L'eroe di cotesta giornata fu il Gorini, che sollevato da terra, tutto

pesto, con due ferite pure esclamava: «nulla, nulla, appena sono

ferito, coraggio!» e da tanto che ell'erano lievi due mesi penò

a guarire nè si riebbe mai: visse esule un tempo rigido, e

intemerato; rinnovatasi la guerra combattè a Varese, e a S. Fermo;

nello esercito italiano ebbe grado di maggiore: io lo conobbi deputato

al Parlamento italiano; pallido di faccia, di sembianze severe, e pure

belle; non rideva mai; parlava raro, e risoluto, anzi tagliente: mi

pareva consacrato a morte precoce, e non ha guari noi lo perdemmo, e

con noi l'Italia si lamenta vedovata di uno dei suoi più nobili

figliuoli.

Ora vuolsi da noi rammentare un caso, che bene potevamo a prezzo di sangue

desiderare non fosse accaduto, ma che la religione della storia c'impedisce

tacere. Il Generale Garibaldi ai Generali Rosselli, ed Avezzana, i quali

alla nuova di tanto disastro accorsi sui luoghi gli offersero un reggimento

intero di rinforzo, promise all'alba si sarebbe messo allo sbaraglio per

rincacciare i Francesi dalle breccie; e non lo fece, invano la campana del

Campidoglio sonava a stormo, e il popolo traeva a frotte inferocito, ei non

si mosse; promise da capo assalirebbe nel pomeriggio alle cinque, e nè

manco attenne il patto. Di questo si dolse amaramente il Mazzini scrivendo

al Manara, e diceva: «avere l'anima ricolma di amarezza... tanto valore,

tanto eroismo perduti!» Reputava, se gli assalti fossero stati impresi,

sarebbero riusciti a buon fine, e faceva «giuramento, che il Manara

intorno al Rosselli _calunniato da molte parti, e i buoni_ dello stato

maggiore pensavano com'egli stesso pensava» per ultimo conchiudeva:

«a me rimarrà la sterile soddisfazione di non apporre il mio nome a

capitolazioni, che io prevedo infallibili. Ma che importa di me? Importa di

Roma, e d'Italia.» Luigi Carlo Farini nella storia dello stato Romano ci

narra come le insolite cuntazioni del Garibaldi, derivassero dal continuo

aizzarlo, che faceva lo Sterbini, perchè costringesse il Governo a

commettergli la dittatura, proponendosi poi lasciarne al Garibaldi il nome,

e per sè pigliarne il potere ed aggiunge altresì, che lo Sterbini

andava menandone rumore per Roma, e già la plebe si commoveva, quando un

giovane gli occorse minaccioso increpandolo: «portasse le accuse in

tribunale, non in piazza, smettesse gli scandali in coteste ore

supreme,» e dacchè quegli non cessava, minacciandolo con l'arme lo

pose in fuga. Nelle memorie del Garibaldi non trovo nè manco una parola

sopra siffatto caso; e le note del Mazzini ne tacciono parimenti: tuttavia

il fatto è vero, e l'uomo che minacciò lo Sterbini non era giovane,

nè di buona fama: si chiamava Bezzi. Carlo Pisacane scrivendo delle

Guerre d'Italia giudica, che le breccie arieno potuto ripigliarsi la notte,

là dove le artiglierie romane invece di cominciare il fuoco alle 2 del

mattino, avessero fulminato i Francesi subitochè vi furono saliti; tre

ore bastarono al nemico per alzare ripari capaci a difenderlo; ed

altresì censura il Garibaldi per l'assalto senza costrutto ordinato al

Sacchi, e generalmente il modo da lui tenuto di avventurare sortite con

sottili manipoli, confortando il suo giudizio col parere del Folard

commentatore reputatissimo di Polibio, il quale ammaestra: «le sortite

ove non mirino a grave intento, a nulla giovano, eccettochè a fare

ammazzare gente senza pro.... le ritirate sollecite e tumultuarie del pari

delle sortite; jattanze inani per poco di vantaggio ottenuto; la perdita

della piazza affrettata atteso lo sperpero dei soldati più prestanti del

presidio;» e sono parole di oro. Per somma ventura l'Hoffstetter solve

ogni dubbio chiarendoci proprio come andò la faccenda. Il Generale

Garibaldi fermo di assalire sul far del giorno le breccie comecchè ormai

si vedessero in punto di essere difese dal nemico ordinava si ammannissero

i necessari apparecchi; l'Hoffstetter condottosi a speculare le opere del

nemico dalla casa del Bastione vide il nemico sceso con tre tronchi di

parallela fino alla gola della tagliata e questa disporre alla difesa;

coronata riconobbe pure la breccia di cortina, occupate tutte intorno le

case, i lavori di zappa compiti; l'assalto laterale dalla parte del

Vascello non sarebbe giunto nè manco a piè della breccia, pensate se

avesse verosimiglianza di riuscire diretto; poteva tentarsi l'assalto

sboccando dalla seconda linea, ma anco qui bisognava sostenere il fuoco

terribile dal nemico schermito; noi scoperti a 200, o 250 passi: sette

cannoni piantati nella villa Corsini ci avrebbero distrutto per fianco:

finalmente la più parte dei nostri ormai rifinita, e disperata balenava:

queste ed altre considerazioni espose l'Hoffstetter, al Garibaldi il quale

sbadato appena lo ascoltava tenendo fisso lo sguardo sopra le breccie

perdute; dopo lungo silenzio il Generale di un tratto esclamò: «lo

vedo anch'io, non ci è più rimedio, ma se avessi meco la mia gente

del 3 nessuno avrebbe potuto persuadermi.» Anco l'Avezzana tanto acceso

da prima per assalire, all'ultimo, dato spesa al suo cervello convenne, che

bisognava smetterne il pensiero. E se la mattina non fu creduto spediente

assalire con milizia scorata, e con le breccie così alla lesta difese,

peggio poi era da tentarsi la sera imperciocchè le milizie a quell'ora

non avessero avuto causa da rinfrancare gli spiriti, e le difese del nemico

fossero state con celerità pari alla molta perizia compite in

formidabile maniera.

Anch'io bene ponderati i fatti giudico, che gli assalti con tanto

ardore caldeggiati dal Mazzini ad altro non avrieno messo capo,

eccetto che a sperpero lacrimabile di sangue umano; al Garibaldi nè

allora nè mai venne meno il cuore, e penso, che quando egli diceva:

«non ci è più rimedio,» potevano credergli senz'altro: non

nego lo impeto, e se vuoi il furore del popolo romano di trarre in

massa all'assalto, ma contro parapetti, e trincee irte di cannoni, e

munite da bersaglieri schermiti, e nei tiri infallibili furore non

rileva; ed io pur pensando, che sdrucio avrebbe fatto in cotesto

popolo spesso una scarica di cannonate rabbrividisco. Il Mazzini

confida troppo, anzi io conobbi a prova, che a lui piace esagerare le

forze così morali come fisiche, ch'egli può allacciare pel

compimento dei suoi disegni, nè ama cui lo chiarisce del vero;

forse per la necessità del suo compito a lui importa credere, che

quello che immagina sia: se ciò deva lodarsi o riprendersi mi passo

da giudicare; solo mi stringo a dire, che piace a me metodo diverso,

anzi contrario. Pertanto il popolo accorrente alle brecce non era

forza; ma sì creature, che andavano al macello; dietro ai muri la

faccenda sperimentiamo diversa, in campo aperto poi, massime in

assalto di trincere di tutto punto munite, alle prime scariche di

mitraglia il popolo spulezza: i Lombardi in Milano combattono e

vincono gli Austriaci, a Granprè gli stessi Parigini davanti ai

Prussiani scappano. Tuttavolta non mi è ignoto come screzi parecchi

si fossero insinuati fra i capi, e tu ne rinvieni la traccia nei libri

del Pisacane, del Rosselli, e del Dandolo: Fra il Garibaldi e il

Mazzini si interpose un po' di ruggine, che tra quei due generosi non

durò un pezzo: anco i generali si accordavano poco; e gli stessi

colonnelli di stato maggiore si puntigliavano, onde il Garibaldi

mandò il colonnello Morrocchetti al comando di Porta Portese non

potendo rimanersi sottoposto al Manara meno anziano di lui.--

Ma se le breccie non furono assalite i Romani tentarono ogni estremo conato

per renderle inani; inutilmente però, che dopo avere reso cotesti luoghi

sacri di sangue per la Patria versato, ebbero a ritirarsi nella seconda

linea di difesa. Troppi sono i generosi defunti che domandano da me un

ricordo e lo meritano, ma io già sento, che di soverchio grave è il

peso che mi recai su le spalle, nè lo spazio dell'opera, nè il libro,

che precipita al fine mi consentono discorrere di tutti, ma io meriterei

che veruno o uomo o donna, che ama la Patria, e per la Patria patì

volgesse lo sguardo sopra queste pagine dove da me si trascurasse

raccomandare alla memoria dei posteri questo pietosissimo caso: già lo

narrava il Rusconi nel Libro della _Repubblica Romana_, ed io per

vendicarmi di lui a mo' che mi vendicai del Dandolo per i giudizi nè

giusti nè veri balestrati contro di me, quasi mi lascerei andare alla

voglia di riportarlo con le sue stesse parole, che davvero io provo piene

di profonda compassione e nobilissime tutte, ma oltre al dubitare ch'elleno

male s'innestino con le mie, paionmi troppo lunghe. Aperte le brecce ferve

l'opera per metterci riparo; un vero turbine di ferro e di fuoco mulinava

su l'area avversa alle breccie francesi, ed una moltitudine di cannonate la

solcava per seminarvi pur troppo la morte; tu vedevi i Romani brulicare

come formiche portando sacca, sassi, e trainando carretti di terra, nè i

romani soli, bensì ancora le Romane, e fra queste Colomba Antonietti,

che non potendo lasciare solo il marito esposto al pericolo volle ad ogni

costo parteciparlo ed in cotesta vita ella aveva durato due anni, che lo

sposo suo accompagnò in tutte le guerre d'Italia, e a Velletri fu vista,

precorrendo, incorare i soldati: in quel giorno la supplicarono di là si

rimovesse, ed ella sorridendo, «ma se ci lascio il marito morirei di

affanno.» Intanto la gente cadeva giù a rifascio, e parecchi

scontorcendosi nell'agonia andarono a morire ai piedi della donna; ora ella

mentre porgeva allo sposo certi arnesi rimase colpita da una cannonata nei

reni; cadde in ginocchino, levò le mani al cielo, e disse: «Viva

l'Italia!» e più non potè dire. Sorse dintorno un grido straziante,

e il marito in sembianza morto anch'esso, trasportarono altrove. «Le

onorate spoglie (e qui si adattino o no le parole del Rusconi con le mie,

le vò ad ogni modo riferire) di quella cara infelice composte sul

cataletto menarono a processione per le vie di Roma, spettacolo di

compianto universale, e il popolo trasse in folla dietro al feretro coperto

di bianche rose, simbolo della candidezza di lei spenta così crudelmente

sul fiore della gioventù. Deposto il feretro nella Chiesa la moltitudine

genuflessa con molte lacrime supplicò da Dio pace ad una delle anime

più elette che mai abbia vestito quaggiù spoglia mortale.» E pure

questa, e siffatte donne il vile sacerdote non aborrì denigrare

calunniando, che non amore di Patria le movesse, bensì prurigine di

lascivia: bene sta; le Arpie, quello, che toccano contaminano, e i

Sacerdoti che altro sono mai se non Arpie? Solo resta a vedersi per quanto

tempo ancora dureranno a contristare la umanità.

Allo scopo di fornire notizia, che sia più conforme al vero intorno

all'orribile strazio fatto di nostra gente in cotesti giorni io ricercando

per le effemeridi dei chirurghi, e più particolarmente in quelle

dell'ottimo Ripari trovo, che sovente nel bastione sinistro fulminato con

rabbia canina dai Francesi furono di un colpo morti o feriti più di

dodici soldati, e di che razza ferite! L'ospedale provvisorio addetto alla

divisione del Garibaldi avevano posto nella Chiesa e nel Convento della

Madonna dei Sette Dolori sotto San Pietro in Montorio, e quivi affermano

per tutto Giugno non si annoverassero meno di venti morti al dì per

termine medio, feriti un sessanta. Tra i molti fieri casi mi occorse

fierissimo questo, che sto per narrare; una rovina di uomo giovane, e di

volto assai bello fu un giorno gittata là sopra una tavola dove il

Ripari esercitava la sua arte; ho detto rovina perchè quanta parte della

forma umana fosse rimasta intera non si poteva discernere; mancava di

ventre, le coste anteriori denudate e bianche come di cadavere da lungo

tempo sepolto mentre non apparivano anco morti il viso, il collo, ed i

bracci; il buon Ripari per pietà austero, visto cotesto spettacolo

gridava cruccioso: «perchè mettete qui quel cadavere ad impacciare la

medicatura degli altri?» «Ma non è morto,» risposero. «Or come non è

morto?» Disse il medico e lo guardò in volto... Dio di misericordia!

Quel tronco di uomo teneva gli occhi aperti, e li girava per mirare chi

movesse per la stanza: occhi neri, e smaglianti, sede ultima della vita che

lì prima di spegnersi si raccoglieva. Se avesse udito, il Dottore non sa

dire, nè afferma, solo narra che indi a poco gli occhi del mutilato si

chiusero ad un tratto nelle tenebre della morte come face per forza spenta.

Questo orribile caso nel mentre, che si spiega come la rapidità fulminea

della offesa, ebbe virtù di cauterizzare i vasi sanguigni quantunque

capitali e di ottundere i nervi superiori alle parti colpite, dimostra,

come nelle parti illese per tempo più o meno breve duri senso, e vita

conforme alla loro natura, onde tu lettore puoi mettere questo esempio con

gli altri, i quali ti ammaestrano, che testa mozza non è vita spenta.

Anco successe in questo ospedale un'altro caso, e fu novello

testimonio come la fatalità che tiene l'uomo pei capelli, nè

meno dopo morte lo abbandoni. Certo di quattro bersaglieri lombardi

del battaglione del Manara condottisi a cotesto ospedale dissero:

«fateci vedere i morti, che tra loro ci ha da essere un nostro

compagno, e gli vogliamo dare sepoltura a parte.» Menati giù nei

sotterranei cercarono tanto, che fermandosi davanti ad uno sclamarono:

«eccolo è questo, domani verremo col cappellano a levarlo,

intanto manderemo la cassa per riporcelo dentro:» E come dissero

fecero, senonchè i becchini vennero col carrettone quando tutti gli

astanti rifiniti dalla stanchezza dormivano, onde il bersagliere con

gli altri levarono via: la cassa consegnata più tardi a persona

ignara del convegno rimase depositata sopra l'altare della Chiesa. Il

Dottore Ripari memore della promessa avendo veduto sul fare del giorno

la cassa domandava se il cadavere del bersagliere si trovasse tuttavia

nel sotterraneo, e venne a sapere, che a quell'ora era stato insieme

con gli altri sepolto; parve al Dottore essere proprio il caso di

ricorrere ad una frode pietosa, e procurò nella cassa vuota

s'inchiodasse il primo morto venuto (e di morti come vedemmo non si

pativa penuria!); il cappellano venne, vennero con esso i bersaglieri,

e con lacrime e con esequie proseguirono un morto, che sebbene

incolpevole, le usurpava;--l'egregio uomo questo evento scrivendomi mi

domandava: «ho fatto male? Mi parve allora, che confessare il fallo

sarebbe stato peggio; non ebbi coraggio di contristare cotesti

valorosi, e dabbene giovani: temei di spargere su l'anima loro

amarezza inestimabile e dannosa se avessero pensato quale cura i vivi

abbiano dei morti, quando anco morti per la Patria.» No gentile

spirito, non operasti male, che non per questo l'esequie giovano al

defunto perchè celebrate sopra il suo corpo; le preci, e gli

amorosi ricordi fanno più bene a cui le recita, e li conserva, che

a quelli che ne sono argomento; Dio rimuneratore nella vita da me

sperata seconda, non ha mestieri eccitamenti per consolare le anime

immortali, e per premiarle.

Abbandonata la prima linea di difesa i nostri si ritirarono alla

seconda, la quale come accennai veniva formata da parte delle mura

costruite dallo imperatore Aureliano prima che movesse alla impresa di

Palmira: elleno per bene dodici miglia circuivano l'antica Roma

lasciando fuori il Trastevere e il Vaticano; Urbano VIII le

squarciò da un lato addentellandoci le nuove mura, che dalla porta

Cortese scendono fino a porta Cavalleggeri, sicchè parte della

cinta dello imperatore Aureliano rimase dentro di quelle, e

precisamente tutta la porzione, che arrivava fino alla porta

Settimiana; questo frammento, e nè meno tutto somministrò le

ultime difese ai Romani. Ultime, e inferme. Gl'ingegneri non avendo

saputo adempire lo ufficio loro a dovere o voluto, il Garibaldi li

prese in sospetto per modo che ordinava in villa Spada li

custodissero, li vigilassero, ed egli fu che dispose la seconda linea,

e l'ala sinistra a dare aspro rimbecco al nemico, approfittandosi del

colle del Pino per piantarci una batteria di un'obice, e tre cannoni

di diverso calibro, siccome un'altra ne piantò al Fontanone

parimente di un'obice, e di cinque cannoni da 24, da 18, e da 12 libre

di gittata: ancora, armava una batteria di tre pezzi di artiglieria

davanti alla villa Spada, ed una seconda tra l'angolo della Cortina e

il muro Aureliano; munì eziandio San Pietro Montorio con due

cannoni. Le artiglierie dal monte Testaceo, e da Santa Saba furono

trasferite su l'Aventino; il Vascello quasi promontorio battuto dalla

tempesta sporgeva dall'estrema destra sentinella avanzata della nuova

difesa.

Qui si rinnuova più acerba che mai la rampogna al governo romano, e

peculiarmente al Mazzini di avere prolungato le difese, imperciocchè le

regole della milizia persuadano a cedere la piazza una volta, tosto che

vengano coronate le brecce; ed è vero, ma vero è del pari, che tanto

più merita lode il capitano, il quale dura imperterrito, finchè

l'anima gli basti. E poi adesso si trattava di lasciare (dacchè altro

non si poteva,) ricordo fruttuoso ai Francesi di quanto ardissero pochi

Italiani appena usi alle armi, quasi inermi, e sprovvisti; nè questo

ricordo andrà perduto, comecchè forse se ne avvantaggerà cui meno

meriterebbe; e avverti ancora, che l'alea correva asso o sei;

conciossiachè nonostante le furbesche gagliofferie dei Francesi si

comprendesse ottimamente, che eglino intendevano rimetterci il Prete netto;

ora il Prete non può governare, eccettochè tiranno essendo la

libertà, e il pensiero affrancato titoli di ribellione contra di lui;

una sola libertà ti consentono i Preti, quella d'imbestiarti dentro ogni

infamia, chè quanto più ti abietti e più gli diventi schiavo;

abbassa pure la tua anima al pavimento, che egli te la passeggerà più

sicuro.--Enrico Cernuschi, il quale molto operò nello assedio di Roma, e

corse estremi pericoli per lei con molto senno tale dava ragione della

difesa, la quale comecchè occorra in altri scrittori pure mi sembra

pregio della opera riferire a mia posta. «Noi ci siamo da prima difesi

così consigliandoci l'onore ed il vantaggio nostri; ci siamo difesi poi

perchè ci confortava il voto della Costituente francese; più tardi il

trattato col Lesseps. Perdurammo nella difesa nove giorni dopo entrato il

nemico a Roma, e dopo il lacrimevole annunzio della prevalenza della nuova

tirannide a Parigi per dimostrare, che non eravamo dietroguardia di un

partito, bensì vangardia di un popolo deliberato a risorgere in nome di

Dio, e della Libertà: qui non siamo _comunisti_, nè _socialisti_,

nè montanari: siamo italiani!» Per ultimo; altro il dovere del Re, ed

altro quello del magistrato del popolo, ed è chiaro, non avendo il

magistrato popolesco in verun caso mai il diritto di sostituire il suo al

volere del popolo, massime in ciò che attiene ai proponimenti

d'importanza suprema; il re al contrario arbitro in tutto e per tutto, e

sempre: il re passa, le regali stirpi tramontano, onde dei sacrifizi può

darsi, che al re non tocchi altro, che il danno, ma il popolo, che dura sa

come scrive il Gioberti: «che non si sparge mai umano sangue indarno,

nè mai rimane invendicato, e nulla nel mondo sociale come nel giro della

natura va mai totalmente perduto:» e sa eziandio, secondochè Federigo

Torre ammaestra: «che il sangue, che si sparse oltre all'essere seme per

lo avvenire diventò consecrazione di principi, fu testimonianza, che la

rivoluzione non era delirio di pochi, ma bisogno e convincimento di tutti,

i quali dove avessero posto mente alle debili forze in paragone di quella

onde lo straniero veniva armato a combatterli, non avrebbero mai dovuto

mettersi al cimento, in ispecie contro la Francia tanto copiosa di soldati,

e potente in armi: Forse i Romani di per se stessi la impari lotta non

vedevano? O non sentivano la necessità inevitabile di piegare il collo?

Con tutto ciò deliberarono difendersi, lo fecero finchè poterono, ed

oggi gli stessi avversari lodano la ostinata difesa, e il popolo italiano

ne va altero come il suo migliore titolo di onore, e avverti di più, che

il proponimento di cedere agli estremi sorse spontaneo, ed unanime; non di

discussione dell'assemblea ci fu mestieri, nè di partito, nè di

ordine di Governo, le cose procederono per corso naturale senza intervento

di autorità.» Che se domandi o lettore perchè il Gioberti, che

tale un dì pensò e scrisse, poi tanto infesto si mostrasse al Mazzini

io ti chiarisco in un motto; il Gioberti fu prete, e non impunemente, pare,

si tosano i capelli sul vertice del capo, e poi si lascia scoperto alla

temperie dell'aria. Quanto al Torre seppi, che ora tiene ufficio nel

ministero della guerra, ed ha titolo di Generale, e col titolo il salario:

forza di pane stringe più di manetta di giandarme. Il libro delle

_memorie storiche sull'intervento francese in Roma_ vivrà, e fie

patrimonio del popolo, il suo autore, comunque mangi, beva, e vesta panni

non vive più, e in breve diventerà patrimonio della terra: di lui non

piace, nè giova mettere altre parole, e le dette sono troppe.

Lo assedio di Roma · 第 59 / 63 段