respingere, perchè le sono spie, e gli armistizi si chiedono dal
nemico perchè ha bisogno di tempo per nocerti meglio; portavano
lettere pel Generale dello esercito, per quello della Guardia
nazionale, pel presidente della Assemblea, pei Triumviri, proclami pel
popolo, e come se tutto questo fosse poco, inviti al Cernuschi, e al
Lombard di recarsi al campo: sonavano tutte le carte lo stesso
sermone; essere venuti a sostenere la libertà del Papa, e poi a
sostenere quella del popolo, li lasciassero entrare e si troverebbero
contenti: caso mai resistessero, guai! con sette Batterie allora
allora messe in punto gli fulminerebbe.» Risposero per le rime: non
si accettano le prepotenze, si sopportano dopo gli estremi sforzi per
repulsarle: degne le parole di tutti, degnissime queste del Generale
Rosselli: «considerando che vi è uno stato di vita per gli
uomini peggiore, che morte, se la guerra, che ci fate arrivasse a
porci in questo stato, meglio sarà chiudere per sempre gli occhi
alla luce, che vedere le interminabili oppressioni, e miseria della
nostra Patria.» Il Cernuschi e il Lombard andarono in campo dove
udirono proporsi una maniera di rappresentanza scenica mercè la
quale aveva a stabilirsi, che dopo aperta la breccia, e salvo a questo
modo l'onore soldatesco Roma si arrendesse: risposero, che i popoli si
ammazzano col ridicolo, ma caduti nel sangue risorgono. Accettabili
simili temperamenti pei Francesi, per gl'Italiani contennendi, e
abominati. Dopo l'Oudinot tentava nuovo assalto di viltà il
Corcelles, gli rispose il Mazzini, e fece male; con nessuno valsero
mai ragioni, e meno che con altri co' Francesi quando si sentono in
dieci contro uno.
[1] V. _Grassi_ Dizionario militare a questa voce.
Cessate le frodi ritornano le violenze: già i Francesi stavano
presso un sessanta passi ai Bastioni primo e secondo, le Batterie per
abbattere il Vascello, e le case circostanti erano compite;
trentacinque cannoni, e più gli altri, che come avvertimmo,
fornì il Re di Napoli si trovavano in punto di fulminare le mura;
nè basta, anco i mortai in procinto d'incominciare il fiero lavoro,
che di vero incominciò e terribile; nè si creda, che i Francesi
rispettassero gli Ospedali, o i Musei; venivano giù le palle senza
misericordia; forse un giorno i Francesi diventeranno civili, per ora
si contentano dirlo. Le mura di Roma non potevano resistere, sarebbe
stato buona provvidenza terrapienarle, ma non lo fecero, sicchè
ruinavano, scheggiavansi, e i frantumi schizzanti provavano i nostri
più dannosi delle palle; essi però non si sgomentavano, e quando
vedevano le bombe precipitare urlavano: «ecco Pio IX!» Appena
cadute con temerità piuttostochè con audacia saltavano loro
addosso, e ne staccavano la spoletta, o la troncavano portandole con
grande allegrezza al Garibaldi, il quale le pagava uno scudo l'una,
sicchè, per questo modo, veniva al difetto delle munizioni a
sopperirsi con quelle tolte al nemico. Anco allo stesso Garibaldi
accadde, che mentre visitava le difese una bomba gli cadesse forse
dieci passi distante, fuggirono tutti, egli rimase imperturbato e
solo; per ventura scoppiando lo coperse di terra senza fargli altro
male; allora gli si strinsero tutti alla vita gridando con immenso
entusiasmo: «viva Garibaldi!»
In quei giorni il capitano Castelnau recatisi a bordo del Magellano
buona quantità di soldati si recava a sobbissare la fonderia di
Porto Anzo, la quale cosa gli venne molto agevolmente conseguita;
sovvertì le fabbriche, ed inchiodò i cannoni; fatto questo,
ripartiva per Civitavecchia portando seco ottocento palle di vario
calibro, e novemila libbre di mitraglia; ed anco questo stroppio
accadde per imprevidenza, dacchè ogni qualunque soldato comecchè
mediocremente esperto avrebbe avvertito di tenere le polveriere, gli
arsenali, i magazzini insomma delle cose necessarie alla guerra in
parte dove il nemico non potesse agguantarle con subita scorreria.
La procella del fuoco, e del ferro imperversa più furiosa che mai,
ad onestare la barbarie i Francesi penseranno più tardi, e poi
facile impresa è per loro perpetuamente mentire; muoiono
combattenti, muoiono non combattenti, cittadini inermi, vecchi, donne,
e fanciulli; il tempio della Fortuna virile è manomesso, guasto il
dipinto dell'Aurora di Guido Reni, e gli altri del Pinturicchio, e del
Domenichino. I nostri quanto potevano facevano; anzi sopra le altre
preclara l'opera degli artiglieri, i quali non mai domandavano
sollievo non che sollazzo; tranquilli, taciturni surrogavansi a
vicenda, i vivi venivano a riempire i vuoti, che lasciavano i morti
senza osservazione, o lamento. I nostri ingegneri nel presagio che la
prima cinta sarebbe superata intendevano compirne un'altra, e ci
posero mano, ma anch'essa non fu condotta a termine, per mancanza di
braccia, però che i soldati del Garibaldi non potessero sopperire a
tutto, e il governo non provvide che 700, ovvero 800 uomini al dì,
non bastevoli all'uopo; forse non era sua la colpa; facile sempre la
censura, ed i Governi, comecchè solertissimi, nel tumulto degli
eventi, e nella perturbazione dell'animo provvedere a tutto non
possono; chi sta su la fossa piagne il morto: di ciò parleremo anco
altrove.--Certo buona volontà non mancava, e i cittadini solo, che
fossero stati chiamati, non sarebbero rimasti sordi allo appello,
però che fosse mestieri piuttosto cacciarli, che spronarli, ed in
fatti un giovanotto essendo stato respinto dalla trincea perchè
troppo piccolo, se ne tapinava esclamando: «o che forse il Generale
è grande!»
Questo è il combattimento, che accadde al ponte Molle. I Romani
temendo sorpresa, e danno dal lato dei monti Parioli attesero ad
allungarsi sopra queste colline; scontratisi col nemico ne successero
molte e varie avvisaglie di cui fu il fine, che i nostri snidassero i
Francesi da certe case ch'essi occupavano, e le incendessero; però
il giorno di poi non patendo essi cotesta cacciata, di buon mattino
valicarono grossi il ponte Molle, senonchè bersagliati dai nostri
cannoni che dalle alture li fulminavano ebbero a ripiegarsi su l'altra
sponda; ma nel pomeriggio il generale Guesviller li riconduceva
all'assalto contro la diritta difesa dal colonnello Masi; da una parte
e dall'altra incerta la fortuna, pari il valore; i capitani di stato
maggiore Podullack, e Taczanowski entrambi pollacchi accorsero al
quartiere generale per rinforzi, egli ebbero ma tardi e pochi
comandati da quel fiore di uomo Berti-Pichat nel quale ammiri in
bellissima concordia congiunte la dottrina, la probità, e la
virtù militare; bolognesi tutti. Quando arrivarono, le cose
volgevano al peggio però che i Francesi di cheto presero per di
dietro il luogo dove i nostri combattevano, i quali non potendo
reggere si ritirarono, e i Bolognesi essendosi di troppo avanzati
tardi si accorsero del passo disperato nel quale erano caduti;
venticinque ad un tratto colpiti giacquero per non rilevarsi più;
intimato il Podullack a cedere le armi rispondeva: «a voi altri
cani vituperati io non mi arrendo:» e uccise due Francesi uno di
spada, l'altro di pistola; giacque trafitto da cento punte, e lì
rimase; reso il giorno veniente agli amici supplichevoli ebbe onorata
sepoltura. Egli forse poteva salvarsi e non volle, non bastandogli il
cuore di lasciare in terra l'amico suo Taczanowski col ventre
lacerato; questi però scampava la vita; l'altro adesso riposa nella
nostra terra. Ah! non sarebbe stato così, che noi avremmo voluto
ospitarti cortese amico; pure abbiti quello che solo possiamo darti
pio ricordo nelle nostre famiglie, ed augurio di libertà alla tua
Patria; e forse un dì, affrancati anco noi dal grave aere, che ci
opprime, compenso di sangue al sangue tuo. Il Tenente Brugnoli
bolognese, comecchè squarciato, e grondante sangue ebbe balìa di
uscire dalle mani ai Francesi, il soldato Schelini vedendo un Francese
che aggavignato il Berti-Pichat intendeva strascinarlo seco, lo
ammazzò di botto, dando facoltà al suo comandante di svignarsela
incolume. Deplorammo il capitano Fiume spento sul campo, e Oliva da
San Severo. Questi con più lunga angoscia lasciava la vita; sul
punto di pigliare di assalto una casa tenuta dal nemico colto a sommo
il petto casca su la soglia di casa; quattordici giorni si
travagliò il misero lontano dai suoi, che non lo consolarono di
conforti, nè di lapide funerea, inconsapevoli del luogo dove fu
adagiato in grembo alla terra.--Io trovo scritto come in questa
fazione morisse un'altro giovanetto di anni diciassette di gentile
sembianza, e fiorentino; ferito nella gamba destra, all'ufficiale
francese, che gl'intimò la resa ruppe la testa gridando: «va via
soldato del Papa,» trafitto da cinque palle cadde sul nemico
spento; si chiamava Gherardi: perchè queste anime nella mia terra
non sono seme, che frutti? Quando ci si novereranno copiose come ora
ci appaiono rare Firenze meritamente vanterà per impresa il suo
leone; fino a quel dì le conviene molto meglio l'agnello di
Calimara.--
Si stringe intorno a Roma la fiera cintura di ferro e di fuoco, e il nemico
moltiplica le artiglierie a porta San Pancrazio, donde si aspetta
resistenza maggiore; apronsi finalmente dai Francesi le batterie di
Breccia, le rintuzzano i nostri cannoni dai monti Testaceo ed Aventino;
rabberciate le Trincee i nemici ripigliano il trarre, il Bastione VI non
senza danni pure fa buona prova; tracolla tutto il muro di cortina al
bastione VII, ma la terra non gli smotta dietro, anzi rimasta diritta a
picco difende, nè per lanciarvi contro granate punto si smuove. I
Francesi accatastando Breccia su Breccia ne costruiscono tre per tempestare
il Vascello, la Villa Savorelli, e le case di fianco alla porta San
Pancrazio: qui cadde il tenente Cesare Covelli cui il colpo stritolò il
braccio; tribolava due giorni, e poi chiuse gli occhi alla vita, non
infelice affatto perchè morì nella speranza, che Roma la potesse
sgarare contro i Francesi; altri sei artiglieri morirono a un tratto per
colpa di una palla, che imboccò dentro la cannoniera; anco il buon
Ludovico Calandrelli percosso nel petto da un frammento di ruota ebbe a
cessare le difese; chi lo vide mi dice, che portò lungamente la parte
lesa nera più che carbone. Il Garibaldi considerando come cotesto
Bastione armato di pezzi da campagna mentre al nemico non arrecava danno
era causa di lutti deplorabili ordinò lo disarmassero; ed anco dalla
Villa Savorelli gli toccava a sloggiare; ormai l'avevano tolta di mira, che
non meno di 80 a 90 bombe al dì ci cascavano dintorno; una entrò in
camera al Manara mentre stava facendo colazione, e tu pensa se
sobbissassero soffitte, pavimento, porte, e finestre, un'altra fra i
cavalli nella stalla di casa e non ne uccise veruno; invece un'altra caduta
nella casa attigua ne ammazzò due; con questa pioggia di bombe pure
bastava il cuore al Garibaldi di tenere lì dentro la villa un barile di
polvere; nè per questo ei faceva le viste di andarsene; il giorno
seguente le bombe caddero nella stanza dei segretari e ci appiccarono il
fuoco, la prossima casa sfasciarono, e il Garibaldi non si decideva; alla
fine gli misero in frantumi la torretta, e allora gli fu mestieri
ricoverare altrove. Nè vo' tacere come un'altra bomba ruinata fra i
galeotti i quali lavoravano alle trincee in un colpo ne ammazzasse sei; di
sessanta ormai si trovavano ridotti a quaranta quando supplicarono il
Generale gli avventurasse agli estremi pericoli, e premio di tanto fosse la
morte onorata, o la colpa espiata, ed ei rispose loro sperassero, intanto
continuassero a chiarire il mondo come nocenti cittadini fossero stati
contro il prossimo, ma della Patria figli pur sempre: tutti si comportarono
da valorosi, taluno da eroe, ed ecco come. Al Garibaldi, che certo giorno
visitava le opere condotte da questi sciagurati, uno di essi parlò e
disse: «posso io discorrervi?--Parlate.--Generale, perchè mo' ce
lasciate là e' Francesi?» E gl'indicava il Casino dei Quattro venti;
a cui il Generale sorridendo: «perchè non ci riesce a cacciarli
via.--Ma scusate Generale se ce andiamo noi, loro non ci possono
stare.--Qui appunto sta l'osso.--Scusate Generale questa difficoltà non
ce la vedo, se me date quaranta omini di fegato, io ve caccio li Francesi
da quel posto.» Ebbe il servo della pena i quaranta compagni, e andò
diritto al palazzo Corsini pigliando per la porta e per lo mezzo del viale
fiancheggiato da cipressi; appena i Francesi li scorgono con le infallibili
carabine li fulminano, taluni cascano, altri riparano dietro ai cipressi,
ma il condottiero di cotesta impresa non curante di loro procede
imperturbato col suo moschetto sopra la spalla; il nemico riseconda la
scarica, e per questa eziandio taluni ristanno per ferite, altri per paura,
nè costui piega collo, solo passa la linea delle scolte nemiche, e solo
arriva a piè del palazzo, dove per mostrare ai Romani, che dalle mura lo
seguitavano trepidanti coll'occhio, come in lui non allignasse jattanza o
se pure jattanza non superiore alla virtù si pose a sedere su la
gradinata davanti all'uscio col fucile fra le gambe. Il Garibaldi acceso in
volto eccitava i circostanti ad avventarsi con lui al soccorso
dell'animoso; il forzato intanto poichè si fu rimasto tempo più, che
bastevole per essere veduto così dagli amici come dai nemici, si leva in
piedi, e con l'archibugio su la spalla ripassa la linea delle sentinelle
francesi, e di bel nuovo per lo mezzo del viale s'incammina a Roma; ormai
ne aveva trascorso più che un terzo quando una palla lo ferì nei
reni, ed egli tracollando inforcò con la testa un cipresso dove finì
la mal vissuta, ma ben conchiusa vita. Il Garibaldi a quella vista si
picchiò del pugno su la fronte, e volto al cielo mormorava non so che
parole; forse avrà invocato Dio; io però non lo guarentirei. Pochi
giorni dopo successe un'altro caso, il quale dimostra come facile si
apprenda in cuor di popolo l'agonia di gesti generosi, ed io lo racconto
non solo per questo, ma altresì perchè si vergognino (se mai fosse
possibile) coloro, che per essersi messi un dì al cimento per la Patria
non rifinano mai di rinfacciarlo pretendendo di essere adesso mantenuti del
danaro pubblico oziando nel Pritaneo, o di risucchiare eterne mignatte le
tasche dei privati.
Certo Barabba, che tale hanno nome i facchini a Milano, avendo osservato
come i Francesi lavorassero indefessi ad alzare un terrapieno dalla
sinistra parte del Vascello, se ne andò in fretta ad avvisarne Giacomo
Medici, il quale rispose breve: saperlo. Il Barabba incollerito ripiglia:
«o perchè non s'impedisce?» E il Medici più aggrondato, che
mai: «non si può.» Il Barabba sta cheto, e quinci partitosi si
accorda con alquanti dei suoi compagni, gente pronta a mettersi in
qualunque sbaraglio, e con essi esce dal Vascello; di celato si accosta ora
nascondendosi dietro a un vaso di limoni, ed ora dietro una siepe al
terrapieno; alla stregua, che sparisce lo spazio ai compagni viene manco il
coraggio, sicchè all'ultimo resta solo, nè di ciò si accorge: solo
pertanto arriva al terrapieno, e solo di un salto piomba giù fra i
soldati gridando: «siete tutti morti!» I Francesi naturalmente
temendo gli tenesse dietro grossa mano dei nostri, gittati via i badili, e
le vanghe scappano via a pigliare i moschetti, per difendersi; ma il
Barabba volgendo allora gli occhi per contare un po' con quanti moveva
all'assalto, si scorge solo: pianse di rabbia, e per questa volta la
fortuna risparmiando l'animoso gli concesse tornare salvo al Vascello, dove
il Medici dopo avergli concesso le meritate lodi lo volle con una moneta
ricompensare: il Barabba gli ficcò gli occhi addosso a squarcia sacco,
ma il Medici pronto riparava la svista dicendo: «tienla per cambiarla in
una medaglia.»
Molti i feriti da questo continuo grandinare di palle; fra i morti
ricordansi il Lenzi tenente, Tavolacci, Marucci, Fedeli, pure tenenti,
e il capitano Minuto.
Ora al Vascello; forte edifizio, con alcune case dintorno: di giorno
lo difendeva il Medici con 150 soldati, cui nella notte rinforzavano
ora con una mano di uomini di questo, ed ora di quell'altro corpo
Unione, Finanzieri, Studenti, o legione Arcioni.--Avendo il Medici
condotto una Trincea dal Vascello fin presso la casa Giacometti
proprio di rincontro alle Trincee dei francesi, questi per levarsi
cotesto pruno dagli occhi, che del continuo li molestava, si giovarono
di una nebbia che sorse densissima nella notte del 21 Giugno, pensando
cascare improvviso sopra i trentacinque uomini custodi della nostra
Trincea e della casa: però tanto non seppero studiare il passo che
intralciati dalle vigne non dessero la sveglia; onde il comandante dei
nostri trentacinque ordinava, non fiatassero, sfolgorassero il nemico
appena pestasse le canne stese oltre la porta un dieci passi, poi
fuori a ributtarlo con la bajonetta; e così fecero; erano i
Francesi due compagnie di granatieri del reggimento trentesimo sesto;
scorate scapparono lasciando in terra morti il capitano, con altri
dieci soldati; moribondo un sergente, con parecchi granatieri feriti.
Per ora taccio del Vascello, ci tornerò in breve; intanto si sappia
che il Medici lo difende sempre, e che i Francesi sfogando sopra
quello la soldatesca rabbia lo hanno lacero in modo, che se si regge
ancora pare miracolo.--
Fra le dolenti mi occorre narrare adesso dolentissima storia; correva
la notte del 21 al 22 fosca per fitti nuvoli, e piovigginosa: anco dai
più imperiti si comprendeva essere mestieri raddoppiare vigilanza,
e di vero si raddoppiò, perchè temendo l'assalto appunto dalla
parte donde venne furono mandate per tempissimo nel pomeriggio del 21
sei compagnie del Battaglione della Unione a presidiare il luogo;
quivi erano state fatte tre Breccie facili a salirsi, se non che i
nostri vi avevano a poca distanza scavato una fossa, e riempitala di
materie infiammabili, che avrebbero dovuto scoppiare appena fossero
comparsi i Francesi, la quale opera avevano confidata a certo
ingegnere prussiano, e a lavoranti stranieri. Delle sei compagnie tre
ne posero a custodia del Bastione secondo, una dietro la Breccia della
Cortina, due di presidio al Bastione terzo: anco due sentinelle furono
collocate su i palchi rimasti ritti ai fianchi del Bastione secondo, e
sei altre su l'alto della Breccia dietro a macerie di sassi; venne
loro ordinato: «stessero vigili, appena udissero rumore gridassero:
all'armi! meglio spaventarsi indarno, che rimanere sorpresi.» E
poichè lì presso sorgeva un folto canneto ebbero avvertenza di
metterci un'uffiziale con quattro soldati con ripetuto comando, che al
menomo stormire di gente incendiassero il canneto; furono eziandio
disposti due punti di ritirata; diligenze pari adoperaronsi al
Bastione terzo; anzi ammoniti gli ufficiali a volere persuadere i
soldati a vegliare tutti, questi senza attendere domanda con gran voce
esclamarono: «noi veglieremo, e faremo tenere desti i compagni.--Al
Bastione quarto si raccomandò conservassero a qualunque costo la
casa vicina per avere adito di ripigliare ad ogni sinistro la breccia,
e siccome pareva, ed era il presidio debole fu sollecitato il maggiore
Cenni a rinforzarlo.--Per non mancare poi alla più minuta
diligenza, che l'arte della guerra suggerisce al Bastione secondo
venne deputato a soprastare l'ufficiale di stato maggiore Capitano
Stagnetti; al Bastione quarto il capitano Caroni.
E malgrado tuttociò verso le ore undici di notte un aiutante del
maggiore Delaj comandante le sei compagnie della Unione, arrivava tutto
smarrito a riportare al Generale Garibaldi come i Francesi senza colpo
ferire avessero preso le tre breccie.--Quello che il Garibaldi in cotesta
occasione facesse e dicesse mi occorre scritto nelle memorie di tale che ci
si trovò, presente: «verso la mezzanotte il Generale scese taciturno,
e torvo, Manara scriveva; incontrato il centurione Zannucchi il Garibaldi
gli domandò:--che ci è di nuovo?--Generale i Francesi hanno superato
la breccia.--Gli hai tu veduti?--Non vi state a confondere pur troppo ci
sono.--Allora mosse frettoloso quattro passi o sei per uscire, poi di un
tratto si volse a me dicendo:--chi sa, che cosa hanno mai veduto! Avete
pronta la vostra gente? Mandate un'uomo capace a scoprire.--Io vi mandai il
sergente Marcheselli mantovano, e al tempo stesso schierai la coorte; di un
tratto il Generale senza aspettare l'arrivo del Marcheselli mi ordina
seguirlo coi miei soldati; così camminammo un pezzo, quando fummo
prossimi alla breccia a tramontana levante della Villa Spada, mi disse:
«voi andate per di lì, e mi additava un sentiero verso la breccia,
egli poi avendo incontrato il maggior Leggiero si avviò con quello verso
porta San Pancrazio, ma non fornirono insieme il cammino perchè indi a
breve il maggiore ferito malamente in un piede non potè più
andare.--Io proseguii, e mutati appena duegento passi una voce si fece
sentire che domandò: _êtes-vous français?_ Ed io senza gingillare
ai miei: «fuoco!» Cotesta risolutezza ci salvò, perchè ne surse
un diavolìo di moschettate da altre parti, e noi potemmo non curati
salvarci senza morti, come senza ferite.»
Nè al Garibaldi solo parve incredibile il fatto, ma alla più
parte dei suoi, segnatamente a quella anima virtuosa di virtù
antica Ugo Bassi.--Adesso del Bassi veruno parla come pur si dovrebbe:
troppi morti ci domandano ricordo e compianto, e poichè tutti in
affetto sono pari così non si distinguono, e non si possono
distinguere: ma il Tempo agita continuo il ventilabro, e lo
sceveramento si opera necessario; più tardi verrà chi di lui
amoroso ricerchi, ed arguto ragioni: singolare miscela fu di due
nature non pure diverse ma contrarie, ora avvampante, ora riserbato e
freddo, tra pochi timido, male e scarso favellatore; tra molti turbine
di parole, e temerario; quando sentiva strepito di cannone, o di
moschetti non si poteva tenere, e gli era forza avventarsi là in
mezzo al fumo, e al fuoco senza nè manco sapere, che cosa ci
andasse a fare: che cosa lo reggesse davvero non si sapeva, poco si
nudriva, meno beveva, di rado lo visitava il sonno: sottile e pallido
e tuttavia infaticabile, e di nervi gagliardo. Quando sovveniva
qualche caduto poteva scoppiargli una bomba accanto non che ci si
fosse mosso, non l'avrebbe nè anco sentita. Certo dì cavalcando
in compagnia del Garibaldi casca vicino a loro una bomba; potevano
sottrarsi al pericolo con la fuga, ma il prode uomo non ci pensa
nemmeno; in un'attimo è sceso, strappa la _spoletta_, la spenge, ed
impedisce, che scoppiando danneggi altrui e sè. Il Garibaldi
frugatosi nelle tasche ne cavò un baiocco e sorridendo gli disse:
«piglia, questa è la _decorazione_, che sola può darti il
capitano del popolo.» In questa notte pertanto il Bassi facendosi a
trovare il medico del Generale tutto affannoso gli diceva: «O
Ripari mio; i Francesi hanno preso la breccia; possibile mai! Io non
ci credo. Bisogna saperlo di certo.--E come possiamo fare? Rispondeva
il Dottore.--Andare noi stessi a vedere.--Questo non si può, troppo
lunga è la strada, pioviscola, e sul cammino si sdrucciola.--
Vieni, ma vieni, fammi la carità, non mi mancare amico.» E il
Ripari, che mai non seppe negare siffatte voglie allo amico andava con
lui.--Le mura si vedovano per l'aere fosco a cagione della linea anco
più nera, che disegnavano in quello; di un tratto la mirano
spezzata, con molta cura accostansi, ma non rinvengono persona, che
occupasse lo spazio vuoto; proseguirono fino alla seconda cinta, e qui
notarono incoronate le macerie di punte. «Eccoli lì, parlava
sommesso il Ripari, coteste le sono baionette. E il Bassi,--non si
può negare, ma come ci chiariremo se le sono nostre o piuttosto
nemiche? Aspetta mo', che ti chiarisco io, riprese il Ripari; poi a
voce alta gridò: «chi va là?» Dalla trincera con accento
strano risposero: «_amizi, amizi_.» Nè di tanto pago il
Ripari da capo esclama: «avanti!» E la medesima voce di rimando:
«_non puole, non puole_.» «Ti basta?» Il Bassi strinse la
mano al Ripari come convulso, e questi lo persuase a gettarsi seco
nelle vie coperte praticate dai nostri lungo le mura per iscampare ad
imminentissima morte.--