atterrisce a Ferrara, Venezia è stretta di assedio, Sicilia non
riconosce la repubblica romana, Piemonte torbido, volente battaglia
contro l'Austriaco, aborrente dai moti dei popoli, e più dalle
aspirazioni loro, Toscana mal ferma. Qui venne il Mazzini per lo
appunto il giorno in cui il Granduca Leopoldo disertava dal paese come
il soldato dalla bandiera: coloro, che rimasero al governo della
Toscana promossi da tutti, in breve sperimentarono nemici tutti, e non
pure nei fatti, ma sì nei detti, e negli scritti: i monarchici
pretendevano ch'essi facessero sangue per costringere il popolo a
tenersi un principe che fuggiva, i repubblicani li lasciarono
perchè non bandirono la repubblica, e adesso col giudizio stesso
del Mazzini si chiarisce come nè anco a Roma, dov'ella fu
promulgata, i più di cuore la sostenessero. Non comprendevano i
reggitori Toscani con quanto, non dirò giustizia, ma senno potesse
imporsi per forza la repubblica, di cui è fine consentire al popolo
lo esercizio pienissimo della propria libertà; ond'ei se ci
repugni, appena datagli la repubblica, te la butta via, e dove poi tu
voglia, ch'ei la tenga ti fa mestieri adoperare modi tirannici dai
quali aborrivano i governanti Toscani: inoltre bisognava considerare,
ch'eglino preposti al governo provvisorio dovevano queste due cose
compire; mantenere ordinato il paese, e provvedere, che l'assemblea
costituente eletta con sincerità di suffragio deliberasse intorno
alle sorti del paese; e tanto ebbero in sorte di compire. Quanto a
loro dalla repubblica non rifuggivano davvero, se repubblica aveva ad
essere l'universale deliberasse; solo le violenze detestavano, chè
modi incivili non furono mai visti partorire costumi civili. Di tanto
possiamo porgere testimonianza, che dove lo universale avesse deciso
reggersi a repubblica, e avessero eletto a sostenere gli uomini del
governo provvisorio la infamia di accorrere allo Austriaco coll'olivo
in mano sarebbe stata risparmiata alla Toscana; il come non importa
dire, chè gli eroi, scomparso il pericolo, si misurano con lo
staio.
Giuseppe Mazzini non avendo potuto ottenere per via di conati, a vero
dire, non civili nè giusti che il governo provvisorio imponesse
tirannicamente la repubblica in Toscana se ne andò a Roma senza
essersi fatto tra noi nuovi amici, e disgustato parecchi dei vecchi.
Chi sia Mazzini non impora esporre con lungo discorso: se le sue teorie
valgano tutte anco meno preme discorrere; questo è certo, che le teorie
voglionsi sempre accogliere quando svegliano la passione, e il pensiero;
spetta alla esperienza poi sceverare il troppo, e il vano: ora le teorie
del Mazzini sopra le altre poterono operare questi due effetti stupendi in
tempi nei quai l'uomo sembrava nato per servire di camposanto al cuore, e
al cervello proprii: tenace secondo che gli porge la natura genovese, e
però disposto ad operare, gli fanno difetto due cose: pratica di uomini,
e pazienza di pigliare gli eventi come vengono: di animo mite, cultore di
molti studi come di molte favelle, scrittore efficace, comecchè imperito
delle grazie della lingua, nondimaneo facile a intendersi e però
popolare il suo dettato: di costumi incorrotti, di vita esemplare, donatore
del proprio frattanto avendogli appiccato accusa di peculato cadde da sè
senza mestiero difese, e adesso vive con le reliquie del paterno censo,
accomodate a vitalizio con certo suo parente di Genova: di fede intero
così, che anco ai suoi poco amorevoli piuttostochè trista parve
strana la taccia di servile sbalestratagli contro da tale, che da un pezzo
dimena nel manico, e non è nero ancora, e il bianco muore; più
agevole riprenderlo di spietata inconsideratezza di spingere altrui a morte
quasi sicura, che negare per questi sacrifizii cresciuto a mille doppi
l'odio degl'Italiani contro lo straniero. Se congiurasse contro la vita
altrui parecchi affermano, egli nega; ma considero, che uomini i quali
fanno professione delle sue dottrine non ci repugnano dove il dannato a
perire meriti davvero essere offerto vittima alla pubblica Nemesi, e dal
castigo di lui ne venga benefizio all'universale; nè a cosiffati uomini
si domanda donde cavino il mandato, imperciocchè ti risponderanno dalla
propria coscienza; e neppure li tratterranno la esecrazione o i supplizi
mirando per le storie come per gesti di questa maniera tale fine aspetta se
infelici; fortunati poi ogni uomo loda, e quasi india. Su di che parmi
dovere ripetere un mio antico giudizio, che reputerò sinceri gli
abominatori degli omicidi plebei, quando io gli udirò detestare del pari
i principeschi, nè vedrò serbata la ignominia a quelli, che per
istrage vanno al patibolo gli encomi agli altri i quali la medesima colpa
esalta al trono: e rammenterò eziandio, come san Tommaso distingua la
uccisione del tiranno, che per fraude o per forza ti si è imposto
addosso da quella del tiranno eletto per suffragio del popolo; e nel primo
caso l'ammette, nel secondo no; la quale sentenza a cui bene intende
parrà, come di vero ella è, piena di senno, imperciocchè il
violento tiranno sia accidente, che di un tratto ti colse, e di un tratto
può andare via, mentre il volontario cagionato dalla corruttela del
popolo per cessare ch'ei faccia non rifiorisce la libertà omai spenta: e
questa è la ragione per cui ammazzato in Tebe Alessandro da Pelopida, ed
in Atene i trenta tiranni da Trasibulo coteste repubbliche riebbero la
libertà, mentre a Roma la strage di Giulio Cesare partorì tre
tiranni, e l'ultimo tracollo della repubblica. Ma questo secolo su gli
altri piglierà titolo di bugiardo come quello, che i nomi onesti, e le
sembianze tutte di virtù inquinava ponendoli a velo di tristi parole, e
di peggiori opere. Insomma, bandita ogni ipocrisia, questa è la ragione
delle congiure per la strage dei tiranni; se non riescono si rinnegano da
tutti, se riescono da pochi, ma nessuno respinge i doni comecchè
sanguinosi della fortuna. Taluni scrittori francesi, che scambiano
l'arguzia per discorso scrivono, che il Mazzini a Roma, sgombra dai preti,
si rinvenne come in casa sua volendo così significare, ch'egli è
profeta, di fine diverso, ma di sostanza pari ai profeti cattolici: quanto
ai Papi per durare così deboli sovrani tanta parte nelle faccende
politiche egli importa sapere, che non si conobbe mai negoziatrice più
destra della Corte Romana, e quanto a Mazzini non s'inviluppò triumviro
nelle sue teorie per modo, che non rivelasse d'ora in ora intelletto
italiano di cui è natura la speculazione sperimentale delle cose. In
Roma il Mazzini entrò eletto cittadino comecchè assente,
nell'assemblea entrò col suffragio di novemila voti; lo accolsero
plaudendo; il presidente Galletti se lo chiamò allato in segno di onore;
disse parole brevi, modeste, e degne, le quali insomma si riducevano a
questo: alla Roma dei Cesari, ed alla Roma dei Papi aversi a surrogare la
Roma del Popolo, la quale raccolta in un fascio la Italia adoperasse la
nuova e temuta potenza in benefizio della libertà del mondo.--Storici
incapaci a concepire altro stato in Italia tranne quello di un Piemonte
ingrandito tolsero a segno di sceda il concetto del Mazzini, e pure in
tanta mutazione di casi egli è rimasto coscienza, e passione di popolo,
patto di regno. La repubblica Romana avversata dall'odio di tutti i suoi
antichi servi cadde impotente a compirlo; adesso se n'è tolto il carico
la monarchia: staremo a vedere dove ci mena; per ora ella conduce il can
per l'aia. Nè anco si comprende come nel Mazzini diventi follia ciò
che nei bandi di Napoleone III si esalta come apice di generosa sapienza;
imperciocchè la promessa di fare apparire la bandiera di Francia colà
dove vi sia causa di civiltà a sostenere non risponde all'altra del
Mazzini di ricomporre prima e adoperare poi il fascio consolare della
libertà Romana per la libertà degli altri popoli? E per me credo, e
la esperienza lo ha mostrato un'aiuto comunque lieve purchè opportuno
ebbe virtù di salvare popoli, e cause maggiori della umanità; se non
che la promessa del Mazzini si sarebbe attuata in pro della libertà:
quella del Napoleonide per ineresse della sua famiglia, o alla meno trisa
per quello della nazione francese.
Intanto Pio IX smanioso tornarsene a Roma più assoluto (se fosse
stato possibile) di prima chiama in suo soccorso contro Roma non uno
bensì tre stranieri, gli Austriaci, i Francesi, e gli Spagnuoli, a
cui aggiunge il Re di Napoli; lo avrebbe desiderato solo, ma non lo
reputava bastante; avrebbe altresì eletto l'Austria sola estimata
da lui più, che capace, ma glielo contrastavano le altre potenze:
il Piemonte poi amava come il fumo agli occhi, nè questo, prima di
Novara distratto, dopo disfatto poteva risentirsi.
Importa con discorso quanto meglio si potrà conciso esporre le
ragioni della impresa francese contro Roma, affinchè gl'Italiani
facciano senno una volta. La intelligenza umana le più volte in
Francia ti fa l'effetto di una pagina di stampa disfatta: alterate nei
racconti le cose, i commenti a quelle temerari del pari che sfrontati;
pure se savio intendi tu troverai il filo della immane improntitudine
francese. Quelli che s'industriano colorire con tinta men rea la
faccenda affermano, avere voluto la Francia preporre il Piemonte e
Napoli alla restaurazione del regno papale; e non è vero: posto che
fosse vero, la impresa non comparirebbe meno iniqua perchè commessa
altrui: aggiungono, che il duca di Harcourt si dimenava a Gaeta come
il diavolo nel catino dell'acqua benedetta perchè non si chiamasse
l'Austria onde terminò col dare nel naso all'Antonelli; e questo
può darsi, studioso che il Papa preferisse esclusivamente la
Francia, la quale o regia, o repubblicana, o imperiale serva fu sempre
e per giunta cristianissima: ma non avendo potuto tirare l'acqua al
suo mulino egli propose non ci si adoperassero le armi straniere,
nè casalinghe, piuttosto si promovesse il moto interno affinchè
la restaurazione pontificia si operasse in virtù del partito
costituzionale, ed anco questo rincrebbe o mostrò ad un punto
quanto dolce di sale fosse il Duca, dacchè i preti sapessero due
cose; la prima che non ci era anima, che li potesse patire, la
seconda, caso mai ci fosse, il partito costituzionale non aborrivano
meno del repubblicano, come detestano tutto ciò che tocca la
superbia, la prepotenza, e l'avarizia loro.
Di fatti persone ottimamente informate ci attestano tale lo stato
degli animi dopo la partenza del Papa; chi amava non lui ma il papato
per suo interesse cruccioso della turpe fuga desiderava nuovo e solido
ordine di governo, per avere abilità di continuare anco con questo
i suoi negozi; chiamò lui non il papato a un tratto deluso, i
benefizi largiti a spilluzzico, e a male in cuore oblia, solo ricorda
le colpe, e ragionandovi su le magnifica; se già non sente l'odio
gli va dappresso: quelli poi che di Pio diffidarono sempre, ma che
pure si misero di mezzo, massime nel novembre, per impedire, che la
rivoluzione con danno del paese prorompesse, adesso sbottonavano
accesi contro di lui: ciò crebbe l'ardimento ai repubblicani, che
trovata la temperie disposta poterono di punto in bianco acclamare la
repubblica. Pio IX vanissimo, forse si dette ad intendere, che uscito
egli di Roma ella restasse sepolta nelle tenebre pigliando fatte alla
sua persona le manifestazioni che s'indirizzavano alla libertà, la
quale si tenne promossa da lui, errore che il Papa prese insieme a
parecchi, e del quale egli ed altri ricreduti con non mediocre
dispetto, oggi procedono smaniosamente contrari alla causa dei popoli.
Quanto poi agli ordini costituzionali (e questo dovrebbe porre il
frenello in bocca agli scrittori moderati, i quali non rifiniscono
lamentare la intemperanza dei democratici come quella che alienò il
Papa da cotesta forma di governo) Pio IX così si esprimeva, dopo
restaurato a Roma, al ministro di Austria: «egli non dissimula
punto, che giudica ogni forma parlamentare proprio nemica allo
esercizio libero del potere spirituale, vedrebbe con paura intorno a
sè mettere le barbe non solo alle scapestratezze imposte dalla
rivoluzione, ma sì eziandio alle forme rappresentative più miti
contagiose non meno, e nocive agli stati.» Per ultimo il sillabo
per sigillo: onde ormai pongasi questo in sodo, repubblica, o
monarchia od istituto altro qualunque, che si proponga a scopo il
meglio della umanità non può assettarsi a vivere con la corte di
Roma.
La Francia al postutto si sarebbe rimasta, ma avendo spillato che l'Austria
voleva ad ogni modo prendere parte nei rivolgimenti delle provincie
pontificie deliberò moversi per preoccupare i passi, e non mica per
imporre il suo volere ai Romani, o al Papa, bensì per volerli mettere
d'accordo fra loro: sallo Dio, se le dolse, ma alla Francia per salvare
qualche lembo di libertà parve necessario di propria mano stringere il
collo alla rivoluzione: quando anco non fosse così, la colpa non
ricadrebbe su la Francia, bensì sopra i repubblicani, i quali non
dovevano mai concedere al governo facoltà per fare di sua testa, nè
credere che il popolo poi volesse mettersi in quattro per raddrizzare il
male operato, imperciocchè a fine dei conti ai Francesi piacquero sempre
le parti di Carlomagno. Ora se non abbiamo smarrito il senno tutto questo
ci pare un mucchio di errori per non dire d'infamie; gli accordi per forza
non approdano ad altro, che a inferocire gli animi peggio di prima; nè
sta a martello attribuire la colpa all'assemblea, la quale bisogna pure,
che commetta la forza al potere esecutivo, salvo a farsi rendere conto del
come l'adoperi, e punire i prevaricatori; contro i barattieri il
Lamoriciere aperto del pari, che preciso dichiarò: «restaurazione
altro non significare che controrivoluzione;» e col Lamoriciere altri, a
cui dobbiamo grazie della sincerità loro; forse a taluno parranno le
parole invereconde, e sono, ma hassi a confessare altresì, che sono
sincere: queste ammoniscono come il fine della impresa romana fosse quello
di acquistare balìa sopra la Italia, il mezzo, la restaurazione papale;
ovvero, per definire le cose a modo e a verso, il Papa usano i Francesi per
arnese di servitù; costoro, da Parigi tengono in mano il capo della
catena rinterzata di anelli papalini e cardinaleschi che hanno cinto
intorno alla vita d'Italia e lo dicono, e questo altro anco dicono: i
Francesi, se confusero il mezzo col fine e se misero innanzi il primo
tacendo del secondo ciò fecero artatamente, dacchè sarebbe
ingenuità soverchia palesare quello che si molina nell'animo; forse il
meglio saria stato dichiararlo addirittura; pure se noi dissero non
ingannarono mica: con questo vuolsi intendere che se ci furono ingannati
non ci furono però ingannatori: la delusione è colpa degl'Italiani, i
quali dovevano capire, che i Francesi non dovevano manifestare tutta la
verità, nè potevano. Di vero, la Francia, che marca co' bellicosi
Germani sul Reno deve guardare bene a cui l'accosti dal lato le Alpi; là
dove la Italia diventasse feudo austriaco la Francia correrebbe pericolo di
essere messa in mezzo alle tanaglie incontrando il medesimo nemico così
a Magonza come a Torino; e posto eziandio, che la Italia giungesse a
costituirsi potenza grande la Francia vedrebbe piuttosto crescere che
diminuire il risico, imperciocchè un regno d'Italia probabile
confederato un dì della Germania per terra, e della Brettagna sul mare
sarebbe minaccia gravissima sopra la frontiera, che oggi la Francia non
vigila o custodisce appena. Non è vero niente, che vicinanza sia mezza
parentela, o vero nel senso, che parentela non importa amicizia; al
contrario gli odii riardono più intensi quanto più gli odiatori sono
stretti per vincoli di sangue; e porgono argomento di odio gl'interessi
comuni i quali si moltiplicano e si rinforzano appunto a cagione della
prossimità: poche per la Francia le cause di litigio con la China, o col
Giappone e rare, frequenti e moltissime con la Spagna, la Germania, e la
Italia. Pertanto contro questi pericoli la Francia non seppe immaginare mai
migliore tutela della inviolabilità dello stato pontificio, il quale
entra a mo' di zeppa in corpo alla Italia, e ne impedisce la unità
repubblicana o regia tanto esiziale alla Francia. Insomma se il Vaticano
difende la Francia, e la Francia difende il Vaticano legati da comune
interesse; se questo vincolo venga a mancare la Francia si trova condotta
dalla necessità a pigliarsi Roma per sè: non ci sono due vie;
Napoleone I. s'ingolò Roma, Napoleone III. la tiene come un calcio in
gola agli Italiani.
Ancora; i Francesi procederono sempre nemici al sangue latino: sempre
ci buttano in faccia Carlomagno per vendicarsi di Giulio Cesare,
fingendo ignorare come quegli fosse alemanno, questi veracemente
latino, e Macchiavello questo notò, ed altre cose di giunta intorno
alla natura dei Francesi; le quali sarebbe pure bene, non dirò
ricordare troppo, ma nè anco dimenticarle. La improntitudine loro
arriva fino a rampognarci di avversione pei gesti da essi operati
quando in Italia vennero per nabissarla da cima a fondo, poi
spartirsela con la Spagna, spellarla così, che l'usuraio giudeo se
ne sarebbe vergognato, e se tu lettore vuoi pigliarne contezza leggi
la vita di Francesco Ferruccio da me dettata, tradirla, e pestarla:
essi ardiscono riprenderci d'ingratitudine perchè acclamammo il
Souvaroff nel 1799, gli Austriaci nel 1814, e perchè l'esercito
piemontese primo aggredì la Francia nel 1815; e qui tu nota, o
lettore, che ragion vorrebbe si distinguessero governi da popoli, e di
questi la parte contra e la parte, pro; ma la è cosa, che paventa
la mala fede dei Francesi quando s'incornano a volere ragione! Essi
non vogliono mica ricordare che il Papa, oggi prediletto da loro, fu
quegli che andò a trovare in cotesti tempi nemici contro la Francia
non pure in Moscovia, ma in Turchia; però non dimentichiamo già
noi, che Roma così tenera adesso verso l'Austria non rifuggì per
disperdere i Francesi unire il vessillo delle chiavi, con la mezza
luna turchesca. I regi sabaudi, che mossero ai danni di Francia nel
1815 non erano stati spodestati da lei? Essi avevano durato nello
esilio lunghi anni; l'eredità loro avevano visto convertire in
giunta allo impero francese, e dove avesse da capo prevalso la fortuna
di Francia nuovamente spodestati avrebber dovuto per la seconda volta
ridursi nella isola di Sardegna: i popoli memori rammentavano come i
Francesi calati nel 1796 dopo avere con sembianze di libertà false
sovvertita da cima a fondo la Italia si partissero portando seco anco
i _chiodi_, e lasciando in balìa del vendicativo vincitore i
meschini, che ne avevano seguito le parti: dolorosa storia è quella
di Milano, imperciocchè dove il principe Eugenio non avesse o per
soverchio d'ira, o per manco di coraggio abbandonato l'esercito i
patrizi non si sarebbero scoperti parziali agli Austriaci; insomma i
Francesi mettono, come suol dirsi le mani innanzi, e per non essere
rampognati rampognano industriandosi di rovesciare addosso a noi le
colpe loro facendosene accusatori; ed anco ci accusano di sconoscenza
a cagione delle ultime guerre, le quali pure dichiarano altamente
avere combattuto pel proprio, non già pel nostro interesse.
Nella restaurazione del Papa concorse certo il senso cattolico di cui
costuma adesso l'andazzo in Francia, ma non solo però, che insieme
con esso accordaronsi il senno politico, e il genio del popolo.
Odillone Barrot aprendo la bocca e lasciando parlare lo spirito dalla
tribuna bandì: «i poteri temporale e spirituale dovere a Roma
rimanersi confusi _perchè altrove andassero distinti_» e parve
sapiente da disgradarne il Macchiavello; ora coteste sono sparate, che
pensandoci si sfumano, e quando le fossero vere, con quanta o
giustizia, o sagacia si pretende che la Italia sia perpetuo becco
emissario delle altrui o colpe o comodità? Ad un popolo, che fu un
giorno padrone in casa di tutti i popoli si può egli dire in faccia
tu sarai il mio somiere perpetuo? E per arroto lo chiamerete ingrato
se non si adatta a simile infamia? Cervelli Francesi! Verun partito,
affermano i Francesi, e a ragione, può vantarsi avere restaurato il
Papa; tutti ci contribuirono, questo concetto balzò fuori armato di
lancia, e di scudo dal vasto cranio della Francia come Minerva da
quello di Giove; nè vogliate credere c'io ci metta troppa mazza di
mio, che simili sentenze vi balestra nette un tale Gaillard nel suo
libro della _Spedizione contro Roma._[1]
[1] Paris 1861 Lecoffre.
Di vero (e importa che si chiarisca, e faccia senno una volta la
Italia), se incominciate dalla rivoluzione del 1831 mentre la Francia
bandiva al mondo solennemente la norma politica di non pigliar parte
nelle faccende altrui Laffitte, quell'astro di libertà francese,
accomiatava il Saint-Aulaire oratore a Roma con queste istruzioni:
«voi avrete a difendere contro i sovvertitori l'autorità
spirituale, e l'autorità temporale del Papa.» E poichè il
Saint-Aulaire gli manifestava il dubbio, ch'egli avrebbe dovuto
finalmente condursi a fare la voglia altrui, il Laffitte ripose:
«non vi state a confondere per cosa, che intendiate dire; e abbiate
per certo, che sino a tanto che io Laffitte rimarrommi ministro del
Re, la Francia non sovverrà la rivoluzione in Italia.» Se più
tardi la Francia entrò di soppiatto in Ancona, e vi rimase ciò
non avvenne per tutela della libertà dei popoli, bensì perchè
il papato non diventasse al tutto mancipio dell'Austria, nè
contrastante, all'opposto consenziente il Bernetti cardinale; il quale
trattato scoperto dall'Austria, il Bernetti ebbe a risegnare la carica
di segretario di stato. Nel 1848 il Guizot protestante confidava al
Rossi il suo proponimento di sostenere allo aperto l'autorità del
Papa, al quale scopo teneva ammannito a Porto Vendres, e a Tolone uno
esercito commesso al comando del generale Aupick: non diverso il
Cavaignac, uditi i casi Romani del 16 novembre, senza nè anco
consultare l'Assemblea ordinava s'imbarcasse a Marsiglia una brigata
per correre ratta alla difesa di Pio: e sempre continuando nel
medesimo disegno nel 30 marzo 1849 Odillone Barrot domandava
all'Assemblea ed otteneva la facoltà di occupare un punto dello
stato italiano.
Un'altra causa meno avvertita partorì la impresa di Roma, e forse fu la
principale per quelli che usi a speculare sanno come la Francia si muova
per utilità presente, o per voglia, o per ispinta altrui cercando poi
illustri pretesti al povero concetto, ed alla iniquità della opera: si
accostava la elezione del 10 decembre, e il Cavaignac pendeva fra due se
avesse o no a buttarsi nelle braccia dei clericali, imperciocchè mirasse
la repubblica intristire ad occhio veggente, ma tempo di chiarirsi papesco
non gli pareva ancora; però quando gli strinse i panni addosso il Bixio
Italiano, che i Francesi si hanno tolto dalla Italia, (e se lo tengano che
buon pro lor faccia) dichiarava avere, senza consultarne l'Assemblea,
inteso appena il pericolo del Papa, spedito armi da Tolone e da Marsiglia,
e di più commesso al signor Corcelles di proteggere il Papa, e condurlo
in Francia: gli si opponeva allora competitore Luigi Bonaparte, che
reputando fare suo profitto col contradirgli chiariva il pubblico per via
di due Giornali non potere approvare il soccorso armato come capace di
produrre la guerra; tranne in questo, in tutto altro sentirsi disposto ad
ogni partito diretto a proteggere la _sicurezza_ e l'_autorità_ del
Papa. Parve a costui simile dichiarazione tiro maestro perchè da un lato
si accaparrava i _pacifici arrabbiati_, e dall'altro si metteva nelle
grazie dei cattolici, ma non aveva avvertito, che queste due cose insieme
non potevano camminare, però persuaso dal Thiers, che nel Bonaparte
subodorava un futuro padrone, e sè ammanniva per futuro ministro, si
squilibrò co' pacifici per istringere vie più ai clericali
pubblicando da capo nascesse quello che avesse a nascere per lui (che
l'aveva combattuta con le armi in pugno) la sovranità temporale del Papa
stava legata indissolubilmente con lo splendore della religione del pari
che con la libertà, e la indipendenza d'Italia! I clericali allora
parteggiarono per lui, così Napoleone prese e fu preso, e questa è la
ragione per la quale il Bonaparte dopo avere impugnato le armi per
atterrare la potenza spirituale del Papa adesso le impugnerebbe per
sostenerla.
Queste le cause della spedizione di Roma: se non si palesarono subito,
e all'opposto si avvolsero in ambagi ciò fu perchè i Francesi
costumano aggiungere la coda di lione dove la pelle di volpe non
arriva: veramente, io non lo nego, i nostri Italiani negoziando con
esso loro mostrarono avere mandato il cervello al presto: per questi
ormai sta allestito l'alloggio al Limbo; in qual parte sarà
apprestato quello dei Francesi? Ma ciò riguarda l'altro mondo; in
questo i Francesi devono confessarsi in colpa, perchè non possono,
com'essi fanno, pretendere a due reputazioni affatto contrarie di
fraudolenti e d'ingenui, di mascagni e di generosi; o tutti a Dio, o
tutti a Mammone; non puossi servire due padroni a un punto.