Taluno ha detto la virtù pubblica figlia non madre di Libertà, e

questo io non credo, ma se pure è vero allora può darsi quando

il Governo sorto dalla commozione popolare abbia interesse che il

popolo perseveri nella Libertà; ma nei tempi dei quali io scrivo i

Governi di assoluti con pessima voglia ed a marcio dispetto si

mutavano in liberali, sicchè parve mal consiglio quello di

concitare il popolo a superlative acclamazioni pel poco, che gli

riusciva tozzolare, nascendo da questo due mali, primo pel popolo, il

quale logorava gli spiriti nel proseguimento degli accessori,

lasciandosi scappare di mano il principale e poi perchè dopo

acquistatili trovandoli inani li dispettava perdendo la voglia dei

partiti efficaci; il secondo pel principe a cui pareva vie via avere

toccato la cima delle concessioni, onde sentendosene subito domandare

delle nuove s'inviperiva: però dopo il fatto di senno ne sono piene

le fosse, e allora parve dovere fare così per porgere conforto al

Papa reputato avverso alla oligarchia cardinalizia tenuta

gagliardissima, concetti entrambi falsi come la esperienza

dimostrò. Pellegrino Rossi scrivendo in cotesti tempi al Guizot

così si esprimeva: «niente di conchiuso fin qui, eccetto

promesse, commissioni, e proposte che menano il cane per l'aia, onde

è naturale che il paese brontoli.»

Il Gizzi oltre le riforme amministrative non voleva andare, la

Consulta e basta; e quando fu chiesto stessero i preti allo altare, in

curia i laici Pio IX ebbe a dire: «per andare a genio a loro

Signori non mi vo' mica perdere l'anima.» Della guardia civica

già dissi, che conceduta alla trista, ne fu prorogato l'ordinamento

al 5 luglio, ma il Papa la confermò solo dopo il 14 di cotesto

mese, non mica spontaneo bensì vinto dal popolo, che udita la

invasione austriaca in Ferrara, la impiccatura di un soldato

pontificio, e la cospirazione dei Sanfedisti contro il Papa proruppe

gridando: _Armi!_

I Gesuiti furono dal Papa, finchè n'ebbe balìa, con tutti i

nervi difesi, quando gli fu forza licenziarli lo fece con parole le

quali ben davano a divedere, che ei riputava separarsi dalla migliore,

o maggiore parte di sè. Gli scrittori gesuiti lacerano il popolo

per avere domandato al Papa la soppressione dell'ordine loro, e sta

bene; ma lo stesso fanno i Moderati, e lo perchè non si comprende:

questa soppressione avendo altrevolte chiesto ed ottenuto i Principi

al Pontefice, o perchè aveva ad essere interdetto al popolo? Forse

i Gesuiti avevano mutato natura, e per volgere di tempo di malvagi

divenuti benefici? I ministri niente seppero intorno alla composizione

dello Statuto; uomini del tutto estranei a loro lo costruirono; egli

è ben vero, che il Papa gli aveva chiariti mallevadori del proprio

operato, ma innanzi della pubblicazione dello Statuto, ed allora

dovendone rendere conto a lui cotesto obbligo non tirava a

conclusione; però dopo la pubblicazione dello Statuto la malleveria

essendo assunta dai ministri di faccia al popolo, pareva dicevole ne

avessero a sapere qualche cosa. Delle pubbliche adunate, e dei chiassi

popoleschi si compiacque maravigliosamente Pio, finchè terminavano

col chiedergli la benedizione; allora compariva fantastico, illuminato

da fuochi del Bengala, e mentre una colomba bianca, caso fosso o

ammannimento, gli rotava intorno al capo trinciava crocioni che

pigliavano un miglio di paese; quando poi, a mo' che i salmi finiscono

col gloria, coteste baldorie si conchiusero col chiedergli qualche

nuova riforma di abusi le prese in odio e le vietò in mal punto; il

popolo accusava il ministero, i gesuiti, ed altri parecchi tranne il

Papa, ed invece da lui solo si partiva il divieto; spaventato poi

della mala impressione si mise a scarrozzare il giorno appresso per

Roma, e qui fu che gli trasse da ogni parte dintorno il popolo, e

Ciceruacchio gli montò dietro la carrozza dove sciorinandogli la

bandiera tricolore su gli occhi, e gridandogli: «Santo Padre,

fidatevi al popolo!» tanto mise paura nel petto imbelle di lui, che

svenne. Anco il Thiers di Francia gli mandava dicendo: «Santo Padre

coraggio!» e senza ombra di consiglio, perchè il coraggio delle

magnanime, e buone cose per predicare, che uomo faccia non

acquisterà mai il prete; quanto a coraggio delle triste, preti e

femmine non hanno mestieri, che altri ce gli ammaestri.

Finalmente venne presto il giorno in cui la utopia si muta in fatto

reale, e la Consulta nella quale veruno temerario aveva a scorgere il

germe d'instituto incompatibile col pontificato si ebbe a convertire

in Costituzione; ma ciò accadendo innanzi i moti viennesi,

milanesi, e veneziani la voce del popolo non aveva per anco preso la

intonatura della Provvidenza, ella durava sempre urlo di ribellione,

epperò gli esce stitica dal cervello conciossiachè tale si

palesasse il concetto dello Statuto pontificio: sia il Collegio dei

Cardinali il Senato supremo, dopo lui un'altro Consiglio alto di

Senatori a vita eletti dal Pontefice, per ultimo la Camera dei

deputati uno per 30,000 abitanti. Il Consiglio di Stato ammannisca le

leggi le quali avranno forza dopo approvate dai corpi deliberanti e

dal Papa in concistoro segreto: le materie spirituali riservate; le

miste non si tocchino.

Ora tu che leggi pensa come si potesse distrigare questa matassa

massime in istato pretesco col Papa re, e Cardinali, senatori, i quali

Cardinali deliberavano in segreto; ed in aggiunta con la censura

mantenuta, e i minimi offici esercitati da cattolici, apostolici,

romani.

Gli amici di Pio ci fanno sapere come egli l'll febbraio convocasse al

Quirinale i quattordici capi di battaglione delle Guardie Civiche

interrogandoli se potesse fare capitale di loro, e dei militi in caso,

che gli frullasse pel capo di contrastare al popolo la Costituzione;

ed avutane risposta negativa col _pianto negli occhi_ dichiarò

avrebbe ordinato la compilassero sopra certe norme oltre le quali

veruno potrebbe strascinarlo mai, e si tenessero per avvisati, e poi

conchiuse: «già la Costituzione non è nome nuovo nel nostro

paese; la copiarono da noi gli stati che la possiedono; noi avevamo la

Camera dei Deputati nel Collegio degli Avvocati Concistoriali, e la

Camera dei Pari nel sacro Collegio dei Cardinali ai tempi di Sisto V;

e andate in pace.»

Havvi chi considera da ciò la suprema ignoranza di Pio intorno agli

ordini costituzionali di Europa; a me sembra scorgere in cotesto discorso

la callidità fraudolenta, che mai si scompagna dal prete; di vero o come

adesso insuperbisce quasi della Costituzione già conosciuta in Roma,

mentre quando instaurò la Consulta di Stato ammoniva non fosse alcuno

così temerario di ravvisarci il germe d'instituto incompatibile al

Pontificato? E' vuolsi credere piuttosto, ch'egli a quel modo favellasse

per foggiare la Costituzione nella guisa, che gli garbasse meglio: infatti

i suoi panegiristi discorrendo per lo appunto dello Statuto lo scusano

ragionando così: non egli diresse i moti della Europa, ma ci resistè

più che per lui fu potuto, e quando la prepotenza dei casi lo

scaraventò fuori di carreggiata egli li dominò con mirabile coraggio;

in tutte le concessioni che gli furono estorte egli protestò in favore

delle verità sociali che la rivoluzione aborrì, e quantunque

minacciato più degli altri, meglio degli altri stette fermo a cagione

delle qualità di Principe, e di Pontefice raccolte nella sua persona; e

poi spiegando a parte a parte il papesco Statuto esclamano: «quale

sovrano avrebbe ardito tanto a quei tempi?»

Nel 1848 i Principi, eccetto Carlo Alberto, e del popolo i moderati, o

come allora si chiamavano i dottrinari, trasecolavano degli spiriti

guerreschi desti a un tratto in Italia, e dello smanioso chiedere

armi, e battaglie; e pure doveva essere agevole prevedere che il

popolo irrompe colà dove la passione lo tira: ora suprema passione

del popolo l'affrancazione della sua terra da qualsivoglia servitù

straniera, e gittar via da sè la turpe fama di codardo, la quale

gravissima per tutti per gl'Italiani poi suona incomportabile, come

quelli che abitando la terra degli antichi Romani se ne estimano

eredi: quindi tu pensa se gli abitatori di Roma, e dello agro romano

bollissero.

Il Gavazzi allora frate barnabita uomo potente di voce, di aspetto, e

di parole aggiungeva legna al fuoco (e non ce n'era bisogno) con

questa orazione da lui pronunziata nel mezzo al Colosseo del tutto

degna che la storia ricordi: «tempo già fu quando i popoli di

occidente vollero riscattare il sepolcro di Lui che della Croce fece

fondamento alla libertà, moltitudini di uomini furono visti

segnarsi della Croce il petto, e drappellato il gonfalone di Cristo

avventarsi contro l'oriente! Cotesta era causa giusta! Cotesta era

causa santa! Più giusta, più santa è la nostra! All'armi!

«Romani! l'Austriaco cento volte più barbaro del monsulmano

picchia alle nostre porte.... che indugiate voi più? Come i

Crociati poniamo sopra i nostri petti la croce, e su, addosso ai

nemici, perchè Dio lo vuole! Non degno di chiamarsi romano chi per

affetto o per comodo rimanesse codardamente ora alle sue case: non

degna stirpe dei signori del mondo, non degno erede dei trionfatori

sul Campidoglio colui che rifiutasse di presente vincere o morire per

la libertà d'Italia. Indegna del nome di Romana, e di diventare

madre colei, che adesso trattiene nelle sue braccia il fidanzato!

Indegna dell'onore della maternità, e di seno fecondo colei, che

piange per la partenza dei figliuoli! Indegna figlia delle matrone

romane la donna che dissuade il suo sposo dai gaudi delle battaglie!

Romani! i vostri padri vinsero tutto il mondo, patirete voi durare

schiavi di tutto il mondo? Su via parlate!» Ed ottenuta risposta

conforme all'accesa favella suggiungeva: «davanti questa croce

simbolo di libertà, sopra questa terra santificata dal sangue dei

martiri giuriamo di non fare ritorno a Roma se prima non abbiamo

disperso fino all'ultimo i barbari, che straziarono la nostra

terra!»

Taluno riprende coteste parole, e insinua pietoso come quei barbari

cristiani fossero e nostri nella fede fratelli. Chi è costui? Un

prete, che non rammenta come siffatti fratelli nostri le italiane

donno sventrassero, e il frutto dei santi connubi portassero in trofeo

infilato nelle baionette; e nè manco rammenta le creature cosperse

di acqua di ragia ed arse fra il baccano e le scede a mo' di sorcio di

fogna.

In veruno atto come in questo si palesa la pretesca fraudolenza. Pio

IX mostrava repugnanza alla guerra però che si senta padre di tutti

i fedeli, nondimanco lasciò, che diciassette mila uomini capitanati

dal generale Durando andassero in Lombardia. Gli apologisti di lui lo

scusano come quello che fu costretto, ed è scusa inane: perchè

non abbandonava egli un potere che ormai non governava più? Se

più tardi lo fece o perchè rimase adesso? L'uso delle armi, e la

pecunia dello stato adoperata nel mantenerle, inviarle, o patire che

movano contro cui chiami amico e figlio certo vuolsi giudicare suprema

usurpazione di autorità; fuggì per meno il mal prete nel

novembre di poi. Ma egli, aggiungono i difensori suoi, non benedisse

la bandiera tricolore; certo gliela posero davanti gli occhi ma in

compagnia della bandiera pontificia, ond'egli in ispirito, levate le

mani, auspicò a questa, non già all'altra; siffatte sono

grullerie gesuitiche, nè meritano confutazione. E poi i suoi

difensori affermano, Pio IX inviava la gente con ordino espresso non

valicasse il Po; sopra la ripa attendesse lo assalto, e veramente

questo egli confessò eziandio nella enciclica del 29 aprile; e

tutto questo era stolto, e fraudolento, perchè se lo Austriaco si

reputava amico, e allora non bisognava spedirgli contro armati, ovvero

era nemico e doveva reputarsi privo di senno il comando di aspettarlo

a casa dandogli comodità di assaltarti a suo agio; combattere

insomma con sicurezza di perdere: tu hai da fare la guerra con quello,

che secondo la tua prudenza presagisci nemico quando torna a te, e non

già quando piaccia a lui: inoltre diciassette mila uomini non

possono giudicarsi sufficienti a guardare le frontiere degli stati

papali; nè Pio IX credeva, che costretto (come disse) a mandare

l'esercito fuori di Roma dove gli stava sotto gli occhi, e dove poteva

esercitarvi immediata autorità fosse per obbedire ad ordine tanto

insensato quando si troverebbe lontano da lui. Causa vera del consenso

alla partenza dello esercito questa, che egli sperò votare in quel

modo la città dei rompicolli; allontanati i cani egli fidava

rimanessero a casa i montoni; garba cotanto ai preti chiamare, e

provare i popoli greggi! Così vero questo, che anco dopo la

partenza dello esercito continuando l'agitazione Pio IX ebbe ad

esclamare ingenuo: «o non mi avevano detto, ch'erano partiti

tutti!» Pertanto il prete così argomentava toccandosi le dita: o

muoiono tutti per febbre, o per ferro nemico, ed è tanto di

guadagnato, ovvero vincono, ed io mi avvantaggerò per avere trovato

un ripiego, comecchè padre di tutti, per avere contribuito alle

guerre patrie con i miei sudditi, e con la mia pecunia: breve:

muoiono; e il prete pagato ne suffragherà l'anima: tornano

disfatti; e il prete si rifarà delle passate amarezze tribolandoli

come ribelli: se vittoriosi il prete li condurrà in Chiesa a

cantare il _Te deum_, e li ciurmerà campioni elettissimi della

Santa madre Chiesa Cattolica.

Per meglio comprendere la doppiezza di Pio IX vuolsi sapere, che il

Generale Durando arrivato sul Po con gli ordini di non traghettarlo

sentendosi vinto così dall'ardore dei suoi soldati la più parte

volontari, come dalla forza dei successi domandò ordini precisi di

quello si avesse a fare, e gli venne risposto: «faccia quanto

reputerà necessario alla tranquillità, ed alla quiete dello

stato.» Ora se cotesto comento importa deroga agli ordini, che si

volevano mantenuti non doveva trasmettersi; se non importa deroga

bisognava spiegarsi più aperto. La enciclica del 29 aprile gli

intendenti giudicarono peggio che slealtà, goffaggine pretta; per

essa si conobbe la verità del proverbio, che chi troppo

l'assottiglia lo scavezza, però che l'Austria non sia pesce da

pigliarsi da cotesti bertovelli, e ricordò la protesta della Corte

Romana al Congresso di Vienna quando le tolse il Polesine di Rovigo,

nè lo dimentica adesso, che non alzerebbe un dito per sovvenire al

papato: il popolo dall'altra parte ne venne in furore; il Papa da

prima pretese mostrarsi impermalito, ma conosciuto poi, che questa

volta la corda stava per istrapparsi si affrettò a dichiarare, che

se egli non ispingeva a combattere l'Austria non parava persona ad

andarci; per meglio blandire gli animi infelloniti mutava subito il

ministero eleggendo uomini in buona vista del popolo. Pellegrino

Rossi, che per sua sciagura, indi a poco entrò nei Consigli del

Papa scrivendo in Francia così ragionava della sua condotta:

«gli avanzavano due partiti da prendere, o l'intervento pacifico o

la guerra; si addiceva il primo al Pontefice, la seconda al Principe

italiano; egli non seppe fare l'una nè l'altra cosa, nè

dichiarare la guerra, nè impedirla.»

Tanto bastava per generare gozzaie non rimediabili mai, e nondimanco

da questa ora in poi crescono le bizze di Pio IX, sicchè proprio

parve agli uomini gravi un fanciullo stizzoso; mentre gli durava la

paura scrisse una epistola allo imperatore di Austria perchè a

bocca baciata si ritirasse in Austria lasciando la Italia, e da quel

buon figliuolo ch'egli era senza tanto stintignare obbedisse; io per

me credo non si sia mai fatto al mondo tanto sciupìo di carte come

a quei tempi; il Mazzini scrisse al Papa per convertirlo e persuaderlo

a tornarsi a pescare; Pio IX scrive allo imperatore di Austria per

convertirlo e persuaderlo a tornarsi semplice arciduca; e se fosse

solamente carta quella, che fu sciupata mi accheterei, ma sciupati

altresì andarono buon senso, lealtà, e tempo, che Dio certo ci

dava perchè lo impiegassimo meglio.

Terenzio Mamiani davvero non mi parve mai uomo da dominare burrasche,

tuttavia dei più risoluti di lui non avriano potuto durare tra le

opposte spinte dei preti, e dei repubblicani, e Pio IX quasi si

pigliasse diletto ad arcare cotesta povera anima ravviata ora non gli

consentiva camminare con un solo ministro degli affari esteri, ma ne

voleva due, uno per lo cose secolari, e l'altro per le spirituali: la

nuova legge sopra la stampa (dacchè la vecchia per cui si era mossa

gazzarra era venuta in tanto dispregio, che per poco non la pigliavano

a sassate) voleva manipolare egli, cioè farla manipolare per lui da

un padre Buttaoni domenicano maestro del sacro palazzo dal quale Dio

scampi ogni fedel cristiano; negava ai ministri facoltà di punire i

soldati fuggitivi; dal ruolo dei Consiglieri cancella il padre Vico

gesuita, scienziato dei primi, e ciò perchè (il Papa affermava)

l'avevano fatto a posta per non parere persecutori dei Gesuiti, onde

ei veniva con questo a palesare l'animo suo di torre la reputazione al

suo ministero infamandolo per tirannico: non consultati i ministri

nomina Consiglieri di Stato, e Auditori; al Cardinale Ciacchi preside

del consiglio dei ministri per la fermezza mostrata a Ferrara contro

l'Austriaco salito in nome di liberale surroga il cardinale Soglia

noto per abiezione non menochè per inettezza. La faccenda del

discorso per l'apertura della Camera comparve piena di scandalo: lo

compose il Mamiani per benino, lo corresse Pio IX e le sue correzioni

accettaronsi poi si pentì e lo rivolle; allora ne compose uno nuovo

da sè, e lo rimandò il 4 luglio vigilia del Parlamento: a quel

modo intendeva Pio il governo costituzionale; non potendo i ministri

accettare il papesco discorso, stante l'angustia del tempo proposero

al Papa si facesse rappresentare dal cardinale Altieri il quale

avrebbe detto panzane, ed essi avrebbero recitato un discorso messo

insieme a modo e a verso d'accordo col papa: da prima Pio saltò su

i mazzi urlando ch'erano traditori; gli fu dimostrato con pazienza da

santi, che non i ministri traditori, ma egli era proprio un'ignorante,

salvo lo Spirito santo, allora si abbonì, e accolse la profferta di

rivedere il discorso, come in vero ei rivide ed approvò: tuttavolta

l'_Universo_ diario chiesastico di Parigi diè fiato alla tromba, e

gli altri diari d'Italia tennero bordone lamentando la Chiesa

governata da nemici della religione, e peggio; così si screditavano

i ministri, e manomessa l'autorità si rendeva impossibile qualunque

governo.

Ricercando le cagioni di cotesti sbalestramenti papali ho sentito dire

come Pio IX per lettere intercette venisse a sapere come il Mamiani

s'indettasse a suo danno col Piemonte, e di ciò movesse querimonia

infinita con monsignore Muzzarelli: qualche cosa ci ha da essere

stato; ma di tradimenti non è capace il Mamiani, e Pio IX si

mostrò così governato dalla vanità ch'io lo reputo più che

capace da giudicare tradimento ogni partito che tendesse a ledere le

sue prerogative di cui procedeva, e procede tenerissimo: ad ogni modo,

poste per vere lo busbaccherie del Mamiani, il Papa avrebbe dovuto

licenziarlo, molto più che per essere visto dal popolo con occhio

obliquo poteva molto destramente farlo, e non già stare a

bisticciarsi con lui in danno della cosa pubblica. Invece ogni tantino

minacciava volere dare il puleggio al Mamiani, e tuttavia lo teneva:

invece di due ministri separati per gli affari esteri adesso Pio

pretende che in uno solo si cumulino i negozi così secolari come

spirituali, e il ministero gliela imbianca, quindi gli cresce il

rovello contro di lui, sicchè quando la Commissione dei deputati si

condusse a portargli la risposta al discorso di apertura, egli con mal

garbo disse accettarla come fatta alle parole dello Altieri, e

protestò la ferma risoluzione di mantenere nella pienezza intere la

libertà, e le potestà sue.

Le fortune d'Italia per la disfatta delle milizie regie, e pontificie

volgendo al basso, il Papa estima potere allungare le mani contro la

libertà e s'inganna; la sventura inasprisce non doma gl'Italiani, e

i reduci sparsi per le città, e per le ville gli animi già

accesi infiammavano; intanto gli Austriaci mettendo avanti nuove

improntitudini a Ferrara forniscono pretesto di tumulto al popolo in

Roma che chiede armi, invade il Parlamento, e a forza unito con la

guardia civica presidia le porte, ed il castello santo Angelo; il

Mamiani odiato dal Papa, sospetto al popolo lascia l'ufficio, e

veramente non correvano tempi per lui, ingegno temperato, amico della

compostezza elegante, e forbito nel dire, nel vestire, nell'operare,

in tutto; in una cosa solo io lo reputo stemperato, ed è nella

passione di vedere sgombra la Italia da ogni straniero. Pio picchia a

tutte le porte per formare un nuovo ministero, nè potendo rinvenire

meglio ricorre ad Eduardo Fabbri infermo, e settuagenario, cultore di

buoni studi, ma alieno alla politica, di negozi imperito. Gli

Austriaci tumidi delle riportate vittorie, pigliano diletto a

provocare il popolo, obliando che avevano vinto le milizie regolari,

ma dai popoli erano stati vinti. Welden entra in Bologna; i soldati

insultano e vengono manomessi; il capitano austriaco impone gli si

consegnino i rei, i cittadini, che gli hanno per innocenti anzi per

eroi li negano; dalle parole ai fatti; per quattro intere ore si

attende da una parte, e dall'altra a rompersi le teste; il popolo

bolognese mostra a prova averla più dura dello austriaco, e lo

caccia: a Roma il popolo imperversa, anco al vecchio Fabbri s'infiamma

il sangue e manda fuori bandi ardentissimi; e non ce n'era di bisogno:

a Pio in proporzione che il sangue si scalda altrui si raffredda il

proprio; il Fabbri risegna il governo, e Pio gli surroga Pellegrino

Rossi. Questi richiesto prima del Fabbri aveva rifiutato perchè

avendo troppa parte di vita logorato fuori d'Italia, gli umori

degl'Italiani ignoti erano a lui egli ignoto agl'Italiani; aveva

moglie protestante, forse protestante egli stesso; professore in

Francia di varie dottrine; riputato, edotto non però ingegno

supremo; i suoi scritti come invisi a Roma erano messi allo indice:

apparteneva alla setta, che allora in Francia si chiamava dottrinaria;

lo aveva portato su il Guizot: possedeva in copia la superbia, e la

presunzione doti comuni a cotesta setta; l'acerbità dei modi era

sua. Per quanto ci è dato conoscere i suoi concetti questi: nelle

faccende interne un po' di amministrazione liberale e abusi quanti

più potesse levati di mezzo; guerra di sterminio alla democrazia;

crescere le apparenze, non la sostanza dello _Statuto_; fuori lo

accusano aversi voluto legare con l'Austria per bilanciarsi col

Piemonte, da lui, e più dal Papa preso in uggia, ma non lo credo;

credo piuttosto che intendesse equilibrarsi col sussidio di Napoli, e

di Toscana: disegno scarso ad un punto e troppo; scarso per provvedere

ai tempi grossi, soverchio per inimicarsi i democratici, i preti, e i

parziali al Piemonte; di più aveva contro l'onda del secolo, e

l'ira delle moltitudini.

Lo assedio di Roma · 第 45 / 63 段