Quest'uomo o improvvido, o acre pareva compiacersi di pungere il genio

della città unendosi nel ministero gente a dritto detestata per

illiberale, come l'avvocato Cicognini, che di capo della estrema

destra diventò ministro di grazia, e di giustizia, e il generale

Zucchi, che usciva di prigione dell'Austria con buona fama per

macularla a Rimini nel 1831, e nella resa di Palmanuova nel 1849

offuscarla affatto, fu promosso ministro della guerra. Ora essendo

cosa ordinaria che chi dirige dia la intonatura lo Zucchi venuto a

Roma disse alle guardie civiche parole dure e aborrite; andato a

Bologna, tolse pretesto da qualche brutto fatto commesso dal popolo

armato per disarmare popolo, e volontari, contro i corpi di Garibaldi

e di Masina spedì milizie; costume vecchio, e nuovo di governo

tirannico eccitare disordini, o non prevenirli per pigliarne poi la

congiuntura d'insidiare la libertà: nelle provincie, e a Roma il

popolo bolliva, anco la guardia civica portava il broncio; la nuova

Camera uscita da pochi elettori, rappresentava colà come altrove

una classe sola repugnante per timidità, o per altra più rea

passione, da usare risolutamente della libertà: ciò era molto,

massime a quei tempi, per rendere detestabile un'uomo, ma il Rossi

fece peggio; dopo inimicati i democratici venne alle rotte con quanti

parteggiavano pel Piemonte, e per la guerra, che non erano pochi,

stampando sul _Monitore romano_ certi suoi scritti co' quali trafitti

prima gli Albertisti dichiarava volersi accostare a Ferdinando di

Napoli belva di re; per colmare lo staio il 13 novembre fatto mettere

la mano addosso a Vincenzo Carbonelli, e a Gennaro Bomba napolitani

agitatori irrequieti li mandava a Civitavecchia per espellerli dallo

stato: arrogi, che presagendo egli resistenza si ammannisce a

sfidarla, al quale scopo ordina nel _Corso_ una lunga sfilata di

_gendarmi_, come per avvertire i Romani che si giocava di vite;

distribuiva poi i Carabinieri nei dintorni del palazzo della

Cancelleria non senza prima arringarli dicendo, che in caso di

sommossa dimenticassero l'essere cittadini per rammentarsi che erano

soldati. Il giorno 15 novembre, fissato per l'apertura del Parlamento,

al colonnello Calderari, il quale si profferse accompagnarlo con una

mano di carabinieri a cavallo, e lo avvertì di pericolo

soprastante, rispose, non temere niente, sarebbe ito senza scorta, e

tuttavia lo agitava una fiera inquietudine, aveva la faccia pallida, e

la voce velata. A Pietro Righetti disse: «se non avete paura venite

meco alla Camera» e quegli andò. Una mano di gente da 50 a 60

vestita tutta della assisa dei reduci da Vicenza lo aspettava smaniosa

nel cortile del palazzo della Cancelleria, sicchè taluno di loro

impazientito dello indugio esclamò: «sta a vedere che il

vigliacco ha paura, e non viene.» Ma il Rossi aveva sospetto non

paura e veniva; un uomo appostato in via dei Baulari precorse la

carrozza avvisando i congiurati: «ei viene, ei viene» Allora

andò intorno il grido: «eccolo! eccolo!» e dal portone del

palazzo fino alla scala si dispose in due ale, più spessa la

destra, la sinistra scarsa. Appena sceso dalla carrozza il Rossi, e

dietro a lui il Righetti si levò un cupo brontolìo misto a

fischi; egli procedeva in sembianza provocatrice, con le mani nelle

tasche della cappa; crescendo i fischi trasse fuori le mani, e prese a

sbattere i guanti ghignando protervo; lui certo tirava un fato

maligno: ecco di repente i congiurati chiuderglisi dietro e separarlo

daì Righetti; uno di loro lo tocca di un bastoncello nella coscia

destra, il Rossi si volge indispettito da cotesto lato; allora due o

tre si spiccano dal gruppo destro per girare al sinistro passando

davanti allo sciagurato e gli vibrarono non uno, bensì due colpi,

il primo fu invano, non così il secondo; il pugnale penetrò

nella parte sinistra del collo dall'alto in basso per bene quattro

dita tagliando affatto l'arteria carotide, e la vena guigulare

esterna, parzialmente la carotide primitiva; egli barcolla senza dire

parola, tenta appoggiarsi al muro ma non si reggendo casca giù di

sfascio. L'omicida ai più parve giovane di 20 o poco più anni,

di poca barba, e smilzo; appena fatto il colpo gli gettarono addosso

un mantello da guardia civica, e sparve con seco i complici, dei quali

taluno andava ripetendo: «zitti! zitti! e' non è niente.» Il

Righetti a cui pure fu menato un fendente di daga invano facendosi

largo domandò aiuto per sollevare il trafitto; non gli badarono,

intanto sopraggiunse il servo del Rossi Giovanni Pinadier, e in due lo

rimisero in piedi, così sorretto salì otto scalini o nove, e

quindi si abbandonò; trasportato di peso nelle stanze dei cardinale

Gazzoli adagiaronlo su di un lettuccio; mandarono pel prete il

reverendo parroco dei SS. Lorenzo e Damaso, e lo trovarono a pranzo[1]

sicchè arrivò per assolvere il Rossi e vederlo spirare, e forse

era spirato, perocchè uno che si trovò presente al caso ci

racconta, avere suggerito al moribondo di profferire le parole:

«Gesù mio misericordia,» ma non potè dirle, e spirò. Su

quel subito dopo incominciato un po' di processo tanto per non parere

si lasciò cascare, fu ripreso più tardi. Gli accagionati sedici,

otto contumaci tra i quali Ciceruacchio e Sterbini; dei presenti

Felice Neri morì prima della condanna, degli altri Luigi Grandoni e

Sante Costantini giudicati nel capo, ma il primo periva in carcere,

l'altro ebbe mozza la testa; i rimanenti cinque mandati chi a vita, e

chi per 20 anni in galera.

[1] «_Pranzavo_, fu sonato alla porta, e fu detto:--«presto il

curato che hanno dato una stoccata al Rossi.....» Deposto del

R. P. de' SS. Lorenzo e Damaso.

Nè anco si creda che il cardinale Gazzoli con pietoso animo aprisse

le sue stanze al trafitto; com'entrassero in casa allo eminentissimo,

ce lo fa sapere un testimone: «Io accompagnai allo appartamento

Gazzoli sendoci resa aperta la porta dopo un calcio forte dato alla

medesima dal servo del Rossi.»

La paura, che invano presumerono mantellare di costanza romana,

persuase la Camera ad aprire la seduta, comecchè non fosse in

numero e a leggere il processo verbale, ma della strage del Rossi non

discussione, non deliberazione; un grido solo si levò per impedire

l'apertura della seduta codardamente animosa; se non chè questo

altro grido (dicono si partisse dal principe di Canino) di rimando lo

attutì: «è forse morto il Re di Roma?» I vari partiti si

gettarono in faccia l'omicidio del Rossi; uno scrittore non so se

più tristo, o ridicolo, ne incolpò anco lo scrittore di questo

libro; e l'opera del D'Arlincourt ebbe traduttori e stampatori a

Livorno, lettori, e forse credenti in Italia; miserie di tutti i

tempi, e di tutti i luoghi, forse correggibili un giorno, ma

certamente non emendate fin qui!

A fine di conto veruno amò Pellegrino Rossi imperciocchè pei

preti fosse troppo, pei liberali troppo poco. La Corte Romana lo

pianse morto perchè le tornava singhiozzare senza lacrime, se gli

fosse durata la vita lo avrebbe ucciso ella: più tardi Pio gli mise

un po' di sepolcro tanto per non parcere, e su la lapide commise

incidessero lui avere avuto ragione da vendere, il Papa lodava ed

approvava il Papa, e questo va pei suoi piedi nè importava davvero

scolpirlo sul marmo.[1]

[1] Il sepolcro del Rossi è in S. Lorenzo a dritta dello altare

maggiore murato alla parete: consiste nel busto del Rossi tra

l'_Alfa_ e l'_Omega_; sopra il busto un Cristo, e sotto al busto

CAUSAM OPTIMAM MIHI TUENDAM ASSUMPSI

MISEREBITUR DEUS

QUIETI ET CINERIBUS

PELLEGRINI ROSSI COM. DOMO CARRARIA

QUI AB INTERNIS NEGOTIIS PIO IX. P. M.

IMPIORUM CONSILIO MEDITATA CAEDE OCCUBIT

XVII K. DEC. MDCCCXLVIII

AET. AN. LXI. M. IIII. D. XII.

causa ottima io presi a sostenere, però mi avrà misericordia

Dio; al riposo e alle ceneri di Pellegrino Rossi commendatore da

Carrara che preposto da Pio IX p. m. agli affari interni per

consiglio di empi con meditata strage fu spento il 15 dicembre

1848 di anni 61. m. 4. g. 12.

Spontaneo o consigliato Pio IX mandava nel mattino del 16 Marco Minghetti,

e il Conte Pasolini in cerca di Giuseppe Galletti, il quale arrivato la

sera del dì precedente aveva ricevuto dalla turba inebriata di vino e di

sangue strepitose accoglienze; egli nelle sue memorie fa le stimate per

questa chiamata, e s'infinge; forse altra volta non aveva egli retto il

governo? E per le acclamazioni popolari non offeriva un'arnese lì per

lì da logorarsi in opposizione al popolo; certo per breve tempo, ma a

quei giorni chi poteva augurarsi durare un pezzo; e poi Pio IX non ne aveva

bisogno di lungo; bensì di tanto che bastasse a mettersi in salvo;

recatosi il Galletti al Quirinale, il Papa gli parlò pacato, e gli

commise comporre nuovo ministero; chieste alcune ore per indettarsi gli

concesse spazio fino a sera; uscito, gli offre la carrozza il principe

Corsini, ed ei va con esso; mentre passano per piazza Apostoli ecco

accorrere loro una turba di gente, nè popolo tutta, bensì mista di

deputati, di cittadini maggiorenti, e di ufficiali, con bandiere e

carelloni sopra i quali stavano scritte le domande, che intendevano il Papa

esaudisse: _ministero nuovo, governo quale lo aveva già dichiarato il

Mamiani, adesione alla Costituzione bandata del Montanelli_; appena

ravvisato il Galletti, la moltitudine lo cava dalla carrozza, e seco lo

travolge al Quirinale in mezzo alla deputazione eletta per partecipare al

Papa i desiderii della Città; sappiamo da lui, come parendogli strano

inquietare Pio per cosa della quale già gli aveva dato incombenza, e non

dicevole angustiarlo per le altre s'indettò con la Deputazione di

entrare in palazzo, e uscirne poi simulando avere tenuto colloquio col

Papa, e da lui impetrata la facoltà di comporre il ministero senza

toccare di altro; era inganno cotesto ma il popolo che di rado si lascia

abbindolare quando tiene aperti gli occhi prese a prorompere: «o le

altre?» A che il Galletti, colto alla sprovvista rispose: «quanto

alle altre provvederebbe il governo non essendo tali da poterlo fare il

Papa senza ministero.» Il popolo subodorata la frode, diede nei lumi:

«risposta chiara e subito;» e s'incammina a cercarla da sè;

trattenuto a stento concede ritorni al Papa il Galletti, il quale va, e lo

trova arruffato; preghiere e persuasioni non valgono a smoverlo, bensì

ei gl'insinua ad ingannare il popolo, e il Galletti mostra offendersene, ma

a torto perchè se lo aveva deluso una prima non si sa perchè non lo

avrebe deluso una seconda volta. Popolo, e Svizzeri già cominciavano a

barattarsi qualche nespola; preti, e servitorume in palazzo tremano a verga

supplicando il Galletti li salvi dallo sterminio, sicchè egli annunzia

al popolo non un rifiuto duro duro del Papa, bensì non volere patire

violenza. Alle armi! urla il popolo, e sgombra la piazza. Il Papa nella

fiducia che la repulsa gli procacciasse reverenza si stava nella sua

vanità tranquillo, quando ecco allagare la piazza il popolo armato

trainando un cannone per fracassare la porta maggiore del palazzo, con esso

lui la guardia nazionale, bersaglieri, reduci, e fanterie regolari; si

dà mano a moschettarsi con gli Svizzeri; il sangue gronda; monsignor

Palma mentre si affaccia ad una finestra del Quirinale per ispeculare

quello che si facesse in piazza, colto da palla nel capo, muore; dicono

fosse uno degli scrittori della famosa enciclica del 29 Aprile. Appiccarono

il fuoco ad una porta laterale; grave il danno presente, troppo maggiore il

futuro, imperciocchè il figlio del Ciceruacchio stesse per dar fuoco al

cannone appuntato contro la porta del Quirinale, e lo faceva se non lo

avessero tenuto; di ciò si vantano parecchi, il Calandrelli, e il

Galletti; forse ci avranno avuto parte ancora essi, ma quegli, che gli

strappò la miccia accesa di mano fu proprio il padre del giovane

tuttavia parziale a Pio IX. Si mandarono in fretta da più parti persone

in traccia del Galletti, che rinvenuto in Piazza Navona andò; il Papa

apparve atterrito, ma più che atterrito crucciato, che nel cuore del

prete due grandi passioni si davano battaglia, orgoglio e paura; per la

composizione del nuovo ministero di leggeri andò persuaso, alle altre

domande invincibilmente opposto, onde si ebbe rifugio al ripiego,

deciderebbe l'Assemblea su quelle; il popolo non si contentava, ma lo

abbonirono con le parole artate; il popolo pretendeva altresì gli si

consegnassero nelle mani gli Svizzeri, ma anco su questo lo abbonirono.

Dicono i panegiristi di Pio, com'egli al cospetto degli Oratori stranieri

protestasse della nullità degli atti come estorti a forza, e non pare,

dacchè parte accettò, e parte respinse delle domande del popolo, e se

questo fu inganno per celare meglio le riposte deliberazioni tanto maggiore

gli riviene il biasimo per la usata fraudolenza; e di ciò si duole

amaramente il Galletti lamentando i danni patiti per essersi spencolato in

suo pro, la sua sconoscenza come quello che lo aveva sottratto a pericolo

sicuro, poichè s'egli non era il popolo in cotesto di aveva mostrato

volontà e potenza di troncare ad un punto Papa e papato. Gli uomini del

1818 sperimentarono nemici così i principi come i popoli, e a parere mio

meritamente, imperciocchè molti di loro per disposizione propria, e per

qualità di tempi, taluni per qualità di tempi soltanto nè salvarono

le monarchie, nè impedirono le repubbliche; una maniera di rivoluzionari

annacquati: onde oggi Dio non li vuole e il diavolo li rifiuta; e più

che tutti ha ragione di spregiarli il popolo, il quale a questa ora non si

troverebbe a rifare i passi sopra una via insanguinata dai suoi piè

laceri.

È fama che Pio IX tra il sì, e il no tenzonasse di partire o

rimanere, ma che a traboccare per la risoluzione di andarsene

contribuissero assai la lettera, e il dono della pisside, o meglio

della teca dove un Chatorusse vescovo di Valenza gli dette ad

intendere Pio VI portasse il viatico nelle sue pellegrinazioni; invero

a che pro cotesto impaccio se il Papa con due parole e un po' di

farina poteva farsi quanto Dio voleva? e la farina da per tutto si

trova. Avendogli pertanto mandato Dio la ispirazione per mezzo del

vescovo di Valenza, mentre gliela poteva spedire per via diretta

deliberò la fuga: in questo passo forte lo stimolava il duca di

Harcourt il quale intendeva condurlo a Civitavecchia e quindi in

Francia, arnese ottimo, secondo lui, per iscompigliare la Europa

pigliando a volo i diritti, o piuttosto le pretensioni dei Papi sul

bene altrui. Gli oratori degli altri principi cattolici ben si

accordavano coll'Harcourt intorno alla fuga ma dissentivano circa

l'asilo, il Martinez della Rosa lo voleva trasportare alle Baleari, il

conte Spaur a Gaeta donde con maturità di consiglio avrebbe potuto

scegliere fra le Baleari e Francia, così diceva, ma insomma lo

voleva commettere nelle mani del Re di Napoli e dell'Austria: ognuno

di loro tira l'acqua al suo mulino. Essendo comparsa in quel torno

un'aurora boreale, gli scrittori chiesastici, ne traggono argomento ad

affermare che la fuga di Pio fu annunziata dai cieli; e questo

potrebbe addursi in prova della pertinace impostura, o ignoranza dei

preti se il temerario sillabo di Pio IX non assolvesse da ogni prova.

Il 24 di novembre l'oratore di Francia arriva al Quirinale in un

carrozzone di gala preceduto dai corrieri con le torce a vento, e

domandata udienza introducesi al Papa il quale tosto muta vesti

pigliando quelle di un pretoccolo, e per mascherarsi meglio postosi

sul naso un paio di occhiali verdi scappa per certe stanzuccie

conducenti al corridore degli Svizzeri, il duca d'Harcourt rimane

nella stanza di udienza dove nel disegno d'ingannare la gente continua

a discorrere con voce alta e concitata; se non chè quando egli

pensa ormai assicurato il fine dei mal sortiti tiri furbeschi, ecco

che ti vede ricomparirsi davanti il Papa disfatto con un moccolo in

mano. La porta del corridore degli Svizzeri disusata _ab antiquo_ non

aveva potuto aprirsi, chiuso allo scampo ogni via: agevole cosa

immaginare la confusione di costoro, e forse imprecavano a coro un Dio

avverso quando il foriere Filippani sopraggiunge ad avvertire che il

Dio placato sotto forma di olio di oliva aveva fatto scorrere il

chiavistello e spalancata la porta: amplessi, e baci, e passi

accelerati per rimettere il tempo perduto. La contessa Spaur dopo aver

messo in confronto la partenza di Pio VII da Roma con quella di Pio

IX, la prima in mezzo al pianto dei fedeli Romani, massime delle

donne, che picchiandosi il petto simili alle figliuole di Gerusalemme

ululavano: «chi ci rapisce il Santo Padre? Chi?» La seconda alla

chetichella a guisa di ladro notturno che porta in salvo la cosa

furtiva, esclama: _qual differenza!_--Questa confessione scappata

impensatamente dalle labbra di una donna foggiata a zelantissima

cattolica chiarisce le condizioni attuali del Papato, e il fine, che

senza rimedio ormai gli si apparecchia.

Vulgare fuga fu cotesta, che invano s'industria la contessa Spaur di

rendere poetica: bimbi, cameriere, preti, carabinieri, che reggevano

il sacco, e nondimanco paura; tutto questo burlevole: pieno però di

amarezza vedere cotesto mal Prete recitare il breviario col padre

Liebl, e supplicare Dio per la salute degli uomini, che tornato in

fiore egli dannò alle galere, agli esilii, qualcheduno alla morte.

Giunse il Papa a Gaeta a salvamento, perchè, come disse egli alla

Spaur, seco era Dio chiuso dentro la scatola, il quale pure non era

bastato a salvarlo dalla paura quando trovò chiusa la porta del

corridore degli Svizzeri! Di colta il Papa fu preso per ispia dal

comandante di Gaeta, ma poi il Re Ferdinando avvertito gli portò in

fretta e in furia camicie, soldati, e marzapani e condottolo seco a

Napoli l'ospitò regalmente; per la qual cosa questa belva

incoronata, che uomini di stato temperatissimi chiamano addirittura

negazione di Dio, diventa ad un tratto: «Re cristiano ammirando nel

quale non sai se le virtù del principe cristiano superino quelle

del privato, o queste quelle avendo discorso parole, e operato fatti

di sovrano il più magnifico e il più pio di quanti si conserva

memoria nel mondo.»

Dicono il duca d'Harcourt corresse a Civitavecchia nella speranza di

trovarci il Papa, e non ce lo rinvenendo rimase come schermitore vinto

di scherma; ciò altra creda non io, che se tale fosse stato

l'accordo egli avrebbe da lunga mano allestito il naviglio, a mo' che

fece Leopoldo di Toscana mercè la Inghilterra, la quale in quelle

rivolture tenne il piè in tutte le staffe, e parve pescatore che

intorbida le acque per pescardi dentro.

Conosce l'universale come Pio IX fuggito da Gaeta dopo tre giorni

deputasse certa comissione di sette persone a reggere il paese: questo

gli era vietato per legge: e supposto gli fosse concesso veniva tardi,

perchè il Decreto, che la instituiva arrivò a Roma solo il tre

dicembre, o si conosceva aperto, che la era preordinata per

iscarrucolare la gente, di vero tre dei sette non si trovavano a Roma,

gli altri quattro in mal punto, e senza un'oncia di consiglio

richiesti arruffavano: ci erano apposta; all'ultimo ricusano. Il Papa

depone il ministero, che non gli dà retta e rimane, solo repugnante

il Mamiani; mandasi deputazione a Gaeta, ed anco questo parve partito

insano, chè ormai era chiaro il Papa, se straniere armi non ce lo

riconducevano, non volere restituirsi a Roma. La deputazione come

poteva di leggieri prevedersi fu respinta ai confini; avendo ella

scritto lettera al cardinale Antonelli fin lì mostratosi zelante di

libertà non n'ebbe riscontro di sorte; cessata la commedia aveva

deposta la maschera.--La risoluzione forse non poteva salvare, ma la

incertezza fu di sicuro ruina; gli operatori dei passati rivolgimenti

non si tennero paghi ad avere ragione, ma sì ancora attesero a

provare per filo e per segno che l'avevano; nè io dirò che in

queste faccende non importa ragione; questo altro dico, che non rileva

tu abbi ragione se l'esito ti dà torto. Il ministero revocato

continuò a guidarsi come nave senza timone, i deputati peggio che

mai; eletta nuova giunta di reggitori, Gaeta, interessata a crescere

la confusione, protesta; si scioglie il Parlamento, e si convoca

l'Assemblea constituente; il senatore di Bologna membro della Giunta

risegna lo ufficio, gli sottentra il Galletti; Mamiani abbandona il

ministero e se ne ignora la causa, dove non fosse il cruccio concepito

nel vedersi postergato a cui egli estimava, e senza dubbio era, men

degno di lui.

Precipito la narrazione come quella che si versa su cose a tutti

notissime; il Papa col monitorio del primo gennaio 1849 protesta, e

vieta ai fedeli di partecipare all'assemblea constituente sotto pena

di scomunica; nonostante ciò apresi, e ci concorrono i fedeli; si

mette il partito della decadenza del Papa ed è vinto con voto quasi

universale, imperciocchè i dissidenti sommassero a quindici sopra

142; posta altresì a partito la dichiarazione della repubblica ebbe

contro soli ventidue voti, che per la scarsezza loro e' furono come se

non fossero; l'assemblea elesse ancora un Triunvirato composto di

Armellini, Saliceti, e Montecchi: varia di loro la fama come suole nei

mareggiamenti politici; però cribrata ogni cosa ad Armellini

consentono molta scienza legale, e di ciò porgono preclaro

testimonio le sue allegazioni forensi, e nelle altre faccende più

ingegno, che dottrina: nello eloquio spedito: Catone in piazza,

Epicuro in casa: cupido di primato, nei propositi incerto, di modi, e

di parole coperto, prete fu e non sapeva dimenticarsene; altre

taccherelle gli appongono, e le avrà avute; fatto sta che stette

alla sua fede fermo, non vacillò per danno presente, e per presagio

di maggiore pericolo avvenire, visse e morì onorato nello esilio

lasciando desiderio di sè in quanti lo conobbero, e nome presso

l'universale di cittadino onesto. Il Montecchi eziandio appartenne al

foro, buono era, ma di poca levatura; uno dei tanti, che la ruota

delle vicende umane pare che abbia bisogno di tirare su per fargli

fare, girando, il tomo; il Saliceti entrò nel maestrato con

maravigliosa reputazione, lo predicavano giureconsulto solenne,

filosofo, ed uomo di stato: ministro a Napoli lo ebbero in pregio:

grandi cose si aspettavano da lui, e non le fece, sicchè presto

venne meno alla pubblica stima, solito scoglio in cui rompono anco i

sommi, i quali non rispondono mai all'eccessivo concetto, che altra si

forma di loro.

La repubblica non fu accolta bene nè male; la patirono i popoli, nè

forse vi era altra uscita, dacchè al Papa non si voleva tornare, nel

governo provvisorio non si poteva durare; il Monghini, che questo disse,

allora come ora apparve savio, e il Farini male si adopera trafiggerlo con

oblique parole: maligno raccontatore costui, contro il quale, percosso da

Dio, non lice aggravarsi con dure parole. Quando poi con tanto valore i

Romani con gl'Italiani convenuti a Roma difesero la repubblica, furono

sospinti ai magnanimi atti meno da svisceratezza per la forma del governo

che per mostrare a prova di sangue allo aborrito straniero come gl'Italiani

sappiano adoperare l'arme anco in disperata difesa; nè questo è

giudizio dello scrittore, bensì dello stesso Giuseppe Mazzini, il quale,

interrogato da lui rispondeva proprio così: «il concetto della difesa

di Roma fu in tutti concetto di onore, e di ribellione naturale contro la

insolenza francese; nei pochi concetto repubblicano, e desiderio di

promovere il principio facendo conoscere al mondo ciò, che a petto dei

monarchici d'Italia valessero i repubblicani.... Roma era scaduta agli

occhi d'Italia, e di Europa: era una popolazione di preti, di servi, di

ciacchi viventi su la candela, su le cerimonie, e le corruttele dei

sacerdoti, e di trasteverini ignoranti, affascinati dalle pompe cattoliche,

comecchè d'istinti veracemente Romani. Ora per noi senza Roma non si

fonda unità, però bisognava riconsacrarla all'ammirazione di tutti;

farvi scintillare una favilla di virtù prisca e vera.... insegnare

insomma di nuovo Roma alla Italia, la Italia a Roma.»[1] Intento a vero

dire non pure generoso ma giusto, e checchè adesso in contrario ne

appaia portatore in futuro di frutti maravigliosi quanto inopinati.

[1] Mazzini note ms.

Lo assedio di Roma · 第 46 / 63 段