Adesso opinione di molti, la quale va (che giova negarlo?) mano a mano

allargandosi è che la Monarchia non voglia, nè possa satisfare

al compito di francare Roma dalla potestà dei preti, e darla capo

alla Italia; non vuole, dacchè con lo schiantare l'autorità

sacerdotale verrebbe a tagliare eziandio le radici alla principesca,

avendo alla prima, attinto sempre la seconda come a sorgente inesausta

di qualunque tirannide; che se talvolta ella ebbe ricorso al voto del

popolo, ciò fu per via di ripiego, e sbalestrata dalla violenza dei

tempi, non già con volenteroso animo, e leale, e molto meno col

proponimento di tenersi a lungo cotesto calcio in gola: e neppure ella

lo può, conciossiachè se avverti al diritto, la Monarchia non

offesa, e vincolata dai trattati come spoglierebbe il Papato senza

infamia non si comprende; se poi consideri la forza la Monarchia non

la possiede materiale se il popolo gliela neghi, molto meno la morale.

Checchè sia di siffatte opinioni, certo è che il popolo ha

potestà di rivendicare la sua terra come quello che senza dubbio

Dio creò padrone della terra; nè veruna memoria antica ci

ammaestra che egli creasse la bestia sacerdote, o l'animale re; l'uomo

è creatura naturale, preti, e principi derivano dal volere e più

spesso dai vizi, e dagli errori degli uomini.--Che il prete abbia

comprato Roma non è verosimile dacchè la Chiesa nacque ignuda

fra gli stecchi, nè ad ogni modo libertà di popolo somministra

materia a compra ed a vendita; se il prete s'impose padrone per via di

errore, ei venne con le tenebre se ne vada con la luce; se spartì

col conquistatore il popolo come fiera presa alla caccia, la forza

tornò al conculcato, e al prete ora tocca di fare cadendo il

tomo.--Se tu volgi la mente alle varie instituzioni che posero il

fondamento in Roma tu ti persuaderai, che vennero i tempi, e furono

compiuti i riti, ond'esse ebbero sempre inizio: così il regno

consacrava Romolo col sangue di Remo; la repubblica intrise la sua

pietra angolare nel sangue di Lucrezia, lo impero in quello di Giulio

Cesare. Sopra il sangue dei martiri s'inalzò la Chiesa, ora il

popolo non dava a vene aperte sangue per consacrare il suo

risorgimento in Roma?--Ormai del perchè i preti tengano le branche

fitte su Roma non sanno nè manco essi addurre ragioni che valgano,

di vero esse tutte si stringono a sostenere la necessità di dominio

terreno per esercitare liberamente il governo delle anime, e sembra

bestemmia imperciocchè qual dignità si abbiano le cose spiritali

le quali abbisognano della materia per puntello non si comprende; e

poi non è vero, chè li smentisce Cristo, li smentiscono gli

Apostoli, i Santi Padri, il fatto stesso della Chiesa cresciuta senza

gravezza di beni terreni, tirata in giù dal peso delle male

raccolte dovizie. Al contrario al popolo italiano fa mestieri Roma

come quella ch'è sua, e da capo alle membra sparse; senza lei egli

non può costituire il suo paese, casa sua: in Roma solo può

comporre la sua capitale, però, che sgombra dalle male piante, che

la contristano, da tutte le parti d'Italia si condurranno ad abitarla

schiere d'Italiani e lì unicamente si mescoleranno compenetrandosi

piemontesi e siciliani, toscani e liguri, lombardi e napolitani,

veneziani, e romagnoli. Capitali non si caveranno mai da Firenze, da

Bologna, e da Milano senza che l'astio municipale si desti, con danno

inestimabile però che invece di levarsi via crescono le cause delle

emulazioni, e delle discordie. Tutte pari tra loro le città

italiane ad una sola devono inchinarsi, a Roma. Roma è principio

nuovo; in Roma si ritempreranno gli animi, che davanti al Campidoglio

non è permesso mostrarsi vili; costà nei ruderi dell'antica

grandezza forza è che si rompa il flutto della ipocrisia,

dell'avarizia, della saccenteria perfida, e inane. Tale che sembra

altrove eroe, il sepolcro degli Scipioni rigetterebbe come verme; tali

che si vantano altrove liberi, i comizi dei Gracchi, o il Senato di

Catone non vorrebbe nè manco per servi.--L'assedio dei Francesi a

Roma è finito, ora si compie quello del popolo; costoro ci

condussero la violenza, il servaggio, e l'errore; sta al popolo

sostituirci la libertà, la sapienza, e l'amore.

Possa anco questo mio libro tornare di qualche utilità alle nuove

generazioni: credano a me, fu smarrita la via; importa tentando, e

ritentando tornare in carreggiata. L'arco di Ulisse non si poteva

piegare da altri che da Ulisse; la Italia non può risorgere, che

per virtù di mani gagliarde, di senno antico, e di cuori

divinamente innamorati della immortalità.

FINE.

End of Project Gutenberg's Lo assedio di Roma, by Francesco Domenico Guerrazzi

Lo assedio di Roma · 第 63 / 63 段