E' pare impossibile, e credo, che i posteri non ci presterebbero fede,

dove non lo attestassero testimonianze solenni muniti di poche

artiglierie noi resistemmo ai Francesi 26 giorni con la breccia

aperta, mentre gli è raro che per così lungo tempo durino le

fortezze principali. Il Generale Vaillant affermava dentro quindici

giorni compito l'assedio, e andò il presagio indarno, onde se ne

deve arguire o che incontrasse virtù inopinata, ovvero prendesse un

granchio, e davvero fu così; cotesto generale reputando facile

sopra tutti ad essere conquiso il punto più incavato delle mura

lì rivolse lo sforzo supremo, e su questo non errò; ma non pose

mente, che da quella parte del pari riusciva agevole moltiplicare le

difese; di vero non lì stava la chiave dell'assalto, sibbene pochi

metri dietro il Bastione nono a manca della porta San Pancrazio.

Quinci circuivansi tutte le difese interne non escluse quelle del

recinto Aureliano, quinci potevasi percotere la città intera, o il

punto reputato meglio spediente, quinci infine tornava destro

nascondere ogni moto di milizie, e conseguire i vantaggi che

c'industriamo raccogliere dalla parte nostra prima d'ingaggiare

battaglia: a questo i Francesi non avvertirono; per la quale cosa

superati i Bastioni 6 e 7 si trovarono davanti i Bastioni 8, e 9

intorno a cui ebbero a travagliarsi nove altri giorni; e siccome essi

nel dare specie di argutezza alle follie valgono oro, così dissero

averlo fatto a posta per pigliare dalle breccie 6 e 7 di fianco i

Bastioni 8 e 9, e questo veramente eseguirono ma al tempo stesso

assaltarono il Bastione 8 con le colonne principali di fronte.--Per

condurre a buon fine simile disegno importava ammannire l'assalto con

una furiosa battaglia di artiglierie, e a questo partito si accinsero;

la storia militare rammenta una maniera di duello combattuto fra la

Batteria del Pino, e quelle francesi: armavano la prima sei cannoni,

ed altri quattro la sostenevano all'ala destra; i francesi

cominciarono ad aprire il fuoco da certa Batteria costruita durante la

notte sopra la breccia della Cortina, lo accrebbero con copia di

mortai, che piovevano bombe a scroscio, per ultimo ci sfolgorarono con

otto cannoni di traverso da villa Corsini. Ai nostri cannonieri

comandavano un tenente Sortari, un maresciallo Grimaldi, e un

brigadiere Maccaferri: assisteva Garibaldi: in breve una nuvola di

polvere coperse le opere nemiche, ma egli aguzzando gli occhi conobbe

volare frammenti all'aria di carretti fracassati; non istettero due

ore, che i cannoni de' francesi ridotti a tacere fecero abilità ai

nostri d'infestare per la giornata intera le gole dei Bastioni

francesi. Onde la gente abbia contezza del come i Francesi

spesseggiassero con le bombe basti dire, che nel corso della notte 20

ne caddero nella Batteria del Pino: mentre Garibaldi, Avezzana, Manara

ed altri stavano consultandosi una bomba cadde loro allato, e

scoppiò: quantunque veruno di essi si gittasse giù in terra (e

forse non ci pensavano) tutti rimasero illesi. «Le sentinelle per

le bombe non si turbavano, solo avvertivano: «ragazzi ecco una

bomba!» E con iscede infinite l'accoglievano; cacciato via il

Garibaldi dalla villa Spada aveva stabilito il suo domicilio fra il

terzo e il quinto cannone della Batteria a destra; bastò un'ora a

costruirgli la casa composta di alcune stoie fitte su quattro lancie

piantate in terra; fin costà andavano a visitarlo le gentildonne

romane, e a questi giorni mentre ei ci s'intratteneva sotto in

compagnia di due dame, una bomba ruinando dall'alto mise in fascio la

casa, e ospite ed ospitate ricoperse con un mucchio di terra; il

Generale le accomiatò, comecchè repugnassero, e da quel giorno

in poi per amore di schivare sventura non consentì, che più

oltre lo visitassero. Sul mattino, narra l'Hoffstetter, mentre giaceva

sotto la tenda udì passare il Generale, e dire a taluno il quale

forse voleva svegliarlo: «lasciate ch'ei dorma, tardi tornò

questa notte dal servizio» ond'ei riprese sonno; di repente gli

trema sotto la terra, un picchio terribile gl'introna il capo,

sicchè a rotoloni si trova balestrato lontano; proprio a canto alla

testa gli era caduta una bomba, che scoppiando portò via stoie,

lancie, assiti in mezzo a nuvoli di terra e di fumo; fu tosto in piedi

stravolto, e si presentò al Garibaldi anco questa volta rimasto

illeso per miracolo, il quale bevendo a centellini il caffè come se

non fosse fatto suo gli domandò sorridendo: «perchè vi siete

levato così presto? e pure aveva ordinato che vi lasciassero

dormire.»

Se il niego levasse infamia qual mai candore di colomba pareggerebbe

quello dei francesi? Ma il niego di faccia alla verità, che ti

opprime vale coscienza e confessione di colpa, e poi la storia ci

ammaestra, e noi provammo come agli Austriaci piaccia la sostanza del

terrore, ai Francesi non pure talenti la sostanza, ma sì eziandio

la ostentazione di quello. Centocinquanta bombe nello spazio di una

notte ruinarono in Trastevere, nei quartieri Santo Andrea della Valle,

Argentina, e Gesù; in un'altra più del doppio; si rammentano

malconci dalla barbarie francese l'Aurora di Guido Reni nel palazzo

Rospigliosi a Montecavallo, il tempio della Fortuna virile; percosse

rimasero la statua di Pompeo a piè della quale cascò trafitto

Cesare, e l'Ercole di Canova. Andò distrutto nel palazzo Costaguti

un'affresco bellissimo del Pussino con tanto maggiore querimonia

quanto che non lo avessero mai ritratto nè con pennello nè con

bulino. Contro questa salvatichezza, che i francesi vituperano in

altrui, a mò di quello che inquina la pietanza ond'altri se ne

schifi, ed egli possa mangiarsela tutta per se, protestarono gli

artisti, e il municipio romano, con essi, e più autorevoli di

tutti, i rappresentanti delle potenze straniere, i quali (per

adoperare le medesime loro parole) contestavano a viso aperto al

Generale di Francia, il _profondo dolore pel bombardamento di Roma per

più giorni e più notti continuato non solo con danno di donne e

di fanciulli innocenti_, ma altresì _con pericolo degli abitanti

neutrali; di già parecchi innocenti perirono, parecchi capi di

opera di arte, che veruno potrà rifar mai andarono perduti_; quindi

s'intima il Generale a desistere dal bombardamento, che distruggerebbe

la grande città cui _le nazioni civili del mondo moralmente

proteggono_. Tutto questo era niente, il Generale Oudinot confessava

esserne uscito questo male, ne stava per nascerne altro maggiore, ma

così ordinare il Governo, ed egli ne adempirebbe i comandi; tale e

quale avrebbe parlato il carnefice: ancora; colpa di tutto i Romani: o

perchè si ostinano a resistere tanto? La Francia volerla spuntare

ad ogni patto perchè ci entravano di mezzo i suoi interessi, e il

suo sangue: veramente nel dispaccio prima veniva il sangue, e poi

gl'interessi, ma quell'ordine era messo per figura rettorica. La

storia, ed anco la Nemesi eterna vendicatrice delle colpe umane tanto

più devono raccogliere cotesti casi quanto, che le regole della

scienza, e la perizia dei francesi potevano far sì che le palle

colpissero a punto colà dove intendevano briccolarle. Oltre queste

testimonianze ci occorrono le seguenti, lo _Spettatore_ _militare, il

Rapporto del generale Vaillant intorno l'assedio di Roma, il

Ragguaglio storico, e militare, il libro intitolato Roma dell'abate

Boulangè_, ed altri parecchi; i Preti non lo nascosero mai, anzi si

compiacquero a bandirlo nei libri loro, e lo puoi riscontrare nella

_Civiltà cattolica_, e ciò nonostante il Corcelles scriveva al

Governo di Francia, che lo poteva negare di reciso, e il Governo

negò: dopo lui negarono tutti, negarono perfino contro la perizia

compilata dalla Commissione preposta a verificare i danni del

bombardamento, e ad avvertire il modo e la spesa per risarcirli. Dei

caduti in mezzo a cotesta procella di fuoco noi lamentammo il capitano

Laviron francese, il quale si sporse fuori dei parapetti per mirare un

pò come i Francesi accogliessero il colonnello Ghilardi appunto in

quei giorni arrivato in Roma, e che ora in qualità di parlamentario

spedirono al campo nemico; lo presero a fucilate, ma scampò la vita

per lasciarla più tardi in altro emisfero sotto le medesime palle

francesi: preso nel Messico a man salva febbricitante nel letto gli

davano morte assassina: volle il fato, che su quel capo la Francia si

tirasse addosso un fiero conto di delitto, forse egli ora lo ha già

messo in pulito per farselo pagare.--Tornando al Laviron, egli aveva

indossato in quel dì la camicia rossa, e non fu savio; quindi,

preso facilmente di mira cascò ferito nel ventre, allora subito gli

si versava addosso Ugo Bassi a confortarlo con parole di affetto

divino, ma egli profferita appena la raccomandazione della sua anima a

Dio spirò baciando il Bassi; non per questo il dabbene Ugo lo

abbandonava, bensì a lui morto proseguiva prodigare cure fraterne,

nè valsero a strapparlo di là supplicazioni, nè comandi,

tanto che una scarica di palle nemiche lo rinchiuse come in mezzo a un

nugolo dentro di sè; veruna lo colse che il suo fato lo aspettava a

Bologna.--Il Garibaldi quando lo vide fuori di pericolo ebbe a dire ai

suoi: «voi non potete credere quanto questo uomo mi contristi,

dacchè io lo veda dominato dalla voluttà, per dire così,

dalla morte.»

Insieme al francese Laviron morirono il capitano Giordani, ed i

tenenti Fattori, e Giovannini, ed anco talune guardie nazionali Romane

di cui non trovo registrato il nome. Vi perse la gamba, e il piede

destro Giuseppe Brambilla da Milano; forse adesso egli vive, e il

cielo gli consenta anni quanti bastano per vedere che non espose

invano le membra del suo corpo per la redenzione della Patria; altri

altri premi ambiscano e gli ottengano; ai magnanimi davvero tanto

basta, e ne avanza: suo fratello Emilio Brambilla felice ingegno con

altra opera secondò la fortuna di Roma, amministrando la finanza;

ora è morto: pianta di buon seme fu la famiglia Brambilla, e i

buoni patriotti hanno a desiderare che sia perpetuata; in altri

ricordi trovo notati, morto il capitano Baj per dolorosa ferita, che

gli portò via di netto ambedue le gambe, tra i feriti meritano

speciale menzione il Brusco genovese appartenente alla Cancelleria del

Garibaldi, e certa Orsolina da Foligno scemata da scheggia di bomba

del tallone destro.

Si stringe la cintura di ferro, e di fuoco intorno a Roma, il nemico

indefesso durante la notte scava pozzi per le mine, edifica, e munisce

piazze di armi, drizzata una trincea compie la quarta parallela, poi

imprende un cammino il quale passando rasente alla casa Giacometti

avrebbe messo capo sopra la via, che mena a San Pancrazio; dalla parte

nostra si agitavano come naufrago in mezzo all'Oceano, che non vuole e

deve morire, tuttavia impediscono la costruzione delle Batterie

dodicesima, e decimaterza; e alla mattina del 26 scassinano anco la

undicesima, sicchè i Francesi non poterono avvantaggiarsi che con

le Batterie seconda, e decima, la quale più di ogni altra prese a

fulminare il Vascello, nè senza ragione, che quinci si menava

incredibile strage dei Francesi; il nostro Medici il quale non pure si

difendeva, ma andava escogitando senza requie un qualche trovato per

fare uno sdrucio dei solenni nello esercito avversario esplorò le

catacombe, e l'acquedotto Paolo donde avvisava spingersi fin sotto la

villa Corsina, e colà con mine, e fuochi artificiati sobbissare il

ridotto in uno alla Batteria decima; ora o di tanto si accorgessero, o

come credo piuttosto, i Francesi avvertiti diedero la via alle acque,

che irrompendo ruinarono ogni apparecchio soffocando tre lavoranti, e

se più ce n'era più ce ne rimanevano. Da capo la rabbia francese

si volta contro al Vascello; stupendo ad un punto e orribile a vedersi

lo stato in cui si trovava ridotto; del piano superiore non avanza

traccia, dello inferiore il muro di fronte ruinato lasciava vedere

negli spazi più interni le colonne, le statue, le stanze

elegantissime; insomma presentava la figura, che gli Architetti

chiamano _spaccato_.--Molti possono per impeto superare il Medici,

veruno, io penso, per costanza, e tranquilla severità: di che mi

piace riportare uno esempio: in cotesto giorno non ci fu riposo: notte

e dì i soldati ebbero a vegliare ed a combattere; ora parendo a

parecchi cotesto comando duro, uno di loro più rotto ardiva

presentarsi al Medici mentre ei beveva una tazza di caffè e dirgli

ch'egli non intendeva recisamente montare la guardia. «Ed io,

rispose il Medici senza guardarlo in faccia ed accostandosi la tazza

alle labbra--ti farò fucilare.» Batti, e ribatti ecco con

altissimo scroscio casca il Vascello, schizzano violentemente legni

tronchi, marmi rotti, e una nuvola di polvere chiude intorno la ruina;

il peso immane rompe le volte del terreno, ed ormai del superbo

palazzo non avanza altro che un monte di macerie; fino dallo interno

di Roma fu udito il fracasso; venti dei nostri sepolti sotto le ruine

persero la vita; e non pertanto il Medici non si decise mica ad

abbandonare cotesto mucchio di sassi: noi lo vedremo su quelli

maravigliare con nuovi gesti di valore il nemico, che i muri poteva

vincere, i petti no.

Avanti, avanti, il nemico dalla quarta parallela spicca un camino

nuovo verso il piede della cortina, bersagliato furiosamente dai

nostri lo smette per ripigliarlo più tardi, ma non può protrarlo

di là da 65 metri, che lì lo arrestano la virtù romana, e

l'ardore della disperazione; anco i lavori verso le ville Giacometti e

Barberini si mettono da parte; si aspettano le tenebre, e i Francesi

sostituendo alla gente stanca gente riposata e molta le batterie

ultimamente costruite armano, nuove ne drizzano, e di mortai le

muniscono.

Si levava il giorno 27 fosco in vista; il sole procedendo cinto

intorno di nebbia pareva che presago della strage imminente repugnasse

illuminarla: i francesi tuonano con cinquanta cannoni messi in

batteria; il casino Savorelli all'incessante tempestare si sfascia;

giù il tetto della Chiesa di San Pietro a Montorio, dopo il tetto

vacilla il campanile, poi anch'esso giù a pezzi, di cui parte

dentro la Chiesa, e parte fuori; la Villa Spada sottosopra; i nostri

non isbigottiscono alla bufera, le Batterie undecima, e duodecima del

nemico scassinano, ma i Francesi ne hanno drizzate su tante, che

ometterne una o due non nuoce; e' ci fu pompa per la parte loro di

distruzione, lusso, prodigalità vera: se nell'amministrazione dei

propri interessi i Francesi adoperassero come in guerra quando scotta

loro di vincere bisognerebbe sottoporli a curatore. Dalla Batteria

decima essi presero a colpire in breccia il Bastione nono; dalla

decimaquarta apersero il cammino di scarpa al Bastione ottavo. Il

Garibaldi da per tutto era, ma sopramodo instava perchè la Batteria

del Pino si mantenesse ritta, dalla quale a dir vero, o per la

posizione sua, o per la molta attitudine degli artiglieri fioccava la

morte nelle fila nemiche: non importa dire se i Francesi contro questa

Batterla si sbizzarrissero; ogni sforzo adesso è volto a rompere la

cinta traversa, che già difendeva la villa Savorelli, ed ora ne

copre le rovine; di fatti la rompono; lo intero campo è minacciato,

il fianco della Batteria del Pino battuto. Tosto alla riscossa;

l'apertura della traversa forse si allarga 8 piedi, a 9 non arriva, ma

si può dilatare vie più, e poi anco così basta onde il nemico

irrompendo allaghi; accorre la legione italiana, e fa prova

infelicissima; ad un sergente appena si affaccia una palla di cannone

fracassa il petto schizzandone il corpo in brani a destra e a

sinistra, le prime fila della legione vengono spazzate via dalla

mitraglia; non si sgomentano i sorvegnenti per questo, e passano sul

corpo dei compagni per accorrere là dove li chiama il dovere:

intanto una palla tronca una gamba al Capitano della Batteria a

destra, steso su la barella lo portano all'ospedale, ed egli fiero in

sembiante agitando il membro mutilato come una bandiera grida ai

soldati: «viva la Italia! Coraggio!» Bersaglieri, Linea,

Legionari quasi tratti fuori di loro per tanta costanza plaudono con

la voce, e co' gesti, nè si potendo contenere accompagnano la

barella del dolore come se fosse stata un carro trionfale fuori del

tiro.

La rottura della traversa rendeva impossibile sostenersi nella

Batteria di destra, il Garibaldi dal Pincio vedendola deserta, scende

con passi frettolosi, e all'Hoffstetter, che primo gli si para davanti

dice: «adoperate chi volete, sieno pure uffiziali tutti, ma importa

sia turata la rottura della traversa, andate.» Mentre l'ufficiale

partiva per racimolare quanta più gente potesse, il Garibaldi si

rimase ad attenderlo seduto sopra un carretto di cannone;

l'Hoffstetter s'imbatte in trentacinque bersaglieri reliquia ultima

della terza compagnia del secondo battaglione, li trae seco e li

conforta con alquanto di vino, perchè davvero erano rifiniti di

forze: dall'apertura sboccava una fiocinata di palle, allora i

bersaglieri si divisero, parte porgeva i sacchi pieni di terra, e

parte li riceveva; l'apertura scema, si chiude, è chiusa; nè

cannoni, nè mortai, nè moschetti nemici valgono a trattenere

l'opera; anzi i bersaglieri passando dal coraggio alia temerità

vogliono salire su la breccia ristorata, e bravare il nemico alla

scoperta; a rattemprarne la baldanza ecco giù una bomba, che in

un'attimo ne ammazza sette; balenarono gli altri ma i morti furono

rimossi, sul sangue si sparse un pò di terra, un bicchiere di vino,

un grido: «_viva la Italia_ e le cose tornarono come prima. Si

richiamarono i cannonieri, e quattro cannoni ripresero il fuoco contro

il nemico, tre maneggiavano i Romani, il quarto li svizzeri; il

Garibaldi esulta, la batteria del Pino rimane sollevata perchè i

francesi contro la traversa ristorata voltano le armi, e le ire; i

cannonieri presi da entusiasmo raddoppiano lo zelo, e rendono ai

francesi due pani per coppia; così i tiri infallibili spesseggiano;

che ai Bersaglieri non patisce l'animo privarsi dello spettacolo,

lì stanno spettatori, e ad ogni tiro battendo palma a palma

gridano: «_bravi!_»

Ma lo spettacolo era pieno di pericolo per modo che una seconda bomba

uccise e ferì altri sei Bersaglieri. Di trentacinque, in piedi n'erano

rimasti ventidue, il Generale donò loro due scudi a testa, e, secondo il

vecchio costume spartì tra i feriti la parte dei morti, e permise se ne

andassero; chi ebbe il danaro lo serbò per distribuirlo per tempo meno

tristo perchè lì per lì i lombardi lo avrebbono rifiutato; a

veruno sarebbe bastato il cuore di toccare la eredità luttuosa dei

fratelli caduti.--I cannonieri rimasero; più tardi taluni domandarono

licenza di ritirarsi, ed ecco perchè: intorno ad un cannone di vivi

restavano due soli, nè senza permesso volevano abbandonarlo! Però

prima in compagnia di altri trassero il pezzo in sicuro. La processione

lugubre, e continua dei morti e dei feriti in questo giorno non si può

senza stringimento di cuore descrivere, troppi i morti per ricordarli

nonchè tutti, pochi; solo non vada inonorato in queste povere carte il

capitano Giuseppe Varenna generoso pavese, e tu bel fiore di giovanezza

Gustavo Spada romano, che glorioso per morte magnanima andavi fra le ombre

dei tuoi padri testimonio che ai figli stanno avversi i fati, ma la

virtù non manca.

Ora quì successe uno strano caso, che assai fornì materia al

dire degli uomini, e nei libri ne occorrono le traccie con varia

maniera riportate, e il fatto fu questo: il Generale Garibaldi di

repente si leva dalle mura, e gli subentra al comando il Generale

Rosselli, se ne va con quello la legione italiana, viene altra gente

con questo.--Siccome il Garibaldi tornò il giorno appresso sul far

dell'alba e con la legione vestita di novella assisa, così fu detto

e creduto ch'egli e i suoi recedessero dalle trincee per riposare una

notte, e per mutare l'abito turchino nel rosso: ora di lieve comprendi

come questo fosse pretesto non causa del fatto, e la causa vera

occorre nelle memorie del Generale. Egli fu informato, che a Roma

stavano in procinto per dichiarare la resistenza impossibile, i

battaglioni primo, quinto, sesto, settimo, ed ottavo della guardia

nazionale tambussavano il Senatore Sturbinetti, tranquillati

partivano; allora veniva la volta dei popolani; furono da prima

trecento, crebbero poi alla stregua, che le disgrazie si facevano

maggiori, e le sollecitazioni dei nemici occulti peggiori; per la

quale cosa egli propose uscire da Roma con quanta più gente, e

quante più armi, e arnesi di guerra, e pecunia, o cose capaci a

ridurre a pecunia fosse possibile; ottomila uomini non potevano

mancare, con essi andassero i rappresentanti del popolo, giovani, e di

corpo gagliardi, di seguito grande nei propri paesi: da cosa

nascerebbe cosa; intanto terrebbero fermo su gli Appennini; Venezia

reggeva; non vacillava Ungheria: arride la fortuna agli audaci; non

piacque il partito, comecchè trovasse nel Mazzini fautore

caldissimo, il quale lo ripropose più tardi; onde il Garibaldi

mulinando fino d'allora quello, che in seguito compì, reputando la

capitolazione sicura pel giorno veniente si partiva, persuaso in

seguito che per converso si era deliberati resistere fino allo estremo

tornò di gran cuore a sostenere le ultime prove.

Per cessare della luce non s'interrompono le opere di guerra; i

Francesi ripararono durante la notte le ingiurie patite nelle

batterie, ma co' lavori nuovi di poco si avvantaggiarono,

imperciocchè la vigile fanteria romana molestando con fuochi

incessanti i marraioli sconciarono i lavori che intendevano condurre

intorno al casino Barberini; però cavarono una quinta parallela per

riuscire a separare il Vascello dal corpo della difesa, il quale fin

qui come guerriero ferito a morte, e giacente pur sempre pugnava, e di

conserto col Bastione ottavo fracassò il cammino già spinto a

buon termine dai Francesi a casa Giacometti. All'alba ripigliano il

trarre da una parte, e dall'altra: pari il furore, impari troppo la

forza; le nostre batterie mancavano di parapetti, le trincee

apparivano ammasso informe di terra, vennero meno a ripararle le

braccia; la Batteria del Pino quasi messa a pegno di gara agli

artiglieri francesi sfasciata d'incamiciature, priva di gabbioni,

senza difese di fianco sparava i cannoni all'aperto e come si dice a

barbetta.--Ora fulminando i Francesi con le Batterie undecima, decima

seconda, e decimaterza la seconda linea di difesa costringono il

Bronzetti a cedere, ben tosto posero mano alla zappa passando oltre la

cortina per chiudere il Vascello; da questo lato irreparabile ormai il

proseguimento della Breccia; altro non potè farsi, che provvedere,

affinchè lo irrompere del nemico fosse lento così da lasciare

campo a nuove difese più interne; non si pretermisero gl'incendi

delle case circostanti; meste tede funeree, esclama l'Hoffstetter,

alla morente repubblica! il Bastione primo di sinistra si lasciò

presidiato; e del presidio era parte la compagnia Rosagutti nella

quale militava il dabbene Morosini; ma il Dandolo, che di quel diletto

capo trepidava ottenne supplicando dal Manara, che a cotesta compagnia

si desse lo scambio; altri si oppose ma non potè spuntarla; la

compagnia Rosagutti fu rilevata; con essa andò il Morosini; lo

tirava il fato.

Durante la notte del ventotto al ventinove i Francesi tentarono

sorprendere il Vascello o piuttosto le rovine di cotesto edifizio; ma

dal Vascello si partì tale violento rimbecco, che dimostrò agli

assalitori essere consiglio buono starsi lontano dal morente lione;

venti di costoro caddero tra morti e feriti.

Prosegue la dolentissima storia, i Francesi su l'alba del 29

tempestano il Bastione nono; nell'ottavo, mercè la Batteria

decimaquarta, lacerando ogni riparo, aprono la Breccia; le nostre

artiglierie rispondono languide; palpiti di cuore, che accenna

cessare; solo la Batteria dell'Aventino avventa fuoco come chi

disperato della vittoria non vuole morire senza vendetta. Ora i

Francesi si ammanniscono a salire la breccia, e bene si palesano

previdenti ed arguti. Sei compagnie della divisione Rostolan comandate

da un Lefebvre si dispongono a colonna di assalto principale; altre

tre compagnie capitanate da Le Rouxeau stanno pronte alla riscossa:

per esse gli ordini portavano, si avventassero; quanto più

potessero s'inoltrassero; trecento zappatori, che tenevano dietro

subito dessero mano a costruire ripari co' gabbioni, e con altri

argomenti avvertendo però di lasciare lateralmente adito al

ripiegarsi della colonna caso mai ella avesse incontrato qualche duro

intoppo. Eravi altresì una terza colonna di assalto la quale

guidava il Laforet, di cui il compito consisteva dare dentro di

fianco, ed alle spalle al Bastione ottavo. Preposto a tutti il tenente

colonnello Espinasse che si teneva in procinto con altra riserva:

accompagnarono tutte le altre colonne assalitrici proporzionato

corredo di zappatori; finalmente perchè nulla mancasse di quanto

nelle imprese guerresche suole accertarne l'esito felice furono

commessi due assalti simultanei alle porte S. Paolo e del Popolo.

Queste le apparecchiate offese, queste altre le difese: la batteria

della Montagnola armata con tre cannoni volti allo sbocco della

Breccia; quivi davanti ove arieno per necessità messo il piede i

nemici, facendosi oltre, sparsero i nostri canne secche, e vasi di

materie infiammabili per ispaventarli, e scottarli; in luogo riparato

collocarono due sentinelle perchè vigilassero, cinquanta lancieri

della legione italiana capitanati dal Muller stavano lì dintorno

schierati per difenderla con le lancie, cui rinforzarono con una

compagnia di fanti. Al Bastione ottavo mandarono alcune compagnie

della seconda legione di fanteria, ed una di bersaglieri lombardi;

alla manca della batteria attelati altri bersaglieri, ed altre

compagnie della legione italiana; il colonnello Pasi col sesto

reggimento alla riscossa. La Villa Spada difendevano i Bersaglieri

lombardi, e giù per la strada schierato un battaglione di legione

italiana. Lo spazio tra la batteria del Pino e Porta Portese occupava

il colonnello Morrocchetti, che teneva la riserva nella piazza di San

Pietro Montorio. A dritta della porta San Pancrazio il colonnello

Ghilardi con alquanta gente sparsa stava per simulacro di difesa,

piuttostochè per difesa; il Medici sempre fra le sue ruine del

vascello.

Lo assedio di Roma · 第 60 / 63 段