Sorge il giorno trenta giugno, ultimo della difesa; chi stava sul

Gianicolo vedeva la grande cupola vaticana in qua, ed in là

tuttavia rischiarata dalle faci che avevano resistito allo

imperversare della bufera, e che ora andavamo una dopo l'altra

estinguendosi immagine dolorosa degli sforzi durati per difendere

Roma. Non importa, si combatta sempre, le bandiere della libertà

quando cascano nel sangue si rilevano più poderose, che mai, come

Anteo quando percoteva la Terra sua madre; i nostri alla meglio

raggruppansi e cominciano un trarre disperato di moschetti dalle Ville

Savorelli e Spada; rimbeccavano con furia punto minore dalle nuove

trincee i Francesi irresistibili perchè rincalzati da una fiumana

di fuoco che turbinava dalle batterie dieci, undici, dodici, e

tredici; e come se dei cannoni non ce ne fosse di avanzo, senza misura

ci adoperavano i mortai. Le nostre batterie dall'Aventino, e dal Pino

controbattevano languide, ultimi tratti dell'agonizzante; e poi di

repente i Francesi per dare il colpo di grazia contro la Batteria

dell'Aventino voltarono la seconda Batteria loro formidabile di

artiglierie e di artiglieri. Per meglio conquidere i nostri schierati

a destra della porta San Pancrazio i Francesi tentarono arrampicarsi

sul portone di cotesta porta, e quinci salire su la breccia del

Bastione nono aperta dalla Batteria decima; li respinse il Medici co'

suoi, e col primo reggimento di linea, anzi taluno dei nostri

s'inerpica ad occupare il frontone donde recava gli ultimi, non

però i meno dolorosi danni al nemico, che infellonito colà

avventa le armi, e le ire; ma per fulminare ch'ei faccia con le sue

artiglierie veruno si rimuove, e con esempio memorabile tutti elessero

perire sotto lo sfasciume della porta.

A Villa Spada un manipolo di soldati della legione italiana avendo

scorto certi fanti francesi ripararsi verso il muro della corte si

avventò su di quelli cacciandoli a furia; l'Hoffstetter preso animo

dal caso, volle tentare se gli venisse fatto di ristabilirsi nella

Batteria dinanzi casa, e chiese al Manara gli concedesse una

cinquantina di uomini; gli furono dati, e di un salto tutti di accordo

balzarono sul luogo indicato; colà l'Hoffstetter procedeva oltre

con alquanti dei suoi, gli altri lasciava dietro al coperto per

bersagliare i Francesi, appena però avesse incominciato ad assalire

la Batteria, anche quelli corressero a rinforzarlo: si accostava

temerario piuttostochè animoso, e vide essere quella impresa

perduta, imperciocchè la Batteria comparisse tutto intorno munita

di alti gabbioni presidiati in copia: nondimeno gli piacque continuare

il combattimento lasciandosi in balìa di quel soffio di speranza,

che mai non cessa: così durando da una parte e dall'altra vennero a

mancare le munizioni ai nostri, per la quale cosa l'Hoffstetter

rannicchiandosi più che poteva si recò per esse a Villa Spada;

per via occorse in un giacente francese bello e robusto con una ferita

al sommo del petto il quale se ne stava esposto al grandinare delle

palle e non faceva, o non poteva movere atto per levarsi di là,

l'Hoffstetter commiserandolo gli disse: «abbiate pazienza anco per

un po', e manderò la barella a pigliarvi» ma quegli non disse

motto; giunto sotto la Villa chiese la munizione, e il Manara con le

sue medesime mani gliene gettò un sacco dalla finestra, se lo

recava su le spalle mentre il Manara sempre dall'alto gli raccomandava

ritirarsi, che la zuffa gli pareva senza costrutto; l'Hoffstetter gli

rispondeva, ma quegli non replicò, per la quale cosa l'Hoffstetter

andava pei fatti suoi, ma indi a breve tornato avendo conosciuto a

prova la verità dello avvertimento del Manara ricercava di lui;

ognuno evitava parlare, incollerito insiste, e allora in silenzio gli

additano una stanza terrena; sopra la soglia gli occorre l'Appiani

segretario del Manara lacrimoso, entra e mira un gruppo di gente

insieme stipato, lo separa con empito, ed ecco gli sta dinanzi il

Manara tutto sangue con gli occhi erranti per le tenebre della morte;

gli si genuflette ai piedi, la mano gli bacia e la fronte già

fredde; quegli lo ravvisa, e con piccola voce ansando sussurra:

«sono ferito a morte; forse mi rimane a vivere un quarto d'ora»

L'Hoffstetter lo consola, e propone trasportarlo all'ospedale, ma il

Manara ricusa dicendo: «no... non m'inganno, sono morto, il

trasporto crescerebbe gli spasimi... lasciate ch'io muoia qui dove ho

combattuto.» Il Dandolo che pure si trovò presente al caso narra

come poco prima, che la palla micidiale passasse il Manara da parte a

parte egli nel seguitarlo rimanesse colpito di una palla di rimbalzo

nel braccio destro, onde costui esclamò: «per Dio! tocca sempre

a te? O che io non devo portare via nulla da Roma?» A lui il Manara

cadendo raccomandò i suoi figli; da lui supplicò non essere

abbandonato mai; dalla stanza chiusa lo trasportarono alla campagna

aperta; allora desiderò si chiamasse il medico Bertani amico suo.

Il Dandolo si piglia cura di riportarci che dietro le sue

raccomandazioni il Manara si confessò, e si comunicò: pedanterie

di guelfismo riscaldato in Lombardia, come se la vita del mortale eroe

incontaminata avesse bisogno per amicarsi Dio di un Cappuccino

mediatore, e il Padre delle misericordie non aspettasse cotesta anima

bennata a braccia aperte; qual sacramento avrebbe mai potuto renderla

più pura oltre la religione del martirio, e il battesimo di sangue?

Il Manara raccomandava al Dandolo procurasse allevare i suoi figliuoli

nell'amore della religione, e della patria; l'Hoffstetter di religione

non parla, bensì gli mette in bocca queste parole: «consolate la

mia _povera moglie_, e recatele il mio ultimo addio: educhi i nostri

figli allo amore per la infelice nostra patria, ed appena sapranno

reggerle, ponga loro nelle mani queste armi.» A me, e ad altri le

parole dell'Hoffstetter compariranno più conformi al cuore

dell'uomo; per pedanteria guelfa il Dandolo inteso a incastrarci la

religione, omette la moglie; pare impossibile come e quanto la

beghineria stupidisca il cuore; forse per lo sposo amante la cara e

casta moglie, madre dei suoi figliuoli non è religione?

Innanzi, che per me si lasci la dolente storia non vo' mancare di

referire qui un caso il quale troppo stupendamente dipinge gli uomini,

e i tempi. L'Oudinot, dicono per raccomandazione di Massimo D'Azeglio,

preso a un tratto di tenerezza pel Manara gli scrisse lettera per

buona ventura giunta dopo che cotesto valoroso ebbe reso l'anima a

Dio, e dico buona ventura perchè di certo avrebbe cagionato

gravissima alterazione a quel nobile spirito. L'aperse il più

anziano dei capo-battaglione dei Bersaglieri; in sostanza portava lo

scritto: ammirare la prodezza e la disciplina dei Bersaglieri, più

che tutto sentirsi compreso da inestimabile reverenza per lui Manara;

pregarlo a non considerare la capitolazione proposta nè in parte,

nè nello insieme riguardante lui; avere ordinato gli pagassero

ottomila scudi per sopperire alle spese del ritorno a casa dei suoi

Bersaglieri; in fondo di straforo, con animo più che volenteroso

poi avrebbe visti i Bersaglieri rimanersi a Roma al soldo del nuovo

governo; la insidia tendeva a dividere Manara dal Garibaldi sia che

insieme si gittassero alla campagna, o rimanessero in città

tentando la disperata guerra delle barricate, o scemarsi l'odio che

sentiva aggravarglisi sul capo per la occupazione di Roma, ed anco per

avvilire cotesti giovani non meno saldi nella propria fede politica,

che prestanti nelle armi. Intorno al quale successo poche parole

bastano, e sono queste, l'Oudinot mandando cotesta lettera si chiariva

degno di poterne ricevere una pari, che le avrebbe fatto buon viso:

venali tutti in Francia, non si sa perchè i suoi soldati soli

arieno a conservarsi incorrotti.

Coteste ultime ore di combattimento ci diedero materia a lungo

rammarico. Andrea Aghiar il fedelissimo moro del Garibaldi periva;

mentre questi smanioso di continuare la battaglia monta a cavallo

dietro la Villa Spada, e l'Aghiar gli tiene la staffa una palla lo

investe e lo trapassa da una tempia all'altra. Pieno di mestizia fu il

caso di Vincenzo Ugolini da Forlì, il quale gravemente ferito,

giaceva della vita in forse, ma pure non disperavano affatto, quando

(e certo per sollevarlo) gli menarono presso al letto due fanciullini,

che rammentandogli i suoi figliuoletti lasciati a casa tale nodo di

passione gli prese al cuore, che in breve ora in mezzo a fiere

convulsioni spirò. Anco Giuseppe Verzelli da Bologna col capo rotto

cadeva per non levarsi più, e morti in campo giacevano altresì

Pietro Signorini, e il Bandi di Romagna. A cinquecento e più

calcolano arrivassero i morti, e i feriti nel breve, e micidiale

conflitto.

Verso mezzogiorno, chi la chiedesse ignoro, ma suppongo i Romani, si

concedeva tregua per raccattare i morti, e i feriti, che ingombravano

il terreno massime intorno al Bastione ottavo. Il Generale Garibaldi

fidando di combattere tuttavia aveva disposto resistere da una terza

linea, ed ordinò il modo col quale avesse a procedere la ritirata;

l'ala destra contendendo il terreno palmo a palmo doveva lungo il

Bastione di Santo Spirito ripiegarsi sopra il Castello Santo Angiolo,

e quivi stare col ponte munito di difese avanti a se, egli sosterrebbe

le Barricate, e i ponti di Trastevere.--Però la battaglia non si

rinnovò più. Tutti sanno come il Mazzini convocasse nel palazzo

Corsini in Trastevere i maggiorenti militari della Repubblica Romana;

pallido era come colui, che, se non sopra agli altri, almeno quanto

altri sentiva lo strazio, e l'onta della Patria nostra, ma non

fremente secondochè taluno scrisse; quivi propose ormai non

restare, che tre partiti, la capitolazione, la difesa per via di

barricate, e la sortita dello esercito, e dell'Assemblea per sommovere

le provincie, e prolungare la guerra, il generale Bartolucci

osservò la difesa a quel modo che la intendeva Mazzini impossibile,

e tale la dichiarava per avviso del Garibaldi; si mandò per esso,

ed ei venne intriso di sangue, sordido di polvere, in volto avvampato,

terrore ai nemici, oggetto di entusiasmo al popolo; richiesto del

parere suo, lo disse: potrebbe anco difendersi Roma se tutto il popolo

di Trastevere passasse il fiume, e rompendo i ponti: risolvessero

tosto; ogni indugio, comecchè brevissimo, funesto. Interrogato

quanto, dandogli retta, si sarebbe potuto durare, rispose pochi

giorni. Il Mazzini non insisteva su cotesto partito tanto più che

immaginava i Francesi non avrebbero mai accettata cotesta battaglia

manesca: padroni delle alture, cannoneggiando a bello agio, e senza un

pericolo al mondo la città, erano sicuri un giorno più presto, o

un giorno più tardi di mettersela sotto i piedi; bensì forte

propugnava l'altro della uscita dello esercito, e dell'Assemblea a

sommovere le provincie, ma l'Assemblea consultata ricusò aderire

parendole cotesto un mettersi allo sbaraglio senza costrutto e aveva

ragione; il Torre ottimamente ragiona su questo proposito, e con

raziocini, e fatti dimostra quanto a casaccio altri metta in campo

esempi antichi e moderni, e ci fondi su i paragoni: le cose della

libertà precipitavano in tutta la Europa; qui tra noi non un cuore

solo; da un lato i monarchisti costituzionali col Piemonte, dall'altro

i preti, e i clericali, che le scapestratezze guelfe dei Lombardi

ribollivano sempre, e per ultimo rinterzavano gli adoratori delle

vecchie tirannidi, compresa l'austriaca; e i popoli facilmente

sboglientiscono, dove non gli agitino o una grande speranza, od una

grande disperazione. Talora sono andato meco stesso considerando come

mai non cascasse in mente a persona ridurre Roma in un mucchio di

rovine protesta eterna contro ogni tirannide soldatesca, e

sacerdotale: nelle note manoscritte di certo ufficiale di ordinanza

del generale Garibaldi mi occorre segnato come costui giacente per

dormire nella Villa Savorelli udisse il Generale col Manara tenere

ragionamento su tale proposito mentre passeggiavano su e giù, e

senza assicurarlo gli pare che ne andassero d'accordo.--Altro distinto

uomo adesso esule dal suo paese[1] mi scrive la commissione delle

Barricate composta del Cernuschi, del Caldesi, del Cattabene e dello

scrivente avere messo in disparte un migliaio di libbre di polvere per

empirne uno dei quattro pilastri dell'altare maggiore di San Pietro,

ch'è vuoto, e mandare a rifascio il tempio del cattolicesimo per

interesse del quale mani barbare mietevano il fiore della gioventù

italiana come biada matura. Rispetto al Mazzini devo dire che la

proposta gli venne fatta, e gliela fece il generale Rosselli

favellandogli così: «prima di andarcene non vorremo noi mandare

all'aria le _moschee_?» E Mazzini rispose: «coteste _moschee_ io

tengo sacre come il Campidoglio, poichè mi rappresentano la storia

di molta parte di mondo, e un giorno saranno gradino alla instituzione

della nuova fede.» Su di che confesso ch'io non capisco niente; chi

non vuole vendere vino levi la frasca: per me che amo la libertà

sopra la civiltà, anzi che cosa sia civiltà senza libertà non

so comprendere, nè voglio, paionmi gesti divini lo incendio di

Mosca, la mina di Missolunghi, ed in antico l'abbandono di Atene. Ai

Francesi intirizziti, e abbrustoliti a Mosca io penso che non

frullerà mai più nella testa di tornarci; i Russi all'opposto

accolti dai Parigini con le fronde dell'ulivo tornarono due volte a

Parigi. Bando agli sciolemi, il generale Ropstokin, e il vescovo

Germanos meritano solo essere segnati fra i santi sul calendario dei

veri patriotti.

[1] De Andreini ora in Algeri.

Il Cernuschi preso da smanie, non senza lacrime, e strappamento di

capelli, cose tutte, che si addicono meglio agl'istrioni che agli

uomini di stato propose il partito, che l'Assemblea cessata ogni

difesa impossibile restava al posto, commettendo al Triumvirato la

esecuzione del Decreto. Breve la discussione, gli approvatori molti. I

Triumviri risegnarono l'ufficio, il Mazzini di più volle depositare

presso l'Assemblea una sua protesta dove dopo deplorata cotesta

risoluzione, e detto che non mai per lui sarebbe stata eseguita, la

rampognava di essere venuta meno al suo mandato per colpa o no, ma di

sicuro per debolezza; quindi salutato, e confortato il popolo se ne

rimase unico dei Triumviri, e dei Deputati in Roma una settimana dopo

entrati i Francesi passeggiando quotidianamente per le vie più

popolate; partiva compiacendo alla ressa benevola di Giulia Modena, e

della straniera Mongenei Zuller; passaporti, nè salvocondotti ei

non possedeva, come perpetuamente bugiardo scrissero gli avversari

suoi, senza passaporto fu accolto sopra il piroscafo il _Corriere

Corso_ comandato dal capitano Cambiaso, senza passaporto sbarcò a

Marsiglia, donde senza patire molestia attraversata la Francia si

ridusse in Isvizzera.

Di Garibaldi note le fortune, la costanza, l'ardire, i pericoli, e i

casi dolorosi. Episodi pieni di amarezza infinita della Odissea

pietosissima sono le morti del Brunetti e dei suoi figliuoli, di Ugo

Bassi, e della valorosa sua donna Annita; le fughe, le insidie, la

ferina caccia, e l'eroico aiuto dei buoni, per ultimo lo scampo

miracoloso per virtù del Guelfi maremmano nostro, bella gloria

toscana: di ciò non sono chiamato a spendere parole; solo devo

ricordare come a cotesti tempi fosse detto, e ripetuto poi, che

esulando da Roma ei si portasse seco un milione: l'uomo integro di

siffatta accusa non si diede un pensiero al mondo; molto meno si

dolse, ovvero accusò: egli (le opinioni degli uomini sono varie)

avrebbe tenuto sfregio solenne un certificato di probità scritto in

una sentenza di Giudici, la quale piove sul bagnato dove non ti

sovvengano la fiera coscienza, e la estimazione pubblica: se al

Garibaldi abbisognasse testimonio basterebbe, che la povertà

accennasse coteste inclite mani che sanno donare un trono, e zappare

un campo. Tuttavia ecco quanto fornì materia agli abietti di

malignare su questo milione di monete di oro coniate con l'effigie di

Gregorio XVI, e di Pio IX tratte fuori dalla Zecca e rubate; quando il

Garibaldi uscì di Roma unico capitale, che possedesse erano

ottomila scudi romani in carta; però modo di spenderli non ci era;

ci fosse stato, se ne cavavano un mille l'arebbono tenuto per

provvidenza; li consegnava a quel Giuseppe Guarnieri soprannominato

Zannetto di Vescovato cremasco battagliero di valore unico

piuttostochè raro; a narrare i gesti ch'ei fece non basterebbe un

libro; il prode uomo seguitò il Garibaldi, e allorchè questi

licenziava la sua legione a San Marino per niente consentì

separarsene; gli ammannì le barche a Cesenatico, con lui entrò

in barca; con lui, venendo addosso i piroscafi austriaci per pigliarli

si buttava alla spiaggia; in questo punto voltatosi al Garibaldi,

dubitando, che dove fossero caduti prigioni cotesti fogli valessero a

metterli in male partito, domandava, che dovesse farne; e il Generale

di rimando: «quello che vuoi» egli allora li buttò in mare al

cospetto del Generale e di altri dieci riparati nella medesima barca:

vuolsi altresì ricordare, che se gli sofferse l'animo di gittare

all'acqua la carta non sostenne affondarci il suo mantello di

ufficiale; afferrata la terra alla Mezzola il Garibaldi gli diede

licenza, che meno arduo sarebbe stato scampare alla spicciolata, che

insieme; egli allora mutò veste con quella di un pescatore,

ripiegò il mantello in fondo di un _cavagno_ coprendolo di foglie,

e di anguille, e con esso in mano si aggirò, sempre col pericolo di

essere scoperto e fucilato, per bene quindici giorni in mezzo alle

paduli di Brondolo circuito dagli Austriaci traverso i quali

fortunatamente passando si ridusse incolume a Venezia prima, che si

rendesse; così buttò via la pecunia, salvò il mantello.

L'Assemblea prima di cessare per violenza straniera il mandato del

popolo compì il dovere suo pubblicando la costituzione repubblicana

sul Campidoglio, poi si ritrasse nella sala di sua residenza

aspettando esserne cacciata. Di capitolazione non si parlò nè

manco, entri il barbaro cui fu prodezza il numero, e adoperi la

ragione della forza.

Mandate innanzi pattuglie a speculare i luoghi finalmente a capo dei

suoi ufficiali entrava in Roma il generale Oudinot tutt'oro, e penne,

ch'era un visibilio a mirarlo; si aspettavano i francesi accoglienze

liete, dacchè pochi (egli lo aveva detto) erano i facinorosi che

scombussolavano cielo e terra, i Romani veri, deliranti di ricuperare

la delizia del governo pretesco, e furono stranamente delusi; urli,

fischi, maledizioni a bocca di barile, con timore di peggio. Il

Generale Oudinot giunto davanti al caffè delle Belle Arti di un

tratto mira una bandiera dei tre colori italiani quivi appesa; parve

gli agitassero davanti gli occhi il teschio di Medusa; poco dopo egli

infuria e tempestando comanda ai cittadini quinci la removano,

rispondono quelli con ingiurie, e con onta e in mezzo all'assordare

dei sibili ricorrevano concitate le parole romane: «levatela voi,

chè ve pare? non semo i vostri servitori, i vostri servitori non

semo.» Allora cotesto uomo grossiero vie più sbuffando si

accosta col cavallo ed afferrata con entrambe le mani la bandiera

tira, e tira fra le risa, e gli scherni della moltitudine; però la

bandiera ottimamente assicurata non cede; solo si capovolge, ed egli

quasi fuori di se dalla rabbia raddoppia gli sforzi invano: il suo

cavallo inquieto per lo insolito tramestio volta le groppe, e il

cavaliere è costretto a consentire a quel moto senza però

lasciare il lembo della bandiera: perchè di un tratto egli apre le

mani e l'abbandona? Perchè allibisce egli, e come trasognato

abbassa la faccia e ripiglia tutto sbaldanzito il cammino? Gli era

comparso, o piuttosto gli sembrò gli comparisse davanti il

Garibaldi che torvo lo sogguardasse, e tanto bastava perchè l'anima

di costui sbigottisse di spavento. Come accadesse lo strano caso a

veruno forse, o a pochi è manifesto, io lo dirò con le parole

stesse dell'amico Ripari: egli confidandomi il fatto mi commise tacere

di lui, ma io non lo obbedisco fidando non voglia portarmene il

broncio; dove mai m'ingannassi lo placherà per me il Garibaldi

giudice del piato. Ora ecco il suo scritto: «I Francesi entrarono

da porta Angelica, e per via del Colonnato, piazza Rusticucci, Borgo

nuovo, ponte S. Angiolo, via dell'Orso, piazza Nicosia, piazza

Borghese, via del Leone, piazza S. Lorenzo in Lucina sbucati sul Corso

accennavano a piazza Colonna, e a piazza di Spagna. La testa della

colonna di occupazione non aveva anco passato piazza Borghese quando

io entrai nel Corso dalla via Condotti sempre vestito della mia cappa

rossa, col cappello piumato, e sciabola al fianco, insomma Garibaldino

netto; alcuni fra i nostri già mutati i panni soldateschi nei

civili mi furono attorno interrogandomi che m'intendessi

fare.»--«Io nulla, risposi, fuorchè starmi a vedere questi

furfanti di Francesi.»--«Lì presso un Francese udite le

parole mi si avventò alla persona, ma un suo compagno lo fermava:

io non mossi collo, pure tenendo l'occhio alla penna; i miei

conoscenti si allontanarono forse presaghi di guai, io rimasi, poi

piano piano mi mossi anch'io talora voltandomi addietro quasi

invitando il Francese a venire meco in disparte per acconciare le

nostre faccende, ma egli reputò spediente non seguitarmi; di ciò

chiarito divisai tornarmene sul Corso pigliando per largo della

Impresa, e di via Lucina la quale sbocca proprio dirimpetto al

_Caffè delle Belle Arti_; dalle finestre voci di donne mi

ammonivano a retrocedere, ed io non me ne dava per inteso, finchè

mi abbattei in certa sentinella francese posta in capo della strada

per impedire il passo, la quale appena vide la cappa rossa non ebbe

balìa di fiatare ed io passai liberissimo, sicchè in tal modo

giunsi nella breve strada che taglia ad angolo retto il Corso stando

alla mia sinistra il Caffè delle Belle Arti. Qui ripiegate le

braccia sul petto, fermo su le gambe, e per la commozione interna

certo nel sembiante sconvolto mi posi a guardare lo sconcio

arrabbattarsi dell'Oudinot intorno alla bandiera del Caffè; quando

il suo cavallo lo costrinse a voltarsi i suoi occhi s'incontrarono co'

miei; che mai ci leggesse non so, certo se avessi potuto lo avrei

ucciso con gli occhi: fatto sta, che costui lasciata scapparsi la

bandiera di mano, mogio mogio se ne andò per piazza Colonna.»

Perchè noi andiamo capaci di questo successo importa sapere, che

per la statura, la complessione della persona, e il colore della barba

e dei capelli il Ripari molto arieggiava al Garibaldi, e molto anco

adesso gli arieggia perchè di rossi sono entrambi diventati canuti.

Ma ch'è mai un capitano di esercito, che alla sola vista di un'uomo

sbigottisce di paura? Ed anco quando in ciò non consentissero i

Francesi, da che legno tagliano essi mai i comandanti supremi, i quali

immemori della dignità loro al cospetto di un popolo si arrovellano

con uno straccio dando argomento di riso, e di contumelie

plebee?--Nè si creda già, che all'Oudinot paresse in cotesta ora

sedersi su le rose, imperciocchè, un prete, che ardì plaudirlo

in piazza Colonna indi a breve trafitto da innumere ferite moriva; ad

un'altro per la medesima causa ruppero il cranio, e poi strascinarono

per terra in piazza Sciarra; a Monte Citorio straziarono due popolani

tenuti spie perchè così di subito li videro accontati co'

Francesi; ma di ciò basta; l'Oudinot imperterrito bandiva indubbie

testimonianze avergli provato quali e quante fossero la fedeltà, e

la gratitudine dei Romani al generoso Pontefice iniziatore di

libertà!

Lo assedio di Roma · 第 62 / 63 段