E la legione del Garibaldi quale, e come composta? Da prima la

formarono alcuni uomini, nè manco una compagnia, superstiti ai

combattimenti di Moranzone e di Luino, vi si aggiunsero poi i

bersaglieri mantovani i quali licenziati a Torino nell'ottobre,

vennero a Pontremoli nel novembre del 1848 dove ebbero dal ministero

democratico toscano armi, vesti, ed anco un po' di danaro; sul finire

del mese raggiunsero il Garibaldi a Ravenna, nella quale città egli

menava vita stentata; allora crebbero fino a 700; altri soldati

racimolarono in più parti, massime a Ferrara, Mambrini capitano, e

Ferrari tenente; difettavano di armi, di vesti, di tutto, ed in questi

arnesi furono spediti a vigilare i confini verso Napoli; alla metà

di aprile in Anagni ottennero armi, vesti poche, causa di contesa fra

loro. Costà giunse la nuova dei Francesi sbarcati a Roma, e

dicevano per combattere al fianco degl'Italiani, nè poteva correre

diverso il grido, perchè una repubblica mossa ai danni di altra

repubblica partorita in certo modo da lei pareva mostruoso, ma presso

cotesta gente le opere quanto più assurde credibili. I legionari di

Garibaldi da un lato lieti di tanto appoggio e al punto stesso

zelatori della propria fama sbracciavansi a segnare un foglio, col

quale chiarivano ch'essi intendevano combattere separati dagli

ausiliari; non si confondano i meriti; il cimento distinto stimolo

alla emulazione; quando a torli d'inganno ecco arriva un messo

perchè si avaccino a Roma minacciata dai Francesi, e i legionari

andarono; taluno di loro pensoso delle sorti finali della Patria,

tutti anelanti conoscere chi più valente al paragone delle armi o i

_Tigri_ di America (com'essi sè medesimi chiamavano) ovvero i

_Lioni_ di Affrica, essendo stati cavati la più parte dei Francesi

dall'Algeria.

Da tanto che i Francesi furono sorpresi, basti sapere che addosso ad

un ufficiale nemico morto in battaglia furono trovate le istruzioni

per lo assalto, giusto nel vero modo in che fu fatto: il quale era

irrompere con forze bipartite contro la porta Angelica, e sopra la

porta Cavalleggeri punti fra loro distanti 630 metri in linea retta

dentro Roma e quinci, sperdendo ogni impedimento dinanzi, fare capo

dai diversi lati nella piazza San Pietro che giace in mezzo a cotesto

spazio: di fuori poi girando le mura lo intervallo fra le due porte

cresce fino a 2490 metri: ma poichè sotto le mura di città

difesa male camminano eserciti, per poco che ti allontani a cercare

più sicuro sentiero ti toccherà discorrere fra le due porte un

tratto ben lungo di 4000 metri; così i due corpi si ponevano in

avventura senza che l'uno potesse per la soverchia lontananza

sovvenire all'altro; mentre ai Romani sortendo da castello Santo

Angiolo era fatta abilità pigliare gli assalitori di porta Angelica

di fianco, ovvero alle spalle, gli altri spinti contro la porta

Cavalleggeri con mosse uguali potevano essere combattuti dai nostri

usciti da porta San Pancrazio.

I Francesi mossero da Civitavecchia a Roma la mattina del 28 aprile:

erano 6000 e più provveduti di tutto; la sera giunsero a Palo e vi

si fermarono; il 29 accamparono a Castello Guido 18 chilometri più

in su verso Roma; di qui il Generale spediva innanzi a speculare il

fratel suo capitano Oudinot, che ritornò referendo guasti i ponti,

sfondate le strade, però difficile non impossibile procedere

innanzi; avere incontrato non so quale pattuglia romana che seco lui

ricambiò parole, ma sul punto di tornarsene gli aveva fatto fuoco

addosso, onde due cavalli erano rimasti morti, e prigione un

cacciatore impigliato nelle redini del cavallo caduto.--Così il

_giornale delle operazioni dell'artiglieria_ dettato dal Generale

Vaillant; altri poi addirittura afferma, che i Romani al primo

apparire dei Francesi avevano spulezzato a scavezzacollo; lasciando a

chi leggeva la cura di accozzare insieme la fuga dei fanti romani con

la prigionia di un cavaliere francese.

Ma la faccenda si crede altrimenti. Il rapporto ufficiale consegnato

al ministro della guerra romano racconta come i nostri al comparire

dei Francesi gl'intimassero lo stare; l'Oudinot negò; interrogando

con quale argomento lo impedirebbero essi risposergli: con la forza;

di qui mano alle armi, e i Francesi fuggirono, non già i nostri.

Il Generale Garibaldi nelle memorie _inedite_, di cui per somma

cortesia volle farmi copia, a questo modo discorre intorno a siffatto

particolare: «al far del giorno io aveva davanti a me un soldato

francese di cavalleria inginocchiato chiedendomi la vita. Io lo

confesso comecchè poca cosa fosse l'acquisto di un prigioniero, me

ne rallegrai, ed augurai bene della giornata. Era la Francia

inginocchiata facendo ammenda onorevole per la vergognosa condotta dei

suoi governanti.» Ci vorrebbe altro per la Francia se volesse fare

ammenda per tutte le sue vergogne! nè tale le consente la indole

superba solita a coprire le antiche con le nuove vergogne: umiliata si

umilia, ma bisogna che prima ne tocchi, e di molte: ora la perdita di

un prigione non era capace ad esercitare tanta virtù; vuolsi

piuttosto considerare non dirò l'abiettezza, bensì la ignoranza

del soldato francese comune a troppo grande parte di loro,

imperciocchè quel pauroso supplicare mercede da altro non poteva

partirsi eccetto dalla credenza, che barbari e atroci noi altri le

leggi di guerra anzi quelle della umanità non osservassimo.

Un'altra cosa non isfuggi allo arguto Garibaldi, e furono le armi, che

cadute nella fuga ai Francesi, e da lui esaminate considerò come

troppo di lunga superassero le nostre.

Omero invocò le Muse per rammentare i nomi dei gloriosi, che si

travagliarono allo assedio di Troia; io in questo tempo scarso di

poesia mi sono raccomandato a quanti si trovarono allo assedio di Roma

per salvare dall'oblio più che per me si potesse prodi Italiani,

però seppi che il primo sortito all'onore di adoperare le armi

contro lo straniero si chiamava _Maestri_ genovese, reduce da

Montevideo monco di un braccio perduto a Moranzone: la intera

pattuglia poi comandava il _Bicchieri,_ nizzardo; e ciò non senza

legittimo orgoglio nota nelle sue memorie il Garibaldi.

I Francesi giunti al bivio della strada di Civitavecchia distante 1500

metri da Roma non si bipartirono, ma conforme loro persuade la

consueta superbia tirano innanzi di conserva per la via che mena a

porta Cavalleggieri. Di tratto in tratto incontravano scritto sui

muri, ovvero sopra cartelli pendenti da pertiche l'articolo quinto

della loro costituzione, e i Francesi leggevano e ridevano, usi a

tenere le costituzioni in pregio di fazzoletti da naso, e peggio. Anco

il giornale del Generale Vaillant ricorda queste iscrizioni; erano

della libertà che trucidavano, ma il soldato non volle vederci

altro, che sceda, e ne tolse argomento a inviperirsi, chè il

disposto a male fa di ogni erba fascio per attutire il grido della

coscienza. Il _Masi_ pistoiese gentile intelletto, caro alle Muse, e

sacro affatto agli studi letterari di subito diventa non pur soldato,

ma capitano, intrepido quanto arguto; da ciò piglino esempio quei

soldati a cui par bello ostentare barbarie quasi ornamento della

milizia: il soldato italiano è bene, che sappia come i supremi

capitani antichi ponessero il brando a segno del volume, che leggevano

meditando, anco in campo; Bruto vigilava la notte precedente alla

battaglia di Filippi su i libri di Platone, e Cesare nel tumulto di

Alessandria null'altro ebbe a cuore eccetto salvare i suoi commentari

i quali tenne levati sopra l'acqua con la mano sinistra, mentre notava

con la destra; e degli altri mi taccio. Dei moderni soldati italiani

basti dirne questo, ch'essi (parlo di quelli che militarono per la

repubblica e per lo impero) decorarono la Paria delle migliori

versioni delle opere greche: negli zaini loro portavano pane, e libri,

quello pel corpo, gli altra per l'anima.

Il _Masi_ pertanto difendeva la porta dei Cavalleggeri, l'altra detta

Angelica, e le mura del Vaticano con la seconda brigata di milizia

citadina, e col primo battaglione leggero di fanteria. Il colonnello

_Calandrelli_ mirabile a trattare artiglierie, dal fato avverso

condotto a dare la opera, e la vita in lontane regioni per causa non

nostra, e nè manco della libertà sosteneva co' suoi cannoni da

Santa Marta il _Masi._ Appena l'uffiziale posto a vedetta in cima alla

cupola di San Pietro accennò lo appressarsi dei Francesi i

campanoni del Campidoglio e di Montecitorio chiamarono a raccolta;

della qual cosa menavano i nemici inestimabile allegrezza, taluno

reputando che sonassero l'_Angelus_, altri a gloria per riceverli in

trionfo. Il Petrarca nostro lamenta che ai suoi dì con le campane

si desse il segno di battaglia:

_«Nè senza squille si comincia assalto

«Che per Dio ringraziar fur poste in alto.»_

Il Petrarca se intendeva favellare di guerre fraterne, senza fallo

aveva ragione, se poi di battaglie in difesa della Patria certo ebbe

torto; però che la vita offerta in sacrificio della Patria

minacciata dal furore straniero, sia la migliore preghiera, anco a

giudicio dei sacerdoti di Cristo.

Ma il cannone del _Calandrelli_ ecco, che arriva a levare via lo

inganno delle campane; due palle una sopra l'altra aprono un pertugio

sanguinoso nella colonna stipata che si avanza. Allora degli

assalitori alcuni sbandaronsi pei vigneti, o ripararono dietro gli

archi dell'acquedotto dell'acqua Paola, altri sparpagliaronsi su i

clivi fiancheggianti la strada, affermano per comando del Generale, e

sarà, ma lo sbandarsi l'ordinava il cannone del _Calandrelli_, non

l'Oudinot. Però dietro ai muri gli assalitori presero a trarre

colpi, pur troppo bene aggiustati, atteso la molta loro prestanza, e

la bontà delle armi. Il sangue, che primo lavò le mura di Roma

dalla secolare infamia fu versato da _Paolo Narducci_ romano, anima

grande, che memore delle glorie antiche non pianse, ma esultò

vedendosi tronco il fiore della gioventù: misero chi vive troppo!

Dopo lui cadde _Enrico_ _Pallini_ aiutante maggiore mentre confortava

con le parole, più con lo esempio i soldati ad usare ferocemente le

mani; altri pure, massime artiglieri, lamentammo noi morti o feriti, i

nomi dei quali sommerse nelle sue acque buie l'oblio; di qui nasce, e

non può fare a meno, scompiglio; il fuoco delle nostre batterie

rallenta, di che approfittansi gli avversari, i quali, così

ordinando il capo di squadrone di artiglieria Bourdeaux piantano su

certa altura due cannoni; da questa però poco frutto cavavano,

lontana dal bastione 900 e più metri; allora partonsi di galoppo

con due altri pezzi di artiglieria, e non curando mitraglie, corrono

gli artiglieri francesi a collocarne altri due in batteria dietro il

riparo di un'arco degli acquedotti; i nostri consolata un po' la

tristezza, ripigliano il trarre; pietà ha luogo nei combattimenti

più o meno secondo la indole benigna, ma in tutti prevale l'ira;

tre quarti belva l'uomo fuori di battaglia, in mezzo della battaglia

tutto.

I Francesi obbedendo ai comandi del Capitano senza stringere ciglio

secondochè vogliono la disciplina militare, e il proprio ardimento

attraverso un turbine di ferro e di fuoco si avventano contro i

bastioni: erano due reggimenti di linea, il 20, e il 33; li conduceva

il generale Molliere cercando una via per penetrarci dentro; i

bersaglieri francesi rincalzavano l'audace impresa con lo spesseggiare

di mortalissimi tiri; per essi stramazzò spento il brigadiere

_Della Vedova_ soldato vecchio, e modesto quanto animoso; ne andarono

malconci di ferite il capitano _Pifferi_, il tenente _Belli_, il

cadetto _Mencarino_, e il maresciallo _Ottaviano_; insomma tanto per

loro si operò, che uno dei nostri cannoni tacque per manco di

artiglieri; tacque, ma per poco, chè sottentrano ai caduti il

soldato _De Stefanis_, il caporale _Ludovich_, e il capitano _Leduc_

con sorte punto migliore dei primi però che entrambi stramazzassero

a piè del pezzo colpiti nel petto; _Leduc_ nacque belga, ma dove si

combatteva per la libertà quivi era la sua Patria: illustre per

gesti operati contro gli Austriaci presso Este, dove li vinse prima,

poi gli affamò con lo impedire che fino a loro arrivasse la

vettovaglia. Riposa in pace nella terra dei nostri padri, o eroe, e

come avesti per madre la Italia, ella ti onora per figlio

raccomandando la tua memoria ai più tardi nepoti: altra mercede

ella non può darti; nè altra ne vorresti tu generoso.

Nel cuore degl'Italiani accesi dallo amore di Patria la smania della

vendetta fa come vento in fiamma; dalle mura di Roma grandina ferro,

chè il celere trarre risponde al palpito concitato, nè ci

resistono i Francesi i quali laceri, duramente respinti danno indietro

addopandosi alle asperità del terreno, o cercando in luoghi meno

esposti iparo. Ira fosse o virtù tornano ad arroventarsi i

Francesi, che balzando fuori dai ripari con raddoppiato ardire

piantano cannoni nel bel mezzo della strada; un'altra batteria

assestano sopra la terrazza di una casa, e due volte irrompono contro

le mura, e due infrangendocisi dentro si ripiegano addietro scemi di

morti, e grondanti sangue. Se cerchi la causa della bestiale

ostinazione la troverai agevolmente, ma agevolmente non la crederai:

pure è vera, e la racconta lo stesso Giornale del Vaillant; il

supremo capitano Oudinot teneva per fermo che nel luogo dove spingeva

i suoi occorresse una porta, la quale immaginava potersi fracassare

mercè alcuni sacchi di polvere a questo fine portati dagli

assalitori: per voglia di credere quanto più giova rimase

ingannato, però che mai in cotesto lato ebbero porta le mura di

Roma, bensì una postierla detta _Pertusa_ da tempi remotissimi

murata, e rincalzata per di dentro di terra. Oh! se le male fatte loro

i Francesi non rammendassero con la soverchianza delle armi come

piangerebbero lutti patrii più lunghi e più miserabili dei

nostri. Tuttavia questo errore scemerebbe la censura dell'altro errore

commesso dall'Oudinot pel disegno di assalire ad un punto due luoghi

tanto fra loro distanti, porta Cavalleggeri, e porta Angelica.

Poichè a prova di sangue i Francesi rimasero chiariti come di là

non si passava deposero il pensiero di fare cosa, che approdasse da

cotesta parte.

Intanto il Garibaldi dall'alto del casino dei Quattro Venti notava

l'assalto, e il respingimento dei Francesi, sicchè gli parve

cotesto tempo da mostrarsi percotendo di fianco: però spinse fuori

della porta San Pancrazio alcuni drappelletti alla spicciolata,

affinchè cauti ed improvvisi cascassero addosso al nemico, il quale

dal canto suo stando su l'avvisato accortosi della insidia spiccò

senza indugio un rinforzo per sostenere i cacciatori di Vincennes

commessi alla cura della difesa di quel lato, onde non venissero

sopraffatti.--I nostri volevano spuntarla, i Francesi risoluti a

vincere pur essi, o a morire; in loro prepotente lo studio di

mantenere l'antica fama di prodi, nei nostri il furore di torsi via

dalla faccia la turpe nota di codardi: si venne a battaglia manesca

dove si adoperarono non pure le armi, ma i morsi; rotti gli ordini ne

successe una baruffa promiscua donde uscivano aneliti, guaiti, e aria

densa, e sangue. Qui tra i primi periva il capitano _Montaldi_.

Chi egli fosse gl'Italiani imparino dallo stesso Garibaldi, il quale

favella di lui nelle sue memorie inedite in questa maniera: «chi

conobbe Goffredo Mameli, e il capitano De Cristoforis avrà idea

delle fattezze del Montaldi e della età sua; nella pugna feroce e

pure pacato come se fra amici si trattenesse in geniali colloqui; di

lettere sapeva meno dei due rammentati, ma pari a loro in costanza

intrepida, ed in militare virtù. Fino dagl'inizi egli fu parte

della legione italiana a Montevideo, giovanissimo si versò in

innumerevoli combattimenti per terre straniere, ma quando la Patria

ebbe bisogno dei suoi figli, tra i primi il Montaldi passava il mare

per offrirle tutto il suo sangue. Genova può incidere con orgoglio

il suo nome a canto a quello del suo poeta, e guerriero Mameli: egli

esalò la sua grande anima per diciannove ferite!» Caddero pure

per non rilevarsi più i tenenti _Righi_, e _Zamboni_; feriti

rimasero il giovane _Statella_ figliuolo del generale napolitano, il

maggior _Morrocchetti_, e i tenenti _Dall'oro, Tressoldi_, e _Rota_.

Di questi altro non seppi, che virtuosi furono e degni figli d'Italia;

più lunga storia narrerò del _Ghiglione_ genovese: ogni ricordo

è sacro; _balusante_ negli occhi, o come oggi si direbbe _miope_ si

cacciava imperturbato davanti a tutti, però che, egli diceva,

avesse bisogno di vedere il nemico da vicino, ma ciò non gli

bastava, onde sovente si recava la lente all'occhio per mirare dove

avesse a trarre, poi quinci rimossala, sparava, e sparato a pena col

suo occhialetto sul naso speculava se avesse imberciato giusto; mentre

così si travaglia, stando con la gamba sinistra sporta innanzi,

ecco una palla francese ferirlo nei glutei, e cadde; lo soccorse tosto

_Pietro Ripari_ chirurgo, uomo di cui la Italia avverebbe mestiero

crescesse il seme mentre pur troppo a mano a mano se ne perde la

razza. Ora egli possedeva un cavallo vecchio, e magro, tuttavia

inglese schietto già appartenuto al Duca di Torlonia di cui la

storia come stranissima merita essere raccontata. «Così concio

il giovane Ghiglione diceva al Ripari, mi toccherà starmene a letto

per mesi, però tu piglia il mio baiardo e servitene.» Con questo

cavallo il _Ripari_ andò a Palestrina, tornato a Roma lo lasciava

infermo in mano al manescalco perchè lo guarisse, senonchè

gitosene a Velletri una sera lo incontra alla fontana dove lo avevano

condotto ad abbeverarlo; di che egli stizzito mentre cerca chi fosse

colui il quale a quel modo alla spiccia tornava in uso la pristina

comunione delle cose trova essere stato il _Mameli_; glielo lasciava

il _Ripari_ e fu sventura, perchè il _Mameli_ incavallato sopra

cotesto altissimo animale potè facilmente essere tolto di mira, e

vi ebbe la ferita ond'ei miseramente perì.--

Scrivono taluni, che vi rimanesse ferito anco _Ugo Bassi_, ma non è

vero; cadde prigione soltanto ed ecco come: di lui diremo sparsamente

più volte, intanto si sappia com'ei preso da sacro furore in guerra

sembrasse una spada brandita dall'angiolo della sterminazione: in pace

tanto nel suo petto soprabbondava l'amore, che non pure amava i propri

simili, ma di smisurato affetto proseguiva anco le bestie; pari in

questo a San Francesco, che chiamava sue sorelle le rondini, e

fratello il lupo; però non è da dirsi quanto egli fosse

attaccato a certa sua cavalla storna compagna inseparabile dei suoi

perigli e delle sue pellegrinazioni: ora mentre montato su questo

animale egli scorre lungo la fronte del nemico, tutto fiamma nel volto

con forti parole soffiando nella virtù dei nostri perchè

divampasse più gloriosa, ecco otto colpi di moschetto mandano

sottosopra cavalcatura, e cavaliere: per fortuna tutte le palle

penetrarono nel corpo alla bestia, il _Bassi_ andò incolume, che

rilevatosi indi a poco e vista morta la compagna le s'inginocchiò a

lato, con molto pianto abbracciandola e baciandola; le chiuse gli

occhi, le recise parte dei crini e se li ripose in petto conforme

costumano gl'innamorati con le chiome dell'amata donna: i Francesi lo

colsero in cotesto atto, lo pigliano, lo spogliano, e se lo cacciano

innanzi percotendolo con isconce battiture, in modo pari a quello che

gli Spagnuoli praticarono con Ignazio da Loiola; se non che la

leggenda narra, che Ignazio rapito in estasi o non sentiva i calci, o

gli aveva per grazia, mentre il povero Ugo, io metto pegno, che non ne

provasse piacere.

Le storie raccontano che il Generale Garibaldi in cotesta battaglia

riportasse contusioni non ferite, e male si appongono. Verso sera del

30 egli salito su di un poggiolo di pietra porgeva lodi e grazie agli

studenti che in cotesta giornata combatterono come persone cui paia

ventura cambiare la vita con la fama di martire per la Patria, e gli

animava a perdurare nell'alto proposito, gli avrebbe avuti desiderati

compagni in altre prove; intanto abbassati gli occhi e visto il suo

chirurgo _Ripari_ piegandosi verso lui gli sussurrava nell'orecchio:

«venite stanotte da me, perchè sono ferito, ma nessuno lo

sappia.» Difatti egli aveva riportato una ferita di palla nel

fianco destro, che senza penetrare dentro gli aveva lacerato i muscoli

dell'addome; pericolosa non fu mai, molesta sempre, e di guarigione

difficile, sicchè non ne uscì guarito, che pochi giorni prima

della caduta di Roma;--egli ne tacque sempre, ora lo dice, ed il

Ripari, che tutte le sere gliela medicò conferma.--Ma questo

accadde sul declinare del giorno; adesso il Garibaldi non ha tempo per

pensare alle sue ferite; chiamato rinforzo e venuto da Roma condotto

dal colonnello _Galletti_ si scaglia con nuova lena contro i Francesi,

i quali sopraffatti si ritirano; scopo del Garibaldi era circuire il

nemico, ed assaltatolo con tutte le forze alle spalle troncargli la

ritirata su Civitavecchia, e costringerlo a deporre le armi; e certo

gli riusciva, se in cotesto suo moto mettendosi diritto alle batterie

romane non fosse stato lacero dai fuochi di quelle, le quali traevano

senza posa su la massa non distinguendo amici da nemici, ed anco se i

Triumviri gli mandavano oltre i primi nuovi rinforzi; nonostante

ciò il Garibaldi prosegue il corso della prospera fortuna, si

lascia addietro la villa Valentini occupata da un battaglione

francese, e si spinge fino alla villa Panfili, che espugna a furia di

baionetta.--I Francesi da per tutto in rotta: intanto quattro

compagnie dei nostri si dispongono a conquidere il battaglione della

villa Valentini tutta cinta di mura; il _Bixio_ siccome lo porta

l'ardore del sangue afferra il cancello, che chiude la cinta e

squassando forte e urlando da spiritato tenta schiuderlo, mentre le

palle strepitano schiacciandosi contro i ferri del cancello rasente

alle dita dell'audace soldato; altri non meno animosi gli si uniscono,

e con forze riunite lo schiudono; nè i Francesi aspettano gli

assalitori, presi dallo spavento si danno alla fuga. Aperto appena il

cancello una spaventosa apparizione agghiaccia i cuori dei più

feroci: un cavallo e un cavaliere tornano dal campo verso Roma, quello

muove i passi a stento, l'altro vacilla a destra e a manca ciondolando

il capo; aveva abbandonate le redini, che strisciavano sul terreno: le

mani teneva pendenti ai lati della sella; la criniera, il collo, il

petto, le gambe davanti, lo bordature del cavallo grommose di sangue;

di sangue del pari rappreso il ventre e le gambe del cavaliere

sordidate: il volto di lui più che cera bianco, ed inclinato sul

petto: qualche palla ferendolo nella grande aorta ventrale lo aveva di

certo concio a quel modo. Veruno ebbe ardimento di fermare cotesto

cavallo che se gli bastò la lena sarà entrato in Roma, e lento

lento tornato alla stalla consueta per morirvi a canto al suo signore

già morto. Cotesto cadavere pauroso era di giovine leggiadro, e

ricco a Vicenza: apparteneva alla cavalleria di _Masina_ dove pel suo

valore ottenne sollecitamente grado di ufficiale. Il _Masina_, che

venuto a Roma per ragguagli e per ordini tornava a sprone battuto al

campo incontra il morto a cavallo, e ferma in quattro, poi si mette a

guardarlo con occhi sbarrati; lo riconobbe, si diede di un pugno nella

fronte prorompendo in fiero sacramento, poi si slanciava a briglia

abbattuta, e scomparve.--La madre del giovane dimorava lontana, e

quando le annunziarono la morte del figlio le tacquero certo i

particolari del caso, se ella lo avesse veduto l'avrebbe fulminata il

dolore.

Lo assedio di Roma · 第 49 / 63 段