formarono alcuni uomini, nè manco una compagnia, superstiti ai
combattimenti di Moranzone e di Luino, vi si aggiunsero poi i
bersaglieri mantovani i quali licenziati a Torino nell'ottobre,
vennero a Pontremoli nel novembre del 1848 dove ebbero dal ministero
democratico toscano armi, vesti, ed anco un po' di danaro; sul finire
del mese raggiunsero il Garibaldi a Ravenna, nella quale città egli
menava vita stentata; allora crebbero fino a 700; altri soldati
racimolarono in più parti, massime a Ferrara, Mambrini capitano, e
Ferrari tenente; difettavano di armi, di vesti, di tutto, ed in questi
arnesi furono spediti a vigilare i confini verso Napoli; alla metà
di aprile in Anagni ottennero armi, vesti poche, causa di contesa fra
loro. Costà giunse la nuova dei Francesi sbarcati a Roma, e
dicevano per combattere al fianco degl'Italiani, nè poteva correre
diverso il grido, perchè una repubblica mossa ai danni di altra
repubblica partorita in certo modo da lei pareva mostruoso, ma presso
cotesta gente le opere quanto più assurde credibili. I legionari di
Garibaldi da un lato lieti di tanto appoggio e al punto stesso
zelatori della propria fama sbracciavansi a segnare un foglio, col
quale chiarivano ch'essi intendevano combattere separati dagli
ausiliari; non si confondano i meriti; il cimento distinto stimolo
alla emulazione; quando a torli d'inganno ecco arriva un messo
perchè si avaccino a Roma minacciata dai Francesi, e i legionari
andarono; taluno di loro pensoso delle sorti finali della Patria,
tutti anelanti conoscere chi più valente al paragone delle armi o i
_Tigri_ di America (com'essi sè medesimi chiamavano) ovvero i
_Lioni_ di Affrica, essendo stati cavati la più parte dei Francesi
dall'Algeria.
Da tanto che i Francesi furono sorpresi, basti sapere che addosso ad
un ufficiale nemico morto in battaglia furono trovate le istruzioni
per lo assalto, giusto nel vero modo in che fu fatto: il quale era
irrompere con forze bipartite contro la porta Angelica, e sopra la
porta Cavalleggeri punti fra loro distanti 630 metri in linea retta
dentro Roma e quinci, sperdendo ogni impedimento dinanzi, fare capo
dai diversi lati nella piazza San Pietro che giace in mezzo a cotesto
spazio: di fuori poi girando le mura lo intervallo fra le due porte
cresce fino a 2490 metri: ma poichè sotto le mura di città
difesa male camminano eserciti, per poco che ti allontani a cercare
più sicuro sentiero ti toccherà discorrere fra le due porte un
tratto ben lungo di 4000 metri; così i due corpi si ponevano in
avventura senza che l'uno potesse per la soverchia lontananza
sovvenire all'altro; mentre ai Romani sortendo da castello Santo
Angiolo era fatta abilità pigliare gli assalitori di porta Angelica
di fianco, ovvero alle spalle, gli altri spinti contro la porta
Cavalleggeri con mosse uguali potevano essere combattuti dai nostri
usciti da porta San Pancrazio.
I Francesi mossero da Civitavecchia a Roma la mattina del 28 aprile:
erano 6000 e più provveduti di tutto; la sera giunsero a Palo e vi
si fermarono; il 29 accamparono a Castello Guido 18 chilometri più
in su verso Roma; di qui il Generale spediva innanzi a speculare il
fratel suo capitano Oudinot, che ritornò referendo guasti i ponti,
sfondate le strade, però difficile non impossibile procedere
innanzi; avere incontrato non so quale pattuglia romana che seco lui
ricambiò parole, ma sul punto di tornarsene gli aveva fatto fuoco
addosso, onde due cavalli erano rimasti morti, e prigione un
cacciatore impigliato nelle redini del cavallo caduto.--Così il
_giornale delle operazioni dell'artiglieria_ dettato dal Generale
Vaillant; altri poi addirittura afferma, che i Romani al primo
apparire dei Francesi avevano spulezzato a scavezzacollo; lasciando a
chi leggeva la cura di accozzare insieme la fuga dei fanti romani con
la prigionia di un cavaliere francese.
Ma la faccenda si crede altrimenti. Il rapporto ufficiale consegnato
al ministro della guerra romano racconta come i nostri al comparire
dei Francesi gl'intimassero lo stare; l'Oudinot negò; interrogando
con quale argomento lo impedirebbero essi risposergli: con la forza;
di qui mano alle armi, e i Francesi fuggirono, non già i nostri.
Il Generale Garibaldi nelle memorie _inedite_, di cui per somma
cortesia volle farmi copia, a questo modo discorre intorno a siffatto
particolare: «al far del giorno io aveva davanti a me un soldato
francese di cavalleria inginocchiato chiedendomi la vita. Io lo
confesso comecchè poca cosa fosse l'acquisto di un prigioniero, me
ne rallegrai, ed augurai bene della giornata. Era la Francia
inginocchiata facendo ammenda onorevole per la vergognosa condotta dei
suoi governanti.» Ci vorrebbe altro per la Francia se volesse fare
ammenda per tutte le sue vergogne! nè tale le consente la indole
superba solita a coprire le antiche con le nuove vergogne: umiliata si
umilia, ma bisogna che prima ne tocchi, e di molte: ora la perdita di
un prigione non era capace ad esercitare tanta virtù; vuolsi
piuttosto considerare non dirò l'abiettezza, bensì la ignoranza
del soldato francese comune a troppo grande parte di loro,
imperciocchè quel pauroso supplicare mercede da altro non poteva
partirsi eccetto dalla credenza, che barbari e atroci noi altri le
leggi di guerra anzi quelle della umanità non osservassimo.
Un'altra cosa non isfuggi allo arguto Garibaldi, e furono le armi, che
cadute nella fuga ai Francesi, e da lui esaminate considerò come
troppo di lunga superassero le nostre.
Omero invocò le Muse per rammentare i nomi dei gloriosi, che si
travagliarono allo assedio di Troia; io in questo tempo scarso di
poesia mi sono raccomandato a quanti si trovarono allo assedio di Roma
per salvare dall'oblio più che per me si potesse prodi Italiani,
però seppi che il primo sortito all'onore di adoperare le armi
contro lo straniero si chiamava _Maestri_ genovese, reduce da
Montevideo monco di un braccio perduto a Moranzone: la intera
pattuglia poi comandava il _Bicchieri,_ nizzardo; e ciò non senza
legittimo orgoglio nota nelle sue memorie il Garibaldi.
I Francesi giunti al bivio della strada di Civitavecchia distante 1500
metri da Roma non si bipartirono, ma conforme loro persuade la
consueta superbia tirano innanzi di conserva per la via che mena a
porta Cavalleggieri. Di tratto in tratto incontravano scritto sui
muri, ovvero sopra cartelli pendenti da pertiche l'articolo quinto
della loro costituzione, e i Francesi leggevano e ridevano, usi a
tenere le costituzioni in pregio di fazzoletti da naso, e peggio. Anco
il giornale del Generale Vaillant ricorda queste iscrizioni; erano
della libertà che trucidavano, ma il soldato non volle vederci
altro, che sceda, e ne tolse argomento a inviperirsi, chè il
disposto a male fa di ogni erba fascio per attutire il grido della
coscienza. Il _Masi_ pistoiese gentile intelletto, caro alle Muse, e
sacro affatto agli studi letterari di subito diventa non pur soldato,
ma capitano, intrepido quanto arguto; da ciò piglino esempio quei
soldati a cui par bello ostentare barbarie quasi ornamento della
milizia: il soldato italiano è bene, che sappia come i supremi
capitani antichi ponessero il brando a segno del volume, che leggevano
meditando, anco in campo; Bruto vigilava la notte precedente alla
battaglia di Filippi su i libri di Platone, e Cesare nel tumulto di
Alessandria null'altro ebbe a cuore eccetto salvare i suoi commentari
i quali tenne levati sopra l'acqua con la mano sinistra, mentre notava
con la destra; e degli altri mi taccio. Dei moderni soldati italiani
basti dirne questo, ch'essi (parlo di quelli che militarono per la
repubblica e per lo impero) decorarono la Paria delle migliori
versioni delle opere greche: negli zaini loro portavano pane, e libri,
quello pel corpo, gli altra per l'anima.
Il _Masi_ pertanto difendeva la porta dei Cavalleggeri, l'altra detta
Angelica, e le mura del Vaticano con la seconda brigata di milizia
citadina, e col primo battaglione leggero di fanteria. Il colonnello
_Calandrelli_ mirabile a trattare artiglierie, dal fato avverso
condotto a dare la opera, e la vita in lontane regioni per causa non
nostra, e nè manco della libertà sosteneva co' suoi cannoni da
Santa Marta il _Masi._ Appena l'uffiziale posto a vedetta in cima alla
cupola di San Pietro accennò lo appressarsi dei Francesi i
campanoni del Campidoglio e di Montecitorio chiamarono a raccolta;
della qual cosa menavano i nemici inestimabile allegrezza, taluno
reputando che sonassero l'_Angelus_, altri a gloria per riceverli in
trionfo. Il Petrarca nostro lamenta che ai suoi dì con le campane
si desse il segno di battaglia:
_«Nè senza squille si comincia assalto
«Che per Dio ringraziar fur poste in alto.»_
Il Petrarca se intendeva favellare di guerre fraterne, senza fallo
aveva ragione, se poi di battaglie in difesa della Patria certo ebbe
torto; però che la vita offerta in sacrificio della Patria
minacciata dal furore straniero, sia la migliore preghiera, anco a
giudicio dei sacerdoti di Cristo.
Ma il cannone del _Calandrelli_ ecco, che arriva a levare via lo
inganno delle campane; due palle una sopra l'altra aprono un pertugio
sanguinoso nella colonna stipata che si avanza. Allora degli
assalitori alcuni sbandaronsi pei vigneti, o ripararono dietro gli
archi dell'acquedotto dell'acqua Paola, altri sparpagliaronsi su i
clivi fiancheggianti la strada, affermano per comando del Generale, e
sarà, ma lo sbandarsi l'ordinava il cannone del _Calandrelli_, non
l'Oudinot. Però dietro ai muri gli assalitori presero a trarre
colpi, pur troppo bene aggiustati, atteso la molta loro prestanza, e
la bontà delle armi. Il sangue, che primo lavò le mura di Roma
dalla secolare infamia fu versato da _Paolo Narducci_ romano, anima
grande, che memore delle glorie antiche non pianse, ma esultò
vedendosi tronco il fiore della gioventù: misero chi vive troppo!
Dopo lui cadde _Enrico_ _Pallini_ aiutante maggiore mentre confortava
con le parole, più con lo esempio i soldati ad usare ferocemente le
mani; altri pure, massime artiglieri, lamentammo noi morti o feriti, i
nomi dei quali sommerse nelle sue acque buie l'oblio; di qui nasce, e
non può fare a meno, scompiglio; il fuoco delle nostre batterie
rallenta, di che approfittansi gli avversari, i quali, così
ordinando il capo di squadrone di artiglieria Bourdeaux piantano su
certa altura due cannoni; da questa però poco frutto cavavano,
lontana dal bastione 900 e più metri; allora partonsi di galoppo
con due altri pezzi di artiglieria, e non curando mitraglie, corrono
gli artiglieri francesi a collocarne altri due in batteria dietro il
riparo di un'arco degli acquedotti; i nostri consolata un po' la
tristezza, ripigliano il trarre; pietà ha luogo nei combattimenti
più o meno secondo la indole benigna, ma in tutti prevale l'ira;
tre quarti belva l'uomo fuori di battaglia, in mezzo della battaglia
tutto.
I Francesi obbedendo ai comandi del Capitano senza stringere ciglio
secondochè vogliono la disciplina militare, e il proprio ardimento
attraverso un turbine di ferro e di fuoco si avventano contro i
bastioni: erano due reggimenti di linea, il 20, e il 33; li conduceva
il generale Molliere cercando una via per penetrarci dentro; i
bersaglieri francesi rincalzavano l'audace impresa con lo spesseggiare
di mortalissimi tiri; per essi stramazzò spento il brigadiere
_Della Vedova_ soldato vecchio, e modesto quanto animoso; ne andarono
malconci di ferite il capitano _Pifferi_, il tenente _Belli_, il
cadetto _Mencarino_, e il maresciallo _Ottaviano_; insomma tanto per
loro si operò, che uno dei nostri cannoni tacque per manco di
artiglieri; tacque, ma per poco, chè sottentrano ai caduti il
soldato _De Stefanis_, il caporale _Ludovich_, e il capitano _Leduc_
con sorte punto migliore dei primi però che entrambi stramazzassero
a piè del pezzo colpiti nel petto; _Leduc_ nacque belga, ma dove si
combatteva per la libertà quivi era la sua Patria: illustre per
gesti operati contro gli Austriaci presso Este, dove li vinse prima,
poi gli affamò con lo impedire che fino a loro arrivasse la
vettovaglia. Riposa in pace nella terra dei nostri padri, o eroe, e
come avesti per madre la Italia, ella ti onora per figlio
raccomandando la tua memoria ai più tardi nepoti: altra mercede
ella non può darti; nè altra ne vorresti tu generoso.
Nel cuore degl'Italiani accesi dallo amore di Patria la smania della
vendetta fa come vento in fiamma; dalle mura di Roma grandina ferro,
chè il celere trarre risponde al palpito concitato, nè ci
resistono i Francesi i quali laceri, duramente respinti danno indietro
addopandosi alle asperità del terreno, o cercando in luoghi meno
esposti iparo. Ira fosse o virtù tornano ad arroventarsi i
Francesi, che balzando fuori dai ripari con raddoppiato ardire
piantano cannoni nel bel mezzo della strada; un'altra batteria
assestano sopra la terrazza di una casa, e due volte irrompono contro
le mura, e due infrangendocisi dentro si ripiegano addietro scemi di
morti, e grondanti sangue. Se cerchi la causa della bestiale
ostinazione la troverai agevolmente, ma agevolmente non la crederai:
pure è vera, e la racconta lo stesso Giornale del Vaillant; il
supremo capitano Oudinot teneva per fermo che nel luogo dove spingeva
i suoi occorresse una porta, la quale immaginava potersi fracassare
mercè alcuni sacchi di polvere a questo fine portati dagli
assalitori: per voglia di credere quanto più giova rimase
ingannato, però che mai in cotesto lato ebbero porta le mura di
Roma, bensì una postierla detta _Pertusa_ da tempi remotissimi
murata, e rincalzata per di dentro di terra. Oh! se le male fatte loro
i Francesi non rammendassero con la soverchianza delle armi come
piangerebbero lutti patrii più lunghi e più miserabili dei
nostri. Tuttavia questo errore scemerebbe la censura dell'altro errore
commesso dall'Oudinot pel disegno di assalire ad un punto due luoghi
tanto fra loro distanti, porta Cavalleggeri, e porta Angelica.
Poichè a prova di sangue i Francesi rimasero chiariti come di là
non si passava deposero il pensiero di fare cosa, che approdasse da
cotesta parte.
Intanto il Garibaldi dall'alto del casino dei Quattro Venti notava
l'assalto, e il respingimento dei Francesi, sicchè gli parve
cotesto tempo da mostrarsi percotendo di fianco: però spinse fuori
della porta San Pancrazio alcuni drappelletti alla spicciolata,
affinchè cauti ed improvvisi cascassero addosso al nemico, il quale
dal canto suo stando su l'avvisato accortosi della insidia spiccò
senza indugio un rinforzo per sostenere i cacciatori di Vincennes
commessi alla cura della difesa di quel lato, onde non venissero
sopraffatti.--I nostri volevano spuntarla, i Francesi risoluti a
vincere pur essi, o a morire; in loro prepotente lo studio di
mantenere l'antica fama di prodi, nei nostri il furore di torsi via
dalla faccia la turpe nota di codardi: si venne a battaglia manesca
dove si adoperarono non pure le armi, ma i morsi; rotti gli ordini ne
successe una baruffa promiscua donde uscivano aneliti, guaiti, e aria
densa, e sangue. Qui tra i primi periva il capitano _Montaldi_.
Chi egli fosse gl'Italiani imparino dallo stesso Garibaldi, il quale
favella di lui nelle sue memorie inedite in questa maniera: «chi
conobbe Goffredo Mameli, e il capitano De Cristoforis avrà idea
delle fattezze del Montaldi e della età sua; nella pugna feroce e
pure pacato come se fra amici si trattenesse in geniali colloqui; di
lettere sapeva meno dei due rammentati, ma pari a loro in costanza
intrepida, ed in militare virtù. Fino dagl'inizi egli fu parte
della legione italiana a Montevideo, giovanissimo si versò in
innumerevoli combattimenti per terre straniere, ma quando la Patria
ebbe bisogno dei suoi figli, tra i primi il Montaldi passava il mare
per offrirle tutto il suo sangue. Genova può incidere con orgoglio
il suo nome a canto a quello del suo poeta, e guerriero Mameli: egli
esalò la sua grande anima per diciannove ferite!» Caddero pure
per non rilevarsi più i tenenti _Righi_, e _Zamboni_; feriti
rimasero il giovane _Statella_ figliuolo del generale napolitano, il
maggior _Morrocchetti_, e i tenenti _Dall'oro, Tressoldi_, e _Rota_.
Di questi altro non seppi, che virtuosi furono e degni figli d'Italia;
più lunga storia narrerò del _Ghiglione_ genovese: ogni ricordo
è sacro; _balusante_ negli occhi, o come oggi si direbbe _miope_ si
cacciava imperturbato davanti a tutti, però che, egli diceva,
avesse bisogno di vedere il nemico da vicino, ma ciò non gli
bastava, onde sovente si recava la lente all'occhio per mirare dove
avesse a trarre, poi quinci rimossala, sparava, e sparato a pena col
suo occhialetto sul naso speculava se avesse imberciato giusto; mentre
così si travaglia, stando con la gamba sinistra sporta innanzi,
ecco una palla francese ferirlo nei glutei, e cadde; lo soccorse tosto
_Pietro Ripari_ chirurgo, uomo di cui la Italia avverebbe mestiero
crescesse il seme mentre pur troppo a mano a mano se ne perde la
razza. Ora egli possedeva un cavallo vecchio, e magro, tuttavia
inglese schietto già appartenuto al Duca di Torlonia di cui la
storia come stranissima merita essere raccontata. «Così concio
il giovane Ghiglione diceva al Ripari, mi toccherà starmene a letto
per mesi, però tu piglia il mio baiardo e servitene.» Con questo
cavallo il _Ripari_ andò a Palestrina, tornato a Roma lo lasciava
infermo in mano al manescalco perchè lo guarisse, senonchè
gitosene a Velletri una sera lo incontra alla fontana dove lo avevano
condotto ad abbeverarlo; di che egli stizzito mentre cerca chi fosse
colui il quale a quel modo alla spiccia tornava in uso la pristina
comunione delle cose trova essere stato il _Mameli_; glielo lasciava
il _Ripari_ e fu sventura, perchè il _Mameli_ incavallato sopra
cotesto altissimo animale potè facilmente essere tolto di mira, e
vi ebbe la ferita ond'ei miseramente perì.--
Scrivono taluni, che vi rimanesse ferito anco _Ugo Bassi_, ma non è
vero; cadde prigione soltanto ed ecco come: di lui diremo sparsamente
più volte, intanto si sappia com'ei preso da sacro furore in guerra
sembrasse una spada brandita dall'angiolo della sterminazione: in pace
tanto nel suo petto soprabbondava l'amore, che non pure amava i propri
simili, ma di smisurato affetto proseguiva anco le bestie; pari in
questo a San Francesco, che chiamava sue sorelle le rondini, e
fratello il lupo; però non è da dirsi quanto egli fosse
attaccato a certa sua cavalla storna compagna inseparabile dei suoi
perigli e delle sue pellegrinazioni: ora mentre montato su questo
animale egli scorre lungo la fronte del nemico, tutto fiamma nel volto
con forti parole soffiando nella virtù dei nostri perchè
divampasse più gloriosa, ecco otto colpi di moschetto mandano
sottosopra cavalcatura, e cavaliere: per fortuna tutte le palle
penetrarono nel corpo alla bestia, il _Bassi_ andò incolume, che
rilevatosi indi a poco e vista morta la compagna le s'inginocchiò a
lato, con molto pianto abbracciandola e baciandola; le chiuse gli
occhi, le recise parte dei crini e se li ripose in petto conforme
costumano gl'innamorati con le chiome dell'amata donna: i Francesi lo
colsero in cotesto atto, lo pigliano, lo spogliano, e se lo cacciano
innanzi percotendolo con isconce battiture, in modo pari a quello che
gli Spagnuoli praticarono con Ignazio da Loiola; se non che la
leggenda narra, che Ignazio rapito in estasi o non sentiva i calci, o
gli aveva per grazia, mentre il povero Ugo, io metto pegno, che non ne
provasse piacere.
Le storie raccontano che il Generale Garibaldi in cotesta battaglia
riportasse contusioni non ferite, e male si appongono. Verso sera del
30 egli salito su di un poggiolo di pietra porgeva lodi e grazie agli
studenti che in cotesta giornata combatterono come persone cui paia
ventura cambiare la vita con la fama di martire per la Patria, e gli
animava a perdurare nell'alto proposito, gli avrebbe avuti desiderati
compagni in altre prove; intanto abbassati gli occhi e visto il suo
chirurgo _Ripari_ piegandosi verso lui gli sussurrava nell'orecchio:
«venite stanotte da me, perchè sono ferito, ma nessuno lo
sappia.» Difatti egli aveva riportato una ferita di palla nel
fianco destro, che senza penetrare dentro gli aveva lacerato i muscoli
dell'addome; pericolosa non fu mai, molesta sempre, e di guarigione
difficile, sicchè non ne uscì guarito, che pochi giorni prima
della caduta di Roma;--egli ne tacque sempre, ora lo dice, ed il
Ripari, che tutte le sere gliela medicò conferma.--Ma questo
accadde sul declinare del giorno; adesso il Garibaldi non ha tempo per
pensare alle sue ferite; chiamato rinforzo e venuto da Roma condotto
dal colonnello _Galletti_ si scaglia con nuova lena contro i Francesi,
i quali sopraffatti si ritirano; scopo del Garibaldi era circuire il
nemico, ed assaltatolo con tutte le forze alle spalle troncargli la
ritirata su Civitavecchia, e costringerlo a deporre le armi; e certo
gli riusciva, se in cotesto suo moto mettendosi diritto alle batterie
romane non fosse stato lacero dai fuochi di quelle, le quali traevano
senza posa su la massa non distinguendo amici da nemici, ed anco se i
Triumviri gli mandavano oltre i primi nuovi rinforzi; nonostante
ciò il Garibaldi prosegue il corso della prospera fortuna, si
lascia addietro la villa Valentini occupata da un battaglione
francese, e si spinge fino alla villa Panfili, che espugna a furia di
baionetta.--I Francesi da per tutto in rotta: intanto quattro
compagnie dei nostri si dispongono a conquidere il battaglione della
villa Valentini tutta cinta di mura; il _Bixio_ siccome lo porta
l'ardore del sangue afferra il cancello, che chiude la cinta e
squassando forte e urlando da spiritato tenta schiuderlo, mentre le
palle strepitano schiacciandosi contro i ferri del cancello rasente
alle dita dell'audace soldato; altri non meno animosi gli si uniscono,
e con forze riunite lo schiudono; nè i Francesi aspettano gli
assalitori, presi dallo spavento si danno alla fuga. Aperto appena il
cancello una spaventosa apparizione agghiaccia i cuori dei più
feroci: un cavallo e un cavaliere tornano dal campo verso Roma, quello
muove i passi a stento, l'altro vacilla a destra e a manca ciondolando
il capo; aveva abbandonate le redini, che strisciavano sul terreno: le
mani teneva pendenti ai lati della sella; la criniera, il collo, il
petto, le gambe davanti, lo bordature del cavallo grommose di sangue;
di sangue del pari rappreso il ventre e le gambe del cavaliere
sordidate: il volto di lui più che cera bianco, ed inclinato sul
petto: qualche palla ferendolo nella grande aorta ventrale lo aveva di
certo concio a quel modo. Veruno ebbe ardimento di fermare cotesto
cavallo che se gli bastò la lena sarà entrato in Roma, e lento
lento tornato alla stalla consueta per morirvi a canto al suo signore
già morto. Cotesto cadavere pauroso era di giovine leggiadro, e
ricco a Vicenza: apparteneva alla cavalleria di _Masina_ dove pel suo
valore ottenne sollecitamente grado di ufficiale. Il _Masina_, che
venuto a Roma per ragguagli e per ordini tornava a sprone battuto al
campo incontra il morto a cavallo, e ferma in quattro, poi si mette a
guardarlo con occhi sbarrati; lo riconobbe, si diede di un pugno nella
fronte prorompendo in fiero sacramento, poi si slanciava a briglia
abbattuta, e scomparve.--La madre del giovane dimorava lontana, e
quando le annunziarono la morte del figlio le tacquero certo i
particolari del caso, se ella lo avesse veduto l'avrebbe fulminata il
dolore.