzò la mano e indicò a

sinistra:

— Il fienile è là: c’è la scala a piuoli.

— Va bene — rispose il merciaiuolo. — Ah, stasera non ho bisogno di

culla: sono stracco finito! Quello del _marsé da cavagna_ è il mestiere

più miserabile dell’universo. Una vita da cani. Quando penso che ho

moglie e figliuoli che m’aspettano al paese, di là dalle montagne!

Sette figliuoli, dico, che uno non può portar l’altro. Oggi poi è

giornataccia. Non ho fatto niente per ragion dell’orso.

La straniera · 第 12 / 152 题