Adesso nelle mie note trovo scritto un caso che parmi ottimo a riferire;

forse taluno osserverà, com'ei non si addica al sussiego della storia e

di ciò non curo, però che io reputi degno della storia tutto quanto

ammaestra la vita: Garibaldi a Velletri pose stanza nel medesimo palazzo

dove albergò il re Ferdinando; colà adagiato sul letto mandò pel

medico perchè gli visitasse l'affranta persona, e vedesse un po' se vi

era verso di farlo soffrire meno: il medico venne, e gli ordinò il

salasso, ma ei non ne volle sapere; allora un bagno, e a questo aderì:

mentre per tanto ei se ne stava immerso nell'acqua fu udito dalla contigua

stanza dare in iscoppio di riso, onde il trombetta Colonna che lo serviva

da cameriere entrato nella stanza gli domandò: «che ci è da ridere

Generale?» Ed egli: «rido perchè mi è caduta la camicia nel

l'acqua, ed io l'ho figlia unica di madre vedova.»--«Aspetti un

minuto, replicava il trombetta, vedremo di rimediarci.» Ed uscì fuori

interrogando i presenti se potessero prestargli una camicia, ma quanti udi

si trovavano nei medesimi piedi del Generale, eccettochè a loro la

camicia non era cascata nell'acqua. Messo alle strette il giovane Colonna

si accosta al dottore Ripari e si gli dice: «io ce lo avrei il ripiego,

ma non mi attento.» Il dottore di rimando: «parla franco.» Allora

il trombetta: «oh! la senta, nel convento degli Agostiniani a Palestrina

nella camera di un frate, mi saltarono, sto per dire, da se nelle mani

parecchie camicie, ed io per non fare il superbo con la Provvidenza me le

riposi nello zaino, dove a tutt'oggi si trovano; però se le paresse cosa

io ne darei una al Generale...--Certo, che la mi pare cosa da farsi,

rispose il dottore.»--A quel modo Garibaldi potè adagiarsi nel letto

di un re con la camicia di un frate! Vicende del mondo, bizzarrie di

cervello secondo la indole italiana. Nella sala del palazzo Angelotti o

Ancillotti a Velletri ci era un trono, tutto damasco ed oro, dove si

assideva nella sua maestà il Cardinale legato: al dottore Ripari prese

il capriccio di mettercisi a sedere fumando la pipa: il dottore notò che

ci si stava come in qualunque altra seggiola ordinaria; forse peggio; ed io

poi aggiungo, che l'azione che ci fece egli, certo fu la migliore di quante

il Cardinale ce ne avesse mai fatte. E un'altra ventura non meno piacevole

è questa: i ragazzi del Sacchi, co' feriti meno gravi stanziarono dentro

un convento, distribuendoli soldatescamente, con le sentinelle, le veglie,

e con gli altri tutti ordini, per bene: non andò oltra un'ora, che da

quella parte fu udito uno schiamazzo da assordare la gente a un miglio di

distanza: accorsero per vedere che disgrazia fosse accaduta; non trovarono

sentinelle, le porte sprangate, più e più volte chiamarono, e in

mezzo a quel diavolìo non fu possibile farsi sentire; atterrarono le

porte, e rinvennero i ragazzi, non esclusi i feriti, a corrersi dietro

urlando freneticamente inebriati di chiasso; li ripresero, e si misero a

ridere, li minacciarono e risero più che mai: che pesci pigliare?

Soldati erano di undici a sedici anni.

Il Garibaldi inseguiva i Napoletani, ma per quanto affrettasse il

cammino non li potè raggiungere; lo abbandonava il Rosselli

richiamato a Roma, ed egli aggiuntasi la brigata Masi si gittò su

la provincia di Frosinone a purgarla dalle bande dello Zucchi, uomo

nel trentuno tenuto in pregio e più tardi comparso a prova cattivo

soldato, e pessimo cittadino; il peggio è vivere troppo. Allo

accostarsi dei nostri le bande dello Zucchi spulezzavano; i nostri

dovunque mostravansi come liberatori venivano acclamati; forse erano

coteste accoglienze sincere, ma siccome i popoli le profferiscono a

tutti, così riportando l'effetto non giudichiamo lo affetto. Questo

poi è sicuro, che i Napoletani non opposero resistenza nè ad

Arce nè a Rocca di Arce: stavano in procinto di avviarsi a San

Germano quando richiamati a Roma rifecero i passi per Frosinone,

Anagni, e Valmontone.

Anco questa questa impresa andò fallita perchè al Rosselli

pareva zarosa troppo, dovendo assalire un nemico potente di

artiglieria, e di cavalleria, e due cotanti più forte appoggiato

alle fortezze di Capua, e di Gaeta; le sono saccenterie di uomini

mediocri, che a sè, e ad altri danno ad intendere per sapienza; con

cento volte meno di forze il Garibaldi più tardi mandava in fasci

cotesto reame; e il Rosselli avrebbe dovuto dirmi se reputava più

agevole tornarsi addietro per combattere con le forze della repubblica

romana la repubblica francese. Il Triumvirato poi fra i due partiti o

di richiamare tutte le milizie a Roma, o di spingerle tutte contro

Napoli e' si apprese ad un terzo e fu il peggiore, le scisse in due

senza saperne il perchè.

Adesso prima di accostarci a Roma per non dipartircene più fino al

fato supremo ci occorrerebbe per via di episodio favellare dei casi di

Bologna e d Ancona; altri gli ha descritti, e non potendo io agiungere

nulla di nuovo me ne passo; solo rilevo, ma importa poco (non già

perchè non lo meriti, che anzi lo meriterebe moltissimo, ma sì

perchè la gente non ci bada, e non ci ha badato mai) che ci furono

minacce terribili del soldato Wimpfen, ed anco terribili fatti, ma

questi meno acerbi di quelli, e furonci eziandio minacce del prete

Bedini, ma blande così che parevano carezze; i fatti poi

atrocissimi, pari in tutto alla mente di quel piissimo Pio IX, il

quale come notai sul principio di questo libro, fuggendo a Gaeta

pregava Dio pei suoi traviati figliuoli, chetornato poi faceva

paternamente decapitare.

Questo altro importa di più. Bologna con le armi alla gola intimata

a sottoporsi al Papa risponde: no; messa la proposta a partito avanti

al Municipio sopra quaranta, trentasette rispondono per la repubblica,

tre pel papa; allora gli Austriaci adoperarono le armi, e il popolo le

respinse con valore piuttosto stupendo, che raro: sopra gli altri si

mostrarono feroci i volontari viennesi, e non fu male, chè su

l'odio di razza versarono olio a renderlo più duraturo, e più

intenso. Col giorno declinava il cuore al Municipio, chè la notte

porta consiglio, ed egli pensava ai casi suoi; all'opposto cresceva

nel popolo a cui i danni patiti erano argomento di vendicarli, non

già d'invilirsi: mentre pertanto questo apparecchia le armi, quello

manda deputati al campo per implorare armistizio, e l'ottiene per

dodici ore. Nelle dodici ore furono per la parte dei patrizi e dei

borghesi adoperate viltà, che nè manco dodici secoli basteranno

a cancellare perocchè mirassero tutte ad abiettare l'animo del

popolo; decorso il tempo dello armistizio invano, si riprese da una

parte, e dall'altra il combattimento, poi lo cessarono fino al giorno

undici maggio: nè ciò si attribuisca a cortesia, ma sì a

voglia di accertare la vittoria, aspettando rinforzi, che di ora in

ora accorrevano: per cui è uso a toccarne, nè manco in venti

contro uno pargli stare sicuro.--Le arti della persuasione andate a

vuoto si tenta altra via per tagliare i nervi al popolo: il Preside,

ceduta ogni sua autorità al Municipio, fugge; il Municipio si

dichiara incapace a sostenere la guerra, e nomina una commissione; non

per questo il popolo ciondola; combatte più furibondo che mai, anzi

per troppo ardore peggiora le cose sue; ostinazione pari non fu mai

vista, chè l'Austriaco si ostina a vincere a suono di cannonate;

così tra morti, ruine, ed incendi si dura a tutto il quindici; la

mattina del 16 verso le sette il Municipio bandisce chiusa allo scampo

ogni via, necessaria la capitolazione; per ira il popolo si strappa i

capelli, ed urla vada piuttosto sossopra la terra; il nemico avvisato

torna sul bombardare senza misericordia fino alle due: allora ci si

mette di mezzo l'Opizzoni arcivescovo reverito meritamente, ed amato:

il popolo da tanti lati conquiso reluttante piegò I Patrizi e i

Borghesi dicevano altrui, e forse se ne persuasero anch'essi, almeno

qualcheduno, che provvedevano alla pubblica utilità, e non

pensavano che alla propria, operando a quel modo. Il popolo solo dura

fino agli estremi o perchè abbia più cuore o perchè abbia

meno quattrini; che se penuria di beni fa copia di anima maleaugurate

sieno dovizie, e civiltà. Lasciando gli antichi esempi di Sagunto,

e di Numanzia ai giorni nostri solo i Russi osarono ardere Mosca

vetustissima capitale, e per giunta città santa, i Francesi

all'opposto apersero le porte ai nemici collegati contro loro, e li

festeggiarono. O questa nostra non è civiltà, o vuolsi abominare

la civiltà, se inetta a partorire i gesti dei quali si palesa

feconda la barbarie.

Riportano gli storici un fatto, il quale io non ho potuto a posta mia

verificare: però sopra la fede loro lo ripeto, pure notando, che ci

si mostra in tutto conforme alla natura dei prelati romani: al

maresciallo Wimpfen repugnante ad ammettere il quinto articolo della

capitolazione, il quale portava non si molestassero gli abitanti di

Bologna pe le cose fino a quel punto commesse, il Bendini consigliava

accettasse tutto; entrato in città avrebbe fatto a modo suo; della

quale indegna proposta incollerito il soldato rispose al prete:

«questo sta bene a voi, non a me, uso ad osservare la fede

data!»

Ed Ancona eziandio oppose resistenza gagliarda, ma di Bologna minore

assai, e senza misura più debole di quella, onde essa va illustre,

opposta un dì alla gente tedesca condotta dallo Imperatore

Federigo. Il Viceammiraglio Belvese profferiva a Livio Zambeccari

comandante della piazza il sussidio delle armi francesi; accogliesse

in città soli trecento soldati, gli consentisse inalberare sul

forte la bandiera di Francia, e poi vedrebbe: forse sarebbe stato

sagace mettere male biette fra l'Austria e la Francia perchè

venissero a screzio tra loro, ma era ingeneroso, quindi a dritto il

colonnello Zambeccari con parole acerbe disse al Francese, si

vergognasse, stupida cosa nonmenochè iniqua parergli, che mentre i

suoi ruinavano col ferro e col fuoco le sacre mura di Roma egli si

profferisse a difendere quelle di Ancona: si allontanasse, Germani e

Galli a noi un dì tutti servi, tutti di noi al presente nemici.--Il

Francese scorbacchiato si partiva nè mai più si rivide. Gli

Austriaci rinvenuto maggiore intoppo che non credevano, trassero

milizie dalla Toscana come quelli a cui premono poco gli onori,

moltissimo gli utili della vittoria. Incendiarono la polveriera di

Santo Agostino con tale e tanto danno che dei prossimi fabbricati

alcuni tracollarono, gli altri ne rimasero intronati: nel medesimo

giorno ventotto case andarono in fiamme: tagliarono i condotti delle

acque; affinchè un'oncia di cibo non s'insinuasse in città

rigidamente vigilarono; l'ospedale dei feriti presero sopra tutti di

mira; il cardinale arcivescovo mandava al Wimpfen per l'amore di Dio

risparmiasse la città, fulminasse le fortezze; ma il soldato

rispondeva attendesse a pregare pure Dio, quanto a lui dovere

apportare al nemico il maggiore danno che potesse. Certo non erano gli

Anconitani ridotti a vedere i guerrieri attriti dalla inedia giacersi

per terra, e la razza delle donne che spartivano il latte fra il

proprio figlio, e il soldato perchè si rinfrancasse e tornasse a

pugnare non ci era più. Dopo ventisette giorni Ancona capitolava;

le sue chiavi ingrommate di sangue portò un tedesco a Pio IX a

Gaeta, e Pio IX ricevendo da mani tedesche coteste chiavi esclamava:

«dopo Dio avere posto ogni sua fidanza nell'Austria.» Di Dio non

so, nè credo, nell'Austria sì, annodati insieme da comuni

interessi i quali di presente essendo venuti meno il Papa all'Austria

sostituiva la Francia. A Roma diede Ancona il delitto, ne conservò

il dominio co' tradimenti e con le morti; ed ora che la giustizia di

Dio gliel'ha tolta di mano empie il mondo di guaiti: che il lupo urli

per fame s'intende, per naturale istinto ha bisogno di sangue, ma che

il prete smanii perchè gli manchino popoli a trucidare non

s'intende: le vittime di sangue abolì Gesù Cristo.

Anco la Spagna venne a dare del suo pugnale nel petto alla Libertà

pensando, che trafitta in Italia, non sanguinasse per lei: dicono, che

ciò si disponesse a fare per conseguire l'approvazione papale alla

vendita dei beni ecclesiastici, perocchè da prima la cupidità

persuase gli Spagnuoli a stenderci sopra le mani nulla curando se

putissero di zolfo, adesso poi la beghineria loro li voleva ripurgati

nell'acqua benedetta. Ottimo quanto essi operarono in Ispagna, ma

udendo che l'Assemblea romana aveva fatto lo stesso a Roma la

chiamarono ladra, e assassina. Se in queste dolenti pagine avesse

luogo il riso noi vorremmo raccontare la intimazione grandiosa mandata

alle _autorità_ di Fiumicino consistenti in un ufficiale di

sanità, ed in un piloto; quantunque nè anco questa valga a

giocondarci, allorchè ci feriscono gli occhi queste parole sinistre

d'iniqua verità, la repubblica romana «agonizzava sotto

l'assalto della forza armata di quattro nazioni unite insieme per

distruggerla.» La Spagna mandò novemila uomini, e quattrocento

cavalli: il danno a noi fu poco perchè non presero parte ai fatti

di armi, molto a loro se consideri la grave spesa, e l'erario

stremato; moltissimo poi se poni mente che manomettevano

insensatamente nelle nostre terre quei diritti, che con tanto

travaglio, e tanto martirio in casa loro appena possono difendere

dalla antica tirannide. Nella tragedia romana alla Spagna piacque la

parte di Tersite; quella di Calcante sostenne la Francia.

Il Garibaldi entra in Roma appena curato dai Triumviri; da memorie mie

particolari so, che egli non possedeva tanto da comperarsi un cappello

nuovo, e un paio di stivali: e' fu Daverio che lo notò al Ripari

intanto che questi gli medicava le contusioni e le ferite, onde senza

tenergliene motto sostituirono al cappello sfondato, ed agli stivali,

che seminavano le suola altri comperati dei loro denari, e il Generale

se ne valse non addandosene, ovvero fingendo non addarsene.--Lui

posero in misero albergo alle Carrozze, la legione alle Convertite;

nè parve di buon'occhio lo vedessero a Roma, conciossiachè gli

proponessero spedirlo subito ad Ancona, ed egli assentiva a patto

fornissero di scarpe i suoi soldati; ai suoi calzari pensavano gli

amici, a quelli dei soldati non poteva provvedere egli.

La speranza degli accordi cullava i Triumviri i quali durante la

tregua conobbero, ma non curarono, come contro le consuetudini

militari i Francesi occupassero i luoghi onde rendere vana qualunque

difesa; però essi presero la basilica di San Paolo, e Monte Mario;

anco provvidero a stabilire un ponte traverso il Tevere, e poichè i

nostri inviarono taluni ufficiali a speculare i Francesi dissero

essere cosa da nulla e provvisoria fatta allo scopo unico di andare a

raccogliere i disertori e gli ubriachi; e non era vero, però che

tentato il luogo di un tratto ci costruirono un ponte di barche, e per

arroto un fortino per difenderlo. Chiunque ha fiore di senno non

vorrà biasimare o biasimare troppo i Francesi per essersi

avvantaggiati della ignavia nostra, ma gli spregerà come meritano

quando sappia, che da questo spingersi innanzi senza contrasto

cavassero argomento per versarsi elogi a bocca di barile; molto

più, che il Lesseps mandato per abbindolare i Triumviri li

scongiurava a non inviare gente da coteste parti, o almanco a non

inviarcele armate per timore di risse le quali arieno mandato all'aria

lo accordo lì lì per conchiudersi. Ingannato il dabbene uomo

ingannava. Quando la brigata Sauvan conquistò il Monte Mario ci

ebbe a trovare pochi lavoratori inermi; a rimbeccare il malnato

orgoglio di questa gente _nemica del nome latino_ ci valgano le parole

stesse del Lesseps all'Oudinot: «se a Monte Mario non rinveniste

contrasto voi lo dovete al continuo assicurare che io faceva i

magistrati non s'inalberassero dei vostri moti, i quali miravano

all'unico intento di tutelare Roma dagli eserciti nemici accorrenti ai

danni di lei; se ciò non era le campane della città avrebbero

sonato a stormo e voi avreste veduto lo universo popolo, anzi perfino

le donne armate di coltello correre ad assalirvi a Monte Mario.»

Intanto che dal Lesseps si affermava una cosa e l'Oudinot la

disdiceva, il Generale domandava a costui che intendesse insomma di

fare, e l'altro gli rispondeva il primo luglio 1849 che avendo ordini

di assalire la piazza non poteva cansarsene nè voleva, solo avrebbe

differito a investirla fino a lunedì mattina _per lo meno_. I

Romani dopo questa dichiarazione se ne dormivano fra due guanciali:

forse si confidavano nella custodia delle oche tradizionali del

Campidoglio.

Adesso vuolsi toccare così di volo qual'era Roma quando fu

combattuta dai Francesi dalla parte in cui si ridussero le offese, e

le difese. Il Trastevere si congiunge col sinistro lato della città

con tre ponti di pietra, e lo difende giù a valle il castello Santo

Angiolo, che sporge in fuori quasi ferro di lancia; quinci un bastione

va su su a destra, e chiude il monte Vaticano con un'angolo risentito,

indi riavvalla fino alla porta Cavalleggieri, e di là da capo si

erpica sul Gianicolo fino a porta San Pancrazio; indi si distende

sopra parte del monte Verde, dove svoltolando a un tratto dechina

giù fino alla porta Portese. Il bastione poi non ha fosso davanti a

sè, non via coperta, non opere avanzate, per di dentro archi sopra

archi; dai colli circostanti possono batterlo a livello pari, dal

monte Mario a cavaliere.

Da porta San Pancrazio esce una via, che dopo breve tratto si

bipartisce, e un ramo piglia tra la villa chiamata Vascello di

Francia, e quella Valentini, mentre l'altro passa fra la Villa

Corsini, e il Parco Pamfili, ma poi entrambi mettono sopra la strada

maestra di Civitavecchia. Dista il Parco Pamfili un tiro di cannone

dalle mura di Roma, e quivi il nemico ha facoltà di ordinarsi

riparato in battaglia; dove però avesse preso anco le ville Corsini

e del Vascello acquista modo di approssimarsi al coperto e quasi non

visto fino sotte le mura di Roma.--Se poi non gli riusciva

impadronirsi di queste due ville allora nè manco gli avrebbe

giovato il Parco Pamfili, dacchè da esse si tira a fittone in mezzo

di quello; al contrario presi tutti questi casamenti, e rafforzatocisi

dentro, quanti si affacciavano alla porta San Pancrazio tanti

sarebbero iti al bersaglio, e quindi impossibile qualsivoglia sortita.

Da questo lato fu nel campo francese deciso assalire Roma, e ciò

pei conforti del generale Vaillant uomo di guerra eccellentissimo;

certo in apparenza più arduo, ma insomma il contrario, però che

dalla parte meridionale se riusciva più agevole abbattere le mura

più difficile, anzi terribile inoltrarsi nella città irta tutta

di tagliate condotte con maestria grande, e difese dal popolo non

immemore della sua prisca fierezza. Quì poi aperta la breccia si

saliva sul Gianicolo; donde, dopo incoronatolo di artiglierie,

potevasi esortare il popolo a cedere alla onnipotenza della forza.

Questo disegno prevalse all'altro del Leblanc, ed affermano

altresì, il Vaillant lo portasse bello, e approvato dal Presidente

della Repubblica; aggiungono ancora, che il Vaillant riconosciuta ben

bene la città lo ebbe a reputare sempre più migliore.

I Francesi, e lo stesso Vaillant scrissero avere prescelto questo lato

alle offese per istudio di non ingiuriare i monumenti di Roma, e sono

solite vanterie, onde i Francesi da per tutto il mondo vennero in fama

di sazievoli: difatti da cotesto lato appunto occorrono i più

gloriosi monumenti della Chiesa, e dell'arte; e nonchè essi

andassero immuni da ingiuria furono guasti e malconci.

Che dal riconoscimento della piazza fato dal Vaillant ne uscisse danno

irreparabile non credo, tuttavia importa notare, ch'egli ci entrò

sotto mentite spoglie di medico quando l'Oudinot, pei consigli del

Lesseps mandava in dono ai Romani un carro pei feriti. Così tutto o

buono, o reo dei francesi doveva cascarci addosso pernicioso, la

generosità del Lesseps, come la perfidia dell'Oudinot: i Romani

commossi ricambiavano cotesto dono da Sinone con altro carro carico di

_sigari,_ e davvero sarebbe grulleria dolercene, chè simili arguzie

formano parte degli strattagemmi di guerra per cui il capitano

piuttosto lodasi, che no. E poichè da quanto siamo venuti esponendo

la villa Corsini si reputasse meritamente la chiave dei vari punti di

offesa fuori della porta di San Pancrazio, così l'Oudinot attese ad

occuparla ad ogni patto anco con frode: a questo modo gli uomini

vulgari per procurarsi plauso fanno fango della nobile fame,

barattandone l'apparenza con la sostanza.

Costui pertanto dopo la promessa che non avrebbe investita la piazza

prima del lunedi mattina, _almeno_, ch'era il 4 di giugno,

proditoriamente nella notte del tre assaliva i posti avanzati fuori

della porta San Pancrazio: vilipeso della sua perfidia da nostrani

come da stranieri rispondeva: invano rinfacciarglisi la tradita fede;

altro essere piazza, ed altro posti avanzati; ma un uomo riputato di

guerra ebbe a dirgli, che i soldati di onore non devono farsi a

pescare cotesti sottigliumi dagli azzeccagarbugli. Certo dal nemico

bisogna sempre aspettarci ogni guaio peggiore; e chi si fida suo danno

se poi si trova deluso: e nei tempi antichi, che risentivano tuttavia

del salvatico non si stava tanto su lo spilluzzico, pure le

immanità, e i tradimenti espressi si narrano non si commendano: ai

tempi nostri spettava ai Francesi, i quali pretendono a un punto il

vanto di civili, e i vantaggi sanguinosi della barbarie, non solo

pareggiare, ma vincere le truculenze tartare, e scitiche. Se da un

lato non si scusa cui si lasciava prendere alla sprovvista, dall'altro

poi vituperiamo la frode del Francese tanto più rea quanto che

commessa da popolo gagliardissimo su le armi contro un popolo

debolissimo ed innocente.

Prima del giorno il chirurgo Ripari stava medicando le ferite al buon

Garibaldi il quale nel tumulto della battaglia se l'era dimenticate,

ma ora posando, esse si ricordavano di lui, quando il cannone si fece

sentire, ond'ei rimase sospeso con le fasce in mano: ecco allo

improvviso salta in mezzo della stanza il pro' Daverio esclamando:

«su per Dio!» senonchè visto lo stato del Generale soggiunse:

«dunque finisci di medicarti, e tu fa presto e vieni via; intanto

io vado.» «Va pure, rispose il Garibaldi, ma qui vi è la

bandiera, e bisogna provvedere a cui darla, e per cui mandarla; da una

parte e dall'altra per questa operazione ci vogliono ufficiali.»

«La è presto fatta, mandala per Ripari al Masina.» E il

Ripari come gli ordinarono fece, ed avendo trovato il Masina a dormire

lo tirò per un piede gridando: «come! si sparano cannonate

contro ai Francesi e tu dormi?»--«Mo'! esclamava il Masina, io

non sentiva niente» e calzati gli stivali scappò via con le

altre vesti in mano abbigliandosi in fretta e in furia per le scale, e

per la strada intantochè correva.

Era prima del giorno, nè la legione italiana del Garibaldi dormiva;

ella all'opposto vegliava facendo cosa che nè anco in mille anni la

s'indovinerebbe se io non la palesassi ad un tratto: cantava la messa!

Ed ecco come; appena tornata da Anagni la stanziarono nel Convento

delle Convertite in prossimità dei Condotti; eranci bensì delle

monache, le quali nè furono mandate via, nè se ne vollero

andare, e tutta volta il luogo capacissimo albergava comodamente

milleseicento uomini e più: i giovani baldanzosi, ed anco protervi

presero a scorrazzare pei luoghi donde si erano ritirate per paura le

donne, e trovarono vaghe logge, cortili, camerette discrete, lettere

erotiche, ed anco altri arnesi del regno ampio di amore che qui non

importa ricordare, e molto meno descrivere: le donne rimaste poi

così non osservarono la clausura, che prima una, poi due,

all'ultimo la più parte non comparissero fuori, come costumano le

rane negli acquatrini, nè già smarrite, o fuggenti i rimorchi, o

sogguardanti sottecchi, mai no; al contrario dagli occhi fermi

mandavano faville, sicuramente di amore non divino; pallide però

tutte, e con un cerchio intorno ai cigli nero per modo che pareva

fatto con un carbone spento cavato di su l'ara a Venere pandemia; lo

incesso poi, e gli atti procaci a bastanza le palesavano addestrate

nella palestra di amore, e

_«Generose così come una madre

«Di dieci eroi_[1].

[1] Questi i luoghi dove l'amico mio barone d'Ondes Reggio dice,

che crescono le candide rose destinate a formare la ghirlanda

immaculata della Regina dei Cieli!

La gioventù irrequieta frugando i luoghi appunto in cotesta notte

era capitata nella Chiesa del Convento dove avendo rinvenuti ammitti,

camici, pianete, piviali, dalmatiche, ed altre di questa maniera

sacerdotali vesti, se ne abbigliò e fatta prete volle dire la

messa; nè mancò il suo bravo organo, sebbene pareva che sonasse

piuttosto a stormo, che a laudi; chi seduto nei confessionali

confessava, chi battezzava, ma il battezzato talora troppo bagnato

rendeva al battezziere la sua acqua co' cambi; le candele, e i ceri

quanti ve n'erano accesi, canti vari moltiplici nè sacri veramente

tutti, nè tutti musicati al medesimo modo, quindi un baccano

accompagnato da risa, urli, e fischi, ed anco da qualche infrazione al

primo comandamento del Decalogo; a compire la confusione nuvole fitte

ingombravano ogni cosa mandate fuori dai turiboli, e dai bracieri dove

a piene mani gettavano i sacri timiami. Allo improvviso il tuono del

cannone ruppe cotesti saturnali, quasi bacchetta di mago che sciolga

gl'incanti; spogliano a furia i mal vestiti panni, ed assunta in breve

sembianza, e atteggiamento soldatesco corrono colà dove li chiama

il pericolo della Patria.

Lo assedio di Roma · 第 53 / 63 段