Gianicolo vedeva la grande cupola vaticana in qua, ed in là
tuttavia rischiarata dalle faci che avevano resistito allo
imperversare della bufera, e che ora andavamo una dopo l'altra
estinguendosi immagine dolorosa degli sforzi durati per difendere
Roma. Non importa, si combatta sempre, le bandiere della libertà
quando cascano nel sangue si rilevano più poderose, che mai, come
Anteo quando percoteva la Terra sua madre; i nostri alla meglio
raggruppansi e cominciano un trarre disperato di moschetti dalle Ville
Savorelli e Spada; rimbeccavano con furia punto minore dalle nuove
trincee i Francesi irresistibili perchè rincalzati da una fiumana
di fuoco che turbinava dalle batterie dieci, undici, dodici, e
tredici; e come se dei cannoni non ce ne fosse di avanzo, senza misura
ci adoperavano i mortai. Le nostre batterie dall'Aventino, e dal Pino
controbattevano languide, ultimi tratti dell'agonizzante; e poi di
repente i Francesi per dare il colpo di grazia contro la Batteria
dell'Aventino voltarono la seconda Batteria loro formidabile di
artiglierie e di artiglieri. Per meglio conquidere i nostri schierati
a destra della porta San Pancrazio i Francesi tentarono arrampicarsi
sul portone di cotesta porta, e quinci salire su la breccia del
Bastione nono aperta dalla Batteria decima; li respinse il Medici co'
suoi, e col primo reggimento di linea, anzi taluno dei nostri
s'inerpica ad occupare il frontone donde recava gli ultimi, non
però i meno dolorosi danni al nemico, che infellonito colà
avventa le armi, e le ire; ma per fulminare ch'ei faccia con le sue
artiglierie veruno si rimuove, e con esempio memorabile tutti elessero
perire sotto lo sfasciume della porta.
A Villa Spada un manipolo di soldati della legione italiana avendo
scorto certi fanti francesi ripararsi verso il muro della corte si
avventò su di quelli cacciandoli a furia; l'Hoffstetter preso animo
dal caso, volle tentare se gli venisse fatto di ristabilirsi nella
Batteria dinanzi casa, e chiese al Manara gli concedesse una
cinquantina di uomini; gli furono dati, e di un salto tutti di accordo
balzarono sul luogo indicato; colà l'Hoffstetter procedeva oltre
con alquanti dei suoi, gli altri lasciava dietro al coperto per
bersagliare i Francesi, appena però avesse incominciato ad assalire
la Batteria, anche quelli corressero a rinforzarlo: si accostava
temerario piuttostochè animoso, e vide essere quella impresa
perduta, imperciocchè la Batteria comparisse tutto intorno munita
di alti gabbioni presidiati in copia: nondimeno gli piacque continuare
il combattimento lasciandosi in balìa di quel soffio di speranza,
che mai non cessa: così durando da una parte e dall'altra vennero a
mancare le munizioni ai nostri, per la quale cosa l'Hoffstetter
rannicchiandosi più che poteva si recò per esse a Villa Spada;
per via occorse in un giacente francese bello e robusto con una ferita
al sommo del petto il quale se ne stava esposto al grandinare delle
palle e non faceva, o non poteva movere atto per levarsi di là,
l'Hoffstetter commiserandolo gli disse: «abbiate pazienza anco per
un po', e manderò la barella a pigliarvi» ma quegli non disse
motto; giunto sotto la Villa chiese la munizione, e il Manara con le
sue medesime mani gliene gettò un sacco dalla finestra, se lo
recava su le spalle mentre il Manara sempre dall'alto gli raccomandava
ritirarsi, che la zuffa gli pareva senza costrutto; l'Hoffstetter gli
rispondeva, ma quegli non replicò, per la quale cosa l'Hoffstetter
andava pei fatti suoi, ma indi a breve tornato avendo conosciuto a
prova la verità dello avvertimento del Manara ricercava di lui;
ognuno evitava parlare, incollerito insiste, e allora in silenzio gli
additano una stanza terrena; sopra la soglia gli occorre l'Appiani
segretario del Manara lacrimoso, entra e mira un gruppo di gente
insieme stipato, lo separa con empito, ed ecco gli sta dinanzi il
Manara tutto sangue con gli occhi erranti per le tenebre della morte;
gli si genuflette ai piedi, la mano gli bacia e la fronte già
fredde; quegli lo ravvisa, e con piccola voce ansando sussurra:
«sono ferito a morte; forse mi rimane a vivere un quarto d'ora»
L'Hoffstetter lo consola, e propone trasportarlo all'ospedale, ma il
Manara ricusa dicendo: «no... non m'inganno, sono morto, il
trasporto crescerebbe gli spasimi... lasciate ch'io muoia qui dove ho
combattuto.» Il Dandolo che pure si trovò presente al caso narra
come poco prima, che la palla micidiale passasse il Manara da parte a
parte egli nel seguitarlo rimanesse colpito di una palla di rimbalzo
nel braccio destro, onde costui esclamò: «per Dio! tocca sempre
a te? O che io non devo portare via nulla da Roma?» A lui il Manara
cadendo raccomandò i suoi figli; da lui supplicò non essere
abbandonato mai; dalla stanza chiusa lo trasportarono alla campagna
aperta; allora desiderò si chiamasse il medico Bertani amico suo.
Il Dandolo si piglia cura di riportarci che dietro le sue
raccomandazioni il Manara si confessò, e si comunicò: pedanterie
di guelfismo riscaldato in Lombardia, come se la vita del mortale eroe
incontaminata avesse bisogno per amicarsi Dio di un Cappuccino
mediatore, e il Padre delle misericordie non aspettasse cotesta anima
bennata a braccia aperte; qual sacramento avrebbe mai potuto renderla
più pura oltre la religione del martirio, e il battesimo di sangue?
Il Manara raccomandava al Dandolo procurasse allevare i suoi figliuoli
nell'amore della religione, e della patria; l'Hoffstetter di religione
non parla, bensì gli mette in bocca queste parole: «consolate la
mia _povera moglie_, e recatele il mio ultimo addio: educhi i nostri
figli allo amore per la infelice nostra patria, ed appena sapranno
reggerle, ponga loro nelle mani queste armi.» A me, e ad altri le
parole dell'Hoffstetter compariranno più conformi al cuore
dell'uomo; per pedanteria guelfa il Dandolo inteso a incastrarci la
religione, omette la moglie; pare impossibile come e quanto la
beghineria stupidisca il cuore; forse per lo sposo amante la cara e
casta moglie, madre dei suoi figliuoli non è religione?
Innanzi, che per me si lasci la dolente storia non vo' mancare di
referire qui un caso il quale troppo stupendamente dipinge gli uomini,
e i tempi. L'Oudinot, dicono per raccomandazione di Massimo D'Azeglio,
preso a un tratto di tenerezza pel Manara gli scrisse lettera per
buona ventura giunta dopo che cotesto valoroso ebbe reso l'anima a
Dio, e dico buona ventura perchè di certo avrebbe cagionato
gravissima alterazione a quel nobile spirito. L'aperse il più
anziano dei capo-battaglione dei Bersaglieri; in sostanza portava lo
scritto: ammirare la prodezza e la disciplina dei Bersaglieri, più
che tutto sentirsi compreso da inestimabile reverenza per lui Manara;
pregarlo a non considerare la capitolazione proposta nè in parte,
nè nello insieme riguardante lui; avere ordinato gli pagassero
ottomila scudi per sopperire alle spese del ritorno a casa dei suoi
Bersaglieri; in fondo di straforo, con animo più che volenteroso
poi avrebbe visti i Bersaglieri rimanersi a Roma al soldo del nuovo
governo; la insidia tendeva a dividere Manara dal Garibaldi sia che
insieme si gittassero alla campagna, o rimanessero in città
tentando la disperata guerra delle barricate, o scemarsi l'odio che
sentiva aggravarglisi sul capo per la occupazione di Roma, ed anco per
avvilire cotesti giovani non meno saldi nella propria fede politica,
che prestanti nelle armi. Intorno al quale successo poche parole
bastano, e sono queste, l'Oudinot mandando cotesta lettera si chiariva
degno di poterne ricevere una pari, che le avrebbe fatto buon viso:
venali tutti in Francia, non si sa perchè i suoi soldati soli
arieno a conservarsi incorrotti.
Coteste ultime ore di combattimento ci diedero materia a lungo
rammarico. Andrea Aghiar il fedelissimo moro del Garibaldi periva;
mentre questi smanioso di continuare la battaglia monta a cavallo
dietro la Villa Spada, e l'Aghiar gli tiene la staffa una palla lo
investe e lo trapassa da una tempia all'altra. Pieno di mestizia fu il
caso di Vincenzo Ugolini da Forlì, il quale gravemente ferito,
giaceva della vita in forse, ma pure non disperavano affatto, quando
(e certo per sollevarlo) gli menarono presso al letto due fanciullini,
che rammentandogli i suoi figliuoletti lasciati a casa tale nodo di
passione gli prese al cuore, che in breve ora in mezzo a fiere
convulsioni spirò. Anco Giuseppe Verzelli da Bologna col capo rotto
cadeva per non levarsi più, e morti in campo giacevano altresì
Pietro Signorini, e il Bandi di Romagna. A cinquecento e più
calcolano arrivassero i morti, e i feriti nel breve, e micidiale
conflitto.
Verso mezzogiorno, chi la chiedesse ignoro, ma suppongo i Romani, si
concedeva tregua per raccattare i morti, e i feriti, che ingombravano
il terreno massime intorno al Bastione ottavo. Il Generale Garibaldi
fidando di combattere tuttavia aveva disposto resistere da una terza
linea, ed ordinò il modo col quale avesse a procedere la ritirata;
l'ala destra contendendo il terreno palmo a palmo doveva lungo il
Bastione di Santo Spirito ripiegarsi sopra il Castello Santo Angiolo,
e quivi stare col ponte munito di difese avanti a se, egli sosterrebbe
le Barricate, e i ponti di Trastevere.--Però la battaglia non si
rinnovò più. Tutti sanno come il Mazzini convocasse nel palazzo
Corsini in Trastevere i maggiorenti militari della Repubblica Romana;
pallido era come colui, che, se non sopra agli altri, almeno quanto
altri sentiva lo strazio, e l'onta della Patria nostra, ma non
fremente secondochè taluno scrisse; quivi propose ormai non
restare, che tre partiti, la capitolazione, la difesa per via di
barricate, e la sortita dello esercito, e dell'Assemblea per sommovere
le provincie, e prolungare la guerra, il generale Bartolucci
osservò la difesa a quel modo che la intendeva Mazzini impossibile,
e tale la dichiarava per avviso del Garibaldi; si mandò per esso,
ed ei venne intriso di sangue, sordido di polvere, in volto avvampato,
terrore ai nemici, oggetto di entusiasmo al popolo; richiesto del
parere suo, lo disse: potrebbe anco difendersi Roma se tutto il popolo
di Trastevere passasse il fiume, e rompendo i ponti: risolvessero
tosto; ogni indugio, comecchè brevissimo, funesto. Interrogato
quanto, dandogli retta, si sarebbe potuto durare, rispose pochi
giorni. Il Mazzini non insisteva su cotesto partito tanto più che
immaginava i Francesi non avrebbero mai accettata cotesta battaglia
manesca: padroni delle alture, cannoneggiando a bello agio, e senza un
pericolo al mondo la città, erano sicuri un giorno più presto, o
un giorno più tardi di mettersela sotto i piedi; bensì forte
propugnava l'altro della uscita dello esercito, e dell'Assemblea a
sommovere le provincie, ma l'Assemblea consultata ricusò aderire
parendole cotesto un mettersi allo sbaraglio senza costrutto e aveva
ragione; il Torre ottimamente ragiona su questo proposito, e con
raziocini, e fatti dimostra quanto a casaccio altri metta in campo
esempi antichi e moderni, e ci fondi su i paragoni: le cose della
libertà precipitavano in tutta la Europa; qui tra noi non un cuore
solo; da un lato i monarchisti costituzionali col Piemonte, dall'altro
i preti, e i clericali, che le scapestratezze guelfe dei Lombardi
ribollivano sempre, e per ultimo rinterzavano gli adoratori delle
vecchie tirannidi, compresa l'austriaca; e i popoli facilmente
sboglientiscono, dove non gli agitino o una grande speranza, od una
grande disperazione. Talora sono andato meco stesso considerando come
mai non cascasse in mente a persona ridurre Roma in un mucchio di
rovine protesta eterna contro ogni tirannide soldatesca, e
sacerdotale: nelle note manoscritte di certo ufficiale di ordinanza
del generale Garibaldi mi occorre segnato come costui giacente per
dormire nella Villa Savorelli udisse il Generale col Manara tenere
ragionamento su tale proposito mentre passeggiavano su e giù, e
senza assicurarlo gli pare che ne andassero d'accordo.--Altro distinto
uomo adesso esule dal suo paese[1] mi scrive la commissione delle
Barricate composta del Cernuschi, del Caldesi, del Cattabene e dello
scrivente avere messo in disparte un migliaio di libbre di polvere per
empirne uno dei quattro pilastri dell'altare maggiore di San Pietro,
ch'è vuoto, e mandare a rifascio il tempio del cattolicesimo per
interesse del quale mani barbare mietevano il fiore della gioventù
italiana come biada matura. Rispetto al Mazzini devo dire che la
proposta gli venne fatta, e gliela fece il generale Rosselli
favellandogli così: «prima di andarcene non vorremo noi mandare
all'aria le _moschee_?» E Mazzini rispose: «coteste _moschee_ io
tengo sacre come il Campidoglio, poichè mi rappresentano la storia
di molta parte di mondo, e un giorno saranno gradino alla instituzione
della nuova fede.» Su di che confesso ch'io non capisco niente; chi
non vuole vendere vino levi la frasca: per me che amo la libertà
sopra la civiltà, anzi che cosa sia civiltà senza libertà non
so comprendere, nè voglio, paionmi gesti divini lo incendio di
Mosca, la mina di Missolunghi, ed in antico l'abbandono di Atene. Ai
Francesi intirizziti, e abbrustoliti a Mosca io penso che non
frullerà mai più nella testa di tornarci; i Russi all'opposto
accolti dai Parigini con le fronde dell'ulivo tornarono due volte a
Parigi. Bando agli sciolemi, il generale Ropstokin, e il vescovo
Germanos meritano solo essere segnati fra i santi sul calendario dei
veri patriotti.
[1] De Andreini ora in Algeri.
Il Cernuschi preso da smanie, non senza lacrime, e strappamento di
capelli, cose tutte, che si addicono meglio agl'istrioni che agli
uomini di stato propose il partito, che l'Assemblea cessata ogni
difesa impossibile restava al posto, commettendo al Triumvirato la
esecuzione del Decreto. Breve la discussione, gli approvatori molti. I
Triumviri risegnarono l'ufficio, il Mazzini di più volle depositare
presso l'Assemblea una sua protesta dove dopo deplorata cotesta
risoluzione, e detto che non mai per lui sarebbe stata eseguita, la
rampognava di essere venuta meno al suo mandato per colpa o no, ma di
sicuro per debolezza; quindi salutato, e confortato il popolo se ne
rimase unico dei Triumviri, e dei Deputati in Roma una settimana dopo
entrati i Francesi passeggiando quotidianamente per le vie più
popolate; partiva compiacendo alla ressa benevola di Giulia Modena, e
della straniera Mongenei Zuller; passaporti, nè salvocondotti ei
non possedeva, come perpetuamente bugiardo scrissero gli avversari
suoi, senza passaporto fu accolto sopra il piroscafo il _Corriere
Corso_ comandato dal capitano Cambiaso, senza passaporto sbarcò a
Marsiglia, donde senza patire molestia attraversata la Francia si
ridusse in Isvizzera.
Di Garibaldi note le fortune, la costanza, l'ardire, i pericoli, e i
casi dolorosi. Episodi pieni di amarezza infinita della Odissea
pietosissima sono le morti del Brunetti e dei suoi figliuoli, di Ugo
Bassi, e della valorosa sua donna Annita; le fughe, le insidie, la
ferina caccia, e l'eroico aiuto dei buoni, per ultimo lo scampo
miracoloso per virtù del Guelfi maremmano nostro, bella gloria
toscana: di ciò non sono chiamato a spendere parole; solo devo
ricordare come a cotesti tempi fosse detto, e ripetuto poi, che
esulando da Roma ei si portasse seco un milione: l'uomo integro di
siffatta accusa non si diede un pensiero al mondo; molto meno si
dolse, ovvero accusò: egli (le opinioni degli uomini sono varie)
avrebbe tenuto sfregio solenne un certificato di probità scritto in
una sentenza di Giudici, la quale piove sul bagnato dove non ti
sovvengano la fiera coscienza, e la estimazione pubblica: se al
Garibaldi abbisognasse testimonio basterebbe, che la povertà
accennasse coteste inclite mani che sanno donare un trono, e zappare
un campo. Tuttavia ecco quanto fornì materia agli abietti di
malignare su questo milione di monete di oro coniate con l'effigie di
Gregorio XVI, e di Pio IX tratte fuori dalla Zecca e rubate; quando il
Garibaldi uscì di Roma unico capitale, che possedesse erano
ottomila scudi romani in carta; però modo di spenderli non ci era;
ci fosse stato, se ne cavavano un mille l'arebbono tenuto per
provvidenza; li consegnava a quel Giuseppe Guarnieri soprannominato
Zannetto di Vescovato cremasco battagliero di valore unico
piuttostochè raro; a narrare i gesti ch'ei fece non basterebbe un
libro; il prode uomo seguitò il Garibaldi, e allorchè questi
licenziava la sua legione a San Marino per niente consentì
separarsene; gli ammannì le barche a Cesenatico, con lui entrò
in barca; con lui, venendo addosso i piroscafi austriaci per pigliarli
si buttava alla spiaggia; in questo punto voltatosi al Garibaldi,
dubitando, che dove fossero caduti prigioni cotesti fogli valessero a
metterli in male partito, domandava, che dovesse farne; e il Generale
di rimando: «quello che vuoi» egli allora li buttò in mare al
cospetto del Generale e di altri dieci riparati nella medesima barca:
vuolsi altresì ricordare, che se gli sofferse l'animo di gittare
all'acqua la carta non sostenne affondarci il suo mantello di
ufficiale; afferrata la terra alla Mezzola il Garibaldi gli diede
licenza, che meno arduo sarebbe stato scampare alla spicciolata, che
insieme; egli allora mutò veste con quella di un pescatore,
ripiegò il mantello in fondo di un _cavagno_ coprendolo di foglie,
e di anguille, e con esso in mano si aggirò, sempre col pericolo di
essere scoperto e fucilato, per bene quindici giorni in mezzo alle
paduli di Brondolo circuito dagli Austriaci traverso i quali
fortunatamente passando si ridusse incolume a Venezia prima, che si
rendesse; così buttò via la pecunia, salvò il mantello.
L'Assemblea prima di cessare per violenza straniera il mandato del
popolo compì il dovere suo pubblicando la costituzione repubblicana
sul Campidoglio, poi si ritrasse nella sala di sua residenza
aspettando esserne cacciata. Di capitolazione non si parlò nè
manco, entri il barbaro cui fu prodezza il numero, e adoperi la
ragione della forza.
Mandate innanzi pattuglie a speculare i luoghi finalmente a capo dei
suoi ufficiali entrava in Roma il generale Oudinot tutt'oro, e penne,
ch'era un visibilio a mirarlo; si aspettavano i francesi accoglienze
liete, dacchè pochi (egli lo aveva detto) erano i facinorosi che
scombussolavano cielo e terra, i Romani veri, deliranti di ricuperare
la delizia del governo pretesco, e furono stranamente delusi; urli,
fischi, maledizioni a bocca di barile, con timore di peggio. Il
Generale Oudinot giunto davanti al caffè delle Belle Arti di un
tratto mira una bandiera dei tre colori italiani quivi appesa; parve
gli agitassero davanti gli occhi il teschio di Medusa; poco dopo egli
infuria e tempestando comanda ai cittadini quinci la removano,
rispondono quelli con ingiurie, e con onta e in mezzo all'assordare
dei sibili ricorrevano concitate le parole romane: «levatela voi,
chè ve pare? non semo i vostri servitori, i vostri servitori non
semo.» Allora cotesto uomo grossiero vie più sbuffando si
accosta col cavallo ed afferrata con entrambe le mani la bandiera
tira, e tira fra le risa, e gli scherni della moltitudine; però la
bandiera ottimamente assicurata non cede; solo si capovolge, ed egli
quasi fuori di se dalla rabbia raddoppia gli sforzi invano: il suo
cavallo inquieto per lo insolito tramestio volta le groppe, e il
cavaliere è costretto a consentire a quel moto senza però
lasciare il lembo della bandiera: perchè di un tratto egli apre le
mani e l'abbandona? Perchè allibisce egli, e come trasognato
abbassa la faccia e ripiglia tutto sbaldanzito il cammino? Gli era
comparso, o piuttosto gli sembrò gli comparisse davanti il
Garibaldi che torvo lo sogguardasse, e tanto bastava perchè l'anima
di costui sbigottisse di spavento. Come accadesse lo strano caso a
veruno forse, o a pochi è manifesto, io lo dirò con le parole
stesse dell'amico Ripari: egli confidandomi il fatto mi commise tacere
di lui, ma io non lo obbedisco fidando non voglia portarmene il
broncio; dove mai m'ingannassi lo placherà per me il Garibaldi
giudice del piato. Ora ecco il suo scritto: «I Francesi entrarono
da porta Angelica, e per via del Colonnato, piazza Rusticucci, Borgo
nuovo, ponte S. Angiolo, via dell'Orso, piazza Nicosia, piazza
Borghese, via del Leone, piazza S. Lorenzo in Lucina sbucati sul Corso
accennavano a piazza Colonna, e a piazza di Spagna. La testa della
colonna di occupazione non aveva anco passato piazza Borghese quando
io entrai nel Corso dalla via Condotti sempre vestito della mia cappa
rossa, col cappello piumato, e sciabola al fianco, insomma Garibaldino
netto; alcuni fra i nostri già mutati i panni soldateschi nei
civili mi furono attorno interrogandomi che m'intendessi
fare.»--«Io nulla, risposi, fuorchè starmi a vedere questi
furfanti di Francesi.»--«Lì presso un Francese udite le
parole mi si avventò alla persona, ma un suo compagno lo fermava:
io non mossi collo, pure tenendo l'occhio alla penna; i miei
conoscenti si allontanarono forse presaghi di guai, io rimasi, poi
piano piano mi mossi anch'io talora voltandomi addietro quasi
invitando il Francese a venire meco in disparte per acconciare le
nostre faccende, ma egli reputò spediente non seguitarmi; di ciò
chiarito divisai tornarmene sul Corso pigliando per largo della
Impresa, e di via Lucina la quale sbocca proprio dirimpetto al
_Caffè delle Belle Arti_; dalle finestre voci di donne mi
ammonivano a retrocedere, ed io non me ne dava per inteso, finchè
mi abbattei in certa sentinella francese posta in capo della strada
per impedire il passo, la quale appena vide la cappa rossa non ebbe
balìa di fiatare ed io passai liberissimo, sicchè in tal modo
giunsi nella breve strada che taglia ad angolo retto il Corso stando
alla mia sinistra il Caffè delle Belle Arti. Qui ripiegate le
braccia sul petto, fermo su le gambe, e per la commozione interna
certo nel sembiante sconvolto mi posi a guardare lo sconcio
arrabbattarsi dell'Oudinot intorno alla bandiera del Caffè; quando
il suo cavallo lo costrinse a voltarsi i suoi occhi s'incontrarono co'
miei; che mai ci leggesse non so, certo se avessi potuto lo avrei
ucciso con gli occhi: fatto sta, che costui lasciata scapparsi la
bandiera di mano, mogio mogio se ne andò per piazza Colonna.»
Perchè noi andiamo capaci di questo successo importa sapere, che
per la statura, la complessione della persona, e il colore della barba
e dei capelli il Ripari molto arieggiava al Garibaldi, e molto anco
adesso gli arieggia perchè di rossi sono entrambi diventati canuti.
Ma ch'è mai un capitano di esercito, che alla sola vista di un'uomo
sbigottisce di paura? Ed anco quando in ciò non consentissero i
Francesi, da che legno tagliano essi mai i comandanti supremi, i quali
immemori della dignità loro al cospetto di un popolo si arrovellano
con uno straccio dando argomento di riso, e di contumelie
plebee?--Nè si creda già, che all'Oudinot paresse in cotesta ora
sedersi su le rose, imperciocchè, un prete, che ardì plaudirlo
in piazza Colonna indi a breve trafitto da innumere ferite moriva; ad
un'altro per la medesima causa ruppero il cranio, e poi strascinarono
per terra in piazza Sciarra; a Monte Citorio straziarono due popolani
tenuti spie perchè così di subito li videro accontati co'
Francesi; ma di ciò basta; l'Oudinot imperterrito bandiva indubbie
testimonianze avergli provato quali e quante fossero la fedeltà, e
la gratitudine dei Romani al generoso Pontefice iniziatore di
libertà!