Andarono, ma ormai per sorpresa erano cadute in mano dei Francesi le

ville Pamfili, Corsini, e Valentini; le due compagnie che presidiavano

la villa Pamfili sopraffatte dal numero riboccante caddero in

potestà altrui, tuttavia resistendo sicchè il Mellara che le

comandava offeso da mortale ferita fu raccolto da terra sfidato di

vivere; le altre compagnie considerando di nulla potere divise si

raccolsero nella villa del Vascello.

Il generale supremo Rosselli avendo preposto alla difesa della porta

San Pancrazio il Garibaldi, questi mena la sua legione alla porta

Cavalleggieri nello intento di minacciare di fianco i Francesi, e

sloggiarli dalla posizione presa: facile comprendere come se non si

fosse liberata, la difesa di Roma più che altro sarebbe stata

agonia: di qui pertanto la smania dei Francesi di occuparla anco con

la frode, e la pertinacia del Garibaldi a volerla riconquistare. Egli

però bentosto si avvisava sarebbe riuscita la immaginata mossa

indarno avendo ormai i Francesi raggiunto lo scopo al quale miravano,

e quinci agevole per loro percotere chiunque arrivasse dalla parte dei

prati; per la qual cosa ei riconduce la legione dalla porta

Cavalleggieri a quella San Pancrazio. Colà uno dopo l'altro

arrivarono a ingrossarlo i Dragoni, gli Scolari, gli Emigrati, i

Finanzieri, ed altri; insomma in tutto un tremila persone: con queste

milizie, dopo presidiato le mura, e le prossime case si spingeva ad

assaltare la villa Corsini.

Che dirò io di questo fatto di guerra, che altri non abbia già

detto troppo meglio di me: solo un'ufficio mi avanza ma sopra tutti

è sacro aggiungere qualche notizia di alcun gesto glorioso di cui

andò smarrita la memoria; e dissotterrare qualche nome, che fu

sepolto col corpo di cui lo portava per esporlo alla lode e alla

pietà dei posteri.

La villa Corsini disposta ai sollazzi della vita, si trovò eziandio

(così volle fortuna), mirabilmente acconcia alle difese guerresche;

forte il palazzo situato in alto dove si arriva per vari avvolgimenti

di boschetti spessissimi seminati su di un terreno rotto da viali

profondi; intorno intorno circonda la villa un'altissimo muro. Poteva

anzi doveva rompersi il muro in più parti e penetrarvi per quelle;

ma non fecero così, sempre ostinati a procedere per la via diritta,

e questo a parere dei savi si giudica il primo errore; l'altro più

grave fu di non assalire grosso occupando prima co' bersaglieri i

boschi, le siepi, ed ogni altro riparo dentro la villa come ogni

prominenza fuori di quella, e quinci senza posa bersagliare i

Francesi, finchè colta la occasione fosse dato avanzarsi di fronte

con lo sforzo dell'arme: invece mandaronsi manipoli dopo manipoli come

si caccia il grano sotto la mola perchè lo macini: di ciò

appuntano il Garibaldi, il quale unico nelle guerre guerreggiate

sembra non sappia fare buona prova, quando si tratti di movere

poderose falangi di gente armata.

A forza umana non era dato resistere allo impeto col quale si

avventarono i legionari del Garibaldi; urtati a furia di baionetta i

Francesi ebbero a rovesciarsi dandosi a fuga precipitosa verso la

villa; ma il riparo di questa nè anco giovava, che fin là dentro

gl'inseguivano, e ammazzavano; nè già le sole fanterie ma sì

anco la stessa cavalleria capitanata da Angiolo Masina, la quale

salita a sua posta al primo piano si dette a imperversare per camere e

per sale, e quanti Francesi incontrava tanti metteva a filo di spada.

Ajaci tutti in questo sforzo di guerra, ma sopra gli altri stupendi

Daverio, Sacchi, Morocchetti, e Bixio; vi rimase ferito non morto il

Masina, che andato a medicarsi tornò più tardi a pigliare parte

ai nuovi assalti, imperciocchè in cotesta giornata non meno di otto

volte fossero presi e perduti i posti messi dinanzi, quasi a premio

della battaglia: nel terzo o nel quarto degli sforzi per isnidiare i

Francesi dal Casino dei Quattro Venti il buon Masina mentre cavalcando

forte arriva circa a mezzo il viale della villa Corsini con la voce e

col gesto animando la gente a prove di valore estremo ecco una palla

lo colpisce in mezzo al cuore, rasente non so quale croce riportata da

lui nelle guerre di Spagna; egli precipitava giù da cavallo

boccone, a braccia aperte senza nè un grido, nè un gemito; i

suoi si fecero a ricuperarne la salma, contrastarono i Francesi, donde

nacque una terribile pugna sul morto, forse quale non fu altrettanta

sul corpo di Patroclo; ma con fortuna diversa, perchè i nostri non

poterono avere il Masina, che giacque insepolto, miserando spettacolo,

nella villa Corsini, finchè durò la difesa di Roma. Angiolo

Masina fu da Bologna, e con la sua morte la Italia perdeva una delle

prime sue glorie; di aspetto giocondo, d'inclita stirpe, provvisto di

largo censo, di mente arguta, e comecchè di cuore tenerissimo

feroce in guerra per modo da comparire piuttosto temerario, che

animoso soldato intero così nella virtù come nei vizi; propenso

alla buona cera, ma se non si poteva avere altro, che pane secco, egli

con questo lietissimo cenava: amava molto, non già un'oggetto

unico, bensì il suo amore diffondevasi sopra la universa parte

femminea del genere umano. Il drappello dei cavalieri, che comandava

egli vestì, e incavallò a proprie spese, ed erano tutti giovani

di persona aitanti, di una terra stessa, e battaglieri al pari del

loro capitano.

Il primo assalto come il maroso iemale che dopo avere attinto il sommo

dello scoglio, quivi si rompe, e storna gorgogliante, era respinto dai

Francesi, e ne rimasero i nostri lacerati orribilmente. Qui rimase

ferito il Bixio, che trasportato a braccia fuori della mischia urlava

a squarcia gola: «scrivete a mio fratello a Parigi, che una palla

francese mi ha ferito all'anguinaglia,» e non si sa che cosa

volesse dire; forse fidava il suo fratello avesse maggior credito

nell'assemblea di quello, che veramente possedeva, o forse immaginava

il popolo parigino più facile ad infiammarsi di quello ch'ei sia.

Il popolo francese, parigino o no per cotesto quarto di ora dormiva, e

i quarti di ora dei popoli durano secoli. E tu Mameli Tirteo, e

Köerner italiano in questo combattimento riportasti la ferita, che

inciprignendo ti tolse all'ammirazione della gioventù italica, allo

amore delle Muse, e al culto della Libertà: la nemica palla ti

colse sul terzo superiore della tibia vicino all'articolazione del

ginocchio sinistro nè parve grave sicchè ti forniva argomento di

motteggio: ora sei scomparso, e le notti di Genova proviamo più

buie perchè uno dei suoi astri è tramontato per sempre; l'altro

tengono lontano da te l'ira dei tiranni, e la viltà del popolo.

Al contrario del Mameli, Girolamo Indunio quel pittore, che Dio ha

concesso per celebrare le geste del Garibaldi col pennello,

intantochè si aspetta il poeta che deve celebrarle col canto, in

questi assalti più e più volte trafitto era lasciato per morto a

terra; di lui si prese pensiero Enrico Guastalla il quale lo fece

removere di costà per dargli onorevole sepoltura, nondimanco,

comecchè gli contassero sopra la persona bene ventidue ferite

sopravvisse, e tuttora vive decoro della democrazia e dell'arte.

Ebbe altresì sfracellata la destra in cotesto combattimento il

Giorgeri di Massa o di Carrara, leggiadro di volto, di persona grande

e di cuore anco più; mentr'egli afferrata la baionetta di un

soldato francese lotta con lui, questi gli spara a brucia pelo il

moschetto contro, donde gli venne lacera la mano: come a Dio piacque

guariva ma per incappare in ventura peggiore; rimasto a Roma i

tribunali del mite Pontefice lo condannarono in galera a vita per

avere, così dichiarava la Sentenza, contribuito moralmente alla

morte di certi perfidissimi, i quali comecchè italiani furono colti

fuori di Roma a tendere agguati per trucidare italiani: corse voce

fossero gesuiti; il popolo inferocito avventatosi li scannò e

gittò nel fiume, il Giorgieri desideroso di salvarli, trovandosi

separato da loro da molta mano di popolo, tentava fendere la folla, ma

gli tornò ogni sforzo invano: fu avvertito in quell'atto, che

interpretato poi dai giudici cortesi eccitamento alla strage gli

fruttava la galera a vita: adesso, se male non mi appongo, regge non

so quale comando di piazza.

Dei nostri scrittori chi afferma che i Francesi non adoperassero

cannoni in cotesta giornata, chi sì e dice due, e nomina

l'ufficiale che li pose in batteria, ed indica il luogo; dalla parte

di Roma si adoperarono certo, e la eccellenza degli artiglieri nostri

se non potè fare fortunato cotesto giorno certo lo rese meno

deplorabile assai. Imprevidenza assai ripresa dai pratici dell'arte

fu, come si disse, quella di non abbattere i muri di cinta delle

ville, però che non le volendo distruggere, nè le volendo, come

si doveva, munire, era mestieri renderne agevole l'assalto caso mai

prese dal nemico si avesse quinci nella prima puntaglia a sloggiare.

Più degli assalti, micidiali le ritirate, dacchè nei primi i

nostri sboccati appena dai cancelli si sperperassero per la villa,

mentre nelle seconde si stipassero all'uscita, onde un colpo solo

uccideva talvolta parecchi; cadevano boccone con le mani innanzi

abbrancando la terra; da prima fu creduto che o per soverchia fretta,

ovvero per impedimenti paratisi loro fra i piedi stramazzassero, ma il

gemere profondo, lo storcersi angoscioso, e la rigida immobilità

sorvegnente assai chiaro chiarivano non si sarebbero rilevati più

mai.

Il numero soperchiante dei Francesi, l'arte con la quale essi

combattevano, e le armi elette avrebbero in quel giorno nefasto fatto

correre fiume del nostro sangue se il trarre mirabile delle

artiglierie del Calandrelli non gli avesse sfolgorati irrequieto e

mortale.

Alla legione, che in compagnia degli altri combattenti sostenne prima

gli assalti sottentravano i Lombardi del Manara. Una compagnia di

bersaglieri fu mandata a pigliare certo casino trascurato fin lì, e

l'occupò agevolmente, senonchè avendo scorto poco dopo come

fitti, e ordinati venissero contro a loro i Francesi sbigottirono come

se fossero stati condotti al macello; volgendo gli occhi scorrucciati

verso i loro capitani quasi per rimproverarli di avergli cimentati a

cotesto sbaraglio li videro fermi come statue di marmo; per la qual

cosa vinti da ira, e da paura, urlando come vesani si rifuggirono

verso il Vascello; i Capitani Manara, Ferrari, Rosaguti, ed

Hoffstetter commossi profondamente cacciandosi tra loro ne

trattenevano la fuga, compito che riuscì loro più agevole per la

sopravvegnenza di altre due compagnie una comandata dal Dandolo,

l'altra dal Rozat. È da credersi che il Manara col sangue acceso

per cotesto brutto scompiglio ora avventasse i suoi soldati a gesto,

che si potrebbe giudicare piuttosto disperato che magnanimo; _avanti!

avanti!_ gridava il feroce, e primo di tutti entra nel viale di villa

Corsini; precauzioni, e ripari egli sdegna e con lui gli uffiziali,

che splendidi di virile bellezza, e di vesti dorate senza piegare

collo se ne stanno ritti e scoperti in mezzo al viale. Qui cadde

Enrico Dandolo, qui furono feriti Signorini, Mangini ed altri

parecchi, ma gli altri non si mossero per la quale cosa ai soldati i

quali pure dietro ai vasi di limoni, o ai piedistalli, o ai pilastri

si schermivano prese talento di mostrarsi non da meno dei capitani; la

paura della vergogna aveva superato in essi la paura della morte.

E ci hanno i gaudi della battaglia, _certaminis gaudia_, e questo si

capisce; ci hanno altresì i gaudi del morire, e questo s'intende meno,

tuttavia è così; nè solo nel più forte sesso, ma eziandio nel

debole, e di ciò porgono testimonianza le fanciulle milesie prese dal

furore di uccidersi; e non fu trovato rimedio a cotesta insania, fuorchè

minacciando, che il corpo della violenta contro se medesima sarebbe stato

esposto ignudo al ludibrio del vulgo. Adesso cade Enrico Dandolo antica

stirpe non degenerata; a lui nocque la troppa fidanza; imperciocchè

avendo visto una compagnia di Francesi sbucare da un lato del palazzo

Corsini si mise in procinto di combatterla, ma si trattenne; e la cagione

ne fu il capitano francese, il quale sollevata la sciabola gridava con

parole italiane: siamo amici! Il Dandolo e i suoi allora accostansi come

chi sa e desidera avere amplesso fraterno; e l'amplesso fraterno fu che il

capitano di Francia di un tratto saltato da parte ordinava ai suoi

scaricassero l'arme a trenta passi di distanza: un terzo e più della

compagnia Dandolo giacque spenta, degli ufficiali Ludovico Mancini ebbe

forata una coscia, alcuni soldati accorsi a sollevarlo riportarono gravi

ferite, e lo stesso soccorso fu da capo trapassato nel braccio; Silva

lamentò una mano lacera, a Colomba toccava una palla in bocca che

stracciata tutta la carne gli uscì dalla guancia. Al Dandolo una palla

traditora trapassò il corpo da petto ai reni: i suoi rincalzati dai

Francesi, lasciaronlo solo; ma solo non si poteva dire perchè rimase al

morente il Morosini gentile sangue latino. Dopo breve intervallo i soldati

nostri ripresero animo irruppero a corpo perduto contro i Francesi: allora

due pietosi si fecero a mettere in salvo il Dandolo e il Morosini; questi

come a fortuna piacque illeso, l'altro ahimè! boccheggiante nella morte.

Dopo breve egli periva bello, elegante di forme, di costumi santissimi; non

contava ancora ventidue anni. Percuote la mente di pietà la trepidazione

del fratello dello spento capitano Emilio Dandolo, il quale fermo sotto

l'arme non poteva sovvenire, nè andare in traccia del diletto capo; ne

domandava ai feriti i quali gli passavano vicino, e il Mancini gli disse:

«tuo fratello....» e più non potè dire; più aperto ma sempre

dolorosamente incerto un Bersagliere; «or'ora cadde per ferita

mortale.» Il dabbene giovane trafitta l'anima senza potere porgere aita

al pericolante, senza potergli dare l'ultimo bacio, e chiudergli gli occhi

con passi concitati camminava su e giù di fronte alla compagnia vinto da

ira, da pietà, e da dolore, mordendo la canna di una pistola per

impedire le lacrime che traboccassero. Mentre durava il giovane in cotesta

agonia, ecco sopraggiungergli addosso il Garibaldi e dirgli: «andate con

20 dei più valorosi dei vostri a pigliare con la baionetta la villa

Corsini.» Al Dandolo parve sognare; arduo conoscere la cagione dello

spietato comando; forse, nonostante la calma olimpica che ostentava il

Garibaldi, anche a lui la febbre avvampava il sangue, o forse conoscendo

come da tutte coteste morti non potesse uscirne altro bene eccetto quello

di mostrare al mondo la virtù nostra disegnasse fargli toccare con mano,

che molti anco adesso la Italia novera dentro a se Leonidi alle Termopili,

e Fabi a Cremera. Cotesto era comando disperato da darsi ad anima

disperata, e tale si sentiva in quel punto Emilio Dandolo; trovò i venti

perduti, e andò con essi, correndo tutti, a capo basso, senza contare

chi cascava, arrivati sotto il palazzo erano dodici; di faccia fulminavano

i Francesi da tutte le finestre del palazzo, dietro le spalle mulinava un

turbinio di mitraglia dei nostri cannoni, e' fu mestieri uscire di là se

pure non volevano coi frantumi delle proprie membra lacerate seminare il

terreno; nel ritirarsi una medesima palla ferì nella stessa parte, la

coscia, il Signoroni, e il Dandolo; di ventuno, al Vascello tornarono sei.

Trasportato ferito all'ospedale volante l'amoroso fratello se ne

prevale per andare attorno zoppicando in mezzo a dolori atrocissimi in

cerca del fratello, e in ogni giacente appuntava l'occhio bramoso per

riconoscere le dilette sembianze, e già gli era vicino, e stava per

iscoprirlo quando un pietoso fu pronto a celarglielo: il Manara

vedendo quello strazio fece cuore di ferro, onde cessasse, e chiamato

col cenno della mano il Dandolo lo trasse in disparte; quivi

strettegli ambe le mani gli disse: «non travagliarti più a

cercare tuo fratello... io ti farò da fratello!» Trasportavano

da capo il Dandolo all'ospedale e questa volta più morto, che vivo.

Non io per certo mi stancherò ricordare i fatti, e i detti dei

nostri eroi nella memorabile giornata, bensì lamenterò sempre

che tutti non mi sieno potuti giungere; per la quale cosa mi è

tolto consolare coteste anime di laudi, e di pianto.

Il sergente Morfini lombardo giovane di 18 anni con la mano squarciata

da un colpo di baionetta, dopo messa un po' di fasciatura alla ferita,

torna in battaglia. «Che fai tu qui? Gli diceva il Manara, ferito

come sei non giovi a nulla.» Ed egli replicava: «lasciatemi

stare; alla peggio farò numero.» Rimase in fatti, e fu visto

sempre combattere fra i primi, finchè colpito nella testa cadde e

spirò.

Si rinnuova il caso di Eurialo e Niso nel Bronzetti tenente, il quale

sapendo il suo soldato di servizio giacersi morto presso la villa

Corsini caduta in potestà del nemico, tolti seco quattro uomini

risoluti di mettersi allo sbaraglio, cacciatisi fra mezzo le scolte

francesi, rinvennero il cadavere, se lo recarono su le braccia e per

ventura che sa di prodigio, trattolo in salvo gli diedero pietosa

sepoltura.

Peggior sorte, non però meno degna di onorata ricordanza toccò

al soldato della Longa milanese, il quale non volle lasciare in

balìa dei Francesi irruenti il suo caporale Fiorani cadutogli

allato, caricatoselo sopra le spalle mentre con lenti passi procura

scansarsi dalla mischia, colto di palla nel petto stramazza in un

fascio col cadavere del caporale per non rilevarsi più.

Tanto infiammava i giovani petti l'ardore santissimo di Patria, che la

più parte dei feriti non mandava lamento, e taluni mordendo

fazzoletto, o panno, e per fino le proprie carni s'industriavano

attutirlo, affinchè i compagni che li surrogavano nella lotta

mortale non ne ricavassero cagione di sgomento.--Fuvvi un'ufficiale,

ma non ne trovo il nome, che trasportato su di una barella

all'ospedale col ventre orribilmente lacero, strappava il fazzoletto

dalla ferita e gittandolo ai compagni rimasti, con forte voce gridava:

«addio, rimanga con voi questo saluto di sangue.» Un altro

giovane e bello, ferito nel costato da una palla di archibugio, seduto

anch'egli su la barella, scoprivasi la ferita dalla quale detergeva il

sangue di mano in mano che colava, onde pareva una rosetta vermiglia,

sicchè additandola, e amaramente ridendo diceva: «i nostri amici

di Francia e' mi hanno fatto ufficiale della legione di onore.» Fu

visto un'altro ufficiale che fracassati il piede, e il braccio destri,

tuttavia con la sinistra agitava il suo berretto messo sopra la punta

della spada animando i combattenti coi gridi: «viva la Repubblica!

viva la Italia!» Di cuore invincibilmente giocondo porgono

testimonianza le parole profferite da certo soldato bergamasco

nell'atto, che gli amputavano la destra: «manco male, che mi rimane

quest'altra, (e sollevava la sinistra), per battermi, e per bere.»

Il colonnello Morrocchetti ferito nel braccio, ci si avvolgeva intorno

un fazzoletto, e co' denti il legava, nè per quanto fu lunga la

giornata si posò un momento da battagliare. Parlammo del Bixio, e

quello, ch'ei dicesse ferito, riferimmo; però leggo nelle memorie

che mi vennero fornite, che alle parole aggiunse atti, che tacere è

bello, imperciocchè la mia indole non consenta andare in visibilio,

come sembra che accada a Vittore Ugo, di cenni, o di detti all'usanza

del Cambronne della vecchia guardia; ma mi sento sforzato a notare le

parole meste, e solenni di rassegnazione e di grandezza con le quali

conchiudeva la sedicenne vita il Savoia da Mantova: «guarda me

dispiass soltant a meurar perchè vedi miga l'Italia libera.»

Corrono diciassette anni dopo quella morte e noi proseguiamo affranti

cotesto fine supremo del viver nostro, che ogni giorno più ci sfuma

davanti; miserrimo fato è il nostro, prima avemmo gli uomini e ci

mancarono le cose, oggi le cose sovvengono, e ci fanno difetto gli

uomini.

Tra i morti trovo Sivori, e Canepa ufficiali di Montevideo Genovesi,

Borelli di Mantova, Rasori di Soresina, Falgari di Romagna; Boldrini

Cesare, in cui non sapevi che cosa tu avessi a lodare maggiormente o

la umanità, o la scienza, o lo amore smisurato verso la Italia, vi

rimase ferito e poichè egli aveva votato la sua vita alla Patria

sciolse il voto a Maddaloni undici anni più tardi combattendo con

fortuna migliore per la Italia, più dolente per lui. Gruppi di

soldato a Montevideo diventato capitano a Roma stramazzò ferito, ma

potè rilevarsi e vivere, e così pure Bassano Bignami di Mantova

sempre presente a tutte le patrie battaglie finchè si spense

rifinito dalle fatiche nel 1859 formando parte dei Cacciatori delle

Alpi.

Allorchè il pro' Daverio tentando un disperato assalto alla villa

Corsini con una mano di eroi, rimase spento a mezzo del viale con una

palla in mezzo del petto, cadde l'animo un'altra volta ai soldati, e

sgomentatisi si volsero con frettolosi passi verso la porta San

Pancrazio, la quale cosa notata dal Garibaldi via precorrendo si pose

fra la porta, ed i fuggenti a cui quando furono vicini favellò con

parole vibrate: «voi avete sbagliato strada; non è per di qua,

che si va a combattere il nemico.» A mo', che la lampada per olio

nuovamente infuso si ravviva, per coteste parole ripresero ardire i

soldati, e quantunque laceri, e stanchi tornarono a perigliarsi nella

lotta mortale.

Anco Angiolo Bassini non una ma due volte si avventò seguito da

pochi ad assaltare il Casino dei Quattro Venti; la prima volta rimasto

solo indietreggiò lento fra mezzo ad una grandine di palle; poco

dopo avendo una granata appreso fuoco al Casino egli volle mettersi da

capo alla ventura, e lo prese cacciandone via i Francesi con la

baionetta nei reni, e forse sarebbe riuscito a tenerci fermo il piede,

se in quel punto cadendo per gravissima percossa ricevuta non avesse,

per così dire, con la sua assenza levata l'anima ai soldati; nè

a restituirli alla fiducia di vincere valse il Manara che sopraggiunto

in soccorso co' suoi Lombardi prese altri posti, e non li potè

tenere, chè i Francesi con numero quadruplicato di gente fresca

corsero a riscoterli.

Qui mi vo' pigliare licenza, che so che ai miei lettori parrà

dovere, di stendermi alquanto nel racconto di Luigi Binda da Cremona

figlio unico di padre dovizioso: costui amava di profondissimo affetto

una fanciulla popolesca onesta nonmenochè bella, nè il padre suo

consentendogliela a sposa egli menava vita desolata; finalmente il

padre, considerando come tentata ogni via non fosse riuscito a

distorlo da cotesto suo decennale amore, accolse la fanciulla, e la

benedisse per figlia: pochi mesi il giovane Binda andò lieto nei

santissimi amplessi, chè rotta la guerra all'Austria dopo stato

alquanto in forse tra la sposa, e la Patria, l'amor della Patria

vinse, e versandosi su i campi di battaglia egli combattè con

l'ardore cui non seppe vincere lo smisurato affetto dell'amata donna:

tuttavia si consolava della lontananza sempre di lei favellando, lei

in mezzo ai pericoli invocando, e di tratto in tratto tra la furia del

fuoco traendosi dal petto i capelli di lei baciandoli, e ribaciandoli.

A Rieti lo fulminò la nuova della morte della sposa diletta, non

pianse, non disse motto, ma gli amici che lo videro orribilmente

mutarsi in volto procurarono badarlo attentissimi, onde per ventura

furono a tempo a trattenerlo quando allo improvviso egli volse contro

di sè le mani violente. Lo consolarono, e il forte uomo si

consolò da sè, sentendo come ad ogni minuto gli si parava la

occasione dinanzi di morire per la Patria; da per tutto ei fu, in ogni

parte combattè sempre nella ferocia pacato, vigile, e previdente

così, che la milizia gli conferiva il nome di _perfetto soldato_.

Lo assedio di Roma · 第 54 / 63 段