La tregua dei francesi con Roma arriva inaspettata a Ferdinando, e gli

parve tradimento; forse fin d'allora statuì ritirarsi, ed in cuor

suo maledisse il momento di essersi messo a repentaglio, ma fu il

pentirsi tardo, che gli si spinse addosso il Garibaldi. Questo

capitano si traeva dietro il battaglione dei lombardi, e Manara. In

brevi accenti importa dire chi fossero gli uni e l'altro: reliquie i

primi di corpo più vasto, che mal seguendo le orme del re fu

secondo il solito derelitto da lui; non bene fra loro concordi

perchè volevano ad un punto piacere al Piemonte, e non alienarsi i

Repubblicani; umiliaronsi ai ministri regi e ne ritrassero onte, e

strazi: ingannati su la strada da farsi per la perfidia dei medesimi

ministri ebbero a lasciare le artiglierie per via; quando meno se lo

aspettano i soldati del Piemonte si rovesciano su loro e gli

artiglieri disperdono, i cannoni tirano dentro in Alessandria. Questo

narra il Dandolo che ci si trovò presente, ma egli non lo piglia in

mala parte, perchè di stirpe aristocratica; però le regie offese

ha per carezze, mentre in odio degli ordini popolari, quanto sa di

popolo lacera senza pietà. Strenui giovani furono per certo i

nobili lombardi, ma schifiltosi, e saccenti: combatterono i nemici

valorosamente sempre, le proprie passioni non combatterono mai. A

Bobbio sbandaronsi, che madre di discordia è la sventura: nel

tumulto rimase ucciso un'ufficiale; i cavalli venderonsi quasimente

per nulla. Anco dal Dandolo si ricava, che i pochi rimasti insieme

passando per Chiavari vennero con inestimabile esultanza festeggiati,

perchè creduti ausiliatori di Genova; quando poi i Chiavaresi

seppero, che non andavano per quello cagliarono; dond'ei cava

argomento per deplorare la insania degl'Italiani! Certo per cui sa,

che in quel punto il Lamarmora bombardava Genova adoperando contro una

città italiana, quelle armi, che su i campi di Novara rimasero

inerti è mestieri che dica le opere di questo Conte valere troppo

più delle parole. Avviaronsi verso la Toscana in cerca di miglior

fortuna, ma ci giunse il loro messaggio nel punto in cui cadeva il

governo popolesco per le mene di nobilissimi ribaldi; il Conte chiama

cotesto governo _spregevole_, e tuttavia ei ne sperava sollievo ed

altri soldati italiani ributtati dalla monarchia sabauda ebbero da

cotesto governo vesti, armi, e danaro, e quello che più importa

fratellevole accoglienza; ma poco sono da curarsi le parole del Conte

contro il governo toscano, se la dicacità sua egli spinge fino agli

ultimi oltraggi contro i propri commilitoni, e valga il vero; egli

afferma com'essi accettassero recarsi a Roma per paura che stretti fra

l'appennino e il mare di un tratto il _pregiabile_ governo di Piemonte

non li consegnasse all'Austria, e poichè costà non poterono

rimanere si avviarono a Roma senza amore, all'opposto odiando il

governo del Mazzini e quasi per dimostrazione dell'animo loro portano

sopra le cinture la croce sabauda; accettano il soldo della repubblica

solo per vivere reputandosi liberissimi, appena giunti, di piantarla;

così forse non pensava la moltitudine dei soldati che il Manara

conduceva: non convincimento, non passione essi sentivano disposti a

servire per bisogno la repubblica, o la restaurazione regia, se privi

di bisogno non avrebbero servito l'una nè l'altra: insomma, a

sentire questo Conte, i 600 lombardi, che furono miracolo di valore e

di costanza, volgono a Roma per non farsi, spinti dalla fame,

ladroni.--Nè meno sbalestrato è il giudizio del giovane Conte

intorno alla milizia Romana; a lui erano segni di sicura disfatta la

moltitudine delle sciarpe, bandiere, coccarde, e durlindane ond'ella

andava ornata ed armata, le moltiplici assise, che vestiva, e le

spallette delle quali taluno a mirarlo solo nel volto era indegno, gli

parve cotesto il carnovale della licenza; e tuttavia cotesta gente

seppe morire per la causa della libertà; ma al Conte Dandolo va

molto perdonato, imperciocchè molto abbia amato, e troppo più

patito per la Patria.

Manara capitano dei Bersaglieri, di patria lombardo, fu il Tancredi di

questa inclita epopea; di forme ampie, ed anzi pingui che no, marziale

nel volto, nel portamento, e negli atti; padre e marito non invilito

negli affetti privati, con tutto il cuore amava la moglie, e i figli e

nondimanco sopra questi amò la Patria; si sarebbe detto avesse

avuto due cuori; costumi alteri ma urbani, senza troppo addomesticarsi

affabile; quasi un profumo di nobilesca gentilezza lo circondava: da

prima repugnò dal Garibaldi, ma all'ultimo si accorse come vi abbia

una gentilezza d'intelletto, che vince l'altra di educazione perchè

questa può talora dimenticarsi, l'altra non mai; allora egli prese

il Generale e il Generale lui; onde all'ultimo diventarono non pure

amici ma inseparabili.

Segreti furono lo scopo della impresa, e le vie; le varie milizie per

comando superiore si raccolsero alla villa Borghese; dicevano per

essere passate in rassegna, e quivi rimasero fino a sera; su lo

imbrunire ecco il Garibaldi; al solo vederlo comprendono tutti, che

per rassegna ei non viene; tranquillo anzi immobile sopra un cavallo

feroce; dopo le spalle gli svolazzano le chiome fulve, e i lembi del

mantello bianco; sotto il mantello egli veste la camicia colore di

sangue, e come ombra lo seguita il negro americano dalle vaste membra

coperto di mantello nero, ed armato di lunga lancia intorno alla quale

si agita la bandiera vermiglia. I gridi andarono al cielo; egli fece

della mano silenzio, ed arringò i soldati; che diss'egli? Veruno

ardisca riportare le parole del Garibaldi, imperciocchè la virtù

delle sue arringhe consista meno nelle parole che nello sguardo, nel

suono, insomma in un torrente di fluido elettrico, che si prova, ma

non si descrive.

Ora dunque come mai dei giovani scolari nei quali abbonda

ordinariamente il cuore ne rimasero soli nove? Forse un demonio di

quelli, che governano la Caina passando su l'anima loro vi soffiò

un'alito gelato e gli avvilì? Ecco la cagione del fiero caso, che

forse lo scusa in parte ma non lo assolve: nella giornata del 30

aprile fu preposto a questi cervelli giovanili mobilissimi per natura

un côrso, di cui non si ricorda, e non importa ricordare il

nome[1]; però giova avvertire che indi a breve se ne andò in

Francia al soldo dello Imperatore, e con esso lui forse tuttora

rimane; nel 30 Aprile pertanto ben'egli a squarcia gola gridava ai

giovanetti: _avanti! avanti!_ ma ei se ne stava addopato ad una pianta

schermito dalle palle con un fiasco di vino al fianco dove di tratto

in tratto attingeva voce, e sembianza di valore: però sospettando i

giovani di mal capitare sotto la trista guida spulezzarono. Di qui

l'uomo, si accorga come la poca fiducia nei condottieri soldateschi o

politici di un tratto smorzi ogni entusiasmo, e muti condizioni di

animosi in codardi.

[1] Veramente io lo so ma io taccio per riverenza della Isola

che mi fu cortese di ospizio, e di conforto.

Procedeva il Garibaldi co' suoi tacito in mezzo alle tenebre e

descrivendo un grande arco attinse la via prenestina, che mena a

Palestrina, la quale risponde alla Porta maggiore di Roma mentr'egli

era uscito dalla Porta del Popolo; di tratto in tratto spediva il

Garibaldi stracorridori a speculare il sentiero frugandolo argutamente

nelle più recondite latebre; pareva, che navigasse per iscogli

dolosi, e veramente ei camminava in mezzo ai pericoli: sovente egli

medesimo in compagnia del suo moro si allontanava per tentare i

meandri del terreno, e come improvviso si partiva così del pari

improvviso ritornava; e questa, che pareva faccenda strana perchè

inusitata fra noi, era cautela appresa dai selvaggi i quali come

pongono ogni loro gloria a sorprendere il nemico con gli agguati,

così adoperano ogni sottile accorgimento per ischivarli; senza

intoppo procederono fino al mattino, allora appartatisi alquanto dalla

via prenestina s'indirizzarono verso Tivoli.

Per questa guisa l'astuto condottiero illudeva il nemico il quale

stimò dai rapporti delle sue spie, che pigliando egli per la via

Flaminia andasse ad assaltare i Francesi a Palo onde di un tratto si

scopriva di subito minaccioso sul fianco destro di lui accampato

intorno a Velletri; e per ultimo marciando di notte confortato dalla

ombra, e dalla frescura aveva potuto camminare per bene ventiquattro

miglia in nove ore.

Ed è questo successo notabile imperciocchè la prima qualità

che si ricerca nelle fanterie consista nella gamba, onde Omero ricorda

Achille ordinariamente col titolo _di piè veloce_; e mettendo dal

lato Omero gli scrittori tutti di cose militari in questo consentono:

i soldati austriaci vanno lenti ed è bazza quando, camminando

grossi, percorrano un miglio l'ora; i Francesi condotti da Napoleone

compirono marcie, che emularono quelle di Cesare, e di Alessandro.

Taluno opina, che i soldati due miglia l'ora possano farle, un uomo

giovane ne fa tre nel medesimo spazio di tempo, ma non per durare:

comunemente però i grossi battaglioni muniti di artiglierie poco

più di un miglio l'ora vediamo, che camminano; Garibaldi ed i suoi

quasi tre ne trascorsero, e parrebbe miracolo, se non costumassero

sempre così; dacchè appunto nei moti incredibilmente celeri stia

riposta la precipua arte di guerra del Garibaldi, e quantunque egli

abbia detrattori in copia tuttavia si conosce come per diverse vie

adoperi la medesima tattica di Napoleone in terra, e del Nelson sul

mare, voglio dire raccogliere in un punto la maggiore quantità di

forze possibile per rompere la linea nemica; i primi ottenevano lo

intento con lo avvolgersi accorto delle milizie e delle navi, il

secondo col piombare giù inopinato con mosse celerissime, e per

sentieri reputati inaccessibili.

Ma volere è vinto dal non potere; quindi poichè i suoi compagni

attriti dal digiuno, e dalla fatica ormai balenavano cadere ei fece

sosta in mezzo a un prato. Qui agli occhi maravigliati dei giovani

lombardi apparve uno spettacolo nuovo; appena il Garibaldi ebbe dato

fiato alla tromba ecco i fanti buttare là le armi, e mescolarsi

insieme vari di vesti, di armature, di tutto; nella camicia rossa

pari; soldati, e capitani non solo uguali, ma i secondi sovente servi

ai primi, tutti alla busca, ognuno è macellaio, e cuoco; nè si

desidera molta perizia in questo, chè cibano le carni appena

rosolite; i cavalli liberi di sella e di freno in balìa di loro

stessi; poi li ripigliano col laccio nel modo che agguantano pecore e

buoi; dopo sazi si giacciono giù in terra e somministra ai

cavalieri letto e guanciale la sella; ai pedoni un sasso, e se nè

anco questo trovano, sottopongono al capo un braccio, e basta. Intanto

il Garibaldi s'incammina su le alture, e col cannocchiale fisso su gli

occhi sta vigilando per tutti, poi scese, dettò alcun ordine, e si

ammannì la tenda per riposarvi sotto, la quale in un battere di

occhio fu lesta però che in questo modo la costruissero; la

sciabola ignuda ficcarono alquanto in terra, legarono per traverso il

fodero in croce, appoggiarono al punto d'intersecazione una lancia,

sopra essa gettarono il suo mantello e la tenda fu fatta; il Garibaldi

ci si stese sotto riposando alcun poco le membra.

Il conte Dandolo s'inalbera per cosiffatti costumi del Capitano e dei

soldati, ma pure ci correva poco screzio con quelli dei suoi

bersaglieri, anzi dello stesso Manara; dacchè l'Hoffstetter

racconta com'essi nella medesima maniera agguantassero pecore, e bovi,

li scorticassero, e arrostissero mettendocisi intorno il Manara come

gli altri con le maniche tirate su fino al gomito; ed anco il nobile

giovane non si dà pace perchè nella legione del Garibaldi a

molti prodi e dabbene si mescolasse gente di ogni risma; e' sono fumi

aristocratici senza costrutto; di vero s'egli senza commoversi

racconta come i suoi bersaglieri militassero per fame sotto bandiera

aborrita poteva non arricciarsi degli altri considerando, che il bel

morire onora la vita, nè meritava spregio chi travolto da ree

passioni in mezzo ai traviamenti pure rinveniva forza in sè da

ritrarsene, nè molto meno si potevano essi respingere dal santo

proposito di espiare le passate colpe con magnanimo fine.--

Col Garibaldi brevi sempre i riposi; egli primo in piedi, ed allo

squillo della sua tromba ecco tutti balzare su ritti, sparpagliarsi,

rimescolarsi, ricondurre i cavalli col laccio, cercare le armi,

forbirle, mettersi in ordinanza, e subito dopo in marcia. Su lo

imbrunire il tempo si annuvola, e si mette prima a piovigginare, poi

giù acqua a brocche; verso mezzanotte arrivano a Palestrina; dove i

soldati furono distribuiti per diversi conventi; toccò ai lombardi

il convento degli Agostiniani, ma Agostiniani o Cappuccini od altri

cenobiti usciti un dì dalle viscere del popolo, oggi atrocissimi

nemici suoi e della libertà; quindi ritrosi a dare perfino ricovero

ai nostri soldati i quali incolleriti si pigliarono ricovero, e cibo,

e bevanda, ed altre più cose rompendo casse ed armari; dicono

trovassero altresì libri, e stampe, e lettere di laidi amori; nè

mi maraviglio se le rinvenissero nascoste mentre dimorando io in

Genova presso il convento di San Francesco di Paola, il nipote del mio

giardiniere avendomi recato il breviario, che un dabben frate lasciava

nel confessionario ci trovai fra le carte lettera di certa penitente

la quale rinfacciava a costui il suo abbandono dopo averla condotta a

rompere fede al marito.--

Nè grande, nè bella si mostra Palestrina un dì _arx

prænestrina_ precipua città degli Equi fondata innanzi Roma;

quivi edificò più tardi Silla il tempio alla Fortuna, preferendo

cotesto truce al nome di virtuoso quello di _felice_; la città

ricingono da tre parti mura debolissime, le vie sono fatte a scale;

tutto dintorno deserto, solo lontano su i colli circostanti appaiono

borghi, che si vantano città.

Il re di Napoli in fine avvisato come il Garibaldi lo cercasse a morte

è da credersi che si sentisse andare giù per le ossa il ribrezzo

della quartana; ma poichè con 20 mila soldati non poteva fuggire

davanti a meno che 3 mila per disperazione animoso si dispone moversi

a combatterlo; ho scritto moversi ma non egli mutò un passo,

bensì spinse da Albano il generale Lanza con 5 mila uomini muniti

di artiglieria da campagna per conquidere il Garibaldi, o almeno

circondarlo per guisa, che il regresso a Roma gli fosse impedito; al

generale Winspeare fu ingiunto che per la via di Montecompatri

sostenesse le mosse del Lanza. Ora trovo scritto come il Garibaldi

sparpagliasse qua e là manipoli di bersaglieri ed anco di cavalli

per tribolare il nemico; anzi affermano, che il Winspeare dopo

scambiato con loro un trarre lungo e sanza pro fino a sera, dubitando

dalla pertinacia dei nostri che fossero molti, o se pochi altri

aspettassero calata la notte si ripiegava fino a Frascati;--certa cosa

egli è che da queste lustre altro non volle cavarsi eccetto lo

abbandono del nemico delle sue posizioni per trarlo a battaglia, e

questo il Garibaldi ottenne, imperciocchè il generale Lanza nel

giorno di poi uscisse ad assaltare Palestrina; lo precedeva il

colonnello Novi camminando sopra una delle due strade, che mettono

capo alla porta del Sole; su l'altra strada veniva più grosso il

Lanza per dare dentro alla città di fronte; e vuolsi credere che il

Novi avesse a scorrere oltre per pigliare alle spalle la città

dalla via che da mano diritta mena piu in alto al colle. Lo

aspettavano i nostri; il Manara dei suoi rimastigli (chè alcuni

bersaglieri col tenente Bronzetti aveva spedito a infestare il nemico

a Valmontone nè si ricongiunsero col Garibaldi fuorchè a Roma)

mandò una compagnia col Rozat alla porta del Sole; un'altra pose

col Ferrari nella parte inferiore della città; la terza col Maffi

tenne nel convento degli Agostiniani pronta alla riscossa; la quarta

col Bonvicini aveva fino dal giorno innanzi preposta al presidio del

Castello San Pietro in vetta al colle dove con fatica si ascende in

mezza ora, e donde con facilità in quindici minuti si cala.

L'Hoffstetter descrive diffusamente questa avvisaglia, come se fosse

capitale giornata, e a se non senza molta prosunzione attribuisce il

merito di ogni mossa; nè questo è il più breve su la scorta

degli scritti, che possiedo. Parte della legione italiana era inviata

fuori della porta del Sole per sostenere la zuffa con la colonna del

Novi; lei comandava un gentile dozello, biondo, e roseo, di cui le

guance ombreggiava appena la prima calugine; quale avesse nome non mi

occorre scritto: non importa, aveva nome _popolo_; mi dicono che

prevalsa la tirannide in Italia, andò a combattere per la

libertà in America, dove cadde in battaglia: il nostro cuore geme

nel vedere la universa terra seminata di ossa italiane, ma la ragione

lo consola però che la libertà sia anima del mondo, e tutto

avendolo per patria ella patrie particolari non conosce o

disprezza[1]; ebbe per comando tenesse il posto, o ci morisse: dopo

lui la compagnia Rozat; questa la nostra sinistra. Verso le quattro

del pomeriggio un mille di nemici raendo seco due cannoncini da sei

presero a bersagliare i nostri, e i nostri salutarono con acclamazion

festose lo strepito delle prime palle come se incominciasse la danza

desiderata; cessate le grida risposero con fuochi spessi e terribili,

ma alla scoperta, e alla scoperta il giovanetto capitano agitava la

spada, bersaglio ai colpi nemici, e per venura non tocco mai. Durava

un'ora la mischia quando ai nostri vennero meno le munizioni sicchè

si udiva i soldati garosi domandare l'uno all'altro: «deh! per amor

di Dio, prestami una cartuccia delle tue, ch'io le ho finite.»

Allora il buon Ripari, anima grande senza ch'egli se ne sia accorto

mai, trasse davanti al giovanetto capitano dicendo: «vuoi tu ch'io

vada per le munizioni?» E quegli: «magari!» Il buon Ripari

andava non pigliandosi cura delle palle, che lo precedevano, e lo

seguivano in cerca di munizioni fino al luogo dove la strada che sale

a Palestrina s'inselva; dopo cinquanta circa passi s'imbatteva in

soldati conduttori dei multi con le munizioni, i quali sbigottiti dal

rumore della battaglia si peritavano a sbucare fuori del bosco;

adoperandoci acerbe parole, ed atti violenti li costrinse a correre,

poi compreso del pericolo in cui si versavano i nostri, scorse oltre

verso la città per affrettare lo aiuto: «poco lungi dalle mura,

egli racconta, mi occorse il Manara a cavallo sotto l'arco della

Porta; le late membra e pure leggiadre, la guerresca sembianza e

l'atto fiero mi empirono di maraviglia, sicchè il pensiero mi

trasportò ad Ettore su la soglia della porta Scea in procinto di

combattere per la Patria.» Rinforzando i passi con lena affannata

in parlare succinto lo avverte: «i nostri perigliano.» Ed egli:

«qui corsi per sovvenirli.» «Ma tu sei solo, ripiglia il

Ripari.» L'altro «odili, corrono.» Di fatti in quel punto

sboccano i compagni fuori della Porta, e poichè la città posta

in alto avvalla alla pianura a modo di anfiteatro di cui i gradini

sono piantati di viti, e seminati di biade, pigliano a saltare giù

alla dirotta di scaglione in iscaglione sospinti dal furioso squillare

della tromba del Manara, che gl'incalza come pungolo nei fianchi: a

questo spettacolo non potè tenersi ferma la compagnia Bonvicini di

presidio alla Rocca, ond'ella pure precipitava di rincorsa a basso. I

Napoletani spaventati da cotesta cascata di prodi anelanti alla

battaglia non istettero ad aspettarli, e fuggendo disperatamente

lasciarono in abbandono i due cannoni.--Però a quanto sembra e' fu

in cotesta occasione, che cadde spento Pio Rosa di Vicenza, il quale

quasi sdegnoso di non incontrare più virile resistenza nel nemico

mentre lo inseguiva con la spada nei reni, un paltoniere volta faccia

improvviso e a bruciapelo gli scarica l'archibugio nel cuore;

anch'egli giovane, e cultore dei buoni studi massime legali; nel 30

aprile colpito parimente di palla nel petto cadde, e fu reputato

morto; poteva rimanersi a Roma a curarsi, e non volle, sacro alla

Patria egli reputò conchiusa bene la vita esalando l'anima al

grido: «Viva la Repubblica!»

[1] Per somma ventura in certe note del generale Sacchi parmi averne

rinvenuto il nome: «il Cucelli, scrive l'egregio uomo, giovane

ventenne cresciuto nella legione italiana di Montevideo splendido

per forme e per valore si distinse nel combattimento di Palestrina

fra tutti ed a lui si deve la presa dei cannoni, dacchè per

ispirazione propria dopo lungo giro con la centuria che comandava

uscito alle spalle del nemico lo scompigliò. Questo giovane

sonava divinamente la tromba a chiavette, e in mezzo alle

battaglie soleva sonarla per modo da eletrizzare i morti.»

Memorie ms. del. Gen. Sacchi.

Così a manca: più duro certame a destra, e al centro dove

irruppe il nemico grosso di novemila uomini; e munito di artiglierie:

qui dunque convertono i nostri le forze, la più parte comandate: il

Bixio poi spontaneo però che spedito a circuire i fuggenti a

sinistra udendo a destra strepito di battaglia colà si volge,

conforme lo porta la bollente natura: allora non costumava annoverare

i nemici. I Napoletani si erano impadroniti del caseggiato opposto sul

margine del campo, e dell'altro, che sorge la dove si tagliano le

strade per Roma, quinci sfolgoravano i nostri accalcati dolorose. Il

Bixio molestamente sopportando il fatto muove con audace ma non

avvisato consiglio di contro alle case funeste, e perde parecchi prodi

invano: già i superstiti balenavano quando l'Hoffstetter potè

ripararli dietro certo avvallamento di terreno aspettando l'esito

della mossa ordinata al capitano Ferrari, la quale consisteva nel

circondare le case poste su l'argine riuscendo alle spalle del nemico

per tragetti e per coperte vie, come accadde, di che pigliando

spavento ei le vuotò in un attimo.

Ora sì, che il Bixio non si poteva reggere instando di avventarsi

in massa co' nostri contro l'altro caseggiato del crocicchio; lo

tennero, ponendo ordine allo assalto il quale fu ammannito così:

dinanzi i legionari e gli emigrati traevano palle a grandine mentre

due squadre di bersaglieri stretti correvano di contro alle case, dove

giunti un cinquanta di passi forse lontani sbandaronsi; precipitano i

nostri nello spazio, che passa tra l'una casa e l'altra, il quale

così era breve, che la fiamma dei fucili nemici bruciò i capelli

a parecchi dei nostri. Avanti a tutti il Bixio; così penetrarono

dentro le case per le porte atterrate, e per le finestre scalate;

molti ammazzarono, molti presero, troppi più fuggirono.

Quale lo esito dello assalto sul centro, non importa dire; colà

erano pochi, ma con essi il Garibaldi, e basta.

Il nemico a rendere più infame la infamissima fuga si volta ad un

tratto su la via di Roma e scarica i suoi moschetti addosso ai nostri;

la mano dello schiavo tremante non aggiusta i colpi, nessuno rimase

ferito: e' fu il saluto della viltà!

Questo insomma il combattimento di Palestrina, il quale partorì

vantaggi, che in parte andarono perduti a cagione del sollecito

richiamo del Garibaldi a Roma, durarono però la baldanza nei nostri

di vincere quante volte fossero stati messi di fronte ai Napoletani, e

la facilità di cavare fodero dalle provincie meridionali.

Deplorammo diece morti, tra i quali anco il tenente Mengarelli, feriti

venti e più; dei nemici rimasero spenti cinquanta, altrettanti e

più feriti; fra i morti parecchi ufficiali stranieri, e tra i

feriti altresì; ferite, e morti ignobili però che coloro i quali

vendono l'anima e il sangue a prezzo altro meritino che precipitare

per via di sangue nel sepolcro illacrimato: molti i prigionieri

coperti di amuleti, abitini ed altre siffatte idolatrie abolite da

Cristo e ritornate in fiore dai preti come merce fruttuosa su tutte

per la religione bottegaia; nondimanco costoro maledicevano Dio, i

Santi e il Papa.

Non si narrano le esultanze, ed i falò dei Romani per la vittoria

di Palestrina; questo solo si nota, che i feriti udendo eccheggiare

l'aria del grido: _Viva la Repubblica_, sporgevano il capo e le mani

fuori delle carrette sclamando anch'essi «oh! viva, viva.»

Lo assedio di Roma · 第 51 / 63 段