Scese la notte minacciosa, e non pertanto il governo volle, che

secondo il consueto la cupola della basilica Vaticana s'illuminasse,

nè manca chi il biasima come atto d'ipocrisia, e non è vero,

imperciocchè mettendo in disparte ciò che nell'intimo nostro

ognuno di noi possa credere o no, non fa buona prova l'uomo di stato

che vada contropelo alla fede degli uomini: solo, mostrando assentirci

bisogna vie via rimondarla del troppo, del vano, e del maligno, che

c'innestarono i preti e soprattutto poi importava ed importa chiarire

i popoli, che la religione non istà nelle zimarre sacerdotali,

nè negli arnesi del culto: molto meno poi la è privativa dei

preti. Cristo vive impresso nei cuori dei Cristiani, e risponde a

tutti senza mestiere di mediatori; con Cristo voi vincerete Roma, a

patto che non cessiate mai di chiarire come i sacerdoti prima lo

ammazzarono, poi se ne servirono per paretaio. Intanto l'uragano, che

nelle prime ore del vespero si ammassava scoppiò empiendo il cielo,

e la terra di fracasso, di terrore, di acqua e di fuoco: il nemico

alla rabbia degli elementi mescola la sua, ed il bagliore dei lampi

congiura in suo prò; imperciocchè la luce sfolgorante di quelli

impedisse la vista dei guizzi delle bombe, e togliesse per questo modo

la facoltà di schermirsene a tempo: i soldati fastiditi fino alla

morte dalla pioggia incessante, con le gambe fitte fino al ginocchio

nel fango, si struggevano nello scoraggiamento; ai percossi non

isfuggiva nè manco un sospiro, chè durare in cotesto stato

pareva loro peggio, che morte, e forse era.--Su pei ricordi dei tempi

trovo segnato con nota d'infamia il Carroni preposto alla custodia del

Bastione ottavo come quello che rinvennero alla seconda vigilia

avvolto nel suo mantello e addormentato; certo non correva stagione di

sonnecchiare, ma davvero la stanchezza, la temperie, l'umido uggioso,

e le altre tribolazioni sofferte prostravano i corpi, e le anime

altresì.

Un'ora prima dello assalto principale il generale Guesviller

partendosi a capo della sua divisione dal ponte Molle si avvicina alla

villa Borghese dove si precipita contro le mura per isquarciarle e

quinci penetrare in città; se riesce meglio, se no richiama

l'attenzione, e le armi dell'assediato da questa parte e le menoma

altrove; di vero fu respinto, ma per tenere sempre i Romani in

sussulto piglia dai monti Parioli a grandinare giù su Roma bombe,

granate, che pareva un'inferno, dall'altura di San Paolo non si

adoperava diverso: il trarre dei cannoni assordante rintronava il

terreno, molte le morti di creature innocenti, e grave il danno negli

edifizi più incliti. La belva ustolava la preda.

Alle due e mezzo dopo la mezzanotte fu dato il segno del vero assalto,

nè lo cominciò la prima colonna, sibbene la terza condotta dal

Laforet la quale baldanzosa nel presagio della vittoria, riposata, ed

ebbra a mezzo si precipita contro il Bastione ottavo. Oh! perchè

non mi è dato confermare anch'io, che i Romani fermi, e audaci con

furiosissimi tiri li tempestarono? Valga il vero, comunque amaro, i

nostri fuggirono, ed erano bersaglieri; allo improvviso in mezzo ai

lampi si vede comparire il Garibaldi, che brandendo la spada nuda, e

cantando un'inno di guerra si scaglia contro il nemico, dietro a lui

si aggruppano alcuni animosi, i fuggenti presi da maraviglia stanno. I

Francesi primi entrati stramazzano per non rilevarsi mai più, ma

gli altri sorvegnenti prorompono impetuosi, e dispersi, o spenti

quanti si paravano loro davanti arrivano alla barricata di gabbioni

costruita fuori del cancello di Villa Spada; qui pure si ravviva la

virtù dei nostri, che visto l'Hoffstetter circondato dai nemici, e

prossimo a rimanere ucciso fanno impeto, ed abbattuti parecchi a colpi

di baionetta lo liberano; poi piegano da capo ruinando a Villa Spada:

affaticandocisi gli uffiziali li riconfortano della battisoffiola,

anzi vergognando si attelano per la strada, dove la prima linea

inginocchiandosi, e le altre rimanendo in piedi bersagliano i nemici

con quattro filari di moschetti. Qui di nuovo si mostra il Garibaldi,

il quale alla domanda dell'Hoffstetter se dovesse occupare la Villa

Spada, risponde arcigno: «è già fatto: voi, e Manara qui la

difenderete, io corro a radunare i fuggitivi sul colle Pino, e mi

pianto dietro la strada fino alla Villa Savorelli.» La colonna

Laforet ributtata si ripiega sopra la batteria fuori del cancello,

quanti trova ammazza, e procede con lo intento, e con la speranza di

schiantare l'altra Batteria della Montagnola; lo seguita fin là

anco una sezione della sua colonna, ch'ei spinse per altra via ad

offesa del Bastione ottavo, dove impedita per meno reo avviso tolse a

ritirarsi con solleciti passi.

Prima assai che i casi narrati si compissero, la prima colonna di

assalto si arrampica sul sommo della Breccia, quivi cade il Lefebvre

ferito, gli subentra Le Rouxeau: succede una zuffa corpo, a corpo, ma

i nostri rimangono smagliati: i fuochi artificiali non partorirono

veruno effetto, che fosse buono; leggo che un certo Mano Aldo

inventasse non so che bocce piene di materie incendiarie; ignoro se le

mettessero in opera, in ogni caso tornarono inutili, come andò a

vuoto nella medesima notte il tentativo di buttare giù nel Tevere

una barca di fuoco, che scendendo per la corrente incendiasse il ponte

di Santa Passera, e ciò per la stupenda vigilanza del nemico. Vinta

la prima resistenza i Francesi si affoltano contro la Batteria della

Montagnola già assalita dai soldati del Laforet; tengono dietro a

loro gli zappatori, che posta appena mano alla zappa balenano vedendo

stramazzare giù trafitto da banda a banda il comandante del genio

Dufort; ma è breve sosta, che subito surroga il caduto l'Aidaut.

Intanto alla Montagnola si viene a battaglia manesca, e fu uno

accapigliarsi promiscuo, rabbioso, atroce; tutto servì di arme, ed

anco i morsi ci adoperarono, ora questi ora quelli romponsi, fuggono,

respingono, urtansi, pestansi, ma i nostri sopraffatti cadono; cadono,

ma dopo disperata difesa come gl'Italiani costumano, pei quali morta

la speranza del vincere sopravvive quella del vendicarsi; gli

artiglieri prima spararono, poi difesero, all'ultimo inchiodarono i

cannoni; molti si avviticchiarono intorno ai medesimi come se fossero

obietti di tenerezza; innanzi di porre la mano sur un cannone e' fu

mestieri che fino l'ultimo artigliere ammazzassero. Narrasi dal

generale Torre di un'artigliere, che difese il suo cannone con la

sciabola, questa spezzatigli in mano diede di piglio allo scopatore e

lo adoperò a mo' di clava, glielo strapparono, ed egli allora

combattè a pugni, e a morsi; trafitto da mirabile quantità di

ferite lo trasportarono esanime allo spedale della Trinità dei

Pellegrini. La storia rammenta eziandio con onore immortale della

Patria nostra e di loro i tenenti Cesare Scarinzi di Lugo, e Tiburzi e

Casini entrambi romani; questi messi in mezzo da una frotta di nemici

preferirono la morte alla resa; l'ottenne il primo lacero da

diciassette ferite, e fu raccolto sul campo stringente il troncone

della sciabola infranta; l'altro non la potè conseguire, ma in

quale stato lo portarono allo ospedale francese, lo dica per noi la

_Gazzetta medicale di Parigi del 2 Gennaio 1850_ «aveva il cranio

spaccato da dodici sciabolate, la coscia lacera con dieci baionettate;

il braccio rotto in due parti; difese il suo cannone come lione la

preda, e non ristette di combattere prima che il braccio non

rispondesse alla volontà.»

Adesso occorre il lacrimabile caso di Emilio Morosini sembianza di

angiolo, cuore di eroe, amore supremo della madre, che lo possedeva

unico; annoverava diciotto anni appena, ma nei costumi, e nel dire

così si mostrava modesto, che al suo cospetto anco i più

scapestrati non si attentavano commettere cosa, o pronunziare parole,

che fossero vili; rimosso dal Bastione 8 venne preposto con la

compagnia Rosagutti, secondochè di già avvertimmo, alla difesa

del Bastione primo; stando alle vedette ode rumore sospettoso, onde

vie più si appressa ai cannoni della Batteria; qui giunto invece di

ordinare sparassero, tolto seco un manipolo di gente camminò oltre

a speculare, che fosse; pur troppo era il nemico salito sul bastione,

e non da cotesto lato solo, bensì ancora dalla strada di

comunicazione, donde ormai superata, prese a straziare i nostri; il

giovane Morosini cadde colpito ad un punto di palla nei ventre, e da

una baionettata nel petto; i nostri fecero mostra di non voler cedere,

si venne alla prova delle armi e fu breve il conflitto dacchè i

nemici con forze tre e quattro volte superiori gli oppressero; però

se breve non senza sangue, quaranta ci caddero morti, e centoventi

prigioni, gli altri scamparono con la fuga la vita. Quattro

Bersaglieri lombardi non patirono lasciare abbandonato il prode

giovanotto, ed acconciatolo come meglio potevano su due traverse

correvano verso Villa Spada giovandosi della confusione e del buio;

imbatteronsi nei Francesi, che da lungi gridarono chi fossero;

risposero:--prigionieri.--Non vollero crederci, e bramosi di strage li

circondarono; i Bersaglieri vinti da paura gittarono a terra il

Morosini, tentando salvarsi: quanto a lui, ormai disperato della vita,

si compiacque chiuderla con generoso fine, e assurto in piedi, stretta

la spada continuò a combattere, finchè una seconda palla nel

ventre lo stramazzò a terra da capo. I Francesi sboglientiti

dall'ebbrezza del sangue appena contemplato quello angelico giovanotto

ne sentirono pietà... infelice davvero la pietà, che si volge

solo sopra ai caduti; ma in mancanza di meglio, alla sciagurata stirpe

dell'uomo teniamo conto anco di questa. Morì il primo luglio dopo

trenta ore di agonia; maraviglia e compianto degli stessi nemici, i

quali con tanto affetto lo udivano rammaricarsi pei suoi cari, e con

tanto amore raccomandarsi a Dio padre di misericordia. Emilio Dandolo

amico fedele della sventura udito appena che il Morosini era caduto

prigione, e forse sperandolo tuttora in vita, non potendo procacciarsi

salvocondotto si pose alla ventura a cercarlo nel campo nemico, dove

un pietoso gli concesse la entrata; occorso nel primo medico gli

domandava, che ne fosse; gli rispose;--è morto!--Supplicava gli

rendessero il cadavere, ma siccome lo avevano di già trasportato al

cimitero, così spedirono avvisi per sospenderne la sepoltura. Ora

mentre il Dandolo si trattiene a ragionare con gli ufficiali francesi,

e da cotesti colloqui apprende com'essi la causa della guerra al tutto

ignorassero, ecco sopraggiungere un capitano aiutante maggiore, che

dando in escandescenze manda gli ufficiali in arresto, fuori del campo

il Dandolo; pure avendo il giorno dopo ottenuto regolare permesso egli

ritorna al campo dove gli bendano gli occhi, e per bene due ore lo

fanno camminare sotto la sferza cocente del sole. Il povero Dandolo

parla dell'angoscia patita da lui dovendo assistere ad ogni colpo di

vanga che gli andava mano a mano scoprendo parte delle dilette

sembianze lorde di terra, e di sangue;--e' fu codesto dolore, che noi

pure sentiamo profondo, comecchè di reverbero, ed in grazia della

tua buona natura noi rimettiamo alla tua memoria Emilio Dandolo le

offese, che ci facesti, e ne perdoneremmo bene altre caso mai tu ce le

avesse fatte. Più tardi l'Hoffstetter visitando la madre del

Morosini gli narrò averle scritto l'Oudinot come il figliuol suo

sopra il letto di morte avesse edificato ogni uomo con la costanza, e

la generosità dell'animo suo; e ci dice com'esso ricercasse a parte

a parte ogni minimo particolare del giovanotto eroe, e da ciò

cavasse qualche conforto al cuore trafitto. Quando sul rompere la

guerra con lo Austriaco le sorelle con infinita passione scongiuravano

la madre a non lasciarlo partire, ella repulsò le importune

dicendo: «lasciatemi offrire alla mia Patria quanto possiedo di

più caro, l'unico figlio mio.» Ora la mesta donna soggiungeva:

«piangere su i figli caduti da noi per la Patria è dolore... ma:

non tutto dolore!» Anima sorella della rigida madre di Brasida, e

di quella dei Gracchi intepidita però al calore della carità

cristiana.

Fuori di Roma unico palmo, che ci rimanga di terra le ruine del

Vascello; ma i Francesi inoltrandosi dalla breccia aperta a destra

della porta San Pancrazio accennavano impossessarsene, chiudendo ogni

via allo scampo del Medici: appena rompeva l'alba gli mandarono

l'ordine della ritirata, allora egli si mosse, se non chè pareva

troppo più agevole ordinarla, che farla; l'aere dintorno ingombrava

foltissima nebbia, ma la via da tenersi dal destro lato, e dal manco

occupavano i Francesi, che al rumore sportisi dai bastioni tiravano

per quell'aere cieca moschettate in fiocca: proseguendo a quel modo,

innanzi di arrivare alla porta sarebbero stati senza fallo uccisi

tutti; venne in soccorso di loro la fortuna. Certo Giuseppe Rocca da

Carpi, il quale da lungo tempo stanziato in Francia aveva appreso lo

idioma francese per modo, che meglio non l'avrebbe parlato un naturale

di cotesta contrada; pertanto disinvolto e franco costui si mise a

urlare: «non fate fuoco, non fate fuoco, che siamo dei vostri.»

I Francesi ristettero e fu ventura, che infelloniti contro i difensori

del Vascello si erano vantati più volte, che se mai essi cadevano

nelle loro mani, il pezzo più grosso aveva ad essere un'orecchio.

Le ruine del Vascello vivranno nella memoria dei posteri di fama

immortale, ma eziandio immortale durerà nel cuore degl'Italiani il

compianto per tante morti che lo resero sacro; a quanto sommassero non

potrei dire ma sicuramente i due terzi di quelli che difesero il

Vasello ci rimasero. E nè manco ci bastano tempo, e notizie per

rammentare tutti gli esempi di valore, di cui proprio ci fu profusione

piuttostochè copia: continui quelli, che rilevate una ferita o due

andavano a fasciarsi e tornavano a combattere, continui quelli, che

dopo avere menato le mani per bene ventiquattro ore rifiutavano lo

scambio. Quando all'urto delle palle nemiche sprofondò l'edificio

seppellendo parecchi dei nostri, i superstiti non curanti il terribile

sfolgorare dei Francesi, improvvidi delle nuove ruine, che avrebbono

potuto cascare loro addosso si diedero a rovistare per le macerie, ed

ebbero in sorte di restituire taluno, comecchè malconcio, alla

vita, Certo dì fu visto un soldato traversando la spianata a

sinistra della _Casa bruciata_ cadere ferito; sovvenirlo, era perdersi

con lui, chè le palle francesi spazzavano il luogo: ora uno dei

fanti, che furono papalini colà presenti accennando il caduto ai

Bersaglieri lombardi disse quasi beffando: «e voi non andrete a

soccorrerlo?» In un bacchio baleno, una mano di giovani lombardi

trovata una barella corrono al ferito, e ce lo adagiano sopra: egli

pativa atroci dolori, onde essi ebbero a incedere piano, e soavi;

talora eziandio fermaronsi. I Francesi si sbizzarrivano a balestrare

moschettate le quali zufolavano intorno alla lor testa, e non di manco

veruno di loro rimase ferito. Hassi a credere, che tale provvide Dio

in mercede della opera pietosa? Piace e giova così.

Sarebbe iniquo negare, che tra i Francesi taluno avesse cuore gentile, e

mente educata a civiltà, ma qui come altrove si confermò per prove,

come in generale cotesto popolo sia barbaro, e feroce: e le guerre di

Affrica lo hanno viepiù imbarbarito; costà le immani opere di

Annibale il quale fece recidere i piedi ai prigionieri impotenti a

seguitarlo rinnovarono; il soffocare col fumo i giudei nelle caverne onde

la fama di Tito è aborrita, auspice il Pellissier, da capo fu praticato

dai Francesi a danno dei Beduini: a Roma, e lo vedemmo, non solo

bombardarono la città, e i luoghi sacri per religione di memorie, o per

miracoli di arte, ma principale diletto essi posero a pigliare di mira la

chiesa di San Pancrazio convertita in ospedale con manifesto spreto della

bandiera nera inalberata in vetta al campanile per farli accorti quivi

dentro giacere morti e feriti. Noi sempre provarono i Francesi feriti

soccorrevoli; questi al contrario sempre acerbi contro i nostri, nonostante

le lustre e i paroloni in contrario, e tu giudica o lettore se i Francesi

possano vantarsi presidio di civiltà da quello, che seguita, e che da

noi si ricava (recandolo nel sermone nostro) dalla _Gazzetta medicale di

Parigi t. 44. 3 nov. 1849_. «Certo dì un uomo di alto affare venne

per porgere conforto ai patimenti dei nostri feriti; caso volle ch'egli

vedesse fra i nostri mescolati due italiani:»--«Or come esclamò

egli, i nemici fra noi?»--«Scusate, riprese il dottore, sono tutti

feriti»--«Sta bene, aiutante, soggiunse il generale, pigliate

ricordo, e domani fateli sgombrare»--«Un poco più oltre costui

notò parecchi giacenti senza camicie; (altri poi ne avevano delle

eccellenti, e donde loro venissero lo sa il nostro amico Monier)» e da

capo disse: «aiutante scrivete, e provvedansi subito camicie; sì miei

bravi soldati voi tosto ne avrete.»--«Malgrado questi bei discorsi,

il fatto sta, che i feriti italiani tremanti per febbre traendo

dolorosissimi guai furono trasportati altrove, le camicie poi non si

videro.» Di uffiziali che ostentaronsi amici, e tradita ogni legge non

dico di umanità ma di guerra assassinarono a man salva fu detto, e fu

detto altresì dello strazio crudele menato dei soccorritori ai feriti;

io non incolpo il porre, ch'essi facevano i caschi in cima ai fucili

sporgendoli dai parapetti delle trincee, perchè i nostri ingannati li

moschettassero, e scarico appena lo schioppo, saltare su a colpire

l'incauto feritore; questi si considerano strattagemmi di guerra, e guai a

cui ci si lascia prendere, ma sì gl'incolpo della salvatica soverchieria

di schiantare l'antica polveriera di Tivoli nel giorno ventinove di giugno

mentre poteva ormai reputarsi conchiuso l'assedio, ed ogni via per giungere

a Roma occupata dai Francesi. Ecco come per loro fu condotta a compimento

la magnanima impresa; il generale Sauvan con due battaglioni di fanti,

venticinque cavalli, ed un drappello d'ingegneri condottosi a Tivoli intima

al preside che atterri l'opificio; preside, magistratura, e guardia

nazionale protestano contro l'animalesco comando, costui (e gli parve

mostrarsi spartano) della protesta fece ricevuta in questi termini: «il

sottoscritto generale dichiara essergli stata presentata dal Municipio di

Tivoli una protesta contro la distruzione della polveriera: nonostante la

protesta la fa atterrare.» Così un edifizio durato da secoli in breve

ora cadde sovvertito dalle fondamenta, stupenda copia di polvere, salnitro,

e zolfo gittarono nell'acqua, arsi gli arnesi, fracassate le macchine; e

tutto questo non mica per amore di difesa, bensì per genio di barbarie;

e' fu episodio degno della illustre epopea. Siccome io intendo fare con

questo libro quello, che il Garibaldi operò, voglio dire, uscirmene di

Roma prima che vi scendano i Francesi così io metto a questo luogo la

offesa esecrabile commessa da costoro in onta alla memoria del Mellara,

anzi in onta alla umanità, e questo ritraggo da certe lettere private di

persona, che non so adesso, ma a quei tempi procedeva parzialissima al

Papa. Il Mellara dopo patimenti ineffabili periva, molti, suoi compagni di

arme si riunirono alla chiesa dei Santi Vincenzo, ed Anastasio per

rendergli il tributo estremo delle esequie onorate; andarono vestiti

dell'antica assisa, e con la nappa dei colori italiani: era anco

intendimento loro pronunziare qualche lode su la bara del defunto, il quale

tanto bene se l'era meritata in vita; di ciò informato il Rostolan

accorse seguito da molta mano di milizie alla chiesa, a forza volle la

sgombrassero i commilitoni del Mellara, tutto vietò eccetto la messa; e

siccome il dì veniente i soliti amorevoli del Mellara disegnavano

associarne il cadavere al pubblico cimiterio, anco questo impediva;

comandava lo seppellissero in chiesa, ma prima che in grembo alla terra lo

deponessero egli commise al becchino, che strappasse dal cappello al

trapassato la insegna dei tre colori: tanto gl'Italiani chiudano nell'animo

e lo ricordino il giorno di possibile vendetta; rammentino altresì che

il Bano Jellachich, e il suo fratello colonnello entrambi croati, e capi di

croati non mancarono mai di riverenza alla virtù tradita dalla

fortuna......

Ora per tornare alla difesa del Vascello, io per me penso, che

supporranno i difensori confortati in copia di cibi, e di bevande;

ahimè! essi penuriavano di quello, che appena basta per sopperire

alla vita; parecchi giorni sostentaronsi con grossi e neri pani che

lì rimasti da lungo tempo si erano induriti così, che se ne

servivano per origliere quando giacevano sul nudo pavimento a pigliare

qualche riposo: essi mangiarono i loro guanciali, come i seguaci di

Enea mangiarono le proprie mense.--Sembra altresì, che i Francesi

intendessero conquidere i difensori non solo con la fame, col ferro,

con le ruine, e col fuoco, ma ed anco con la pietà, e con l'aere

pestilenziale, dacchè eglino non consentissero mai alcune ore di

tregua per seppellire da una parte, e dall'altra i propri morti;

durante tutto lo assedio pertanto essi giacquero a piè delle ruine

spettacolo miserando e pericolo presentissimo di suscitare la morìa

per l'Italia, e forse nella universa Europa; ed anco questo scrivi

lettore italiano in conto della civiltà francese. Il corpo del

capitano Ferrari morto nella giornata del tre Giugno per la

inesorabile barbarie dei Francesi stette esposto alle intemperie, e

agli oltraggi degli uccelli di rapina intero un mese.

Le ferite, e le morti non pure dagli eroi del Vascello sopportavansi

con mirabile costanza, ma perfino con motteggio; e va pei ricordi dei

tempi famoso il giovane Montegazza milanese già orbato di un'occhio

nelle cinque giornate di Milano; egli pertanto mentre si travaglia

alla difesa del Vascello colpito da palla nemica perde l'altro; non si

sgomentando per sì grave sciagura scappa fuori con questi detti:

«_bona noce; àun smorza i ciar_;»--«_buona notte, hanno

spento i lumi!_» Veruno rise, all'opposto, piansero sommesso per

non rattristrarlo; visse un tempo in Roma segno di compassione

universale ma sterile; un pietoso lo tolse seco per cibarlo del suo

pane, e dissetarlo al suo bicchiere; non italiano però, molto meno

francese, egli era russo!

Ed anco per queste carte io non ometterò di notare come la legione

Medici tenesse inalberata nel Vascello la bandiera, che prima

drappellava nella Svizzera, e poi trasse al grato ospizio di Firenze

nel 1848; noi la ospitammo con volenteroso animo consapevoli che la

sacra bandiera aveva salutato diciassette anni prima la impresa di

Rimini; di ampiezza angusta mostrava la scritta: «_Dio e

Popolo_.» adesso forse se ne sta nascosta per ricomparire fuori nel

giorno destinato; l'alba del giorno di Dio e del Popolo si fa

attendere lungo; consoliamoci del suo tardo nascere con la coscienza,

che cotesto giorno non avrà più tramonto.

Chiudo la narrazione della battaglia del ventinove Giugno rammentando

il caporale Perocco del quale non poterono impadronirsi i Francesi se

prima non lo ebbero sternato con ben ventitrè colpi di baionetta;

trasferito all'ospedale per singolare ventura, sopravvisse ma di

bellissimo rimase cincischiato e storpio; Scacciani, Spianavelli ed

altri moltissimi perirono, ma prima si cacciarono sotto i nemici

adagiandoci il capo come sopra un guanciale di riposo; un fanciulletto

tamburo, visti morti gli uomini della compagnia buttato da parte il

tamburino raccolse gli schioppi, e quelli sparò contro i nemici,

finchè percosso in fronte anch'egli li seguitava nella morte. Altri

infiniti mi si affollano alla mente innominati: che posso io dire per

consolare cotesti eccelsi spiriti? A modo, che se noi vediamo

splendide ma indistinte le stelle che formano nel firmamento le

miriadi delle vie lattee, elle stanno tutte di propria luce

sfolgoreggianti al cospetto dell'Eterno, che le conosce a nome come un

padre le figliuole, così adesso le anime dei morti per la

libertà della Patria sono note a Dio, che le vagheggia ad una ad

una e le saluta palpito del suo cuore, del suo senza misura amoroso

cuore.

Lo assedio di Roma · 第 61 / 63 段