secondo il consueto la cupola della basilica Vaticana s'illuminasse,
nè manca chi il biasima come atto d'ipocrisia, e non è vero,
imperciocchè mettendo in disparte ciò che nell'intimo nostro
ognuno di noi possa credere o no, non fa buona prova l'uomo di stato
che vada contropelo alla fede degli uomini: solo, mostrando assentirci
bisogna vie via rimondarla del troppo, del vano, e del maligno, che
c'innestarono i preti e soprattutto poi importava ed importa chiarire
i popoli, che la religione non istà nelle zimarre sacerdotali,
nè negli arnesi del culto: molto meno poi la è privativa dei
preti. Cristo vive impresso nei cuori dei Cristiani, e risponde a
tutti senza mestiere di mediatori; con Cristo voi vincerete Roma, a
patto che non cessiate mai di chiarire come i sacerdoti prima lo
ammazzarono, poi se ne servirono per paretaio. Intanto l'uragano, che
nelle prime ore del vespero si ammassava scoppiò empiendo il cielo,
e la terra di fracasso, di terrore, di acqua e di fuoco: il nemico
alla rabbia degli elementi mescola la sua, ed il bagliore dei lampi
congiura in suo prò; imperciocchè la luce sfolgorante di quelli
impedisse la vista dei guizzi delle bombe, e togliesse per questo modo
la facoltà di schermirsene a tempo: i soldati fastiditi fino alla
morte dalla pioggia incessante, con le gambe fitte fino al ginocchio
nel fango, si struggevano nello scoraggiamento; ai percossi non
isfuggiva nè manco un sospiro, chè durare in cotesto stato
pareva loro peggio, che morte, e forse era.--Su pei ricordi dei tempi
trovo segnato con nota d'infamia il Carroni preposto alla custodia del
Bastione ottavo come quello che rinvennero alla seconda vigilia
avvolto nel suo mantello e addormentato; certo non correva stagione di
sonnecchiare, ma davvero la stanchezza, la temperie, l'umido uggioso,
e le altre tribolazioni sofferte prostravano i corpi, e le anime
altresì.
Un'ora prima dello assalto principale il generale Guesviller
partendosi a capo della sua divisione dal ponte Molle si avvicina alla
villa Borghese dove si precipita contro le mura per isquarciarle e
quinci penetrare in città; se riesce meglio, se no richiama
l'attenzione, e le armi dell'assediato da questa parte e le menoma
altrove; di vero fu respinto, ma per tenere sempre i Romani in
sussulto piglia dai monti Parioli a grandinare giù su Roma bombe,
granate, che pareva un'inferno, dall'altura di San Paolo non si
adoperava diverso: il trarre dei cannoni assordante rintronava il
terreno, molte le morti di creature innocenti, e grave il danno negli
edifizi più incliti. La belva ustolava la preda.
Alle due e mezzo dopo la mezzanotte fu dato il segno del vero assalto,
nè lo cominciò la prima colonna, sibbene la terza condotta dal
Laforet la quale baldanzosa nel presagio della vittoria, riposata, ed
ebbra a mezzo si precipita contro il Bastione ottavo. Oh! perchè
non mi è dato confermare anch'io, che i Romani fermi, e audaci con
furiosissimi tiri li tempestarono? Valga il vero, comunque amaro, i
nostri fuggirono, ed erano bersaglieri; allo improvviso in mezzo ai
lampi si vede comparire il Garibaldi, che brandendo la spada nuda, e
cantando un'inno di guerra si scaglia contro il nemico, dietro a lui
si aggruppano alcuni animosi, i fuggenti presi da maraviglia stanno. I
Francesi primi entrati stramazzano per non rilevarsi mai più, ma
gli altri sorvegnenti prorompono impetuosi, e dispersi, o spenti
quanti si paravano loro davanti arrivano alla barricata di gabbioni
costruita fuori del cancello di Villa Spada; qui pure si ravviva la
virtù dei nostri, che visto l'Hoffstetter circondato dai nemici, e
prossimo a rimanere ucciso fanno impeto, ed abbattuti parecchi a colpi
di baionetta lo liberano; poi piegano da capo ruinando a Villa Spada:
affaticandocisi gli uffiziali li riconfortano della battisoffiola,
anzi vergognando si attelano per la strada, dove la prima linea
inginocchiandosi, e le altre rimanendo in piedi bersagliano i nemici
con quattro filari di moschetti. Qui di nuovo si mostra il Garibaldi,
il quale alla domanda dell'Hoffstetter se dovesse occupare la Villa
Spada, risponde arcigno: «è già fatto: voi, e Manara qui la
difenderete, io corro a radunare i fuggitivi sul colle Pino, e mi
pianto dietro la strada fino alla Villa Savorelli.» La colonna
Laforet ributtata si ripiega sopra la batteria fuori del cancello,
quanti trova ammazza, e procede con lo intento, e con la speranza di
schiantare l'altra Batteria della Montagnola; lo seguita fin là
anco una sezione della sua colonna, ch'ei spinse per altra via ad
offesa del Bastione ottavo, dove impedita per meno reo avviso tolse a
ritirarsi con solleciti passi.
Prima assai che i casi narrati si compissero, la prima colonna di
assalto si arrampica sul sommo della Breccia, quivi cade il Lefebvre
ferito, gli subentra Le Rouxeau: succede una zuffa corpo, a corpo, ma
i nostri rimangono smagliati: i fuochi artificiali non partorirono
veruno effetto, che fosse buono; leggo che un certo Mano Aldo
inventasse non so che bocce piene di materie incendiarie; ignoro se le
mettessero in opera, in ogni caso tornarono inutili, come andò a
vuoto nella medesima notte il tentativo di buttare giù nel Tevere
una barca di fuoco, che scendendo per la corrente incendiasse il ponte
di Santa Passera, e ciò per la stupenda vigilanza del nemico. Vinta
la prima resistenza i Francesi si affoltano contro la Batteria della
Montagnola già assalita dai soldati del Laforet; tengono dietro a
loro gli zappatori, che posta appena mano alla zappa balenano vedendo
stramazzare giù trafitto da banda a banda il comandante del genio
Dufort; ma è breve sosta, che subito surroga il caduto l'Aidaut.
Intanto alla Montagnola si viene a battaglia manesca, e fu uno
accapigliarsi promiscuo, rabbioso, atroce; tutto servì di arme, ed
anco i morsi ci adoperarono, ora questi ora quelli romponsi, fuggono,
respingono, urtansi, pestansi, ma i nostri sopraffatti cadono; cadono,
ma dopo disperata difesa come gl'Italiani costumano, pei quali morta
la speranza del vincere sopravvive quella del vendicarsi; gli
artiglieri prima spararono, poi difesero, all'ultimo inchiodarono i
cannoni; molti si avviticchiarono intorno ai medesimi come se fossero
obietti di tenerezza; innanzi di porre la mano sur un cannone e' fu
mestieri che fino l'ultimo artigliere ammazzassero. Narrasi dal
generale Torre di un'artigliere, che difese il suo cannone con la
sciabola, questa spezzatigli in mano diede di piglio allo scopatore e
lo adoperò a mo' di clava, glielo strapparono, ed egli allora
combattè a pugni, e a morsi; trafitto da mirabile quantità di
ferite lo trasportarono esanime allo spedale della Trinità dei
Pellegrini. La storia rammenta eziandio con onore immortale della
Patria nostra e di loro i tenenti Cesare Scarinzi di Lugo, e Tiburzi e
Casini entrambi romani; questi messi in mezzo da una frotta di nemici
preferirono la morte alla resa; l'ottenne il primo lacero da
diciassette ferite, e fu raccolto sul campo stringente il troncone
della sciabola infranta; l'altro non la potè conseguire, ma in
quale stato lo portarono allo ospedale francese, lo dica per noi la
_Gazzetta medicale di Parigi del 2 Gennaio 1850_ «aveva il cranio
spaccato da dodici sciabolate, la coscia lacera con dieci baionettate;
il braccio rotto in due parti; difese il suo cannone come lione la
preda, e non ristette di combattere prima che il braccio non
rispondesse alla volontà.»
Adesso occorre il lacrimabile caso di Emilio Morosini sembianza di
angiolo, cuore di eroe, amore supremo della madre, che lo possedeva
unico; annoverava diciotto anni appena, ma nei costumi, e nel dire
così si mostrava modesto, che al suo cospetto anco i più
scapestrati non si attentavano commettere cosa, o pronunziare parole,
che fossero vili; rimosso dal Bastione 8 venne preposto con la
compagnia Rosagutti, secondochè di già avvertimmo, alla difesa
del Bastione primo; stando alle vedette ode rumore sospettoso, onde
vie più si appressa ai cannoni della Batteria; qui giunto invece di
ordinare sparassero, tolto seco un manipolo di gente camminò oltre
a speculare, che fosse; pur troppo era il nemico salito sul bastione,
e non da cotesto lato solo, bensì ancora dalla strada di
comunicazione, donde ormai superata, prese a straziare i nostri; il
giovane Morosini cadde colpito ad un punto di palla nei ventre, e da
una baionettata nel petto; i nostri fecero mostra di non voler cedere,
si venne alla prova delle armi e fu breve il conflitto dacchè i
nemici con forze tre e quattro volte superiori gli oppressero; però
se breve non senza sangue, quaranta ci caddero morti, e centoventi
prigioni, gli altri scamparono con la fuga la vita. Quattro
Bersaglieri lombardi non patirono lasciare abbandonato il prode
giovanotto, ed acconciatolo come meglio potevano su due traverse
correvano verso Villa Spada giovandosi della confusione e del buio;
imbatteronsi nei Francesi, che da lungi gridarono chi fossero;
risposero:--prigionieri.--Non vollero crederci, e bramosi di strage li
circondarono; i Bersaglieri vinti da paura gittarono a terra il
Morosini, tentando salvarsi: quanto a lui, ormai disperato della vita,
si compiacque chiuderla con generoso fine, e assurto in piedi, stretta
la spada continuò a combattere, finchè una seconda palla nel
ventre lo stramazzò a terra da capo. I Francesi sboglientiti
dall'ebbrezza del sangue appena contemplato quello angelico giovanotto
ne sentirono pietà... infelice davvero la pietà, che si volge
solo sopra ai caduti; ma in mancanza di meglio, alla sciagurata stirpe
dell'uomo teniamo conto anco di questa. Morì il primo luglio dopo
trenta ore di agonia; maraviglia e compianto degli stessi nemici, i
quali con tanto affetto lo udivano rammaricarsi pei suoi cari, e con
tanto amore raccomandarsi a Dio padre di misericordia. Emilio Dandolo
amico fedele della sventura udito appena che il Morosini era caduto
prigione, e forse sperandolo tuttora in vita, non potendo procacciarsi
salvocondotto si pose alla ventura a cercarlo nel campo nemico, dove
un pietoso gli concesse la entrata; occorso nel primo medico gli
domandava, che ne fosse; gli rispose;--è morto!--Supplicava gli
rendessero il cadavere, ma siccome lo avevano di già trasportato al
cimitero, così spedirono avvisi per sospenderne la sepoltura. Ora
mentre il Dandolo si trattiene a ragionare con gli ufficiali francesi,
e da cotesti colloqui apprende com'essi la causa della guerra al tutto
ignorassero, ecco sopraggiungere un capitano aiutante maggiore, che
dando in escandescenze manda gli ufficiali in arresto, fuori del campo
il Dandolo; pure avendo il giorno dopo ottenuto regolare permesso egli
ritorna al campo dove gli bendano gli occhi, e per bene due ore lo
fanno camminare sotto la sferza cocente del sole. Il povero Dandolo
parla dell'angoscia patita da lui dovendo assistere ad ogni colpo di
vanga che gli andava mano a mano scoprendo parte delle dilette
sembianze lorde di terra, e di sangue;--e' fu codesto dolore, che noi
pure sentiamo profondo, comecchè di reverbero, ed in grazia della
tua buona natura noi rimettiamo alla tua memoria Emilio Dandolo le
offese, che ci facesti, e ne perdoneremmo bene altre caso mai tu ce le
avesse fatte. Più tardi l'Hoffstetter visitando la madre del
Morosini gli narrò averle scritto l'Oudinot come il figliuol suo
sopra il letto di morte avesse edificato ogni uomo con la costanza, e
la generosità dell'animo suo; e ci dice com'esso ricercasse a parte
a parte ogni minimo particolare del giovanotto eroe, e da ciò
cavasse qualche conforto al cuore trafitto. Quando sul rompere la
guerra con lo Austriaco le sorelle con infinita passione scongiuravano
la madre a non lasciarlo partire, ella repulsò le importune
dicendo: «lasciatemi offrire alla mia Patria quanto possiedo di
più caro, l'unico figlio mio.» Ora la mesta donna soggiungeva:
«piangere su i figli caduti da noi per la Patria è dolore... ma:
non tutto dolore!» Anima sorella della rigida madre di Brasida, e
di quella dei Gracchi intepidita però al calore della carità
cristiana.
Fuori di Roma unico palmo, che ci rimanga di terra le ruine del
Vascello; ma i Francesi inoltrandosi dalla breccia aperta a destra
della porta San Pancrazio accennavano impossessarsene, chiudendo ogni
via allo scampo del Medici: appena rompeva l'alba gli mandarono
l'ordine della ritirata, allora egli si mosse, se non chè pareva
troppo più agevole ordinarla, che farla; l'aere dintorno ingombrava
foltissima nebbia, ma la via da tenersi dal destro lato, e dal manco
occupavano i Francesi, che al rumore sportisi dai bastioni tiravano
per quell'aere cieca moschettate in fiocca: proseguendo a quel modo,
innanzi di arrivare alla porta sarebbero stati senza fallo uccisi
tutti; venne in soccorso di loro la fortuna. Certo Giuseppe Rocca da
Carpi, il quale da lungo tempo stanziato in Francia aveva appreso lo
idioma francese per modo, che meglio non l'avrebbe parlato un naturale
di cotesta contrada; pertanto disinvolto e franco costui si mise a
urlare: «non fate fuoco, non fate fuoco, che siamo dei vostri.»
I Francesi ristettero e fu ventura, che infelloniti contro i difensori
del Vascello si erano vantati più volte, che se mai essi cadevano
nelle loro mani, il pezzo più grosso aveva ad essere un'orecchio.
Le ruine del Vascello vivranno nella memoria dei posteri di fama
immortale, ma eziandio immortale durerà nel cuore degl'Italiani il
compianto per tante morti che lo resero sacro; a quanto sommassero non
potrei dire ma sicuramente i due terzi di quelli che difesero il
Vasello ci rimasero. E nè manco ci bastano tempo, e notizie per
rammentare tutti gli esempi di valore, di cui proprio ci fu profusione
piuttostochè copia: continui quelli, che rilevate una ferita o due
andavano a fasciarsi e tornavano a combattere, continui quelli, che
dopo avere menato le mani per bene ventiquattro ore rifiutavano lo
scambio. Quando all'urto delle palle nemiche sprofondò l'edificio
seppellendo parecchi dei nostri, i superstiti non curanti il terribile
sfolgorare dei Francesi, improvvidi delle nuove ruine, che avrebbono
potuto cascare loro addosso si diedero a rovistare per le macerie, ed
ebbero in sorte di restituire taluno, comecchè malconcio, alla
vita, Certo dì fu visto un soldato traversando la spianata a
sinistra della _Casa bruciata_ cadere ferito; sovvenirlo, era perdersi
con lui, chè le palle francesi spazzavano il luogo: ora uno dei
fanti, che furono papalini colà presenti accennando il caduto ai
Bersaglieri lombardi disse quasi beffando: «e voi non andrete a
soccorrerlo?» In un bacchio baleno, una mano di giovani lombardi
trovata una barella corrono al ferito, e ce lo adagiano sopra: egli
pativa atroci dolori, onde essi ebbero a incedere piano, e soavi;
talora eziandio fermaronsi. I Francesi si sbizzarrivano a balestrare
moschettate le quali zufolavano intorno alla lor testa, e non di manco
veruno di loro rimase ferito. Hassi a credere, che tale provvide Dio
in mercede della opera pietosa? Piace e giova così.
Sarebbe iniquo negare, che tra i Francesi taluno avesse cuore gentile, e
mente educata a civiltà, ma qui come altrove si confermò per prove,
come in generale cotesto popolo sia barbaro, e feroce: e le guerre di
Affrica lo hanno viepiù imbarbarito; costà le immani opere di
Annibale il quale fece recidere i piedi ai prigionieri impotenti a
seguitarlo rinnovarono; il soffocare col fumo i giudei nelle caverne onde
la fama di Tito è aborrita, auspice il Pellissier, da capo fu praticato
dai Francesi a danno dei Beduini: a Roma, e lo vedemmo, non solo
bombardarono la città, e i luoghi sacri per religione di memorie, o per
miracoli di arte, ma principale diletto essi posero a pigliare di mira la
chiesa di San Pancrazio convertita in ospedale con manifesto spreto della
bandiera nera inalberata in vetta al campanile per farli accorti quivi
dentro giacere morti e feriti. Noi sempre provarono i Francesi feriti
soccorrevoli; questi al contrario sempre acerbi contro i nostri, nonostante
le lustre e i paroloni in contrario, e tu giudica o lettore se i Francesi
possano vantarsi presidio di civiltà da quello, che seguita, e che da
noi si ricava (recandolo nel sermone nostro) dalla _Gazzetta medicale di
Parigi t. 44. 3 nov. 1849_. «Certo dì un uomo di alto affare venne
per porgere conforto ai patimenti dei nostri feriti; caso volle ch'egli
vedesse fra i nostri mescolati due italiani:»--«Or come esclamò
egli, i nemici fra noi?»--«Scusate, riprese il dottore, sono tutti
feriti»--«Sta bene, aiutante, soggiunse il generale, pigliate
ricordo, e domani fateli sgombrare»--«Un poco più oltre costui
notò parecchi giacenti senza camicie; (altri poi ne avevano delle
eccellenti, e donde loro venissero lo sa il nostro amico Monier)» e da
capo disse: «aiutante scrivete, e provvedansi subito camicie; sì miei
bravi soldati voi tosto ne avrete.»--«Malgrado questi bei discorsi,
il fatto sta, che i feriti italiani tremanti per febbre traendo
dolorosissimi guai furono trasportati altrove, le camicie poi non si
videro.» Di uffiziali che ostentaronsi amici, e tradita ogni legge non
dico di umanità ma di guerra assassinarono a man salva fu detto, e fu
detto altresì dello strazio crudele menato dei soccorritori ai feriti;
io non incolpo il porre, ch'essi facevano i caschi in cima ai fucili
sporgendoli dai parapetti delle trincee, perchè i nostri ingannati li
moschettassero, e scarico appena lo schioppo, saltare su a colpire
l'incauto feritore; questi si considerano strattagemmi di guerra, e guai a
cui ci si lascia prendere, ma sì gl'incolpo della salvatica soverchieria
di schiantare l'antica polveriera di Tivoli nel giorno ventinove di giugno
mentre poteva ormai reputarsi conchiuso l'assedio, ed ogni via per giungere
a Roma occupata dai Francesi. Ecco come per loro fu condotta a compimento
la magnanima impresa; il generale Sauvan con due battaglioni di fanti,
venticinque cavalli, ed un drappello d'ingegneri condottosi a Tivoli intima
al preside che atterri l'opificio; preside, magistratura, e guardia
nazionale protestano contro l'animalesco comando, costui (e gli parve
mostrarsi spartano) della protesta fece ricevuta in questi termini: «il
sottoscritto generale dichiara essergli stata presentata dal Municipio di
Tivoli una protesta contro la distruzione della polveriera: nonostante la
protesta la fa atterrare.» Così un edifizio durato da secoli in breve
ora cadde sovvertito dalle fondamenta, stupenda copia di polvere, salnitro,
e zolfo gittarono nell'acqua, arsi gli arnesi, fracassate le macchine; e
tutto questo non mica per amore di difesa, bensì per genio di barbarie;
e' fu episodio degno della illustre epopea. Siccome io intendo fare con
questo libro quello, che il Garibaldi operò, voglio dire, uscirmene di
Roma prima che vi scendano i Francesi così io metto a questo luogo la
offesa esecrabile commessa da costoro in onta alla memoria del Mellara,
anzi in onta alla umanità, e questo ritraggo da certe lettere private di
persona, che non so adesso, ma a quei tempi procedeva parzialissima al
Papa. Il Mellara dopo patimenti ineffabili periva, molti, suoi compagni di
arme si riunirono alla chiesa dei Santi Vincenzo, ed Anastasio per
rendergli il tributo estremo delle esequie onorate; andarono vestiti
dell'antica assisa, e con la nappa dei colori italiani: era anco
intendimento loro pronunziare qualche lode su la bara del defunto, il quale
tanto bene se l'era meritata in vita; di ciò informato il Rostolan
accorse seguito da molta mano di milizie alla chiesa, a forza volle la
sgombrassero i commilitoni del Mellara, tutto vietò eccetto la messa; e
siccome il dì veniente i soliti amorevoli del Mellara disegnavano
associarne il cadavere al pubblico cimiterio, anco questo impediva;
comandava lo seppellissero in chiesa, ma prima che in grembo alla terra lo
deponessero egli commise al becchino, che strappasse dal cappello al
trapassato la insegna dei tre colori: tanto gl'Italiani chiudano nell'animo
e lo ricordino il giorno di possibile vendetta; rammentino altresì che
il Bano Jellachich, e il suo fratello colonnello entrambi croati, e capi di
croati non mancarono mai di riverenza alla virtù tradita dalla
fortuna......
Ora per tornare alla difesa del Vascello, io per me penso, che
supporranno i difensori confortati in copia di cibi, e di bevande;
ahimè! essi penuriavano di quello, che appena basta per sopperire
alla vita; parecchi giorni sostentaronsi con grossi e neri pani che
lì rimasti da lungo tempo si erano induriti così, che se ne
servivano per origliere quando giacevano sul nudo pavimento a pigliare
qualche riposo: essi mangiarono i loro guanciali, come i seguaci di
Enea mangiarono le proprie mense.--Sembra altresì, che i Francesi
intendessero conquidere i difensori non solo con la fame, col ferro,
con le ruine, e col fuoco, ma ed anco con la pietà, e con l'aere
pestilenziale, dacchè eglino non consentissero mai alcune ore di
tregua per seppellire da una parte, e dall'altra i propri morti;
durante tutto lo assedio pertanto essi giacquero a piè delle ruine
spettacolo miserando e pericolo presentissimo di suscitare la morìa
per l'Italia, e forse nella universa Europa; ed anco questo scrivi
lettore italiano in conto della civiltà francese. Il corpo del
capitano Ferrari morto nella giornata del tre Giugno per la
inesorabile barbarie dei Francesi stette esposto alle intemperie, e
agli oltraggi degli uccelli di rapina intero un mese.
Le ferite, e le morti non pure dagli eroi del Vascello sopportavansi
con mirabile costanza, ma perfino con motteggio; e va pei ricordi dei
tempi famoso il giovane Montegazza milanese già orbato di un'occhio
nelle cinque giornate di Milano; egli pertanto mentre si travaglia
alla difesa del Vascello colpito da palla nemica perde l'altro; non si
sgomentando per sì grave sciagura scappa fuori con questi detti:
«_bona noce; àun smorza i ciar_;»--«_buona notte, hanno
spento i lumi!_» Veruno rise, all'opposto, piansero sommesso per
non rattristrarlo; visse un tempo in Roma segno di compassione
universale ma sterile; un pietoso lo tolse seco per cibarlo del suo
pane, e dissetarlo al suo bicchiere; non italiano però, molto meno
francese, egli era russo!
Ed anco per queste carte io non ometterò di notare come la legione
Medici tenesse inalberata nel Vascello la bandiera, che prima
drappellava nella Svizzera, e poi trasse al grato ospizio di Firenze
nel 1848; noi la ospitammo con volenteroso animo consapevoli che la
sacra bandiera aveva salutato diciassette anni prima la impresa di
Rimini; di ampiezza angusta mostrava la scritta: «_Dio e
Popolo_.» adesso forse se ne sta nascosta per ricomparire fuori nel
giorno destinato; l'alba del giorno di Dio e del Popolo si fa
attendere lungo; consoliamoci del suo tardo nascere con la coscienza,
che cotesto giorno non avrà più tramonto.
Chiudo la narrazione della battaglia del ventinove Giugno rammentando
il caporale Perocco del quale non poterono impadronirsi i Francesi se
prima non lo ebbero sternato con ben ventitrè colpi di baionetta;
trasferito all'ospedale per singolare ventura, sopravvisse ma di
bellissimo rimase cincischiato e storpio; Scacciani, Spianavelli ed
altri moltissimi perirono, ma prima si cacciarono sotto i nemici
adagiandoci il capo come sopra un guanciale di riposo; un fanciulletto
tamburo, visti morti gli uomini della compagnia buttato da parte il
tamburino raccolse gli schioppi, e quelli sparò contro i nemici,
finchè percosso in fronte anch'egli li seguitava nella morte. Altri
infiniti mi si affollano alla mente innominati: che posso io dire per
consolare cotesti eccelsi spiriti? A modo, che se noi vediamo
splendide ma indistinte le stelle che formano nel firmamento le
miriadi delle vie lattee, elle stanno tutte di propria luce
sfolgoreggianti al cospetto dell'Eterno, che le conosce a nome come un
padre le figliuole, così adesso le anime dei morti per la
libertà della Patria sono note a Dio, che le vagheggia ad una ad
una e le saluta palpito del suo cuore, del suo senza misura amoroso
cuore.