La breccia era presa: ora come mai avvenne questo? Corse subito il

grido di tradimento, e tuttavia dura, però importa considerare come

quante volte simili sorprese succedono, la voce di tradimento venga a

galla sempre, e la cosa ci sia di rado: qui dissero, che un'ufficiale

corso calatosi dalle mura andasse ad informare i Francesi, che lì

presso alla breccia occorreva un antico acquedotto, e per questo i

Francesi inoltrandosi sicuri, e d'improvviso apparissero sopra la

breccia come usciti di sotto terra, e non fu vero: di acquedotto non

si rinvenne traccia, nè ai Francesi faceva mestieri di fuggitivi,

che gli ragguagliassero; come altrove accennai, molte lettere

arrivavano loro pel Tevere chiuse in boccie vuote, e quasi queste non

bastassero col favore dei preti entravano ufficiali francesi ad ogni

momento per ispiare lo stato delle difese: fantasticarono altresì,

che l'ingegnere prussiano co' suoi lavoranti invece d'incendiare le

mine praticate nelle vie coperte se la intendesse co' Francesi e loro

consegnasse per pecunia le vie dond'essi sbucarono: ed anco questo

sembra falso; vero questo altro: che i Francesi cadutigli addosso

repentini, lui, e i suoi menassero prigioni: non mancarono attribuirne

la colpa al maggiore Delaj, ed anco si ventilò se avesse a

sottoporsi a Consiglio di guerra, ma poi si lasciò correre. Per chi

costuma leggere storie conosce come non ci abbia diligenza per

accurata che sia, che il nemico solerte non arrivi a vincere. Nella

vita di Arato il Plutarco egregiamente racconta il modo col quale

cotesto eroe penetrava in Sicione malgrado l'abbaiare dei cani, e il

continuo aggirarsi delle guardie, sicchè la scalata accadde per lo

appunto dopo il passo di due di loro, strepitose per campanelli

agitati, e schiarite da molte fiaccole. Narrando io di Andrea Doria

ricordai come questi, il quale sapendosi in odio a Francesco I, e il

nemico quasi in casa, stando pure su l'avvisato la sgarò di un pelo

di cascare in mano ai Francesi, che con notturna scorreria assaltarono

Fassuolo, e non la scampava se per ventura taluni soldati non avessero

preferito al sonno il giocare a carte: e se la fama porge il vero

quando il generale Lamarmora s'impadronì nel 1849 di Genova

trovò le guardie messe a difendere la Lanterna le quali senza un

pensiero del nemico su le porte si sollazzavano parimente con le

carte.--Posto da parte l'ultimo esempio, se le altre due sorprese

compironsi a danno di uomini vecchi, sospettosi, e guardinghi che

stavano a buona guardia, tanto più agevolmente poterono condursi a

termine in questa occasione in cui forza è pur dirlo, le

provvisioni furono o fatte male, od omesse, parte per difetto di

facoltà, e parte per imperizia: abbondavano nei nostri impeto, e

ardire, ma di pazienza non volevano saperne; soprattutto la disciplina

avevano in uggia, è mancando questa all'ultimo le imprese riescono

sempre a male: poi come succede ognuno saltava su a dire la sua, nè

solo la diceva ma pretendeva si eseguisse, e se inesaudito empiva la

città di querimonie e di sospetti; il corpo degl'ingegneri nostri

eccellentissimo di peregrini ingegni, ma imperito nelle opere

militari, quello dei Francesi all'incontro superiore a molti, secondo

a veruno, ed il suo capo Vaillant celeberrimo per meritata fama. Anco

il nostro ministro della guerra, ch'era quel prode uomo che il mondo

conosce, Avezzana, sapeva di barricate, non d'ingegneria militare per

difendere piazze, e mentre a quelle dava opera premurosa ed

inefficace, di queste poco si prendeva pensiero. Del Garibaldi parmi

senza esitanza potersi affermare, che a lui non si confanno i modi

dello star chiuso a difendere mura; egli ama i campi aperti, le selve,

i monti; secondo il suo genio i colpi arditi, lo avvolgersi

impenetrabile, lo avventarsi prodigioso come di aquila, che piombi

giù dalla rupe.--Rosselli per indole, per istudi, tutto diverso a

lui, egli ricercatore di teorie, e a quelle ossequente minuzioso. A

comandare troppi, troppi pochi a obbedire: forse anco un po' di

screzio si era intromesso fra i capi; i continui sforzi non allietati

mai dalla vittoria, e la certezza di avere pure a cedere il primitivo

ardore in parecchi più speculativi avrà sboglientito di certo, e

chi altramente si avvisa non conosce o non vuole conoscere il cuore

dell'uomo; nè il Garibaldi lo dissimula nelle memorie che mi manda,

dove trovo queste parole notabili; «i corpi ormai andavano privi

dei migliori ufficiali e soldati: anco fra quelli che prima si erano

comportati mirabilmente, adesso che vedevano le cose incamminarsi a

male, si manifestava una tal quale reluttanza, ed anco, se vuoi,

resistenza, massime tra gli ufficiali che ormai tendevano ad

acconciarsi con la restaurazione del Papa: resistenza, che era ad un

punto causa di continui imbarazzi, e preludio di quasi certa

rovina.»

Tali, con breve sermone io lo esporrò, l'apparecchio, e l'assalto

dei Francesi: allestirono dodici compagnie della seconda divisione, e

sei divise in tre colonne preposero all'assalto delle brecce: ad

ognuna di queste assegnarono centottanta tra zappatori, e lavoranti

perchè rimovessero gl'impacci, e con gabbionate costruissero

subitanei ripari; le altre sei alla riserva: ancora due battaglioni

della guardia della trincea al bisogno dovevano soccorrere la riserva;

soprattutto badassero a impedire che i nostri sortendo da Porta San

Pancrazio circuissero gli assalitori alle spalle. Tutta la prima

divisione in arme nelle ville Pamfili, e Corsini in procinto di

accorrere alla riscossa là dove se ne fosse manifestato il

bisogno.--Con accorgimento vieto di guerra, e tuttavia sempre efficace

i Francesi dissimularono il vero assalto con due finti alle mura di

Porta San Paolo, e ai monti Parioli in vicinanza della villa Borghese

adoperandoci cinque battaglioni, e artiglierie a macca, le quali

diluviarono bombe, granate, e di ogni maniera arnesi di distruzione

sopra la più bella parte di Roma. Alle undici di notte dava il

segnale dello assalto il colonnello Niel, i Francesi procedendo cauti,

ed ordinati, colgono i Prussiani nella via coperta, e presili a man

salva, impediscono la strage che avrebbero menato le allestite mine se

fossero state accese; una sentinella sola porse avviso, ma tardi, o

per sua negligenza, o per mirabile celerità del nemico, che davvero

parve ai nostri trasognati balzasse fuori di sotto terra; la paura

(che paura fu) s'impadronì dei soldati della _Unione_, i quali

ripiegaronsi, scaricate le armi a tumulto, sopra le due case, nè li

ristettero, anzi dando indietro alla dirotta, travolsero nella turpe

fuga i difensori di quelle, e gli altri, che dovevano tener fermo alla

cortina.--Il tenente colonnello Rossi preposto alla difesa della

seconda linea non si potendo dar pace per cotesto inopinato rovescio,

e reputandolo uno dei soliti spaventi senza causa andò a speculare

per lo quale inoltratosi fino in mezzo ai nemici che lo lasciarono

avanzare cadde prigioniero.

Se la fuga vergognosa arrugginisse il cuore del Garibaldi pensi chi

legge, molto più, che egli aveva dichiarato, come il Palafox a

Sarragozza, volere difendere le breccie col coltello mostrando la

faccia alla fortuna; chiamato pertanto il Sacchi gli comanda tolga

seco due compagnie, e corra a ripigliare ad ogni costo il Bastione:

«scelti, scrive il Sacchi (il quale si compiacque anch'egli

sovvenirmi in questo lavoro) la terza, e la quinta centuria entrambi

comandate da due ufficiali di Montevideo: ricordo il nome di uno

ch'era Cuccelli; ho dimenticato l'altro, ma si diceva Corso; si

spinsero innanzi con maraviglioso ardimento, ma giunte forse venti

passi discosto dal nemico un fuoco micidialissimo le decimò:

ciononostante gli ufficiali animosi s'ingegnano spingere i soldati

contro i Francesi, i quali se ne stavano al coperto dentro ad un fosso

scavato dai nostri a danno loro dirimpetto alla breccia, e che adesso

li protegge a danno nostro: alla prima scarica successe un grandinare

di palle dal ciglione esterno del bastione occupato del pari dai

Francesi: per colmo di sventura un colpo di mitraglia diretto contro i

nemici investe i miei poveri soldati, i quali laceri da due fuochi si

scompigliano e cedono dopo avere dato prove di valore disperato.»

Quivi morì Sampieri giovane vicentino, bello di corpo e di animo

bellissimo, il quale non si sapendo trattenere saltò nel fosso e

rimase sopra le baionette francesi trafitto; altri giacquero spenti

sul ciglione, sicchè alla dimane i nostri ci raccolsero ben

ventidue cadaveri; tra questi Quirino Bernardini sergente nella prima

centuria della legione italiana: a questo prode giovane sembrando

possedere virtù pari a coloro, che innanzi a lui erano stati

promossi (e certamente l'avea), tenne che ciò accadesse non per

colpa degli uomini, bensì per malignità della fortuna, la quale

gl'impediva illustrarsi con qualche generoso fatto, onde deliberato di

mettersi allo sbaraglio nella prima occasione, depose il suo

testamento in mano amica, e poi cercò il destro di condurre a fine

il suo proposito, per la quale cosa comecchè non chiamato volle

spontaneo far parte della gente del Sacchi commessa a cacciare via i

Francesi dalla breccia; andò, combattè come uomo che ormai si

era votato alla Patria: per ferite non si rimase, finchè alito gli

durò percosse, e fu percosso; coll'ultimo colpo abbandonò la

vita, spettacolo di orrore, e di stupore ai suoi medesimi nemici.

Già accennai come in quella notte nefasta andasse perduta la villa

Barberini; alla difesa di lei fu un tempo preposto Carlo Gorini;

quinci egli doveva custodire la breccia, e tenne lo impegno

disperdendo a suono di archibugiate il nemico ovvero lanciando granate

a mano in mezzo di lui.

Il Cadolini ch'era dei soldati del Gorini ci narra perigliosissimo il

compito loro, imperciocchè avendo a vigilare scoperti al lato della

breccia di frequente andassero feriti dai frantumi, che schizzavano dai

sassi percossi dalle palle nemiche. Mi parrebbe mancare al mio debito se

tacessi quali nella massima parte fossero i soldati di Roma, e qual genio

gli animasse: giovani illustri, delle più inclite famiglie italiane,

pieni di grandezza l'anima, come di valore nel braccio; e tuttavia la gente

turpe, che altrove e in Francia, ma più in Francia, che altrove, fa

mercato di sè ardì infamarla; però che il costume di tempi

perdutissimi insegni accusare altrui per nascondere il delitto proprio; ma

di ciò basti, ed è troppo. Tali e siffatti i pensieri di quei giovani

soldati: «quelle ore (scrive nelle sue note il buon Cadolini che stese a

posta per me) di servizio notturno erano le più solenni per noi. Dalla

cima dei bastioni del Gianicolo donde si vedeva da un lato torreggiare il

Vaticano, da un altro distendersi la campagna romana, e finalmente la valle

del Tevere, le immagini più sublimi venivano ad affollarsi alla nostra

giovane mente. Roma cuna della civiltà antica, e sede della più

estesa, e più durevole potenza a cui sieno giunti i popoli del mondo.

Dove più che in Roma esempi immortali di glorie militari, e di virtù

cittadine? E se di Roma antica porgono testimonianza il Gianicolo campo un

tempo delle contese dei vetusti abitatori dell'agro romano, e delle guerre

dei Vejenti, il Tevere, i Sette colli, il Panteon di Agrippa, la mole

Adriana, e gli altri innumeri non meno che stupendi monumenti, Roma moderna

attesta, sopra ogni altro edificio, la basilica Vaticana, prova di quanto

potè il Papato, e tuttavia possa il cattolicesimo ora fatto ostacolo in

mezzo alla via al cammino della Libertà. Questo spettacolo, che la luna

illuminando co' pallidi raggi rendeva più solenne sublimava il nostro

intelletto facendolo capace dell'altezza sopra umana del mandato impostoci

dalla Provvidenza di rigenerare un popolo caduto, e che tanta parte ritenne

della divinità; sicchè sovente meditavamo fra noi: quì per noi

hassi a calpestare il nido delle vipere che attossicano la umanità;

quì per noi deve rifiorire l'antica libertà; quì al cospetto degli

spiriti magni ci corre il debito di mostrarci non al tutto degeneri da

loro: anima e corpo dobbiamo intendere perchè la storia di questi colli

aggiunga ai molti passati qualche odierno gesto degno dei grandi propositi

di cui ci lasciarono gli antichi padri esempi immortali.»

Certo di questa maniera concetti non mulinano nel capo delle macchine

tirate su a suono di raspa dalla obbedienza cieca, e passiva: e ci

somministra argomento di riso la gagliofferia di coloro, che mentre

imbestiano l'uomo più delle bestie pretendono poi che per la Patria

dieno il sangue, e la vita; arrogi di rincalzo, che la Patria per questi

non si deve capire come la comprendiamo noi, bensì Patria ha da essere

un'uomo, che spesso la vera Patria strazia, e sempre la risucchia,

togliendo per sè solo quello che diviso basterebbe a quattromila

famiglie: nè quì finisce, chè la ricchezza smodata come corrompe

chi la gode così è causa che altri si corrompa: ed invano il

consorzio umano si affatica sanarsi, finchè gli duri perenne il fradicio

in corpo. Perdonsi a tagliuzzare le fronde, e aborrono capire, che con

l'accetta si vogliono dare colpi a due mani nel ceppo.

Certo i luoghi esercitano virtù grande su le menti, nè l'uomo

può mostrarsi vile a Maratona, o a Roma; e credo anch'io che dalla

terra, e dall'aria romane venisse un senso, che valse a mutare pochi

giovani imperiti di milizia in eroi prestanti a resistere alla forza

materiale di eserciti meglio agguerriti del mondo; i quali tanto

più fieno argomento di eterna maraviglia quando tu pensi, che

speranza di vincere ormai più non avevano; di aiuti dagli amici di

Francia erano sfidati; come se non bastasse la Francia stavano lì

pronte a sovvenirla le monarchie di Austria, di Napoli, e di Spagna; e

tuttavia essi si mantennero uniti allo scopo di chiarire i posteri

come i presenti che dove la Libertà è il retaggio, che il popolo

difende, la impresa può annegare nel sangue, nella viltà non

mai.

Alla gente del Gorini richiamata dentro Roma la mattina del 21

surrogarono alcune compagnie di soldati di linea; perdute le breccie

verso la mezzanotte di nuovo la spingevano verso la porta di San

Pancrazio; le ordinavano presidiasse la villa Spada e la difendesse;

potendo ripigliasse la villa Barberina, ma prima ne aspettasse il

comando: non se lo fece dire due volte, e appena giunta incominciò

a fioccare moschettate alla dirotta contro i Francesi annidiati nella

villa Barberina: quando appena si fu messa un po' di luce la gente

domandava con alti gridi la conducessero allo assalto; ella vedeva pur

troppo, che dal riacquisto di coteste linee pendevano la vita o la

morte di Roma, ma l'ordine di moversi non venne: intanto il nemico

ultimò le sue opere di difesa, e i nostri in cotesta avvisaglia

senza costrutto andavano stremandosi con danno irreparabile.--

Le storie delle battaglie vanno piene di singolari presentimenti

palesati intorno alla propria morte da coloro, che in effetto

perirono; forse ciò avviene perchè quando la morte presagita

tiene dietro al presagio la gente ne serba conto, mentre in caso

diverso passa inavvertito, o ne omette il ricordo; tuttavia confesso,

che vi hanno successi nel mondo dei quali è difficile per non dire

impossibile rendere ragione: adesso vuolsi sapere come certo Giuseppe

Magni da Milano sergente parlando in quel giorno della battaglia del 3

giugno ebbe a notare: «cotesto fu il dì dei caporali (e di vero

assai ne morirono allora) oggi viene quello dei sergenti, ed io

sarò tra i morti,» e così accadde: dopo non bene un quarto di

ora colpito di palla nella fronte periva; indi a breve pari sorte

toccava a Carlo Ramesi: tale ugualmente auspicava di sè un Vigoni

di Pavia, che incamminandosi verso Roma diceva ai compagni: «là

una delle prime palle mi aspetta;» e come disse avvenne.

Tardi e in mal punto davano alla gente del Gorini l'ordine dello assalto

alla villa Barberina; erano le dieci del giorno ventidue di giugno: notava

il Gorini con centosessanta uomini, (che tanti sommavano i suoi la più

parte studenti lombardi) si poteva combattere non vincere; lo assicurarono

andasse senza sospetto, altra gente sarebbe mossa a rincalzarlo: di ciò

non dubitando il Gorini co' suoi si pose per calli dirotti, e segreti, onde

trafelando giunsero alla distanza di cinquanta forse passi dalla Villa. Il

Gorini ordina di abbassare le punte delle baionette, e primo si avventa.

Perchè primo si avventa l'animoso, pure accennando con la mano ai

compagni si tengano lontano? Egli quando per lo addietro presidiò

cotesta villa erasi industriato praticarvi fornelli e mine caso mai

l'avesse dovuta abbandonare, adesso nello accostarcisi notando, com'ella

apparisse deserta dubitò i Francesi non usassero a danno suo, e dei suoi

gli ammanniti eccidi: quanto a sè non gli premeva, dei compagni sì:

saliva pertanto solo la scala esterna, che mena su la terrazza; quinci

scese nel cortile; di lì penetrava nel piano terreno, dove riscontrò

che i Francesi avevano omesso di caricare le mine; di tanto sicuro tornava

sopra la terrazza per confortare i suoi ad occupare senz'altro indugio la

villa, dacchè i Francesi da certe trincee condotte lì accosto durante

la notte li bersagliassero a man salva; si appressano, e cominciano a

salire a rilento per non mostrare, che lo facessero per voglia di

schermirsi dietro ai muri, quando appena sette ne sono saliti ad un tratto

la villa si converte in Mongibello, fuoco dalle cantine, fuoco dalle

feritoie durante la notte praticate nei muri, fuoco finalmente prorompe dai

piani superiori: come per virtù d'incantesimo ingombra in un'attimo la

terrazza di Francesi; ristettero gli altri presi da stupore piuttostochè

da spavento; incominciò una pugna terribile fra i nostri sette sopra la

terrazza e lo universo sforzo dei Francesi, che nascosti nei penetrali

della villa mano a mano sbucavano fuori. Non iscrivo jattanze, ma verità

mi costringe a dire, che se i Francesi avessero avuto più cuore

avrebbero trucidato i sette, e circuito gli altri da pigliarli prigioni

quanti erano; la ferocia dei nostri al tutto decisi di morire li

sbigottì, onde i Francesi vibravano appena il colpo della baionetta, e

fuggivano, sicchè male assestato poco feriva: ciò spiega come

Girolamo Indunio, di cui tenni altrove proposito, malgrado, che in questo

scontro riportasse ben venticinque colpi di baionetta nel corpo, nondimanco

andò salvo, veruno di cotesti essendo mortale, e gli concedessero

perfino balìa di lasciarsi andare giù dalla terrazza alta tre metri,

dove i nostri lo raccolsero tutto sangue. Il Gorini già ferito di palla

nel braccio, e di baionetta nella coscia considerato lo assalto fuori di

speranza di riuscita, nè si vedendo da veruna parte sovvenuto pensava a

ritirarsi meno lacero, che per lui si potesse, quando sdrucciolando sul

sangue rotola giù per la scala a capo fitto con risico di spaccarsi il

cranio; nel duro picchio, o piuttosto nei molti cozzi gli si ruppe la

sciabola di cui, anco dopo la caduta agitava convulso il troncone quasi in

testimonio, che i nemici venti volte superiori non fossero riusciti a

disarmarlo. Il Cadolini si trovò fra i sette, ed ebbe la sua ferita di

baionetta nel braccio; i calci di fucile non si contano; poi giù

anch'egli a rotoli per le scale: tuttavia ne uscì a salvamento ed oggi

lo vediamo nella Camera dei Deputati rappresentante, certo industre, e

soprattutto onestissimo, ma che pure io vorrei esercitasse il suo ingegno

in cosa molto più confacente alla indole, ed al talento di lui. Con

esso, ma con più rea fortuna rimase ferito Bartolommeo Ramesi giovane

lombardo appena diciottenne, il quale comecchè di animo mitissimo, ed

aborrente dal sangue pure si trovò ravvolto in cotesta terribile

mischia, nè già fortuito, ma sì pensatamente, e spontaneo tanto

prevalevano in lui la coscienza del dovere, e lo studio dell'onore.

Impallidì, ma fu dei primi a salire, tremò ma dal fianco del suo

Capitano non si rimosse mai; ferito nel capo rimase; caduto di un'altro

colpo in prossimità del cuore lo rilevarono i suoi. Cotesto giovane

dabbene per candore di mente, costumi austeri, dottrina, ingegno, e per

altre doti bellissime sarebbe stato una cara gioia della Italia, e di tanto

più cara, quanto oggimai di rado ella se ne ingemma; sventura fu che

egli quindici giorni dopo perisse. Gli conceda Dio nei cieli la mercede,

che meritò in terra, e gli uomini forse non gli avrebbono dato.

Narra donna Marianna contessa Antonini di Udine come preposta da Malvina

Gostabili di Ferrara alla cura dell'ospedale di San Giacomo in Corso

essendovisi recata sul principiare del luglio insieme con la degnissima

socera, appena entrata il Capitano Bagni di Ferrara, che là dentro

giaceva percosso nel capo, accennandole un letto vicino così le disse:

«il povero Venezian poco fa è morto!» Chi era il Venezian? A noi

corre triplice l'obbligo di favellare di lui onde ne venga gloria ed

infamia a chi la merita. Giacomo Venezian nacque a Trieste di stirpe ebrea,

penultimo dei suoi fratelli mercanti, egli solo si compiacque di studi;

dopo alternati i libri con la spada (chè quante volte la Patria chiese

sangue, sangue le offerse) tolse a Pisa la laurea di dottore; tornò su i

campi di battaglia cacciatore delle Alpi; non si avvilì per Novara, anzi

riarsero in lui l'ardimento, e la speranza; recatosi a Roma combattè

come uomo, che abbia fede stieno a contemplarlo gli eroi onde la Italia si

mantiene maraviglia, e spavento. Dei soldati del Gorini, mentre egli si

aggira per le stanze della villa Spada in traccia di uno amico smarrito

ebbe da palla nemica traversato il polmone: morì il due luglio dopo

lunga, e dolorosa agonia. La madre, udito il caso, accorse frettolosa, ma

lo trovò cadavere, indi a breve tribolando seguiva nel sepolcro il

figliuolo. Gli amici davano al cadavere del giovane egregio sepoltura

onorata nel cimitero isdraelitico presso il Circo massimo, in prospetto al

palazzo dei Cesari, e gli ponevano lapide funeraria in testimonio di

pietà: non patì che la lapide durasse il Papa tornato a Roma: anco ai

morti fu dichiarata la guerra, nè solo il Papa, ma bensì anco i

Francesi, incliti banditori di civiltà nel mondo com'essi dicono

imperturbati, nulla curando il sibilo che loro mena dietro la gente. Il

Venezian non fu solo da Trieste che pugnando cadeva per Roma, e le cause

che ci persuasero a fare di lui peculiare ricordo sono queste. Dalmati, ed

Istriani in tanto solenne occasione vennero anch'essi a sigillare col

sangue il patto di famiglia, che lega tutti gl'Italiani intorno a Roma come

le verghe intorno alla scure; nè il Venezian solo fra gli ebrei diede la

vita per la Italia, più che con parole insegnando ai suoi correligionari

con lo esempio a rompere anch'essi il giogo di ferro delle credenze

salvatiche, che li tiranneggia; tutti figli di Dio suona empietà la

prosunzione di reputarsi popolo eletto. Gerusalemme agli uomini ha da

essere la terra dove nacquero, goderono, soffersero, e li nudrisce, e gli

ha da accogliere estinti, e le ossa dei padri nostri nel suo grembo

conserva; e per ultimo odio di prete, è odio immortale, che non perdona;

tra gli uomini solo va rovistando i sepolcri il sacerdote, tra le bestie la

jena, la codardissima delle bestie feroci.

Un Casati di Milano anch'egli (vaghezza lo traesse od affetto) si

attentò penetrare per le sale della Villa, nè fu più riveduto

dai nostri: senz'altro i Francesi gli saranno cascati addosso in

cento, e gli avranno bevuto il sangue. Avventuroso su tutti il Vismara

popolano milanese, non pure perchè scampava la vita, ma troppo

più perchè la fortuna gli concesse vendicare ampiamente i suoi

fratelli caduti; egli invece di salire su la terrazza, girata intorno

la casa, s'imbattè nella porta principale; comecchè fosse chiusa

co' suoi ingegni l'aperse, e quinci procedendo cauto fece capo ad una

stalla vastissima dove maravigliando si accorse starsi nelle

mangiatoie appiattati tanti Francesi: uomo avventato egli era e feroce

anzichè no; onde posto mano al ferro, menò in un baleno fiera

strage intorno a sè; usciva poi esultante in cuore ed illeso; in

seguito lo rividero rappezzare ciabatte a Genova; più tardi

combattere a San Fermo dove cadde per grave ferita sul campo. Là

dove giacque morì, ovvero si rilevava? Se sopravvisse in qual parte

si trova? Come tira innanzi i suoi giorni? Il popolo non ha storia

individuale; egli è ente solo, continuo, di tutti i secoli, e la

sua storia racconta lo infaticato progredire verso il perfezionamento;

l'orma di un suo passo si chiama Cristo, di un'altro Stampa, del terzo

Elettrico, e via via finchè si riposi nel tempio della fratellanza

umana.

Lo assedio di Roma · 第 58 / 63 段