per fare di un tratto prigioni un due centosessanta Francesi: ecco
come sta la faccenda. Il maggiore Picard con trecento allo incirca
soldati del 20° di linea su le ore antimeridiane aveva preso certa
posta in prossimità alla villa Valentini, e quivi stette fino al
termine della giornata, il quale venuto, alcuni dei nostri
furbescamente presero a sventolare fazzoletti bianchi mostrando
volersi abboccare col Maggiore, cosa da questo più che volentieri
accettata, allora gli dissero le milizie francesi entrate per accordo
in Roma, andasse a vedere, lo condurrebbero eglino stessi; il Picard
accettava, e raccomandato prima ai suoi che vigilassero su le armi, li
seguiva. Vedovo il corpo del suo capo lo circondarono i Romani due o
tre volte più numerosi, e sforzatolo a deporre le armi, lo menano
prigioniero a Roma. Posto vero il fatto, paiono peggio che strani i
lamenti; gli strattagemmi consueti in guerra; la morale condanna
quelli, che arieggiano di tradimento, e di ferocia codarda, si
accomoda agli arguti; la ragione di stato si approfitta di ambedue: i
Francesi poi immaginosissimi a inventarne dei nuovi, ma della prima
specie, in copia, scarsi i secondi: Affrica parli, e parlerà anco
Roma. Il comandante, il quale lascia per lusinghe i suoi soldati
peggio, che stolto; ed egli non unico a condurli; dopo lui rimanevano
altri ufficiali quanto egli capaci, e forse più di lui; nè i
nostri li colsero alla sprovvista, dacchè partendosi, egli ordinava
loro stessero vigilanti: dunque non cessero per inganno bensì per
forza di arme; tagliati fuori essi giudicarono ogni resistenza vana:
per me credo che tale operasse il Picard per non trovarsi presente
alla resa volendo piuttosto comparire gaglioffo, che poco
animoso.--Però diverso raccontano taluni dei nostri l'avventura e
affermano il _Bixio_ avere messo le mani addosso al Picard tentennante
ad arrendersi, il _Franchi_ di Brescia avere fatto altrettanto col
sottotenente _Rennelet_, ed ambedue disarmati, e bendati trassero al
Generale Garibaldi il quale li mandò al Ministro Avezzana.
Poichè alla porta dei Cavalleggeri fu respinto lo assalto non
potendo patire i Francesi di aversene a tornare indietro con l'onta di
una sconfitta (molto più che a rimprovero o a scherno della
pecoraggine loro i nostri allo strepito delle artiglierie, e delle
moschetterie alternavano i suoni dell'inno nazionale di Francia, la
_marsigliese_, capace un dì come vantava il suo autore a movere
centomila uomini, ed oggi diventato tanto innocente presso cotesto
popolo, che lo insegnano per sollazzo ai pappagalli.--A siffatte ruine
può precipitare un popolo per manco di virtù sua, e per
malignità altrui!) il capitano Fabar, quel desso, che venne già
in Roma per abbindolare i Romani voltosi al Generale Oudinot così
prese a favellargli: «Generale ho riconosciuto più innanzi certa
stradella la quale senza pericolo di restare offesi dal fuoco dei
bastioni conduce alla porta Angelica, dove accadrà il tumulto
concertato per aprircela.» L'Oudinot ridotto ad appigliarsi ai
rasoi, crede al parabolano, ed ordina al Generale Levaillant di
mettersi dietro al capitano con la seconda brigata, e due cannoni.
Questo sconsigliato caccia dentro le milizie nel sentiero che si
aggira per le muraglia dei giardini del Vaticano, e di vero potè
procedere nascosto fino a duegento braccia dalla porta Angelica, ma
appena i nostri lo videro sboccare fuori della strada, presero a
sfolgorare la testa della colonna con una grandine di palle. La
brigata balenava alquanto, non retrocesse; all'opposto si attelò di
faccia, e postò i due cannoni. Di qua e di là si rinfocola la
battaglia, ma sopraggiungono di corsa i carabinieri romani, il
_Calandrelli_ parve in quel dì trasformarsi nel centimano Briareo
con le sue artiglierie: la morte menava baldoria, che i Francesi
cadevano giù come insetti strizzati dal primo freddo di novembre; i
cavalli dell'artiglieria esanimi a terra, e a terra pure percosso per
non rialzarsi il Fabar. Possano gli oltraggiatori della nostra Patria
non provare destino migliore del suo! Anco qui laceri i Francesi
ebbero a ripararsi a frotte scompaginate per gli avvallamenti del
terreno, o dietro ai muri continuando il fuoco scarso e languido anco
per parecchie ore; i cannoni rimasero derelitti; potevano i nostri
andare a pigliarli, ma non essendo consentito l'uscire, alle due dopo
la mezzanotte i Francesi vennero a tirarli di cheto a braccia; a
braccia pure si portarono i feriti.--Mille e più dei nemici morti,
o feriti, o prigioni resero funesto per la Francia quel giorno; noi
avemmo a rimpiangere dei nostri meno di duegento fra morti e feriti; e
ci contiamo anco due cittadini morti, e quattro feriti; chi fossero i
morti non mi occorre scritto; i feriti due giovanotti uno di 14, e
l'altro di 16 anni, _Mondavi Michele_ Romano il primo, l'altro _Paolo
Stella_ della legione romana con tre ferite, _Bernardino Proietti_ da
Spoleto ebbe il corpo trapassato da un pezzo di mitraglia; _Giuseppe
Caterini_ da Foligno con gran voce esclamò: _viva la repubblica_
mentre gli amputavano il braccio ferito. Se la storia registra di
Giovanni delle Bande nere il quale resse la candela al chirurgo
mentr'ei gli tagliava la gamba offesa ci è parso giustizia non
tacere la virtuosa ferocia del cittadino romano. Respinti da per
tutto, a ragione paurosi di essere circuiti ed oppressi, o fatti
prigionieri i Francesi passarono la notte su le armi, e la mattina
maravigliando che quanto temevano non accadeva si ritirarono a
Castello di Guido. Il terrore dei Francesi non era indarno,
imperciocchè i generali Garibaldi, e Galletti pestassero mani e
piedi per ottenere rinforzi, e sterminare il nemico, agevole il moto
dacchè dalla villa Panfili, e dagli Acquedotti dominando la via
Aurelia antica con celeri passi si poteva precorrere l'Oudinot a
Castel di Guido, e chiudergli la strada; i Francesi poi rifiniti da
dieci ore di combattimento, senza cavalleria, che nella ritirata li
proteggesse, e sgomenti come porta la indole loro quando ne hanno
tocche; noi altri avevamo due reggimenti di linea di riserva, due
reggimenti di dragoni a cavallo, due squadroni di carabinieri, e il
battaglione dei bersaglieri lombardi condotti dal colonnello _Manara_:
questi nella giornata del 30 stettero su le armi, e non presero parte
alla battaglia, perchè traditi a Civitavecchia davano la parola in
pegno di non combattere prima del 4 maggio, e tanto bastava
all'Oudinot fidente di tenere Roma prima di quel giorno, conto che gli
andò proprio fallito; per ultimo le forze di un popolo ardente
d'ira e di pietà! Si oppose Giuseppe Mazzini, e con lui gli altri
Triumviri per risparmiare alla Francia la vergogna della piena
sconfitta, e per non isperdere invano il sangue dei nostri giovani
soldati combattendo allo aperto con veterani spertissimi: di tale
partito i più degli scrittori riprendono il Mazzini, taluni
spiegano il suo concetto, ma non lo lodano: di vero se la Francia
avesse voluto procedere sempre con la consueta iattanza ne aveva
tocche troppe, e male per non doversi vendicare, e se all'opposto con
giustizia quanto più solenne la lezione, tanto più persuasiva: e
poi co' Francesi due nespole delle buone non guastano nulla; la
esperienza ammaestra che fornita una impresa con la sua ruina si
procede riguardosi a incominciarne un'altra, mentre la mezza batosta
porge quasi lo addentellato a ripararla: arrogi l'acquisto delle armi,
e alla verosimiglianza che di tanti prigioni in mano potenti per
credito, e per autorità qualcheduno si mettesse paciere di mezzo
proponendo condizioni comportabili. Per me giudico, che a perseverare
nella lotta più che altro animasse il rapporto dell'Oudinot al
Ministro della guerra a Parigi, il quale con l'arte nella quale i
Francesi non conoscono non dirò pari, ma nè anco secondi
affermava a faccia tosta: «non era nostro intendimento assediare,
ma riconoscere la piazza, e ciò compimmo; così che dopo le
nostre grandi guerre non si conosce per le nostre armi fatto più di
questo _glorioso_!» E da tanto ch'ei lo giudicava glorioso che per
l'angoscia ne infermò, e il Rusconi visitandolo lo rinvenne pallido
e scontraffatto, e male con un diluvio di parole dissimulante
l'ansietà dell'animo suo. All'opposto un medico francese scriveva
agli amici suoi così: «temevamo una sortita e nel cammino
occupato da tutte le parti, mi perito a dire che mai sarebbe accaduto;
basta, come Dio volle, il nemico si rimase dietro le mura.» E nè
anco questo è vero, però che il Garibaldi il giorno dopo li
seguitò con la legione italiana, e qualche squadrone di cavalleria,
ma indi per ordine del Governo retrocesse a Roma. Fra le altre non so
se io mi abbia a dire fisime o bugiarderie dei Francesi ci fu quella
di negare i danni per essi recati ai monumenti di Roma, senza
accorgersi che smaniosi della lode per le virtù che non hanno, da
sè medesimi si screditano nello attribuirsela per cose che fra loro
contrastano, nè possono stare insieme; ed invero come avrieno
potuto battere Roma dal lato del Vaticano senza offendere il Vaticano?
Il generale Torre narra che una palla _cristianissima_ frantumò
certo immane triregno di travertino simbolo del potere temporale rotto
per sempre dalle potenze cattoliche quando per forza di arme dentro le
carni di Roma anzi d'Italia a mò di chiodo della passione lo
riconficcarono. I rapporti dell'ingegnere Grass testimoniano quante
palle di cannone e quante di moschetto offendessero il palazzo, e la
basilica del Vaticano: due palle bucarono l'arazzo di Raffaello
rappresentante la predicazione di S. Paolo nell'Areopago e il pezzo
rimase attaccato alla palla: quattro fracassarono il tetto della
cappella sistina; insomma menarono strage in quel giorno, e peggio
fecero poi. _Enrico_ Cernuschi per la sua piacevolezza, e per lo
indomito ardire delizia del popolo romano andava dicendo non si
affliggessero per cotesti danni, perchè la Francia aveva promesso
pagarli e gli avrebbe pagati, che rigida osservatrice di sue promesse
era la Francia, e ne porgeva fede cotesto caso perchè avendo eglino
bandito volere entrare in Roma ci erano entrati di fatto; veramente
non vincitori, bensì prigionieri, ma ciò non toglieva che al
compito assunto non avessero dato recapito.
Comecchè io abbia tolto a favellare unicamente dei fatti di arme dello
Assedio di Roma, non devo tacere delle donne patrizie o no ma nobilissime
tutte che si consacrarono alla cura dei feriti.--Taluna di loro poi girò
nel manico, e da per sè volle guasta la sua bella fama; anco gli
scrittori clericali non si rimasero da turpi contumelie, ma se questi
insudiciano non però fanno macchia, ed io con dolore sì ma non senza
orgoglio registro, che Cristina Trivulzio principessa venne meno a sè
medesima, chi crebbe fu Giulia Modena popolesca. Quando ci fu mestieri
panni pei feriti si rinvenne mezzo spedito a procurarli oltre il bisogno;
si tolsero carrette, e ad esse dietro parecchi uomini dabbene aggiravansi
per la città con voci pietose facendo appello alla carità dei
cittadini, e dalle finestre furono viste volare giù per la strada
lenzuola, e di ogni maniera biancherie. Un vecchio, si narra, si condusse
per verecondia dentro l'androne di certa casa, e quivi toltasi la camicia
la porse lacrimando per sollievo ai feriti; senz'altro costui avrebbe
offerto il cuore, e questi casi occorrono sempre là dove il popolo
commosso da passione buona si lascia in balìa del proprio affetto:
più arduo sciogliere i cuori impietriti dalla ira sacerdotale, però
che a loro paia essere religiosi mostrandosi crudeli; tuttavia nelle donne
prevale sempre la pietà, massime se le sieno giovani; di vero la
mirabile carità delle signore conviventi nella casa di Tor de' Specchi
rappresentate dalla cittadina Galeffi dette il destro al virtuoso Aurelio
Saffi di volgere loro queste nobilissime parole: «a fronte del sublime
compenso, che queste amorevoli cittadine aspettano in un mondo migliore
dalla loro carità, la prima delle virtù cristiane, i Triumviri
ardiscono appena esprimere a queste gentili anime la più sentita
gratitudine in nome della Patria.»
La ferocia dei barbari quantunque addolori pure non contrista tanto
come la ipocrisia dei popoli, che si vantano civili, ed è ragione,
che i primi in parte scusa l'ignoranza, mentre i secondi commettono
due mali, il danno, intendo dire, e la menzogna per onestarlo; e
poichè i Francesi bandiscono ai quattro venti la bandiera loro
sventolare sempre colà dove appaia una causa civile a difendere,
appena possiamo credere con quanta sfrontatezza negassero le ingiurie,
che con le palle di cannone, le bombe, e perfino co' moschetti
recassero ai monumenti romani: si leggono tuttora i rapporti
degl'Ingegneri commessi a verificare i danni, ed a ripararli; il pezzo
lacerato, dall'arazzo del Sanzio senz'altro testimonio saria bastato a
condannare i Francesi in giudizio. Gli è tempo perso; negli amici
nostri ribolle sempre il mal sangue di Brenno; forse un giorno si
correggerà tutto, ma la natura dei popoli cacciata via dalla porta
torna dalla finestra.--Affermarono altresì, che i feriti loro
patissero truci asperità dai nostri, ed i prigioni ingiurie;
coteste le sono turpitudini che non importa rilevare nè anco; chi
gli abbandonava senza pur visitarli fu un Forbin de Janson oratore di
Francia a Roma, i nostri non misero differenza nell'opera della
carità tra Francesi, e Italiani; anzi concessero, che gli amici
loro dal campo venissero a consolarli con la nota faccia, e la favella
del natio paese, chè lontani della Patria ogni conterraneo ci
sembra parente.--
Nè importa a noi, e sarebbe bassa voglia, chiarire le bugiarderie
dei rapporti dell'Oudinot, che francese egli era, ed aveva per dirle
più bisogno degli altri; piuttostochè improvvido volle passare
per gaglioffo; e tale sia di lui; la superbia offesa gli diede la
febbre, e il Rusconi, chè lo vide in quel torno a Castel di Guido
scrisse, secondochè notai averlo trovato stravolto, angosciando in
mezzo ad un vaniloquio di errori, di minaccie, e di sospetti per non
dire paure; poteva acchetarsi ad essere argomento di scusa, dacchè
la fortuna delle battaglie stia in mano di Dio, prescelse farsi
oggetto di scherno di faccia alla Europa: e' sono soldati.
Somma la fede nostra come somma la perfidia dei Francesi: i
bersaglieri del Manara bene stettero schierati a tutela della
città, ma al combattimento del 30 aprile non pigliarono parte
perchè riputaronsi vincolati dalla promessa di astenersi dalla
zuffa fino al giorno quarto di maggio, e fu coscienza sciupata sia
perchè non essi bensì il Preside di Civitavecchia aveva fatto la
promessa, nè vincolava perchè estorta a forza e iniquamente, e
poi i Francesi non osservarono mai promesse, nè patti: per ultimo
quel dabbene Manara che fu quanto onore visse al mondo non andò
immune da accusa per parte dello impronto nemico, il quale ardì
appuntarlo di essersi rimasto in ordinanza con l'arme in collo durante
la giornata del 30 aprile.--
La miseria dell'animo pari al sofisma dei nostri avversari si palesò
nello scambio dei prigioni; mandarono a negoziarlo certo loro medico, e il
povero Ugo Bassi pedestre e senza cappello; recavano lettere del generale
Regnault di San Giovanni di Angely, il quale vedremo rassomigliarsi
all'Oudinot come uovo ad uovo: rinfacciava costui la libertà concessa ai
bersaglieri lombardi, sostenuti a torto, contro il diritto delle genti, e
per di più sotto la condizione, che ho ricordato pocanzi: offeriva
rendere in baratto 500 uomini del Melara sorpresi a tradimento, e disarmati
a Civitavecchia; parlava di diritto internazionale, di accettare lo
scambio, egli che per offerire scambio siffatto aveva violato tutte le
norme del diritto e della giustizia: che più? E fu questa suprema prova
della fronte di bronzo dei nostri nemici, vantavano essi avere distribuito
le paghe alle milizie romane a Civitavecchia, e fu debito adempiuto dai
Francesi con pecunia romana.--Le armi dei prigionieri chiedeva, e quando
noi domandammo le nostre arraffateci con rapina nei depositi di
Civitavecchia presero a bindolare; anco sul luogo per la consegna dei
prigioni perfidiarono, sicchè i Triumviri sdegnosi per siffatte
pidocchierie in virtù di nobilissimo decreto li rendeva liberi, senza
patto, e con le armi; ma prima li convitarono a pubblica mensa; colà si
abbracciarono popolo, e soldati, e baciaronsi in bocca, dissero parole e
fecero atti di sviscerata tenerezza; tutto di fuori li dimostrava fratelli,
non ci mancava che il cuore; cessato il banchetto, i Francesi tenendo su
ritte bandiere italiane, e gl'Italiani bandiere francesi mossero alternando
canti festosi a San Pietro. All'aspetto di cotesta gloria di arte, i
Francesi si sentirono domi, parve a taluno commossi ad ammirazione,
sicchè taluno cogliendo il destro a volo per solcare bene nella mente
loro la memoria del fatto con voce solenne vibrò gli echi della fabbrica
immensa che ripeterono dall'alto come un comandamento di Dio, dal basso
come preghiera dei mortali e dei morti: «Francesi ed Italiani
prostratevi tutti qui dinanzi l'Onnipotente, e sollevate a lui una prece
per la libertà dei popoli e per la fratellanza universale.»
Prostraronsi tutti, e tutti giurarono: i giuri, gli abbracciari, i baciari
rinnovaronsi fuori della porta Cavalleggeri; ma non erano i Francesi andati
oltre cento passi, che tutto avevano messo in oblio; per cotesti cervelli
affetti, e memorie passano come acqua per mezzo alle grondaie.--L'Oudinot
ringraziava; restituiva i bersaglieri ma senza moschetti e senza bagaglio,
e nè manco rendeva le armi rapite, sicchè all'Avezzana toccò
mandarne loro onde entrando in città comparissero armati, avendo saputo
com'essi fossero risoluti di cogliere alla sprovvista gli ultimi avamposti
francesi, e ricuperare così gli schioppi rubati.
Che importa a noi contristare l'animo ed abiettare queste carte col
racconto delle infamie dell'assemblea di Francia, e delle insanie dei
nostri vantati amici? Con costoro non possiamo nè manco saldare il conto
su la traccia del proverbio: «tanto è il ben che non mi giova, quanto
il mal che non mi nuoce;» dacchè ci nocquero pur troppo tenendoci a
bada con promessa di opere, che poi comparvero troppo insufficienti allo
scopo, e con parole dubbiose; tale correndo il vezzo oggidì, che anco i
più audaci non ardiscono rompere il guscio dello equivoco, la verità
scotta le labbra: sotto il velame delle parole ambigue, ognuno tratta i
suoi negozi come gli Arabi costumano toccandosi le dita sotto il mantello.
Il voto dell'Assemblea sonò ordine al ministro di fare in modo, che la
spedizione a Roma non deviasse dal suo scopo; il quale a fin di conto era
rinnovare ai Romani un governo, che di già essi avevano deliberato ed
accettato; la quale presunzione che altro mai significa se non tirannide?
Di vero, il presidente Bonaparte, ed i suoi ministri in tanto bandivano
volere sostenere con le armi il nuovo plebiscito del popolo romano, quanto
che confidavano che al solo mostrarsi i Francesi sotto le mura di Roma, il
popolo vero, onesto, e buono, alla santa sede devotissimo avrebbe buttato
nel Tevere i pochi nemici dell'ordine, chiedendo smanioso di essere
ricondotto all'estasi del bacio dei pontifici piedi. Se il popolo vuole la
restaurazione del papa tutelino le baionette francesi questo libero voto,
dove così non voglia le baionette voteranno per lui.--Io narro proprio
per passare il tempo, dacchè mi accorgo che gli esempi antichi non
valsero mai a mettere la gente in cervello: i nostri confidando nella
equità dei Francesi accettano la tregua come indizio di più durevole
accordo; i Francesi poi nel proporla intesero acquistare tempo per mandare
rinforzi, forse per assopire gli spiriti nostri, e più verosimilmente
per attendere lo esito delle nuove elezioni all'Assemblea, che non si
volevano sturbare sommovendo novità: a questo intento spedivano a Roma
il Lesseps per dare erba trastulla, e condurre il cane per l'aia; ed egli
gli servì maravigliosamente perchè agguindolato lui stesso: anzi
scrittori, non mica scarmigliati, bensì mezzo liberali ravviati, e per
bene non biasimano già il Governo della frode ma sì il Lesseps che se
uomo svelto fosse stato doveva pure accorgersi, che la sua missione era un
tranello. Il Lesseps per tanto mandava all'Oudinot non si movesse, fallaci
i rapporti delle spie: per entrare in Roma bisognava premere del piede il
petto ad uomini, e Mazzini, anch'egli, Dio lo perdoni, scriveva
all'Oudinot: avvertisse bene, taluno nella Assemblea romana essersi
scoperto avverso alla Repubblica, non uno alla durata del potere temporale
del Papa; dopo l'Assemblea gli animi essersi posati; la pace ottenuta, dopo
eletti i Triumviri, libera e tranquilla essere successa la elezione dei
deputati, i quali avevano rafferma in ogni sua parte la forma del governo:
egli era un dire sua ragione agli sbirri che di questo arrovellava appunto
l'Oudinot il quale invece di rispondere al Mazzini scriveva al Radetzky non
s'inoltrasse, attendesse l'esito delle elezioni di Francia per non
suscitare procelle nel seno dell'Assemblea.--Più tardi vedremo Lesseps
comporsi col Triumvirato, l'Oudinot non badargli; quegli tempestando
appellarsene all'Assemblea, il governo non più bisognoso di ambagi dare
ragione all'Oudinot, torto al Lesseps; e per di più beffarlo; ebbero
cuore di chiamarlo anco dinanzi i tribunali, ma intanto essendo riuscita a
bene la trama, assai agevolmente lo licenziarono, non senza però
biasimarlo di avere oltrepassato la commissione: egli per giustificarsi
alle parole ambigue del mandato opponeva le chiarissime del ministro
Barrot, le quali gli erano come commento, e non gli valse; le parole e le
penne il vento porta via; contano gli scritti e questi anco poco.
Ora di altre cose; non sola l'Austria con Francia, ma sì con
Napoli, eziandio e con Ispagna. Di Austria non dirò, quantunque
mano a mano ne circondasse come dentro un cerchio di ferro. Quanta ira
di Dio, e potenza di uomini per rompere una canna incrinata! Gli altri
stati acattolici stettero in pace, la quale cosa dimostra che
tirannide regia rinterzata di tirannide pretesca supera ogni altra
tirannide. I Romani timorosi di assalti tenevano custodito il confine
dal lato di Napoli, con molto loro non meno incomodo che jattura,
chè la gente sparsa non potè esercitarsi nelle armi, onde
l'avemmo a provare poi valorosa sì non perita; nè erano le
diligenze del governo o inopportune o troppe, che fatta anco la tara,
come di giusto, alle jattanze napoletane, non si poteva mettere in non
cale la perpetua minaccia di rompere i confini: quotidiane per di
più le provocazioni, imperciocchè parecchie barche scorressero
su e giù pel lago di Fondi acclamando a gran voce: «viva il
Papa! viva il Re!» a cui come di ragione i nostri rispondevano
sempre: «viva la Repubblica!» Peggio di tutto un laidissimo
tradimento: gli ufficiali napoletani di presidio al confino venendo
spesso ai quartieri dei nostri per conversare, e per bere indussero i
nostri a visitarli nei quartieri loro dove festosamente accolti si
trattennero alquanto in compagnevoli sollazzi, ma sul punto di
congedarsi si vedono circondati da molta mano di carabinieri ed odono
intimarsi la resa: non ci era da fare riparo, andarono, eccetto due il
quartiermastro Bizzani che appiccato un solenne ceffone su la faccia
di un gendarme si prevalse del costui stordimento per fuggire, e
scappò del pari il sargente maggiore Bemi che giocando di pugni e
di calci usciva loro dalle mani; si richiesero tosto con minaccia, e
con minaccia fu risposto averli mandati a Mola di Gaeta perchè il
Generale supremo Casella gl'interrogasse; allora misero le mani
addosso ai fratelli dello Antonelli ammonendoli, che essi sapevano, e
non per nulla, la legge mosaica occhio per occhio, dente per dente. I
prigionieri furono tosto restituiti; le ragioni spiccie a persuadere i
preti crescono nei boschi.
Il re Ferdinando concupì la gloria di conquistatore; solo voleva
conquistare a man salva, però quando seppe sgombra la frontiera pel
richiamo della milizia a Roma si attentava allungare il passo oltre il
confine Romano: secondo la natura speciosa di lui lo precedeva un
_proclama_ col quale mostrando le granfie rattratte diceva avere
speranza di non essere costretto ad usare le armi per restaurare il
supremo Gerarca della Chiesa; varcò il confino in compagnia, chi
dice di 12, e chi di 15 mila uomini; gli stavano attorno principi,
duchi, ministri, e perfino monsignor Giraud per ripigliare il possesso
in nome del Papa, delle provincie ripurgate con la spada di Ferdinando
re, il quale messa la gente alle stanze tra Velletri e Albano, là
attendeva per rivincere i Romani, quando fossero vinti.