ville Pamfili, Corsini, e Valentini; le due compagnie che presidiavano
la villa Pamfili sopraffatte dal numero riboccante caddero in
potestà altrui, tuttavia resistendo sicchè il Mellara che le
comandava offeso da mortale ferita fu raccolto da terra sfidato di
vivere; le altre compagnie considerando di nulla potere divise si
raccolsero nella villa del Vascello.
Il generale supremo Rosselli avendo preposto alla difesa della porta
San Pancrazio il Garibaldi, questi mena la sua legione alla porta
Cavalleggieri nello intento di minacciare di fianco i Francesi, e
sloggiarli dalla posizione presa: facile comprendere come se non si
fosse liberata, la difesa di Roma più che altro sarebbe stata
agonia: di qui pertanto la smania dei Francesi di occuparla anco con
la frode, e la pertinacia del Garibaldi a volerla riconquistare. Egli
però bentosto si avvisava sarebbe riuscita la immaginata mossa
indarno avendo ormai i Francesi raggiunto lo scopo al quale miravano,
e quinci agevole per loro percotere chiunque arrivasse dalla parte dei
prati; per la qual cosa ei riconduce la legione dalla porta
Cavalleggieri a quella San Pancrazio. Colà uno dopo l'altro
arrivarono a ingrossarlo i Dragoni, gli Scolari, gli Emigrati, i
Finanzieri, ed altri; insomma in tutto un tremila persone: con queste
milizie, dopo presidiato le mura, e le prossime case si spingeva ad
assaltare la villa Corsini.
Che dirò io di questo fatto di guerra, che altri non abbia già
detto troppo meglio di me: solo un'ufficio mi avanza ma sopra tutti
è sacro aggiungere qualche notizia di alcun gesto glorioso di cui
andò smarrita la memoria; e dissotterrare qualche nome, che fu
sepolto col corpo di cui lo portava per esporlo alla lode e alla
pietà dei posteri.
La villa Corsini disposta ai sollazzi della vita, si trovò eziandio
(così volle fortuna), mirabilmente acconcia alle difese guerresche;
forte il palazzo situato in alto dove si arriva per vari avvolgimenti
di boschetti spessissimi seminati su di un terreno rotto da viali
profondi; intorno intorno circonda la villa un'altissimo muro. Poteva
anzi doveva rompersi il muro in più parti e penetrarvi per quelle;
ma non fecero così, sempre ostinati a procedere per la via diritta,
e questo a parere dei savi si giudica il primo errore; l'altro più
grave fu di non assalire grosso occupando prima co' bersaglieri i
boschi, le siepi, ed ogni altro riparo dentro la villa come ogni
prominenza fuori di quella, e quinci senza posa bersagliare i
Francesi, finchè colta la occasione fosse dato avanzarsi di fronte
con lo sforzo dell'arme: invece mandaronsi manipoli dopo manipoli come
si caccia il grano sotto la mola perchè lo macini: di ciò
appuntano il Garibaldi, il quale unico nelle guerre guerreggiate
sembra non sappia fare buona prova, quando si tratti di movere
poderose falangi di gente armata.
A forza umana non era dato resistere allo impeto col quale si
avventarono i legionari del Garibaldi; urtati a furia di baionetta i
Francesi ebbero a rovesciarsi dandosi a fuga precipitosa verso la
villa; ma il riparo di questa nè anco giovava, che fin là dentro
gl'inseguivano, e ammazzavano; nè già le sole fanterie ma sì
anco la stessa cavalleria capitanata da Angiolo Masina, la quale
salita a sua posta al primo piano si dette a imperversare per camere e
per sale, e quanti Francesi incontrava tanti metteva a filo di spada.
Ajaci tutti in questo sforzo di guerra, ma sopra gli altri stupendi
Daverio, Sacchi, Morocchetti, e Bixio; vi rimase ferito non morto il
Masina, che andato a medicarsi tornò più tardi a pigliare parte
ai nuovi assalti, imperciocchè in cotesta giornata non meno di otto
volte fossero presi e perduti i posti messi dinanzi, quasi a premio
della battaglia: nel terzo o nel quarto degli sforzi per isnidiare i
Francesi dal Casino dei Quattro Venti il buon Masina mentre cavalcando
forte arriva circa a mezzo il viale della villa Corsini con la voce e
col gesto animando la gente a prove di valore estremo ecco una palla
lo colpisce in mezzo al cuore, rasente non so quale croce riportata da
lui nelle guerre di Spagna; egli precipitava giù da cavallo
boccone, a braccia aperte senza nè un grido, nè un gemito; i
suoi si fecero a ricuperarne la salma, contrastarono i Francesi, donde
nacque una terribile pugna sul morto, forse quale non fu altrettanta
sul corpo di Patroclo; ma con fortuna diversa, perchè i nostri non
poterono avere il Masina, che giacque insepolto, miserando spettacolo,
nella villa Corsini, finchè durò la difesa di Roma. Angiolo
Masina fu da Bologna, e con la sua morte la Italia perdeva una delle
prime sue glorie; di aspetto giocondo, d'inclita stirpe, provvisto di
largo censo, di mente arguta, e comecchè di cuore tenerissimo
feroce in guerra per modo da comparire piuttosto temerario, che
animoso soldato intero così nella virtù come nei vizi; propenso
alla buona cera, ma se non si poteva avere altro, che pane secco, egli
con questo lietissimo cenava: amava molto, non già un'oggetto
unico, bensì il suo amore diffondevasi sopra la universa parte
femminea del genere umano. Il drappello dei cavalieri, che comandava
egli vestì, e incavallò a proprie spese, ed erano tutti giovani
di persona aitanti, di una terra stessa, e battaglieri al pari del
loro capitano.
Il primo assalto come il maroso iemale che dopo avere attinto il sommo
dello scoglio, quivi si rompe, e storna gorgogliante, era respinto dai
Francesi, e ne rimasero i nostri lacerati orribilmente. Qui rimase
ferito il Bixio, che trasportato a braccia fuori della mischia urlava
a squarcia gola: «scrivete a mio fratello a Parigi, che una palla
francese mi ha ferito all'anguinaglia,» e non si sa che cosa
volesse dire; forse fidava il suo fratello avesse maggior credito
nell'assemblea di quello, che veramente possedeva, o forse immaginava
il popolo parigino più facile ad infiammarsi di quello ch'ei sia.
Il popolo francese, parigino o no per cotesto quarto di ora dormiva, e
i quarti di ora dei popoli durano secoli. E tu Mameli Tirteo, e
Köerner italiano in questo combattimento riportasti la ferita, che
inciprignendo ti tolse all'ammirazione della gioventù italica, allo
amore delle Muse, e al culto della Libertà: la nemica palla ti
colse sul terzo superiore della tibia vicino all'articolazione del
ginocchio sinistro nè parve grave sicchè ti forniva argomento di
motteggio: ora sei scomparso, e le notti di Genova proviamo più
buie perchè uno dei suoi astri è tramontato per sempre; l'altro
tengono lontano da te l'ira dei tiranni, e la viltà del popolo.
Al contrario del Mameli, Girolamo Indunio quel pittore, che Dio ha
concesso per celebrare le geste del Garibaldi col pennello,
intantochè si aspetta il poeta che deve celebrarle col canto, in
questi assalti più e più volte trafitto era lasciato per morto a
terra; di lui si prese pensiero Enrico Guastalla il quale lo fece
removere di costà per dargli onorevole sepoltura, nondimanco,
comecchè gli contassero sopra la persona bene ventidue ferite
sopravvisse, e tuttora vive decoro della democrazia e dell'arte.
Ebbe altresì sfracellata la destra in cotesto combattimento il
Giorgeri di Massa o di Carrara, leggiadro di volto, di persona grande
e di cuore anco più; mentr'egli afferrata la baionetta di un
soldato francese lotta con lui, questi gli spara a brucia pelo il
moschetto contro, donde gli venne lacera la mano: come a Dio piacque
guariva ma per incappare in ventura peggiore; rimasto a Roma i
tribunali del mite Pontefice lo condannarono in galera a vita per
avere, così dichiarava la Sentenza, contribuito moralmente alla
morte di certi perfidissimi, i quali comecchè italiani furono colti
fuori di Roma a tendere agguati per trucidare italiani: corse voce
fossero gesuiti; il popolo inferocito avventatosi li scannò e
gittò nel fiume, il Giorgieri desideroso di salvarli, trovandosi
separato da loro da molta mano di popolo, tentava fendere la folla, ma
gli tornò ogni sforzo invano: fu avvertito in quell'atto, che
interpretato poi dai giudici cortesi eccitamento alla strage gli
fruttava la galera a vita: adesso, se male non mi appongo, regge non
so quale comando di piazza.
Dei nostri scrittori chi afferma che i Francesi non adoperassero
cannoni in cotesta giornata, chi sì e dice due, e nomina
l'ufficiale che li pose in batteria, ed indica il luogo; dalla parte
di Roma si adoperarono certo, e la eccellenza degli artiglieri nostri
se non potè fare fortunato cotesto giorno certo lo rese meno
deplorabile assai. Imprevidenza assai ripresa dai pratici dell'arte
fu, come si disse, quella di non abbattere i muri di cinta delle
ville, però che non le volendo distruggere, nè le volendo, come
si doveva, munire, era mestieri renderne agevole l'assalto caso mai
prese dal nemico si avesse quinci nella prima puntaglia a sloggiare.
Più degli assalti, micidiali le ritirate, dacchè nei primi i
nostri sboccati appena dai cancelli si sperperassero per la villa,
mentre nelle seconde si stipassero all'uscita, onde un colpo solo
uccideva talvolta parecchi; cadevano boccone con le mani innanzi
abbrancando la terra; da prima fu creduto che o per soverchia fretta,
ovvero per impedimenti paratisi loro fra i piedi stramazzassero, ma il
gemere profondo, lo storcersi angoscioso, e la rigida immobilità
sorvegnente assai chiaro chiarivano non si sarebbero rilevati più
mai.
Il numero soperchiante dei Francesi, l'arte con la quale essi
combattevano, e le armi elette avrebbero in quel giorno nefasto fatto
correre fiume del nostro sangue se il trarre mirabile delle
artiglierie del Calandrelli non gli avesse sfolgorati irrequieto e
mortale.
Alla legione, che in compagnia degli altri combattenti sostenne prima
gli assalti sottentravano i Lombardi del Manara. Una compagnia di
bersaglieri fu mandata a pigliare certo casino trascurato fin lì, e
l'occupò agevolmente, senonchè avendo scorto poco dopo come
fitti, e ordinati venissero contro a loro i Francesi sbigottirono come
se fossero stati condotti al macello; volgendo gli occhi scorrucciati
verso i loro capitani quasi per rimproverarli di avergli cimentati a
cotesto sbaraglio li videro fermi come statue di marmo; per la qual
cosa vinti da ira, e da paura, urlando come vesani si rifuggirono
verso il Vascello; i Capitani Manara, Ferrari, Rosaguti, ed
Hoffstetter commossi profondamente cacciandosi tra loro ne
trattenevano la fuga, compito che riuscì loro più agevole per la
sopravvegnenza di altre due compagnie una comandata dal Dandolo,
l'altra dal Rozat. È da credersi che il Manara col sangue acceso
per cotesto brutto scompiglio ora avventasse i suoi soldati a gesto,
che si potrebbe giudicare piuttosto disperato che magnanimo; _avanti!
avanti!_ gridava il feroce, e primo di tutti entra nel viale di villa
Corsini; precauzioni, e ripari egli sdegna e con lui gli uffiziali,
che splendidi di virile bellezza, e di vesti dorate senza piegare
collo se ne stanno ritti e scoperti in mezzo al viale. Qui cadde
Enrico Dandolo, qui furono feriti Signorini, Mangini ed altri
parecchi, ma gli altri non si mossero per la quale cosa ai soldati i
quali pure dietro ai vasi di limoni, o ai piedistalli, o ai pilastri
si schermivano prese talento di mostrarsi non da meno dei capitani; la
paura della vergogna aveva superato in essi la paura della morte.
E ci hanno i gaudi della battaglia, _certaminis gaudia_, e questo si
capisce; ci hanno altresì i gaudi del morire, e questo s'intende meno,
tuttavia è così; nè solo nel più forte sesso, ma eziandio nel
debole, e di ciò porgono testimonianza le fanciulle milesie prese dal
furore di uccidersi; e non fu trovato rimedio a cotesta insania, fuorchè
minacciando, che il corpo della violenta contro se medesima sarebbe stato
esposto ignudo al ludibrio del vulgo. Adesso cade Enrico Dandolo antica
stirpe non degenerata; a lui nocque la troppa fidanza; imperciocchè
avendo visto una compagnia di Francesi sbucare da un lato del palazzo
Corsini si mise in procinto di combatterla, ma si trattenne; e la cagione
ne fu il capitano francese, il quale sollevata la sciabola gridava con
parole italiane: siamo amici! Il Dandolo e i suoi allora accostansi come
chi sa e desidera avere amplesso fraterno; e l'amplesso fraterno fu che il
capitano di Francia di un tratto saltato da parte ordinava ai suoi
scaricassero l'arme a trenta passi di distanza: un terzo e più della
compagnia Dandolo giacque spenta, degli ufficiali Ludovico Mancini ebbe
forata una coscia, alcuni soldati accorsi a sollevarlo riportarono gravi
ferite, e lo stesso soccorso fu da capo trapassato nel braccio; Silva
lamentò una mano lacera, a Colomba toccava una palla in bocca che
stracciata tutta la carne gli uscì dalla guancia. Al Dandolo una palla
traditora trapassò il corpo da petto ai reni: i suoi rincalzati dai
Francesi, lasciaronlo solo; ma solo non si poteva dire perchè rimase al
morente il Morosini gentile sangue latino. Dopo breve intervallo i soldati
nostri ripresero animo irruppero a corpo perduto contro i Francesi: allora
due pietosi si fecero a mettere in salvo il Dandolo e il Morosini; questi
come a fortuna piacque illeso, l'altro ahimè! boccheggiante nella morte.
Dopo breve egli periva bello, elegante di forme, di costumi santissimi; non
contava ancora ventidue anni. Percuote la mente di pietà la trepidazione
del fratello dello spento capitano Emilio Dandolo, il quale fermo sotto
l'arme non poteva sovvenire, nè andare in traccia del diletto capo; ne
domandava ai feriti i quali gli passavano vicino, e il Mancini gli disse:
«tuo fratello....» e più non potè dire; più aperto ma sempre
dolorosamente incerto un Bersagliere; «or'ora cadde per ferita
mortale.» Il dabbene giovane trafitta l'anima senza potere porgere aita
al pericolante, senza potergli dare l'ultimo bacio, e chiudergli gli occhi
con passi concitati camminava su e giù di fronte alla compagnia vinto da
ira, da pietà, e da dolore, mordendo la canna di una pistola per
impedire le lacrime che traboccassero. Mentre durava il giovane in cotesta
agonia, ecco sopraggiungergli addosso il Garibaldi e dirgli: «andate con
20 dei più valorosi dei vostri a pigliare con la baionetta la villa
Corsini.» Al Dandolo parve sognare; arduo conoscere la cagione dello
spietato comando; forse, nonostante la calma olimpica che ostentava il
Garibaldi, anche a lui la febbre avvampava il sangue, o forse conoscendo
come da tutte coteste morti non potesse uscirne altro bene eccetto quello
di mostrare al mondo la virtù nostra disegnasse fargli toccare con mano,
che molti anco adesso la Italia novera dentro a se Leonidi alle Termopili,
e Fabi a Cremera. Cotesto era comando disperato da darsi ad anima
disperata, e tale si sentiva in quel punto Emilio Dandolo; trovò i venti
perduti, e andò con essi, correndo tutti, a capo basso, senza contare
chi cascava, arrivati sotto il palazzo erano dodici; di faccia fulminavano
i Francesi da tutte le finestre del palazzo, dietro le spalle mulinava un
turbinio di mitraglia dei nostri cannoni, e' fu mestieri uscire di là se
pure non volevano coi frantumi delle proprie membra lacerate seminare il
terreno; nel ritirarsi una medesima palla ferì nella stessa parte, la
coscia, il Signoroni, e il Dandolo; di ventuno, al Vascello tornarono sei.
Trasportato ferito all'ospedale volante l'amoroso fratello se ne
prevale per andare attorno zoppicando in mezzo a dolori atrocissimi in
cerca del fratello, e in ogni giacente appuntava l'occhio bramoso per
riconoscere le dilette sembianze, e già gli era vicino, e stava per
iscoprirlo quando un pietoso fu pronto a celarglielo: il Manara
vedendo quello strazio fece cuore di ferro, onde cessasse, e chiamato
col cenno della mano il Dandolo lo trasse in disparte; quivi
strettegli ambe le mani gli disse: «non travagliarti più a
cercare tuo fratello... io ti farò da fratello!» Trasportavano
da capo il Dandolo all'ospedale e questa volta più morto, che vivo.
Non io per certo mi stancherò ricordare i fatti, e i detti dei
nostri eroi nella memorabile giornata, bensì lamenterò sempre
che tutti non mi sieno potuti giungere; per la quale cosa mi è
tolto consolare coteste anime di laudi, e di pianto.
Il sergente Morfini lombardo giovane di 18 anni con la mano squarciata
da un colpo di baionetta, dopo messa un po' di fasciatura alla ferita,
torna in battaglia. «Che fai tu qui? Gli diceva il Manara, ferito
come sei non giovi a nulla.» Ed egli replicava: «lasciatemi
stare; alla peggio farò numero.» Rimase in fatti, e fu visto
sempre combattere fra i primi, finchè colpito nella testa cadde e
spirò.
Si rinnuova il caso di Eurialo e Niso nel Bronzetti tenente, il quale
sapendo il suo soldato di servizio giacersi morto presso la villa
Corsini caduta in potestà del nemico, tolti seco quattro uomini
risoluti di mettersi allo sbaraglio, cacciatisi fra mezzo le scolte
francesi, rinvennero il cadavere, se lo recarono su le braccia e per
ventura che sa di prodigio, trattolo in salvo gli diedero pietosa
sepoltura.
Peggior sorte, non però meno degna di onorata ricordanza toccò
al soldato della Longa milanese, il quale non volle lasciare in
balìa dei Francesi irruenti il suo caporale Fiorani cadutogli
allato, caricatoselo sopra le spalle mentre con lenti passi procura
scansarsi dalla mischia, colto di palla nel petto stramazza in un
fascio col cadavere del caporale per non rilevarsi più.
Tanto infiammava i giovani petti l'ardore santissimo di Patria, che la
più parte dei feriti non mandava lamento, e taluni mordendo
fazzoletto, o panno, e per fino le proprie carni s'industriavano
attutirlo, affinchè i compagni che li surrogavano nella lotta
mortale non ne ricavassero cagione di sgomento.--Fuvvi un'ufficiale,
ma non ne trovo il nome, che trasportato su di una barella
all'ospedale col ventre orribilmente lacero, strappava il fazzoletto
dalla ferita e gittandolo ai compagni rimasti, con forte voce gridava:
«addio, rimanga con voi questo saluto di sangue.» Un altro
giovane e bello, ferito nel costato da una palla di archibugio, seduto
anch'egli su la barella, scoprivasi la ferita dalla quale detergeva il
sangue di mano in mano che colava, onde pareva una rosetta vermiglia,
sicchè additandola, e amaramente ridendo diceva: «i nostri amici
di Francia e' mi hanno fatto ufficiale della legione di onore.» Fu
visto un'altro ufficiale che fracassati il piede, e il braccio destri,
tuttavia con la sinistra agitava il suo berretto messo sopra la punta
della spada animando i combattenti coi gridi: «viva la Repubblica!
viva la Italia!» Di cuore invincibilmente giocondo porgono
testimonianza le parole profferite da certo soldato bergamasco
nell'atto, che gli amputavano la destra: «manco male, che mi rimane
quest'altra, (e sollevava la sinistra), per battermi, e per bere.»
Il colonnello Morrocchetti ferito nel braccio, ci si avvolgeva intorno
un fazzoletto, e co' denti il legava, nè per quanto fu lunga la
giornata si posò un momento da battagliare. Parlammo del Bixio, e
quello, ch'ei dicesse ferito, riferimmo; però leggo nelle memorie
che mi vennero fornite, che alle parole aggiunse atti, che tacere è
bello, imperciocchè la mia indole non consenta andare in visibilio,
come sembra che accada a Vittore Ugo, di cenni, o di detti all'usanza
del Cambronne della vecchia guardia; ma mi sento sforzato a notare le
parole meste, e solenni di rassegnazione e di grandezza con le quali
conchiudeva la sedicenne vita il Savoia da Mantova: «guarda me
dispiass soltant a meurar perchè vedi miga l'Italia libera.»
Corrono diciassette anni dopo quella morte e noi proseguiamo affranti
cotesto fine supremo del viver nostro, che ogni giorno più ci sfuma
davanti; miserrimo fato è il nostro, prima avemmo gli uomini e ci
mancarono le cose, oggi le cose sovvengono, e ci fanno difetto gli
uomini.
Tra i morti trovo Sivori, e Canepa ufficiali di Montevideo Genovesi,
Borelli di Mantova, Rasori di Soresina, Falgari di Romagna; Boldrini
Cesare, in cui non sapevi che cosa tu avessi a lodare maggiormente o
la umanità, o la scienza, o lo amore smisurato verso la Italia, vi
rimase ferito e poichè egli aveva votato la sua vita alla Patria
sciolse il voto a Maddaloni undici anni più tardi combattendo con
fortuna migliore per la Italia, più dolente per lui. Gruppi di
soldato a Montevideo diventato capitano a Roma stramazzò ferito, ma
potè rilevarsi e vivere, e così pure Bassano Bignami di Mantova
sempre presente a tutte le patrie battaglie finchè si spense
rifinito dalle fatiche nel 1859 formando parte dei Cacciatori delle
Alpi.
Allorchè il pro' Daverio tentando un disperato assalto alla villa
Corsini con una mano di eroi, rimase spento a mezzo del viale con una
palla in mezzo del petto, cadde l'animo un'altra volta ai soldati, e
sgomentatisi si volsero con frettolosi passi verso la porta San
Pancrazio, la quale cosa notata dal Garibaldi via precorrendo si pose
fra la porta, ed i fuggenti a cui quando furono vicini favellò con
parole vibrate: «voi avete sbagliato strada; non è per di qua,
che si va a combattere il nemico.» A mo', che la lampada per olio
nuovamente infuso si ravviva, per coteste parole ripresero ardire i
soldati, e quantunque laceri, e stanchi tornarono a perigliarsi nella
lotta mortale.
Anco Angiolo Bassini non una ma due volte si avventò seguito da
pochi ad assaltare il Casino dei Quattro Venti; la prima volta rimasto
solo indietreggiò lento fra mezzo ad una grandine di palle; poco
dopo avendo una granata appreso fuoco al Casino egli volle mettersi da
capo alla ventura, e lo prese cacciandone via i Francesi con la
baionetta nei reni, e forse sarebbe riuscito a tenerci fermo il piede,
se in quel punto cadendo per gravissima percossa ricevuta non avesse,
per così dire, con la sua assenza levata l'anima ai soldati; nè
a restituirli alla fiducia di vincere valse il Manara che sopraggiunto
in soccorso co' suoi Lombardi prese altri posti, e non li potè
tenere, chè i Francesi con numero quadruplicato di gente fresca
corsero a riscoterli.
Qui mi vo' pigliare licenza, che so che ai miei lettori parrà
dovere, di stendermi alquanto nel racconto di Luigi Binda da Cremona
figlio unico di padre dovizioso: costui amava di profondissimo affetto
una fanciulla popolesca onesta nonmenochè bella, nè il padre suo
consentendogliela a sposa egli menava vita desolata; finalmente il
padre, considerando come tentata ogni via non fosse riuscito a
distorlo da cotesto suo decennale amore, accolse la fanciulla, e la
benedisse per figlia: pochi mesi il giovane Binda andò lieto nei
santissimi amplessi, chè rotta la guerra all'Austria dopo stato
alquanto in forse tra la sposa, e la Patria, l'amor della Patria
vinse, e versandosi su i campi di battaglia egli combattè con
l'ardore cui non seppe vincere lo smisurato affetto dell'amata donna:
tuttavia si consolava della lontananza sempre di lei favellando, lei
in mezzo ai pericoli invocando, e di tratto in tratto tra la furia del
fuoco traendosi dal petto i capelli di lei baciandoli, e ribaciandoli.
A Rieti lo fulminò la nuova della morte della sposa diletta, non
pianse, non disse motto, ma gli amici che lo videro orribilmente
mutarsi in volto procurarono badarlo attentissimi, onde per ventura
furono a tempo a trattenerlo quando allo improvviso egli volse contro
di sè le mani violente. Lo consolarono, e il forte uomo si
consolò da sè, sentendo come ad ogni minuto gli si parava la
occasione dinanzi di morire per la Patria; da per tutto ei fu, in ogni
parte combattè sempre nella ferocia pacato, vigile, e previdente
così, che la milizia gli conferiva il nome di _perfetto soldato_.