La nostra artiglieria durante la notte o rallentava i tiri o li

cessava dando occasione al nemico di spingere innanzi le sue opere,

alacre, e sicuro, nè andavano con miglior fortuna le cose pel

contado dintorno a Roma, che il generale Morris scorrazzando per la

campagna dalla sinistra del Tevere sovente s'impadroniva del fodero

avviato alla città penuriante. E pazienza si fossero rimasti i

Francesi a pigliare le robe, ma per atterrire straziavano le persone,

nè solo le nocenti, bensì ancora le pacifiche: veruna arte di

barbaro nonmenochè vile predone tralasciarono per accertarsi la

vittoria: e perchè non paia che io mi comporti narrando più

passionatamente che a storico non convenga scerrò tra i moltissimi

due casi, dei quali il commissario Andreini riferì all'Assemblea.

Gervasio Pasquali, e Vincenzio Sandroni mitissimi agricoltori alieni

da ogni rumore pensarono potersi rimanere alla cura delle proprie

vigne fuori delle mura, che chiudono il Vaticano: spaventati poi dagli

orrori della battaglia s'intanarono dentro certe grotte scavate lì

presso la vigna, il primo solo, l'altro, il Sandroni, con la moglie e

tre figli uno dei quali pargolo alla mammella. I Francesi spintisi

sotto le mura, e disseminati a combattere non tardarono a scoprirli, e

ad incrudelire su cotesti inermi supplicanti la vita; furono esauditi

a colpi di fucile; nè contenti di tanto il Pasquali stramazzato e

stretto a gridare: «viva Pio IX» poi rovistategli le tasche dei

pochi baiocchi che possedeva io rubarono.--Più lacrimevole fato

incolse al Sandroni però che di prima colta rimanessero feriti lui

e due figliuoli, e poichè ricaricati i moschetti con cera micidiale

inoltravansi i Francesi, la misera madre genuflessa al fianco del

giacente marito, e circondata dai due figli insanguinati, sporgeva il

lattante gridando: pietà! Come alla prima invocazione fu dato alla

seconda una risposta di piombo: tutti ne andarono da capo percossi,

eccetto il pargolo per ventura che parve e fu creduto miracolo. Il

Sandroni poi per coteste ferite periva nell'ospizio di Santa Maria

lasciando desolati la moglie e i tre figli: dopo ciò, neghi chi ha

cuore, che là dove occorre una causa di civiltà a sostenere

quivi non isventoli benefico il vessillo di Francia.

Che cosa di peggio potessero fare gli Ostrogoti, o gli Unni noi per

verità non sappiamo; e tuttavia non mancò chi scrivesse a

cotesti tempi; «la missione di Francia avere per fine speciale la

tutela delle libertà europee contro le dottrine del comunismo....

per lei il diritto combattere il socialismo di cui il santuario di

_Vesta_ con orribile profanazione era diventato centro e

_sinagoga_.» Nè simile mostro di concetti e di favella si

partiva di Francia, bensì d'Italia, e neppure da papisti

interessati o fanatici ma sì dal preteso autore del risorgimento

italico abate Gioberti; però meritamente la sua fama periva prima

di lui, e la sua memoria si conserva nel gelido simulacro di marmo a

Torino, non già pio affetto nel cuore degl'Italiani.

Tolsero i Francesi pertanto l'acqua alla città, ma di un tratto

gliela resero con gli arretrati, ed ecco come: sospettando essi che i

nostri insinuandosi per gli acquedotti ci caricassero mine, col

consiglio di distruggerlo vi spinsero dentro le ritenute acque, la

quale cosa fu origine di una assai piacevole avventura alla fontana di

San Piero in Montorio. Questa fontana di apparenza mirabile, fra le

vaste romane vastissima, nudrisce di acqua il lago di Bracciano che ce

la versa quasi a fiume ed è chiamata Paola; sotto la fontana

altissima una vasca stragrande la riceve, e nelle ore calde tra per

l'ombra, che manda la fabbrica, e tra per le acque rotte dal

rimbalzare, ch'esse fanno vi si gode refrigerio di frescura: ora

l'acqua cessata, restava l'ombra, sicchè da cinquanta e più

soldati sdraiatisi nel cavo della vasca in santa pace dormivano;

quando ecco di repente una fiumana di acqua prorompere, precipitarsi

dalla altezza di ben venti e più piedi e con fracasso orribile

riempirla in un'attimo. Pensate voi la meraviglia e la paura dei

tapini a forza desti: chi schizza di là, chi di quà, per fuggire

fanno gruppo urtansi e si rovesciano da capo; la fretta disordinata

raddoppia le dimore; gli atteggiamenti vari e tutti burlevoli; non

incolse male a nessuno, tranne trovarsi bagnati fino all'osso.

Il Generale Garibaldi dalla sua torretta di Villa Savorelli

contemplava quel continuo avanzarsi delle opere francesi, e

comecchè forte temesse di poterle impedire tuttavia sentiva, che

ormai a lui e agli altri correva l'obbligo di far prova di disperata

virtù; nè ciò solo per rintuzzare la insopportabile iattanza

del nemico, quanto per non parere da meno nello indomito coraggio

delle stesse donne romane, le quali senza porre mente, alle palle che

fioccavano recavansi verso sera a udire i suoni militari davanti alla

sua villa, e non pure donne popolane erano, ma altresì nobili

donne: i soldati poi inuzzoliti dal suono su quel luogo ballavano, e

se taluno tocco da qualche palla cessava gli altri datagli la buona

notte continuavano. Ma la buona notte, che augurarono al centurione

Molina fu eterna, imperciocchè nel trasportarlo ferito morisse per

via; spreco di vita non mai abbastanza deplorabile, e deplorato!

Ma parliamo delle donne romane; e' non si può rivocare in dubbio,

che in esse viva latente, e talora si palesi nella sua magnificenza il

sangue della madre dei Gracchi e di Lucrezia; tra i miei ricordi noto

come un mio amico passando per una contrada presso ponte Sisto di Roma

vide due fanciulle bellissime intente a cucire panni in certa stanza

terrena senza curarsi della pioggia di bombe, che mandavano i

Francesi; di un tratto una bomba lì presso sfonda una casa, e

cascata sul letto dove riposavano due vecchi gli ammazza; placide e

chete esse lasciarono i lavori per recarsi a vedere che mai fosse

successo, e ad apprestare soccorso; udito il caso funesto, levarono

gli occhi al cielo e sospirarono: «pace all'anima loro!» e senza

più parole tornavano a riprendere il compito interrotto. E noi pure

avemmo le nostre Cammille, e le nostre Pantasilee, anzi,

quotidianamente, ed alla stregua, che il pericolo cresceva, si

presentavano fanciulle per arrolarsi come soldati e combattere, nè

tutte si poterono rifiutare; le rimaste si distinsero non solo nella

ferocia (cose che notiamo ordinaria nelle femmine una volta, che

piglino le armi) ma nella costanza, ed è più difficile, di

sopportare di ogni maniera disagi.

Non il dolore della ingiusta aggressione, nè i danni sofferti

così ci fanno forza, da negare ai Francesi il pregio del valore,

nondimanco è vero, che in questa guerra procederono oltremodo cauti

e anzichè no rispettivi; forse la prima batosta rilevata li

persuase a questo: certo quel risoluto consacrarsi che fa la gente

alla morte commuove l'animo dei mortali e li sgomenta. Taluni dei loro

scrittori immaginando cose vane, ovvero usurpando per loro tratti di

magnanimità che da loro furono uditi soltanto, seguendo l'usato

costume attribuirono ad un soldato francese l'avventura di essere

andato a cogliere albicocche sur un'albero in mezzo al tempestare

delle palle nemiche; ciò è vero, ma invece di albicocche elle

erano fragole e fin qui non monta, ma il soldato invece di francese

era italiano anzi il Cadolini nostro, che se nella gloria della

eloquenza valesse quanto vale nelle armi, la Italia moderna non

avrebbe ad invidiare Cicerone all'antica; egli, nè solo, si

attentò andare a raccoglierle negli stessi giardini occupati dai

Francesi, e farne dono al Medici l'Aiace dello Assedio di Roma.

E siccome noi sopra tutto detestiamo la taccia d'ingrati, pessimi tra

i rei, i quali dovrebbero nelle nostre contrade come presso i Chinesi

punirsi, dacchè giudichiamo la ingratitudine non solo delitto in

se, ma sì generatrice di ogni altro delitto, ci guarderemo di

passare inonorati nelle nostre scritture due generosi stranieri uno

francese, l'altro pollacco di cui mi occorre memoria nei libri, e

nelle note del Generale Sacchi. Chiamavasi il primo Laviron capitano

di stato maggiore presso il Garibaldi, il quale un dì avvampante di

sdegno per le spesse morti cagionate dai Cacciatori di Vincennes salta

sul parapetto, e additando la croce della legione di onore, che gli

fregiava il petto si mise a gridare: «assassini! tirate su questa

croce, che ebbi dal grande imperatore.» E venne pur troppo

esaudito, imperciocchè nonostante che allora fosse tregua, i

Cacciatori non potendo stare alle mosse lo colsero per lo appunto nel

petto: ond'ei periva esclamando: «viva la Italia!» La notte, che

successe a cotesto dì il cielo mandò giù acqua a bigonce;

dissero averla mandata per lavare la macchia fratricida di cui i

Francesi avevano polluto la sacra terra romana, e non è così,

Iddio raccatta il sangue versato proditoriamente, e lo conserva là

dove non si cancella; paiono fisime queste, ma se ne accorge chi

reietto Dio persuasore di vivere incolpevole lo prova più tardi

come chiodo confitto nelle tempie di Sisara.

L'altro caso è affatto simile a questo, sicchè dubitai fosse il

medesimo applicato a diversi; ma adoperataci debita diligenza trovai

essere due: non importa ripeterlo, basterà dire che il nuovo

accadde al capitano pollacco chiamato Vert o Wern; e che lo esito per

lui non volse sinistro come al francese essendo rimasto unicamente

ferito nell'omero destro.

La sortita disegnata ebbe luogo a vespero del giorno nove, il suo

scopo era guastare i lavori nemici, precipuamente quelli di faccia al

bastione secondo; ci presero parte 200 finanzieri, e 500 uomini del

primo reggimento leggero: questi per assalire; un'altro battaglione ed

una compagnia di bersaglieri si attelarono fuori della porta San

Pancrazio per riserva, e per proteggere la ritirata: proposero al

Generale operare simultaneamente altra sortita fuori della Porta

Portese, e non l'approvò: perocchè conosciuta la mala prova

degli assalti alla spicciolata, ora volesse attenersi ai corpi grossi.

L'assalto di faccia in colonna serrata fu respinto dal fuoco che

proruppe turbinoso dalle trincee francesi; con incredibile valore i

finanzieri lo tentarono una seconda volta, e con pari fortuna;

virtù non valse contro la forza soverchiante, e si ebbero a

ripiegare laceri verso la porta. Questa fazione riuscì senza

utilità non però senza compianto; tante e tante furono le morti

che resero non so bene se io mi abbia a dire sacri od esecrabili

cotesti luoghi, che a raccontarle tutte non ci basterebbe la lena:

questo giovi sapere, che da ora in poi il popolo a diritto prese a

chiamare la porta San Pancrazio, porta San Crepazio, il Vascello

Macello, e San Pietro in Montorio San Pietro in Mortorio. In questo

giorno deplorammo il tenente Bolognesi, e Bartolommeo Rozat capitano:

sopramodo pietosa la morte di questo ultimo; nacque a Ginevra, e

militò volontario; apparve un giorno su i confini del Tirolo al

cospetto del Manara, e gli si profferse fratello di armi; il Manara lo

accettò a braccia quadre, e amaronsi nè l'uno quindi in poi si

vide disgiunto dall'altro nei pericoli; li scompagnò la morte:

ferito, il 3 il Rozat non potè tenersi il 9, e armato di eletta

carabina non come ufficiale ma come volontario volle pigliar parte al

combattimento dal secondo bastione: senonchè dopo i primi colpi

fastidì il parapetto, e si scoperse a un tratto dalla cintola in su

agitando il berretto in ispregio del nemico: avendoglielo una palla

portato via di netto dalle mani, i soldati, che assai lo amavano lo

costrinsero a scendere: egli però scivolando si recava subito dopo

davanti la più larga apertura del muro; quivi una palla, lo colse

nell'occhio sinistro; il resto lo dica l'Hoffstetter, che per me a

raccontare di tanto sangue scelleratamente tradito mi sento inverdire:

«fu portato all'ospedale fuori di sensi; e quivi spirò fra le

braccia di una signora, unica cura, ch'egli accettasse, dopo due

giorni di orribili patimenti. Io fui due volte a trovarlo, ma il

meschino non mi riconobbe più; egli era tutto sfigurato: aveva la

cavità dell'occhio piena di sangue, e la parte sinistra del capo

soprammodo gonfia. La donna romana con un braccio lo sorreggeva, e con

l'altro lo impediva ch'egli nell'angoscia disperata si strappasse la

benda.» Trentasei ore, che tanto si prolungò la sua agonia, la

donna stette a canto al moribondo senza lasciarlo mai: affermano lei

ignota al Rozat, e questo alla donna; se così sta lo affetto

superando la natura terrena diventava divino, ed io per me lo

giudicherei divino dove anco ci si fosse mescolato qualche po' di

amore men puro: ottimamente immaginarono gli antichi di origine

celeste ogni amore, che avesse l'ale per sollevarsi da terra.

Continuano i lavori, e le jattanze francesi; essi però conducono a

termine la batteria quinta prima per far tacere il nostro fuoco del

bastione settimo, e poi per aprire la breccia; mandano scorrerie sul

Teverone per rompere i ponti Salaro, Nomentano, e Mammolo, e così

chiudere da questo lato ogni comunicazione con Roma; sorprendono il

colonnello Pianciani, che in compagnia di un suo ufficiale veniva

nella carrozza del corriere, e lo tengono prigioniero di guerra:

l'Oudinot vanta questa presa come una conquista, ed è ciurmatore;

aggiunge nel rapporto averla conseguita dopo combattuta aspra pugna,

ed è bugiardo: fa una funata di poveri contadini, e gl'invia in

Francia trofei di guerra, e così conferma la sentenza che sopra

tutte le passioni la vanità è crudele.

Testimoniano alcuni storici come ora dai supremi capitani si

concepisse il disegno d'ingaggiare una battaglia campale assaltando la

sinistra dei Francesi, e prese le opere loro a rovescio, spingerli nel

Tevere; ma a ciò io non credo; forse taluno lo desiderò e lo

disse, ma dal detto al fatto ci ha gran tratto, nè con tanta

disparità di forze poteva avventurarsi anco dagli audacissimi;

all'opposto fu tentata una sortita notturna: notte tempo a lume di

torce assembraronsi 7500 uomini; 1500 rimasero col generale Avezzana

fuori della porta San Pancrazio; agli altri 6000 si pose a capo

Garibaldi, e li menò alla campagna uscendo dalla porta dei

Cavalleggieri; suo scopo dar dentro la sinistra dei Francesi:

consigliato a moltiplicare gli assalti nega, e non fa bene; la colonna

lunga disadatta a pigliare parte con molta forza al combattimento; se

respinta di fronte si rovescia sopra i sorvegnenti con non riparabile

scompiglio. L'ordine della marcia questo, la legione polacca

all'antiguardo; 200 uomini o poco più; subito dopo tre coorti della

legione italiana; alla dietroguardia due battaglioni di bersaglieri

lombardi; quattro battaglioni del Rosselli, e i lancieri del Garibaldi

alla riscossa. Il Garibaldi non volle moversi prima che sorgesse la

luna, che fu verso le dieci, e ciò per impedire confusione,

lasciando perduto per questa via il vantaggio di cascare addosso ai

Francesi; ed al medesimo intento ordinò eziandio i soldati alle

vesti soprammettessero la camicia, gli uffiziali intorno al braccio

legassersi un panno bianco; pratica di guerra antica, che chiamasi

_incamiciata_, ed è fama la inventasse Alfonso Davalos il vecchio

marchese di Pescara; i pratici di guerra la giudicano in varie

maniere: anco quì il fine loda l'opera.

Opinione, ed anco comando era si avesse a camminare per via retta, ma il

Garibaldi, che precedeva la colonna vestito del mantello bianco di un

tratto piega, conforme in questo a se stesso, che dei suoi riposti consigli

di guerra non conferisce con alcuno, e caso mai lo venisse a sapere la sua

camicia, io penso, ch'ei la brucerebbe. Così procedendo arrivano al

convento di San Pancrazio dove l'ufficiale di guardia annunzia verun moto

essersi osservato da tempo in qua nelle Trincere francesi, e gli pareva

buon segno; altri tenne avviso contrario; volle inoltre porgere istruzioni

alla guida sul cammino da farsi, ma questa prosuntuosa vantò saperne di

avanzo: allora il Garibaldi scese e seduto sopra un tronco di albero tolse

a dirigere le mosse; e innanzi tratto ordinava all'Hoffstetter precedesse

co' 200 Pollacchi a schiarire il cammino, lo seguitasse la legione

italiana; il Manara non comandato, consentendo all'impeto della sua

generosa natura lo seguita; ammonito dall'Hoffstetter che una scarica

potrebbe ammazzarli tutti e due in un punto con danno della impresa, si

allontana, ma poi non regge e ritorna. Persuasi dalla guida si cacciano

dentro ad un canneto, oltre il quale, pensano sboccare davanti le Trincee

francesi, onde si raccomanda ai Pollacchi ripongansi sotto la camicia la

quale ormai non poteva apportare altro che impaccio e danno; la legione

italiana rimane su l'orlo estremo del canneto; i Pollacchi dopo molto

avvolgersi si trovano avere girato il convento di San Pancrazio, chè la

guida prosuntuosa aveva sbagliato strada: toccò loro rifare i passi, e

questa volta senza errore, sicchè riusciti ormai davanti una siepe,

oltre quella, affacciandosi, vedevano le opere francesi. Mentre pertanto si

accingono a saltar su, ecco nel canneto udirsi strepito come di cavalli

ch'entrando a furia atterrino, e pestino le canne troncate.--Non erano

cavalli ma fanti, non nemici ma amici; la colonna del Sacchi, la quale

sbarattando senza riguardo il canneto mosse cotesto rumore, che riuscì

esiziale, imperciocchè non pure i soldati, ma gli ufficiali altresì

temerono ruinasse addosso loro la cavalleria nemica; per la qual cosa

taluni, i più forti, fatto di se gomitolo con la baionetta calata si

disposero a mo' di istrice; gli altri, e furono troppo più, vinti da

subito terrore fecero impeto l'uno sopra l'altro, urtaronsi, rovesciaronsi,

e pestaronsi; chi perse l'arme, e chi i berretti; molti i feriti; pareva un

fiume che straripi; il Manara, il quale pretese opporsi stramazzato ebbe a

sentirsi ammaccare tutta la persona; Garibaldi agguantandosi a un albero

non buttarono a terra; la legione italiana non resse meglio degli altri, e

andò sossopra nella fuga; chi resse furono i bersaglieri, i quali

incrociate le baionette, le opposero al petto dei fuggenti e li

trattennero; il Garibaldi montato in furia, riavutosi appena, salta a

cavallo e con lo scudiscio frustando intorno urlava: «ah! codardi, ah!

svergognati!» Anco il Mezzacapo in cotesta occasione fece mostra di

coraggio a tutta prova. Riordinata alla peggio la milizia scomposta

domandarono gli ufficiali al Generale se si avesse a proseguire la impresa,

dacchè per somma ventura pareva che i Francesi non se ne fossero addati;

rispose nulla potersi imprendere con gente codarda; rientrassero: ultimo

come sempre alla dietroguardia; passate le porte o sia che la stanchezza lo

vincesse, o sia che ormai sentisse lo interno turbamento dell'animo non

potere più reprimere si gettò a terra fingendo dormire.

Le sortite e gli agguati in guerra per ordinario, o non finiscono a

bene, o tornano in capo a cui le ammannì, e Omero _ab antiquo_

mette innanzi così nel coraggio come nella gloria il guerriero che

aspetta celato, e di piè fermo il nemico, all'altro, il quale salta

su con la lancia in pugno a zuffa manifesta; per condurre le sorprese

a buon termine si richiedono mente serena, cuore inconcusso, e

vigilanza mirabile; e cosa strana a considerarsi è questa, che

forse gli uomini preposti alla sortita, ovvero allo agguato presi da

solo a solo le qualità descritte posseggono anco in copia, uniti

insieme ne mancano, dimostrando che le passioni superano nel contagio

la stessa morìa. L'annotatore all'Hoffstetter volendo per via di

esempio chiarire come un nonnulla mandi a monte siffatte imprese

riporta il caso degli Oddi entrati notte tempo in Perugia per cacciare

i Baglioni, i quali omai occupavano la città e solo rimaneva loro

spezzare la catena della via che sbocca alla piazza, quando colui che

doveva romperne i serrami, stretto dalla turba sorvegnente, mal

potendo levare le braccia per menare la mazza ferrata esclamò:

«fatevi indietro!» La quale parola propagandosi di grado in

grado valse a impaurire gli ultimi; gli altri del costoro spavento

atterrironsi, sicchè con grandissima furia si ruppero. Questo narra

il Macchiavelli; questo altro più notabile assai riferisce

Teofilatte Simocatta. Gli Avari invasa la Tracia avevano messo le

tende vicino al monte Emo; di ciò avvertiti i Romani, su i quali

imperava allora Maurizio, nello intento di sorprenderli ed opprimerli

notte tempo si ficcano per certa forra angustissima camminando in due

colonne con i bagagli nel mezzo; all'improvviso incespica e casca un

somiero di cui il conduttore essendo andato innanzi, i sorvegnenti

impediti nel cammino lo richiamano per rimettere in piedi la bestia

gridando: «_retorna, retorna fratre._» Queste parole passando di

bocca in bocca fecero supporre, che trovato il nemico all'erta fosse

mestieri ritirarsi: i più paurosi subito sbandaronsi, e gli altri,

scomposti gli ordini, si trovarono costretti a seguitarli nella fuga.

Agevole moltiplicare gli esempi, bastino questi per dimostrare come

gli orditi con lungo studio dalla sapienza, la fortuna sovente in un

attimo disperda al vento.

Troppo mi ha proceduto infesto nel suo libro dei _Bersaglieri_ Emilio

Dandolo perchè io trascuri di ricordare com'egli dolente per la

riportata ferita, e più pel lacrimabile caso del suo fratello, non

potesse rimanersi all'ospedale in cotesta occasione; volle andare co'

compagni, onde fra la fatica durata, e il turbamento dell'animo gli si

inacerbì la piaga non poco. A me piace la vendetta, e così mi

vendico, dolente di non possedere maggiore ala d'ingegno per onorare

conforme ai meriti il giovane egregio.

La legione italiana rinvenuta alquanto dalla turpe battisoffiola, non

poteva darsi pace; le sembrava, e veramente si era coperta

d'ignominia: per ultimo deputava messi al Generale supplicandolo le

concedesse lavarla avventandola a qualunque più arrisicato assalto;

gli udì il Garibaldi con gli occhi fitti a terra senza nè un

motto nè un gesto, poi li licenziò con la mano, e parve non

volesse rimoversi per istanza nonchè degli indifferenti degli

amicissimi suoi: verso sera piegò l'ardua mente; stessero

apparecchiati, li proverebbe domani.

Però mentre il prode uomo mulinava il modo di picchiar forte il

nemico accadde un'avvisaglia inopinata, la quale ci fu e per morti, e

per altre sequele oltre modo funesta. Stavano il colonnello del Genio

Amedei e i marraioli suoi lavorando il contrapproccio alla villa

Corsini, e i Francesi lo andavano molestando con piccoli manipoli,

sicchè egli per levarsi cotesto pruno dagli occhi ordinava al

maggiore Panizzi, che lo rimbeccasse nelle regole: questi o

trasportato dal proprio ardore, o tratto dallo impeto dei soldati

muove col battaglione intero contro lo approccio nemico serrato in

colonna: ne nacque una orribile mischia, nè il moschetto, nè la

baionetta valevano, così erano venuti a corpo a corpo, ma i

Francesi dettero indietro per adoperare le armi: ai nostri facevano

difetto le munizioni; non per questo essi stornarono, somministrò

nuove armi il furore, e i Francesi maravigliati si sentirono percossi

da una sassaiola, che ridusse parecchi al lumicino. Dei nostri

morì, e fu pietà, il buon Panizzi romagnolo, soldato vecchio,

che aveva militato in Ispagna, e di fresco in Affrica co' Francesi; il

giorno innanzi era stato promosso maggiore: tre palle nel petto lo

freddarono, cadde nelle trincee nemiche, ma i suoi non consentendo

lasciare il suo corpo prigioniero, tornarono allo assalto per

riscattarlo: erano quindici, tutti sangue romagnolo; soli sei ne

rimasero illesi: non importa, questi sei portarono seco il cadavere

del diletto maggiore; il Fanti di Ferrara antico soldato del regno

italico offeso nel braccio destro, ne sofferse il taglio con mirabile

pazienza, e guariva, ma tanto lo strinse il dolore per la entrata dei

Francesi a Roma, che di passione morì. Il Poggi da Imola soldato, a

cui recisero il braccio sinistro, tagliato che l'ebbero se lo recò

nella destra e guardandolo alquanto uscì fuori con queste parole:

«mandatelo in Francia, e dacchè costà hanno fame di carne

umana i Francesi se lo mangino.» Quaranta furono dei nostri morti o

feriti. Il Garibaldi corrucciatosi per cotesta sconsigliata fazione,

se la prese coll'Amedei, e a torto; lo mandò in castello e

pretendeva sottoporlo a giudizio militare; se ne astenne meglio

consigliato, ma da quel dì in poi fra il corpo del Genio, e lo

stato maggiore del Garibaldi non corse più buon sangue, massime

ch'egli surrogava al colonnello Amedei il maggiore Romiti; da ciò

ne avvenne che si disfacessero i trinceramenti alle gole dei Bastioni,

preparando in questa guisa facile l'accesso al nemico, e a noi

togliendo l'abilità di difendere le breccie; la casa Savorelli non

si volle atterrare, nè fabbricarci il ridotto come avevano divisato

gli ufficiali del Genio, capace se non a preservare dalla caduta Roma,

almeno a ritardarla.

Lo assedio di Roma · 第 56 / 63 段