Incerto il numero della gente che mosse da Roma alla impresa di

Velletri, chi dice 8,000, e chi 10,600, certi corpi, e li comandava il

colonnello Morrocchetti, ed Haug erano preposti all'avanguardia, il

Garibaldi alla battaglia, alle dietro guardie ed alla riserva il

Galletti. Altri notò e bene quanto malvagio partito fosse quello di

mettere a capo di una divisione due Generali pari in grado permanente,

all'uno dei quali si conferiva il supremo comando; di fatti indi a

poco il Garibaldi si faceva cedere dal Morrocchetti anco il comando

della vanguardia, dissidente o non consapevole il Rosselli, e certo

questo fu grave fallo del Garibaldi: non importa ricordare qui gli

esempi rigidissimi co' quali i Romani mantennero la disciplina,

imperciocchè ogni uomo comecchè imperito di milizia vada

persuaso come senza disciplina si abbiano torme di predoni non già

soldati; ed io per quanta reverenza porti al Garibaldi non posso

difenderlo dalla colpa commessa; lui scusano l'amore immenso per la

Patria, l'anima ardente di sacro entusiasmo, ed il sentimento del

sapere e del potere, e tuttavolta la colpa rimane.

Chiunque vuol conoscere come fossero disposti i Napoletani può

cavarsene la voglia leggendolo nell'Hoffstetter, e nel Torre, ma in

questo meglio che nel primo, il quale assai mi ha l'aria di arruffone

e di millantatore; al mio bisogno basta esporre, che i nostri instando

sul centro del nemico avrebbero fatta mala prova sempre, perchè

difficile vincerlo in questo lato difeso stupendamente dalla natura e

dall'arte, e quando vinto egli poteva ritirarsi senza una molestia al

mondo; nè compariva più savio partito assalirlo al fianco

sinistro, dacchè il nemico poteva ripiegare l'ala sul centro, e noi

inoltrati circuire col centro stesso disteso dietro le nostre spalle,

costringendoci a deporre le armi, ovvero a morire senza pro; ottimo

avviso battagliare dal lato destro, dacchè qui il terreno montuoso

si adattasse meglio al modo di combattere scompigliato dei nostri, i

quali arieno potuto esercitare la prestanza individua, mentre per

converso il nemico poco vantaggio o punto avrebbe cavato dalla sua

disciplina; oltre questa occorrevano altre ragioni e del pari

gagliarde, che per istudio di brevità si tacciono. I nostri delle

due vie che conducono al nemico stanziato presso Valmontone, Frascati,

Albano, Genzano. Velletri, e per le terre, che si avvicinano al mare

presero quelle che da Zagarolo mena a Valmontone ed a Montefortino

più lunga, ma meno esposta alle molestie nemiche. Le spie messe

dietro allo esercito napoletano riportavano come egli con celeri moti

si raccogliesse intorno a Velletri non lasciando indovinare se per

allestirsi alla battaglia, ovvero per evitarla con la ritirata; per

noi qualunque fosse il concetto di lui urgeva assalirlo, chè

riusciva impossible ad uomo frenare lo impeto dei soldati; ma dove non

valeva l'uomo, valse la fame: mancarono i viveri; di quì le

querimonie scapigliate contro l'amministrazione ed a torto,

imperciocchè non a lei, bensì allo stato maggiore corresse

l'obbligo di vigilare che gli ordini del supremo Comandante sortissero

adempimento, i quali furono che ogni soldato si portasse le cibarie

per due giorni. Questo negozio delle munizioni in ogni tempo

sperimentammo arduo. I Romani recavano seco armi di ferro atte così

alla offesa come alla difesa, scudo, lorica, elmo, e per di più il

palo onde ad ogni fermata costruivano il vallo, e per giunta il

nudrimento di quindici dì: oggi le razze non so se nascono più

affrante, ma certo per manco di esercizio, o per uso intempestivo, e

troppo delle forze vitali le proviamo di nerbo sotto alle antiche e di

molto. Al pane si potrebbe surrogare biscotto, il quale se fatto nelle

regole, e di roba buona risparmia macinatura, cottura ed altre

faccende di simile sorte nè facili nè brevi per le milizie in

campagna, dacchè lo vediamo quotidianamente sopperire ai

lunghissimi viaggi di mare.

Perderono dunque per via tempo maggiore, che non avessero voluto; pure

il Garibaldi trascorrendo oltre arriva co' suoi la mattina sotto

Velletri avendo però mandato avviso al Generale Rosselli perchè

si affrettasse a rinforzarlo, e questi gli rispose: andasse cauto, si

astenesse da ingaggiare battaglia, solo attendesse a spiare ogni mossa

del nemico, ricordasse essergli giunte testè le vettovaglie in

campo, ed esperienza, e insegnamenti dissuadere la zuffa con milizie

sconfortate di cibo e di bevanda. Ora gli emuli del Garibaldi lo

appuntano della seconda colpa, la quale fu, postergato ogni consiglio

o piuttosto ordine, avere continuato la marcia, anzi pure attaccato la

mischia, e non è vero.

Velletri è città di 12,000 anime, situata in cima ad un colle; la via

che mena a lei per circa tre miglia prima di arrivarci è tagliata ad

angolo retto, a destra ed a sinistra, da talune eminenze fra mezzo alle

quali essa procede; il Garibaldi con disegno accorto dietro queste eminenze

dispose grosse squadre di soldati regolari mentre egli coi legionari, e

volontari suoi prosegue per la via: passate coteste alture la campagna si

stende con piano inclinato, e la via continua traverso a quelle, quasi

chiusa, fra due argini che la sovrastano una trentina di braccia e più;

tutta questa stesa appellano i _colli latini_; e qui pure il Garibaldi

ordinava i suoi dal manco lato e dal destro in modo che tagliassero la

strada con linee parallele e diritte. Il Garibaldi disposte le sue genti a

quel mo', dopo avere spediti qua e là stracorridori a speculare si mise

a sedere sotto un pino che ombreggiava la via, ed essendo ormai le ore otto

voltosi ai compagni disse loro: «Orsù vediamo di rompere un po' il

digiuno.» Dentro un tovagliolo allora gli portarono tre panini, quattro

once di salsamento, e forse altrettante di cacio cavallo; non mancava il

vino, forse un bicchiere e nemmeno: i convitati otto, col Garibaldi nove.

Taluno disse al Generale: «mangi tutto lei, almanco uno di noi si

caverà la fame.» Egli al contrario: «no abbiamo a mangiare tutti,

capisco che non ci è pericolo di morire per ripienezza.» Mentre egli

recatosi in mano un panino faceva atto di spezzarlo ecco un lanciere

sopraggiungere da Velletri a briglia abbattuta, e domandare da lontano:

«dov'è il Generale?» Qui, fugli risposto, ed egli tostochè lo

vide: «Generale dalla città sboccano in massa cavalleria e

fanteria.» Il Garibaldi, che teneva fra le dita un pezzo di pane lo

depose per bene nel tovagliolo, si levò, e fregatasi due o tre volte col

palmo della destra la fronte si abbassava la falda del cappello su gli

occhi, poi con voce forte e pacata ordinò al lanciere: «Tornate

addietro, e date ordine che tutti i corpi avanzati si ripieghino in

ritirata.» Il lanciere volte le groppe del cavallo, tocca di sproni, e

via; dopo ciò il Garibaldi accenna della mano al dottore Ripari e gli

dice: «tu fa voltare le mule ed i cannoni, e torna indietro a piccolo

passo.» Il buon Ripari che di queste cose m'informa, ingenuamente

aggiunge: «voi capite, che anco al medico col Garibaldi tocca a fare un

po' di tutto.» Gli ufficiali di stato maggiore furono lanciati in questa

parte ed in quella a portare ordini, il dottore se ne torna bel bello in

giù a capo di quattro cannoni, e di quaranta mule cariche di munizioni

rasentando l'argine a manca per lasciare libera per quanto più poteva la

strada, il Generale anch'egli seguitava lento a cavallo dietro l'ultimo

cannone. Intanto giovanetti a corsa passano domandando l'uno all'altro:

«dove vai?» A chiamare il Rosselli, rispondevano. «Ed io pure.»

Già i traini erano giunti alle eminenze negli intervalli delle quali il

Garibaldi aveva disposto i soldati regolari, quando dalla parte di Velletri

fu udito strepito di moschetteria, e indi a breve arriva tempestando un

cavaliere che sussura nelle orecchie al Generale un motto, per cui questi

mutata fronte va via di corsa col cavaliere. Il Ripari piantato lì in

asso non sapeva, che farsi; statosi alquanto sopra di se ordina sostino le

mule, e i cavalli della batteria, ed egli pure dietro al Generale.

Adesso narro cosa che a parecchi saprà di agrume, ma io la vo' dire

perchè tante sono le prove del valore italiano, che davvero egli

non può patire manco di fama per qualche colpa commessa; e poi

tanto mi uggisce la jattanza francese di non averne tocche mai, che

quasi mi piace raccontare come gl'Italiani non repugnino dal

confessare per essi talvota non essersi compito il debito. Il Masina

capitanava novantasei lancieri, bolognesi la più parte; prodi

uomini tutti ma nuovi, egli poi comecchè giovane di anni, vecchio

di perigli e di prove; militò in Ispagna, e da pertutto dove si

combatteva per la libertà; per lui niente impossibile, il numero

non contava come pel Garibaldi, usi a mutare in vere realtà le

fantasie dello Ariosto: costui vedendo ruinargli addosso due squadroni

di cavalleria napoletana si volse ai suoi, e parendogli che

nicchiassero, con parole di obbrobrio li vituperava aggiungendo poi:

«e che vi ha da importarre che i nemici sieno mille? O che me ne

importa? O che fa averne di fronte quattro od otto? Su giovanotti alla

carriera.» Ed egli via a precipizio; comecchè fosse cavaliere se

non unico raro, pure montando certa cavalla inglese ardentissima

storna di pelame, appena gli riusciva tenerla agguantando con le due

mani la briglia; a quella guisa correndo primo e solo andò a dare

di fronte nella cavalleria napoletana. Il Colonnello di quella vecchio

di anni e di mestiere facendosi cuore gli si avventò contro

menandogli un gran fendente sul petto il quale per ventura non lo

arrivò; Masina allora abbandona le briglie, e trae in un attimo la

sciabola tenendola voltata e ferma al collo nemico; la cavalla libera

scorre via come saetta, il colpo coglie fulminando il Colonnello, che

rovesciato a terra perde la vita. Il Sacchi nelle sue memorie afferma

che il Masina trapassasse il Colonnello napoletano con un colpo di

lancia, ma non è vero, chè egli non andava armato di lancia in

cotesta congiuntura. Ora mentre il Masina tutto bollente si volge per

incorare i suoi ecco si trova solo, imperciocchè i suoi lancieri,

essendosi appressati ai nemici, e scorto com'essi di cinque volte e

sei li superassero, e subito dopo venissero le fanterie a battaglioni,

invilirono; presi da paura voltate le groppe fuggono. Il Generale

Sacchi ne incolpa i cavalli sbrigliati, non assueti alla vampa ed allo

strepito delle armi, ed è menzogna pietosa: i lancieri del Masina

sotto Velletri scapparono abbandonando il Capitano a morte quasi

sicura; ed anco peggio essi fecero se pure peggio si poteva,

imperciocchè il Garibaldi pensando che il suo aspetto bastasse ad

arrestarne la fuga, si pose col cavallo di fianco traverso la strada,

e seco lui il moro Aguiar; ma lo aspetto non valse, nè il grido,

nè il cenno, chè via trascorrendo lui, e il moro mandano

sossopra, alcuni in essi inciampando rotolano per terra, onde in breve

cotesto luogo fu ingombro da un mucchio di cavalieri caduti, e di

cavalli. Afferma il Torre, che Garibaldi caduto stesse sul punto di

restare trafitto dal Colonna maggiore napoletano se prevenendolo un

lanciero non lo avesse morto prima di vibrare il colpo, e confonde

forse col fato del Masina; altri, l'Hoffestetter, racconta come il

Garibaldi avesse feriti la mano e il piede di palla, e nè manco

questo è vero. Crediamo il Garibaldi che così mi narra il fatto,

ed io tal quale lo trovo scritto nei suoi ricordi lo riferisco altrui.

«Una compagnia di ragazzi che si trovava alla mia destra vista la

mia caduta si scagliò su i napoletani con tal furore da fare

stupire: io credo dovessi la mia salvezza a cotesti prodi giovanetti

poichè essendomi passati parecchi cavalli sul corpo ne rimasi

contuso per modo, che a fatica poteva rialzarmi, e rialzato mi toccava

le membra per vedere se vi era nulla di rotto.»

Il Ripari visitandolo dopo la vittoria trovò il Generale ammaccato

in tutta la parte destra del corpo, al malleolo esterno, al ginocchio,

all'avambraccio, al cubito, ed alla spalla; la mano destra sul dorso

riteneva la impronta di un ferro da cavallo; però finchè durò

la battaglia il Garibaldi pareva non sentisse dolore, e forse l'anima

sua tutta versata altrove non lo sentiva.

Dei ragazzi di cui parla il Garibaldi così mi occorre scritto nelle note

fornitemi dal Generale Sacchi: «erano giovanetti di 16 anni o meno, che

componevano insieme una compagnia comandata dal Capitano Airoldi

bergamasco, e formavano parte del mio corpo: qui a Velletri si distinse per

prova di stupendo coraggio assaltando i nemici alla baionetta, e molti di

essi facendo prigionieri, i quali poi strana figura facevano di sè,

tratti in mezzo a cotesti fanciulli; nè a Velletri solo ma nello assedio

di Roma, e nella ritirata a San Marino sempre comparve indomita di

coraggio, e pagò largo, ahimè! troppo largo tributo di sangue alla

Patria.»

Il Garibaldi rimontato a cavallo ordina a talune milizie disposte per

le frastagliature dei colli latini avanzino celeri e chiudano la

strada, alle altre poi comanda non si movano, rimangano ai lati del

nemico, il quale improvvido delle insidie era trascorso oltre, lo

fulminino nei fianchi, e così fecero, sicchè le palle percotevano

sopra masse dense e compatte, però quanti colpi tante morti e forse

più morti, che colpi; cascavano giù come frutti colti dalla

grandine; miserabile il luogo, impossibile vincere; da prima venne meno

la baldanza, poi subentrò la voglia di ritirarsi, all'ultimo cadde su

l'anima di costoro la paura, e a rifascio per cotesta via incassata i

cavalli tempestando stornarono, le colonne della fanterie susseguenti

rovesciano, pestano, e passano; anco i non percossi disposti sopra i

rialzi laterali della via sono travolti nella fuga.

Il re Ferdinando era presente alla battaglia, e la stava mirando, col

cannocchiale da una finestra del palazzo Angelotti; visto il caso non

volle saperne altro; ordinato pertanto ai suoi soldati il celere

ritirarsi, nei passi retrogradi, li precedeva: il suo posto era dietro

quando essi camminavano avanti; avanti quando camminavano indietro.

Nella fuga ruinosa lasciarono cavalli, ed uomini feriti, armi sparse,

zaini, e vesti; tanta carta avevano addosso costoro, che sparsa a

terra parve ci fosse nevicato. Al Masina, cercando, venne fatto

rinvenire il Colonnello napoletano morto da lui, scese da cavallo, e

gli tolse la tracolla orrevole di dorature, della quale come di

spoglia opima meritamente si decorò.

E nè anco voglio omettere un fatto strano, perchè anch'egli

dimostra a qual misero stato di errore conduca la falsa religione il

volgo di Napoli, e forse il volgo tutto dei cattolici; i soldati

napoletani ripresi agramente della poca resistenza opposta

rispondevano a scusa, che tanto avevano visto il combattere inutile,

dacchè la gente del Garibaldi uccisa, appena tocca terra

resuscitava; errore, che ebbe origine da questo: i giovanetti di

membra agilissime e spigliati appena esploso il moschetto si

lasciavano ire a terra dove giacenti lo ricaricavano, e poi di un

tratto sorgevano a replicare i colpi.

I soldati di Garibaldi non paiono contenti di ricacciare il nemico; lo

vonno spento; e' fu lo inseguimento feroce: dove i napoletani levano

il piè, lo pongono i Garibaldini; il Daverio, il Masina con altri

animosi cacciaronsi in mezzo a loro lupi fra pecore, e stette a un

pelo, che menati via dalla corrente non entrassero alla rinfusa con

essi nella terra, e vi cadessero prigioni; altri si spinsero fin sotto

l'altura dei Cappuccini ira di cannoni, e senza curarsi della

mitraglia, che schizzava a diluvio, dissero: «qui siamo venuti per

combattere, e combattere vogliamo,» pregaronli a ritirarsi, e non

approdavano; non l'Hoffstetter vi riusciva, non il Manara; intanto la

mitraglia semina la morte, e non per questo rimovonsi dal disperato

proposito; allora i due ricordati si consigliano andarsene ad avvisare

il Generale e così facendo poco oltre incontrano una mano di

soldati, i quali ebbri dallo strepito dei cannoni, e dall'incessante

clangore delle trombe incuranti delle granate, che ruinavano giù in

mezzo a loro ballavano; appena essi giunsero ecco un colpo di

mitraglia ferisce due danzatori; sostano tutti, ed esitano un momento,

ma il Manara subito grida alle trombe: «musica!» e gli altri

più frenetici che mai ripigliano i salti. Anco il principe di

Condè si legge, che in Ispagna quando i suoi si accinsero a salire

su la breccia di Leira fece sonare i violini: queste jattanze non

invidinsi ai Galli; devono gl'Italiani affrontare la morte da eroi,

non irriderla come giullari.

Ma che tarda il Rosselli? Se arriva in tempo questo combattimento non

si risolverà solo in onoranza delle armi italiane, ma forse avrà

virtù di mutare le condizioni della guerra: disperso l'esercito

regio, in potestà nostra le armi, e gli arnesi guerreschi di

quello, sbigottiti i nemici già ciondolanti, i popoli levati a

novità, aperte le porte dello stato, il re vinto dalla paura più

che dalle armi; a Napoli tutto procede a mo' di lava, tanto il fuoco

che irrompe dal Vesuvio, quanto la passione, che trabocca dall'anima

degli uomini. Ecco arriva finalmente il Rosselli non con la foga di

cui voglia avventarsi allo sbaraglio, bensì con la circospezione di

quale teme venire sorpreso; il Garibaldi lo attende dentro una

casupola a destra, dove ei si sta speculando lo irrequieto

affaccendarsi del nemico; appena lo vide in questi _precisi_ accenti

li favellò: «Generale, mirate; se vi regge la vista vedrete ad

occhio nudo, se no pigliate il mio cannocchiale; ponete mente a

cotesta linea nera sopra la strada, quegli è il nemico, il quale

non si ritira, ma fugge.»--«È vero! È vero! Risponde il

Rosselli.» Orsù via, soggiunse il Garibaldi, «addosso alla

coda del nemico, e pigliamogli più roba che possiamo: due strade ci

si parano davanti per agguantarli; la prima è quella, che gira

sotto le mura, e a questa non ci si ha da pensare, perchè esposta

troppo ai cannoni, ed ai moschetti nemici; l'altra più lunga, ma

più sicura ci corre qui a sinistra in mezzo ai campi, che potendosi

tagliare a diagonale ci lascia agio di giungere a tempo: è l'ora di

Marengo, le 4 e mezzo pomeridiane.--Sì, sì, replica il Rosselli,

bisogna fare a quel mo' e lo faremo.»--«E sia Generale, replica

il Garibaldi, «ma avvertite, che i miei uomini stanno al fuoco

dalle 8 di stamattina fino ad ora, bisogna rilevarli.»--«Avete

ragione, così faremo;» conchiuse il Rosselli.

Presenti fra gli altri a cotesto colloquio il colonnello dei Dragoni

Marchetti, e il colonnello di stato maggiore Daverio, il quale disse

al primo: «Marchetti, quanti cavalli hai teco?»--«Adesso

quaranta o cinquanta, l'altro rispose.»--«Ebbene soggiunse il

Daverio, va tu innanzi per campi di traverso con quanta gente più

puoi, e acquattata dove ti paia più destro: io mi ti lego per fede

di sovvenirti fra breve.» Il Marchetti andava, il Torre dice con

120 uomini (forse questi più gli si saranno aggiuti per via) e si

pose in agguato nella selva che spessissima fiancheggia la via

consolare fra Velletri e Cisterna.

Però nonstante la buona volontà dimostrata dal generale Rosselli

tanto egli che il suo colonnello di stato maggiore Pisacane non

procedevano di buone gambe in cotesta impresa però che eglino le

mosse del nemico non giudicassero fuga, all'opposto maneggi per

circuirli, e mettersi in parte da presentare battaglia con profitto il

prossimo giorno. Mirabile il giudizio subitaneo del Garibaldi quanto

il concitato comando: entrambi quasi sempre infallibili: le prove di

ciò replicate e continue: onde quanti con esso lui militarono in

America gli avevano cieca fede; non così gli altri un po' perchè

lo conoscevano meno, un po' per saccenteria di regole e un po' per

astio, le quali cose tutte, comecchè in particole pure si

appigliano anco allo spirito dei migliori. Da siffatto screzio nacque,

che invece di spingersi gagliardi contro Velletri si gingillarono in

avvisaglie alla spicciolata fino a notte; fu spedita sopra la strada

di Terracina una scarsa banda di gente buona a raccattare prigioni,

non atta a combattere nemici: le tenebre posero termine al

combattimento, e diedero principio al votare della città: bene si

accorse della ragia il Marchetti, che non essendo rinforzato mandò

messi su messi affinchè lo ingrossassero; aspettato lunga pezza

invano, da una parte egli si vedeva tolto fare cosa che approfittasse,

e dall'altra non gli pativa l'animo di tornarsene senza costrutto:

tenendosi sempre prossimo alla selva per rintanarsi al bisogno si

gittò su la strada dove mise le mani addosso sopra nove mule

cariche di gallette, e per poco non fece preda troppo più

importante, il fratello del re che in quel punto giungeva: fu salvo in

grazia della stupenda velocità dei suoi cavalli.

Verso le due ore del mattino il tenente colonnello Leali ebbe ordine

di occupare col battaglione del 5.º reggimento l'altura dei

Cappuccini, che trovò deserta. Emilio Dandolo con soli 40 uomini

stracorso ad esplorare la città s'imbatte in due contadini, i quali

lo accertano della partenza dei Napoletani; fattosi oltre scavalca le

barricate, ed entra nella città abbandonata del pari; solo il

nemico ci aveva lasciato i feriti e i prigionieri.

Con questi esempi lo esercito napoletano non si educava a gesti

eroici; e più tardi a piccolo urto noi lo vedemmo cedere; però

prima di cotesta infamia fu chiaro in armi, e lo ridiverrà in

breve, chè la colpa non ispetta a lui, bensì al codardo

guidatore ed educatore. Di rado i Borboni di Napoli mostraronsi prodi

come sovente feroci, chè ferocia e viltà paiono più presto

sorelle che cugine, e Velletri se con Ferdinando vide una fuga

vergognosa, lei fecero illustre i medesimi napoletani condotti da

Carlo III quando colà percotendo gli austriaci salvarono le terre

del regno dalle offese di cotesti barbari. Ferdinando fino al Dumo di

Gaeta sostenne la parte di cui turpemente fugge; nel Duomo assunse

quella di vincitore, e in rendimento di grazia per la ottenuta

vittoria cantava il _Tedeum_; cosa da fare ridere i celicoli, se

lassù in cielo queste nostre miserie toccassero; intanto i diari

del governo annunziavano le milizie regie congiunte alle francesi

combattere aspre battaglie; vinta Roma; _con maschio valore_ averne i

Napoletani espugnato due porte; nè diversamente era da aspettarsi

da uomini, quali avevano promosso santo Ignazio da Loiola, stipite dei

Gesuiti, al grado di perpetuo maresciallo di campo del re di Napoli!

Chi poi non si sapeva consolare di cotesta vittoria era il Masina;

sbuffava, e tempestava urlando, che a quel modo non si espugnano

terre; se gli fosse riuscito avrebbe preso pel collo il re di Napoli e

costrettolo a rientrare in Velletri, perchè se da re non aveva

saputo difenderlo lo difendesse da uomo; ma intanto che col re non si

poteva sfogare non dava pace ai compagni, e gli destava a calci, pur

sempre sclamando: «e ora bella forza prendere Velletri! Sono stato

in città e non vi è più nè manco l'odore di Napoletanni.»

Lo assedio di Roma · 第 52 / 63 段