della città unendosi nel ministero gente a dritto detestata per
illiberale, come l'avvocato Cicognini, che di capo della estrema
destra diventò ministro di grazia, e di giustizia, e il generale
Zucchi, che usciva di prigione dell'Austria con buona fama per
macularla a Rimini nel 1831, e nella resa di Palmanuova nel 1849
offuscarla affatto, fu promosso ministro della guerra. Ora essendo
cosa ordinaria che chi dirige dia la intonatura lo Zucchi venuto a
Roma disse alle guardie civiche parole dure e aborrite; andato a
Bologna, tolse pretesto da qualche brutto fatto commesso dal popolo
armato per disarmare popolo, e volontari, contro i corpi di Garibaldi
e di Masina spedì milizie; costume vecchio, e nuovo di governo
tirannico eccitare disordini, o non prevenirli per pigliarne poi la
congiuntura d'insidiare la libertà: nelle provincie, e a Roma il
popolo bolliva, anco la guardia civica portava il broncio; la nuova
Camera uscita da pochi elettori, rappresentava colà come altrove
una classe sola repugnante per timidità, o per altra più rea
passione, da usare risolutamente della libertà: ciò era molto,
massime a quei tempi, per rendere detestabile un'uomo, ma il Rossi
fece peggio; dopo inimicati i democratici venne alle rotte con quanti
parteggiavano pel Piemonte, e per la guerra, che non erano pochi,
stampando sul _Monitore romano_ certi suoi scritti co' quali trafitti
prima gli Albertisti dichiarava volersi accostare a Ferdinando di
Napoli belva di re; per colmare lo staio il 13 novembre fatto mettere
la mano addosso a Vincenzo Carbonelli, e a Gennaro Bomba napolitani
agitatori irrequieti li mandava a Civitavecchia per espellerli dallo
stato: arrogi, che presagendo egli resistenza si ammannisce a
sfidarla, al quale scopo ordina nel _Corso_ una lunga sfilata di
_gendarmi_, come per avvertire i Romani che si giocava di vite;
distribuiva poi i Carabinieri nei dintorni del palazzo della
Cancelleria non senza prima arringarli dicendo, che in caso di
sommossa dimenticassero l'essere cittadini per rammentarsi che erano
soldati. Il giorno 15 novembre, fissato per l'apertura del Parlamento,
al colonnello Calderari, il quale si profferse accompagnarlo con una
mano di carabinieri a cavallo, e lo avvertì di pericolo
soprastante, rispose, non temere niente, sarebbe ito senza scorta, e
tuttavia lo agitava una fiera inquietudine, aveva la faccia pallida, e
la voce velata. A Pietro Righetti disse: «se non avete paura venite
meco alla Camera» e quegli andò. Una mano di gente da 50 a 60
vestita tutta della assisa dei reduci da Vicenza lo aspettava smaniosa
nel cortile del palazzo della Cancelleria, sicchè taluno di loro
impazientito dello indugio esclamò: «sta a vedere che il
vigliacco ha paura, e non viene.» Ma il Rossi aveva sospetto non
paura e veniva; un uomo appostato in via dei Baulari precorse la
carrozza avvisando i congiurati: «ei viene, ei viene» Allora
andò intorno il grido: «eccolo! eccolo!» e dal portone del
palazzo fino alla scala si dispose in due ale, più spessa la
destra, la sinistra scarsa. Appena sceso dalla carrozza il Rossi, e
dietro a lui il Righetti si levò un cupo brontolìo misto a
fischi; egli procedeva in sembianza provocatrice, con le mani nelle
tasche della cappa; crescendo i fischi trasse fuori le mani, e prese a
sbattere i guanti ghignando protervo; lui certo tirava un fato
maligno: ecco di repente i congiurati chiuderglisi dietro e separarlo
daì Righetti; uno di loro lo tocca di un bastoncello nella coscia
destra, il Rossi si volge indispettito da cotesto lato; allora due o
tre si spiccano dal gruppo destro per girare al sinistro passando
davanti allo sciagurato e gli vibrarono non uno, bensì due colpi,
il primo fu invano, non così il secondo; il pugnale penetrò
nella parte sinistra del collo dall'alto in basso per bene quattro
dita tagliando affatto l'arteria carotide, e la vena guigulare
esterna, parzialmente la carotide primitiva; egli barcolla senza dire
parola, tenta appoggiarsi al muro ma non si reggendo casca giù di
sfascio. L'omicida ai più parve giovane di 20 o poco più anni,
di poca barba, e smilzo; appena fatto il colpo gli gettarono addosso
un mantello da guardia civica, e sparve con seco i complici, dei quali
taluno andava ripetendo: «zitti! zitti! e' non è niente.» Il
Righetti a cui pure fu menato un fendente di daga invano facendosi
largo domandò aiuto per sollevare il trafitto; non gli badarono,
intanto sopraggiunse il servo del Rossi Giovanni Pinadier, e in due lo
rimisero in piedi, così sorretto salì otto scalini o nove, e
quindi si abbandonò; trasportato di peso nelle stanze dei cardinale
Gazzoli adagiaronlo su di un lettuccio; mandarono pel prete il
reverendo parroco dei SS. Lorenzo e Damaso, e lo trovarono a pranzo[1]
sicchè arrivò per assolvere il Rossi e vederlo spirare, e forse
era spirato, perocchè uno che si trovò presente al caso ci
racconta, avere suggerito al moribondo di profferire le parole:
«Gesù mio misericordia,» ma non potè dirle, e spirò. Su
quel subito dopo incominciato un po' di processo tanto per non parere
si lasciò cascare, fu ripreso più tardi. Gli accagionati sedici,
otto contumaci tra i quali Ciceruacchio e Sterbini; dei presenti
Felice Neri morì prima della condanna, degli altri Luigi Grandoni e
Sante Costantini giudicati nel capo, ma il primo periva in carcere,
l'altro ebbe mozza la testa; i rimanenti cinque mandati chi a vita, e
chi per 20 anni in galera.
[1] «_Pranzavo_, fu sonato alla porta, e fu detto:--«presto il
curato che hanno dato una stoccata al Rossi.....» Deposto del
R. P. de' SS. Lorenzo e Damaso.
Nè anco si creda che il cardinale Gazzoli con pietoso animo aprisse
le sue stanze al trafitto; com'entrassero in casa allo eminentissimo,
ce lo fa sapere un testimone: «Io accompagnai allo appartamento
Gazzoli sendoci resa aperta la porta dopo un calcio forte dato alla
medesima dal servo del Rossi.»
La paura, che invano presumerono mantellare di costanza romana,
persuase la Camera ad aprire la seduta, comecchè non fosse in
numero e a leggere il processo verbale, ma della strage del Rossi non
discussione, non deliberazione; un grido solo si levò per impedire
l'apertura della seduta codardamente animosa; se non chè questo
altro grido (dicono si partisse dal principe di Canino) di rimando lo
attutì: «è forse morto il Re di Roma?» I vari partiti si
gettarono in faccia l'omicidio del Rossi; uno scrittore non so se
più tristo, o ridicolo, ne incolpò anco lo scrittore di questo
libro; e l'opera del D'Arlincourt ebbe traduttori e stampatori a
Livorno, lettori, e forse credenti in Italia; miserie di tutti i
tempi, e di tutti i luoghi, forse correggibili un giorno, ma
certamente non emendate fin qui!
A fine di conto veruno amò Pellegrino Rossi imperciocchè pei
preti fosse troppo, pei liberali troppo poco. La Corte Romana lo
pianse morto perchè le tornava singhiozzare senza lacrime, se gli
fosse durata la vita lo avrebbe ucciso ella: più tardi Pio gli mise
un po' di sepolcro tanto per non parcere, e su la lapide commise
incidessero lui avere avuto ragione da vendere, il Papa lodava ed
approvava il Papa, e questo va pei suoi piedi nè importava davvero
scolpirlo sul marmo.[1]
[1] Il sepolcro del Rossi è in S. Lorenzo a dritta dello altare
maggiore murato alla parete: consiste nel busto del Rossi tra
l'_Alfa_ e l'_Omega_; sopra il busto un Cristo, e sotto al busto
CAUSAM OPTIMAM MIHI TUENDAM ASSUMPSI
MISEREBITUR DEUS
QUIETI ET CINERIBUS
PELLEGRINI ROSSI COM. DOMO CARRARIA
QUI AB INTERNIS NEGOTIIS PIO IX. P. M.
IMPIORUM CONSILIO MEDITATA CAEDE OCCUBIT
XVII K. DEC. MDCCCXLVIII
AET. AN. LXI. M. IIII. D. XII.
causa ottima io presi a sostenere, però mi avrà misericordia
Dio; al riposo e alle ceneri di Pellegrino Rossi commendatore da
Carrara che preposto da Pio IX p. m. agli affari interni per
consiglio di empi con meditata strage fu spento il 15 dicembre
1848 di anni 61. m. 4. g. 12.
Spontaneo o consigliato Pio IX mandava nel mattino del 16 Marco Minghetti,
e il Conte Pasolini in cerca di Giuseppe Galletti, il quale arrivato la
sera del dì precedente aveva ricevuto dalla turba inebriata di vino e di
sangue strepitose accoglienze; egli nelle sue memorie fa le stimate per
questa chiamata, e s'infinge; forse altra volta non aveva egli retto il
governo? E per le acclamazioni popolari non offeriva un'arnese lì per
lì da logorarsi in opposizione al popolo; certo per breve tempo, ma a
quei giorni chi poteva augurarsi durare un pezzo; e poi Pio IX non ne aveva
bisogno di lungo; bensì di tanto che bastasse a mettersi in salvo;
recatosi il Galletti al Quirinale, il Papa gli parlò pacato, e gli
commise comporre nuovo ministero; chieste alcune ore per indettarsi gli
concesse spazio fino a sera; uscito, gli offre la carrozza il principe
Corsini, ed ei va con esso; mentre passano per piazza Apostoli ecco
accorrere loro una turba di gente, nè popolo tutta, bensì mista di
deputati, di cittadini maggiorenti, e di ufficiali, con bandiere e
carelloni sopra i quali stavano scritte le domande, che intendevano il Papa
esaudisse: _ministero nuovo, governo quale lo aveva già dichiarato il
Mamiani, adesione alla Costituzione bandata del Montanelli_; appena
ravvisato il Galletti, la moltitudine lo cava dalla carrozza, e seco lo
travolge al Quirinale in mezzo alla deputazione eletta per partecipare al
Papa i desiderii della Città; sappiamo da lui, come parendogli strano
inquietare Pio per cosa della quale già gli aveva dato incombenza, e non
dicevole angustiarlo per le altre s'indettò con la Deputazione di
entrare in palazzo, e uscirne poi simulando avere tenuto colloquio col
Papa, e da lui impetrata la facoltà di comporre il ministero senza
toccare di altro; era inganno cotesto ma il popolo che di rado si lascia
abbindolare quando tiene aperti gli occhi prese a prorompere: «o le
altre?» A che il Galletti, colto alla sprovvista rispose: «quanto
alle altre provvederebbe il governo non essendo tali da poterlo fare il
Papa senza ministero.» Il popolo subodorata la frode, diede nei lumi:
«risposta chiara e subito;» e s'incammina a cercarla da sè;
trattenuto a stento concede ritorni al Papa il Galletti, il quale va, e lo
trova arruffato; preghiere e persuasioni non valgono a smoverlo, bensì
ei gl'insinua ad ingannare il popolo, e il Galletti mostra offendersene, ma
a torto perchè se lo aveva deluso una prima non si sa perchè non lo
avrebe deluso una seconda volta. Popolo, e Svizzeri già cominciavano a
barattarsi qualche nespola; preti, e servitorume in palazzo tremano a verga
supplicando il Galletti li salvi dallo sterminio, sicchè egli annunzia
al popolo non un rifiuto duro duro del Papa, bensì non volere patire
violenza. Alle armi! urla il popolo, e sgombra la piazza. Il Papa nella
fiducia che la repulsa gli procacciasse reverenza si stava nella sua
vanità tranquillo, quando ecco allagare la piazza il popolo armato
trainando un cannone per fracassare la porta maggiore del palazzo, con esso
lui la guardia nazionale, bersaglieri, reduci, e fanterie regolari; si
dà mano a moschettarsi con gli Svizzeri; il sangue gronda; monsignor
Palma mentre si affaccia ad una finestra del Quirinale per ispeculare
quello che si facesse in piazza, colto da palla nel capo, muore; dicono
fosse uno degli scrittori della famosa enciclica del 29 Aprile. Appiccarono
il fuoco ad una porta laterale; grave il danno presente, troppo maggiore il
futuro, imperciocchè il figlio del Ciceruacchio stesse per dar fuoco al
cannone appuntato contro la porta del Quirinale, e lo faceva se non lo
avessero tenuto; di ciò si vantano parecchi, il Calandrelli, e il
Galletti; forse ci avranno avuto parte ancora essi, ma quegli, che gli
strappò la miccia accesa di mano fu proprio il padre del giovane
tuttavia parziale a Pio IX. Si mandarono in fretta da più parti persone
in traccia del Galletti, che rinvenuto in Piazza Navona andò; il Papa
apparve atterrito, ma più che atterrito crucciato, che nel cuore del
prete due grandi passioni si davano battaglia, orgoglio e paura; per la
composizione del nuovo ministero di leggeri andò persuaso, alle altre
domande invincibilmente opposto, onde si ebbe rifugio al ripiego,
deciderebbe l'Assemblea su quelle; il popolo non si contentava, ma lo
abbonirono con le parole artate; il popolo pretendeva altresì gli si
consegnassero nelle mani gli Svizzeri, ma anco su questo lo abbonirono.
Dicono i panegiristi di Pio, com'egli al cospetto degli Oratori stranieri
protestasse della nullità degli atti come estorti a forza, e non pare,
dacchè parte accettò, e parte respinse delle domande del popolo, e se
questo fu inganno per celare meglio le riposte deliberazioni tanto maggiore
gli riviene il biasimo per la usata fraudolenza; e di ciò si duole
amaramente il Galletti lamentando i danni patiti per essersi spencolato in
suo pro, la sua sconoscenza come quello che lo aveva sottratto a pericolo
sicuro, poichè s'egli non era il popolo in cotesto di aveva mostrato
volontà e potenza di troncare ad un punto Papa e papato. Gli uomini del
1818 sperimentarono nemici così i principi come i popoli, e a parere mio
meritamente, imperciocchè molti di loro per disposizione propria, e per
qualità di tempi, taluni per qualità di tempi soltanto nè salvarono
le monarchie, nè impedirono le repubbliche; una maniera di rivoluzionari
annacquati: onde oggi Dio non li vuole e il diavolo li rifiuta; e più
che tutti ha ragione di spregiarli il popolo, il quale a questa ora non si
troverebbe a rifare i passi sopra una via insanguinata dai suoi piè
laceri.
È fama che Pio IX tra il sì, e il no tenzonasse di partire o
rimanere, ma che a traboccare per la risoluzione di andarsene
contribuissero assai la lettera, e il dono della pisside, o meglio
della teca dove un Chatorusse vescovo di Valenza gli dette ad
intendere Pio VI portasse il viatico nelle sue pellegrinazioni; invero
a che pro cotesto impaccio se il Papa con due parole e un po' di
farina poteva farsi quanto Dio voleva? e la farina da per tutto si
trova. Avendogli pertanto mandato Dio la ispirazione per mezzo del
vescovo di Valenza, mentre gliela poteva spedire per via diretta
deliberò la fuga: in questo passo forte lo stimolava il duca di
Harcourt il quale intendeva condurlo a Civitavecchia e quindi in
Francia, arnese ottimo, secondo lui, per iscompigliare la Europa
pigliando a volo i diritti, o piuttosto le pretensioni dei Papi sul
bene altrui. Gli oratori degli altri principi cattolici ben si
accordavano coll'Harcourt intorno alla fuga ma dissentivano circa
l'asilo, il Martinez della Rosa lo voleva trasportare alle Baleari, il
conte Spaur a Gaeta donde con maturità di consiglio avrebbe potuto
scegliere fra le Baleari e Francia, così diceva, ma insomma lo
voleva commettere nelle mani del Re di Napoli e dell'Austria: ognuno
di loro tira l'acqua al suo mulino. Essendo comparsa in quel torno
un'aurora boreale, gli scrittori chiesastici, ne traggono argomento ad
affermare che la fuga di Pio fu annunziata dai cieli; e questo
potrebbe addursi in prova della pertinace impostura, o ignoranza dei
preti se il temerario sillabo di Pio IX non assolvesse da ogni prova.
Il 24 di novembre l'oratore di Francia arriva al Quirinale in un
carrozzone di gala preceduto dai corrieri con le torce a vento, e
domandata udienza introducesi al Papa il quale tosto muta vesti
pigliando quelle di un pretoccolo, e per mascherarsi meglio postosi
sul naso un paio di occhiali verdi scappa per certe stanzuccie
conducenti al corridore degli Svizzeri, il duca d'Harcourt rimane
nella stanza di udienza dove nel disegno d'ingannare la gente continua
a discorrere con voce alta e concitata; se non chè quando egli
pensa ormai assicurato il fine dei mal sortiti tiri furbeschi, ecco
che ti vede ricomparirsi davanti il Papa disfatto con un moccolo in
mano. La porta del corridore degli Svizzeri disusata _ab antiquo_ non
aveva potuto aprirsi, chiuso allo scampo ogni via: agevole cosa
immaginare la confusione di costoro, e forse imprecavano a coro un Dio
avverso quando il foriere Filippani sopraggiunge ad avvertire che il
Dio placato sotto forma di olio di oliva aveva fatto scorrere il
chiavistello e spalancata la porta: amplessi, e baci, e passi
accelerati per rimettere il tempo perduto. La contessa Spaur dopo aver
messo in confronto la partenza di Pio VII da Roma con quella di Pio
IX, la prima in mezzo al pianto dei fedeli Romani, massime delle
donne, che picchiandosi il petto simili alle figliuole di Gerusalemme
ululavano: «chi ci rapisce il Santo Padre? Chi?» La seconda alla
chetichella a guisa di ladro notturno che porta in salvo la cosa
furtiva, esclama: _qual differenza!_--Questa confessione scappata
impensatamente dalle labbra di una donna foggiata a zelantissima
cattolica chiarisce le condizioni attuali del Papato, e il fine, che
senza rimedio ormai gli si apparecchia.
Vulgare fuga fu cotesta, che invano s'industria la contessa Spaur di
rendere poetica: bimbi, cameriere, preti, carabinieri, che reggevano
il sacco, e nondimanco paura; tutto questo burlevole: pieno però di
amarezza vedere cotesto mal Prete recitare il breviario col padre
Liebl, e supplicare Dio per la salute degli uomini, che tornato in
fiore egli dannò alle galere, agli esilii, qualcheduno alla morte.
Giunse il Papa a Gaeta a salvamento, perchè, come disse egli alla
Spaur, seco era Dio chiuso dentro la scatola, il quale pure non era
bastato a salvarlo dalla paura quando trovò chiusa la porta del
corridore degli Svizzeri! Di colta il Papa fu preso per ispia dal
comandante di Gaeta, ma poi il Re Ferdinando avvertito gli portò in
fretta e in furia camicie, soldati, e marzapani e condottolo seco a
Napoli l'ospitò regalmente; per la qual cosa questa belva
incoronata, che uomini di stato temperatissimi chiamano addirittura
negazione di Dio, diventa ad un tratto: «Re cristiano ammirando nel
quale non sai se le virtù del principe cristiano superino quelle
del privato, o queste quelle avendo discorso parole, e operato fatti
di sovrano il più magnifico e il più pio di quanti si conserva
memoria nel mondo.»
Dicono il duca d'Harcourt corresse a Civitavecchia nella speranza di
trovarci il Papa, e non ce lo rinvenendo rimase come schermitore vinto
di scherma; ciò altra creda non io, che se tale fosse stato
l'accordo egli avrebbe da lunga mano allestito il naviglio, a mo' che
fece Leopoldo di Toscana mercè la Inghilterra, la quale in quelle
rivolture tenne il piè in tutte le staffe, e parve pescatore che
intorbida le acque per pescardi dentro.
Conosce l'universale come Pio IX fuggito da Gaeta dopo tre giorni
deputasse certa comissione di sette persone a reggere il paese: questo
gli era vietato per legge: e supposto gli fosse concesso veniva tardi,
perchè il Decreto, che la instituiva arrivò a Roma solo il tre
dicembre, o si conosceva aperto, che la era preordinata per
iscarrucolare la gente, di vero tre dei sette non si trovavano a Roma,
gli altri quattro in mal punto, e senza un'oncia di consiglio
richiesti arruffavano: ci erano apposta; all'ultimo ricusano. Il Papa
depone il ministero, che non gli dà retta e rimane, solo repugnante
il Mamiani; mandasi deputazione a Gaeta, ed anco questo parve partito
insano, chè ormai era chiaro il Papa, se straniere armi non ce lo
riconducevano, non volere restituirsi a Roma. La deputazione come
poteva di leggieri prevedersi fu respinta ai confini; avendo ella
scritto lettera al cardinale Antonelli fin lì mostratosi zelante di
libertà non n'ebbe riscontro di sorte; cessata la commedia aveva
deposta la maschera.--La risoluzione forse non poteva salvare, ma la
incertezza fu di sicuro ruina; gli operatori dei passati rivolgimenti
non si tennero paghi ad avere ragione, ma sì ancora attesero a
provare per filo e per segno che l'avevano; nè io dirò che in
queste faccende non importa ragione; questo altro dico, che non rileva
tu abbi ragione se l'esito ti dà torto. Il ministero revocato
continuò a guidarsi come nave senza timone, i deputati peggio che
mai; eletta nuova giunta di reggitori, Gaeta, interessata a crescere
la confusione, protesta; si scioglie il Parlamento, e si convoca
l'Assemblea constituente; il senatore di Bologna membro della Giunta
risegna lo ufficio, gli sottentra il Galletti; Mamiani abbandona il
ministero e se ne ignora la causa, dove non fosse il cruccio concepito
nel vedersi postergato a cui egli estimava, e senza dubbio era, men
degno di lui.
Precipito la narrazione come quella che si versa su cose a tutti
notissime; il Papa col monitorio del primo gennaio 1849 protesta, e
vieta ai fedeli di partecipare all'assemblea constituente sotto pena
di scomunica; nonostante ciò apresi, e ci concorrono i fedeli; si
mette il partito della decadenza del Papa ed è vinto con voto quasi
universale, imperciocchè i dissidenti sommassero a quindici sopra
142; posta altresì a partito la dichiarazione della repubblica ebbe
contro soli ventidue voti, che per la scarsezza loro e' furono come se
non fossero; l'assemblea elesse ancora un Triunvirato composto di
Armellini, Saliceti, e Montecchi: varia di loro la fama come suole nei
mareggiamenti politici; però cribrata ogni cosa ad Armellini
consentono molta scienza legale, e di ciò porgono preclaro
testimonio le sue allegazioni forensi, e nelle altre faccende più
ingegno, che dottrina: nello eloquio spedito: Catone in piazza,
Epicuro in casa: cupido di primato, nei propositi incerto, di modi, e
di parole coperto, prete fu e non sapeva dimenticarsene; altre
taccherelle gli appongono, e le avrà avute; fatto sta che stette
alla sua fede fermo, non vacillò per danno presente, e per presagio
di maggiore pericolo avvenire, visse e morì onorato nello esilio
lasciando desiderio di sè in quanti lo conobbero, e nome presso
l'universale di cittadino onesto. Il Montecchi eziandio appartenne al
foro, buono era, ma di poca levatura; uno dei tanti, che la ruota
delle vicende umane pare che abbia bisogno di tirare su per fargli
fare, girando, il tomo; il Saliceti entrò nel maestrato con
maravigliosa reputazione, lo predicavano giureconsulto solenne,
filosofo, ed uomo di stato: ministro a Napoli lo ebbero in pregio:
grandi cose si aspettavano da lui, e non le fece, sicchè presto
venne meno alla pubblica stima, solito scoglio in cui rompono anco i
sommi, i quali non rispondono mai all'eccessivo concetto, che altra si
forma di loro.
La repubblica non fu accolta bene nè male; la patirono i popoli, nè
forse vi era altra uscita, dacchè al Papa non si voleva tornare, nel
governo provvisorio non si poteva durare; il Monghini, che questo disse,
allora come ora apparve savio, e il Farini male si adopera trafiggerlo con
oblique parole: maligno raccontatore costui, contro il quale, percosso da
Dio, non lice aggravarsi con dure parole. Quando poi con tanto valore i
Romani con gl'Italiani convenuti a Roma difesero la repubblica, furono
sospinti ai magnanimi atti meno da svisceratezza per la forma del governo
che per mostrare a prova di sangue allo aborrito straniero come gl'Italiani
sappiano adoperare l'arme anco in disperata difesa; nè questo è
giudizio dello scrittore, bensì dello stesso Giuseppe Mazzini, il quale,
interrogato da lui rispondeva proprio così: «il concetto della difesa
di Roma fu in tutti concetto di onore, e di ribellione naturale contro la
insolenza francese; nei pochi concetto repubblicano, e desiderio di
promovere il principio facendo conoscere al mondo ciò, che a petto dei
monarchici d'Italia valessero i repubblicani.... Roma era scaduta agli
occhi d'Italia, e di Europa: era una popolazione di preti, di servi, di
ciacchi viventi su la candela, su le cerimonie, e le corruttele dei
sacerdoti, e di trasteverini ignoranti, affascinati dalle pompe cattoliche,
comecchè d'istinti veracemente Romani. Ora per noi senza Roma non si
fonda unità, però bisognava riconsacrarla all'ammirazione di tutti;
farvi scintillare una favilla di virtù prisca e vera.... insegnare
insomma di nuovo Roma alla Italia, la Italia a Roma.»[1] Intento a vero
dire non pure generoso ma giusto, e checchè adesso in contrario ne
appaia portatore in futuro di frutti maravigliosi quanto inopinati.
[1] Mazzini note ms.