misurandolo per di dentro, e per di fuori, lo trovarono pari così
nella materia, come nello spirito; anzi in questo più breve. Il
Papa credeva avvantaggiarsi leccando, e invece non fa civanzo co'
Francesi, e con cui li comanda se non mostri loro i denti. Napoleone
un bel dì (egli aveva allora allora vinto ad Osterlizza) scrisse al
Papa lui essere lo Imperatore di Roma e suo padrone, però si
dichiari nemico dei suoi nemici, conceda il matrimonio ai preti,
abolisca gli ordini monastici, affranchi l'episcopato dalla sede
pontificia, e accetti il codice civile. Il Papa si schermisce dietro
la donazione di Carlomagno e strilla che non lo condurranno ad
ammazzarsi da sè, Napoleone gli risponde, che appunto per virtù
di cotesta donazione egli è principe, il Papa feudatario, e che con
tutte quelle cose di meno potrà vivere ottimamente: provi, e
vedrà, e per persuaderlo meglio gli leva ad un tratto Ancona,
Macerata, Urbino, e Camerino, manda in Roma presidio francese, i
cardinali disperde, i soldati pontifici mescola coi suoi: molto il
danno, peggiore lo strazio, però che al cospetto dei Deputati delle
Marche con queste acerbe parole Roma vituperasse: «_ho considerato
i vizi dell'amministrazione dei vostri preti: gli ecclesiastici
regolino il culto e l'anima, insegnino teologia, e basta, Italia
scadde, dacchè i preti pretesero governarla_.» Ancora scrivendo
al principe Eugenio afferma: «i preti inetti a governare.»
Miollis in certo suo bando assicura ì Romani, che _da ora in poi
non torneranno più sotto gli ordini dei preti, e delle donne_.
L'appetito viene mangiando, dice il proverbio napoletano, e oramai che
Napoleone ci era fece del resto; il 1. Gennaio 1810 (aveva vinto a
Venezia) considera che il suo antenato Carlomagno donò al vescovo
di Roma certi paesi pel bene dei suoi sudditi, senza che Roma cessasse
per questo di formare parte dello impero; _e come dalla unione dei due
poteri derivassero e derivino disordini continui_, e via via; onde per
accordare la sicurezza delle sue armi, la quiete dei popoli, il
decoro, e la integrità dello impero, sentite mo', che cosa fa:
dichiara Roma città LIBERA, ed ordina ne piglino possesso in nome
suo.--La Francia di Luigi Filippo, quantunque occupasse Ancona
consenziente o non repugnante il cardinale Bernetti, procedè
avversissima a Roma, bandi i Gesuiti, auspice quel Thiers sviscerato
adesso dei Gesuiti e di Roma; inquietò il Papa, ai conforti del
Guizot protestante allora, adesso anch'egli papista. Di Napoleone III
non si discorre nè manco; i diari riportarono di recente i vituperi
ch'ei vomitò a bocca di barile contro il Papato in presenza del
conte Grillenzoni, e del signore Raffaelli; di cosiffatti testimoni se
ne troverieno a carra: anch'egli, attesta il signore Aulaire nella
scrittura del 27 marzo 1831 come Luigi Napoleone _avesse l'audacia di
scrivere direttamente al santo Padre parole minatorie, e insolenti,
intimandogli a deporre il governo temporale, e a dargli riposta_: non
potendo avere altro, in quei lumi di luna, Luigi Napoleone si sarebbe
contentato di Roma, di Perugia, ed anco di Peretola; adesso Napoleone
presume sommetterci a Roma come alle forche caudine, e ciò
pretendendo compiace al vulgo patrizio, ed al plebeo; degli errori, e
della petulanza del vulgo patrizio abbine prova nei discorsi del
Thiers; del plebeo nei furori barbari contro la religione e nelle
più salvatiche idolatrie della moltitudine dei Francesi: checchè
si abbachi, Luigi Napoleone triviale fondamento dava al suo trono di
ogni maniera errori, e di materia soddisfatta: partiti vecchi, e
sperimentati più o meno fallaci, e con maggiore o minore durata
caduchi: ei si appoggiò sopra una canna, che lui ha ferito, e
schianterà la sua stirpe.
Concedere o negare torna adesso ad una medesima cosa: contrastando al
secolo Roma manda su gli scogli la barca di San Pietro, col suo carico
di bolle, canoni, riti, sacramenti, e credenze; non la impedite di
grazia, così ordina la Provvidenza; col suo _sillabo_ o vogliam
dire _indice_ (i Preti. e i Moderati sono solenni trovatori di parole
magnifiche a cose brutte, o plebee) Roma si è messa traverso la via
della umanità come una lebbrosa; guai a cui le si accosterà! El
piglierà la lebbra.
Concessero Benedetto, e Clemente XIV; contrastarono gli altri prima, e dopo
la Rivoluzione di Francia, entrambi dimostrarono che il Papato tracolla, e
puntellarlo è inane; taluno afferma come Lione XII fosse uomo convinto
di quanto operava e diceva: che rileva questo? Pochi uomini hanno fede
quanto gl'ignoranti nella propria ignoranza; e il carnefice per riputarsi
esecutore di giustizia si estima forse meno carnefice? Pio VIII parve un
rimasuglio di lievito inquisitoriale dimenticato nella madia del Santo
Uffizio; di Gregorio XVI poco monta conoscere se il vino temperasse con
altro vino, e se la moglie del suo barbiere di colpevole amore proseguisse
o no; importa, ed è certo questo altro, che cotesti passi si
rassomigliarono come anelli della catena: recenti sono i gesti loro, e
scritti col sangue; altri li narrò: a noi non giova farlo; ci aspetta
Pio IX l'Augustolo dei Papi. Piccola cosa è un Papa; molto più, ma
neppure egli metuendo troppo, il sacerdozio; per converso immane, e
potentissima la gerarchia ecclesiastica: questa la rete onde si pescano, e
si ripescano i popoli; alcune maglie per vetustà erano rotte, prudenza
consigliava lasciarle stare, perchè le prossime indebolite dalla lacuna
a posta loro sfilacciavano; all'opposto la Italia manda gente a Roma per
sovvenire il Papa a racconciarle. Un dì Diogene esposto in vendita al
mercato gridava: «Ateniesi, chi vuol compare un padrone?» Oggi la
Italia sporge i polsi senza catena, ed urla smaniando: «Preti, Tiranni
del mondo, chi vuole comprare una schiava?» Ora gente di ogni ragione
già cominciano a spaventarsi, e la paura le persuade a stringersi
insieme come appunto accade nelle sventure comuni: non badiamo se la paura
o l'amore ce le riconduca, che a fine di conto gli è un tristo vanto il
nostro di avere saputo presagire i danni della Patria, e non averli saputi
riparare. Dio faccia, che ora bastino a tanto le forze riunite, e i voleri.
FINE DELLA SECONDA PARTE
PARTE TERZA
Le cose narrate in altri libri o lascio, o narro succinto, e per
quanto sia necessario alla esposizione della mia opera; però poco,
o nulla mi preme ricercare, e referire quali (se n'ebbe) le virtù,
e i vizi di Giovanni Mastai-Ferretti uomo privato; solo giova di
questi ultimi dire quelli, che in mutate fortune, lo fecero miserabile
cittadino, pessimo principe, Papa inetto, e anzi a dirittura dannoso
al governo stesso delle anime, che, a sentire lui, sta in cima di ogni
suo pensiero.
Sortì egli i natali in Sinigaglia nel maggio del 1792, ed ebbe
educazione in Volterra nel collegio di San Giorgio; i suoi Plutarchi
della Compagnia di Gesù affermano avere lasciato costà quasi un
profumo perenne delle sue virtù; fatto sta, che solo ei si
ricordava avere avuto di parecchie nerbate, ed essersele meritate,
come in lode del vero, egli medesimo confessò a Firenze quando del
suo cospetto la deliziava: dacchè in cotesta occasione essendosegli
tirato davanti un vecchio Scolopio già suo arruffatore di cervello
negli studi grammaticali, dopo il bacio dei _santi piedi_, sentì
ricordarsi come nei tempi andati avesse ardito verberare certa parte
del corpo allora non papale, e che difficilmente otterrebbe, anco per
via dommatica, esporre adesso come santa alla venerazione dei fedeli;
e poichè il frate andava tutto confuso e scusandosi ora alterando
la quantità, ed ora la qualità delle percosse, e per ultimo la
parte percossa, il Beatissimo lo rimbeccava dicendo: «no, Padre, le
furono proprio nerbate, e veramente fu cotesta parte ch'io le ho
detto, e confermo; non se ne infinga, anzi se ne tenga, però che se
coteste nerbate non erano adesso io non mi troverei assunto Papa.»
Tali i detti, ed i concetti del sommo Sacerdote, onde ogni uomo anco
cattolicissimo si persuada, non avere poi ad essere un gran che il
Papa, se ad ammannirlo tale bastano talune nerbate applicate da un
frate scolopio sul postione ad un marchigiano. La faccia sua fu sempre
di prete pasciuto di marzapane, e di avemarie, con qualche fiore di
cicuta mescolatoci dentro, sorridente un riso tra il bambolo, e lo
scorpione; percosso nei primi anni da morbo regio, o vogliamo dire
epilessia, irruppe sfrenato colà dove alla cieca Venere più
piace; e a tale, che gliene fece rimprovero rispondeva: sfidato della
vita volere annegarsi nella voluttà: sembra però, che poi
mutasse consiglio per virtù di certa donna (di cui tacerei
volentieri il nome se non fosse noto all'universale) la principessa
Clara Colonna: questa, non già Maria vergine, fu la patrona del
giovane Mastai nel mondo, il quale entrò nelle guardie nobili di
Pio VII. Il Plutarco di lui scrive averlo chiamato Dio con particolare
vocazione a difendere la santa Sede come soldato, come vescovo, come
cardinale, e come Papa: su di che noto, che s'egli tutela la Chiesa da
Papa come la custodì da soldato l'avrebbe a stare fresca.
A giudicarne dal poco tempo che il Mastai cinse la spada si ha da
credere, che in onta al suo panegirista nè anch'egli si reputasse
legno da cavarne po' poi un Giulio Cesare o un'Alessandro Magno;
però di corto barattò la spada in aspersorio, e l'elmo per la
tonsura: andò compagno a Monsignore Muzi nell'America meridionale
donde tornato nel 1825 resse prima l'ospizio di S. Michele, poi fu
arcivescovo di Spoleto, e vie via vescovo d'Imola, e Cardinale senza
infamia, e senza lode.
Raccontano le anime pie, com'egli, morto Gregorio, recandosi al
Conclave mentre traversava Fossombrone una colomba bianca dopo essere
rimasta alquanto librata su l'ale al fine si posasse sopra la sue
vettura, onde la gente accorsa a contemplare la sua sembianza
_smagliante di potenza, di tenerezza, e d'intelletto_ (le sono parole
del Plutarco gesuita) come presa dal delirio incominciò a urlare:
«viva! viva! ecco il Papa!» Così a Fossombrone; a Roma veruno
se lo aspettava Papa; all'opposto facevano capitale sul Gizzi,
sicchè eletto il Mastai i Romani rimasero come cosa balorda, per lo
che, a fine di rendere al Gizzio il boccone meno ostico venne senza
indugio messo nella Commissione consultiva provvisoria, e poco dopo
eletto segretario di Stato. Anzi se vuolsi credere al panegirista di
Pio IX egli pure giudicavasi incapace, onde si vedendo eletto smaniava
sclamando: «o fratelli, abbiate misericordia della mia debolezza;
io mi confesso indegno. _Domine non sum dignus_.» Tuttavia il
Mastai nella guisa, che ogni prete dabbene dopo avere per tre volte
detto: _Domine non sum dignus_, si mastica bravamente il Redentore,
profferita appena la propria debolezza montò ardito, e franco nella
barca di San Pietro, ed agguantato il timone si commise in mezzo al
mare tempestoso. Veramente questo racconto fa ai calci col primo, ma
non vuol dire, il pane di che si cibano i Gesuiti sia impastato di
farina di contradizione. D'altronde ogni prete promosso Papa si china
per l'ultima volta in terra a raccattarvi la superbia, che morendo ci
lasciò cascare il suo antecessore.--
Chi se ne intendeva, toccato appena il polso alla Europa andava
persuaso, che il male era tornato a far saccaia, e questo succederà
sempre quantunque volte in Francia scappi fuori un Luigi Filippo,
ovvero un Napoleone per mettersi in tasca le rivoluzioni sementa di
sangue, d'intelletto, e di sudore dei popoli; in Roma un Gregorio papa
si serva dei _memorandum_ dei Principi per incartarne i riccioli alla
moglie del barbiere teologo, e per non fare troppo lunghe le gugliate,
non si proceda al modo che a un di presso fanno da per tutto.
Gli uomini speculatori avvisato il pericolo ne avevano paura e non a
torto: trepidavano per le presagite ruine; lo straripamento vedevano,
come la fiera fiumana; e dove avrieno potuto ricondurla nell'alveo non
sapevano: quindi chi almanaccava le riforme, specie di rimedio
omeopatico al morbo sociale; chi sovvertimenti, peggio, che rimedio
allopatico; chi una cosa, chi l'altra. Primo il Gioberti saltava in
mezzo facendo drappellare alla Sapienza un bandierone involato di casa
alla Follia: principi, papi, e popolo giù a bollire insieme dentro
una pentola. Gli scrittori chiesastici affermano a ragione la
democrazia essere contradizione del papato, imperciocchè quella
dica agli uomini: «usate dei doni dello intelletto vostro
meditando; valetevi dei diritti della libertà governando;»
mentre per converso la Chiesa comanda: «qua ponetemi in mano il
cuore ed il cervello vostro, io sono l'autorità, la regola, e la
sapienza; io penso per voi, e se vi riesce, procurate, che io senta
per voi!» Il Gioberti, (sempre gli scrittori chiesastici affermano)
si industriava abbindolare il Papa, e mettere di mezzo Dio!--Il
Gioberti fu uomo di bontà singolare, e Dio non si mette di mezzo:
egli sortì da natura ingegno stragrande, e immaginazione non meno
vasta; gli mancò il freno; troppo e vano nei concetti, e nei modi
di significarli; non parsimonia, non eleganza: contorni radi, e
incerti, pensamenti grossi e mutabili pari ai nugoloni sbattuti dal
vento: insomma alla meditazione sostitui la fantasia: per me sempre
ammirando ogni qualità di ingegno confesso, che mi reca uggia la
metafisica nella politica. I metafisici politici mi paiono poeti,
storici, ragionatori sciupati; un po' di tutto, e nulla di tutto:
cotesto ingegno confidato a loro assai si rassomiglia a bella tazza di
porcellana che commessa nelle mani al fanciullo, ei l'abbia lasciato
cascare in terra: ridotta in frammenti dorati attrista a vederla,
intanto chi gliela diede si pente ma tardi, ed il fanciullo piagne.
Mirabile il moto partorito dalle dottrine del Gioberti, perchè lo
universale crede che di ora innanza si sarebbe iti in paradiso in
bussola: Bruto e Cesare, se ritornavano al mondo, avrebbero sgranato i
baccelli insieme: in combutta corone, e camauri, pianete, e giubbe,
scettri e camati da battere la lana; chi prima arrivava senza
distinzione di stato si sarebbe servito come meglio gli garbava. Tutti
allora ingannati, e tutti ingannatori: immenso il bisogno di credere
quello che tornava, e sterminata la credenza. Anco nell'antichità
si racconta che gli Abderitani durarono tre di briachi, gli Italiani
per quasi un anno, e più stettero matti.
Che se taluno domandi: «dunque la pace è disperata in terra?»
Io risponderei: «a Dio non piaccia, ma passioni, e interessi non si
spogliano ad un tratto come vesti vecchie per indossarne delle nuove;
il miglioramento umano non è opera di plastica in creta, bensì
di rota in porfido: la verità non vola, perchè l'errore le ha
incatenato ai piedi palle di ferro come ai servi della pena: Dio solo
con una parola crea la luce; l'uomo deve guadagnarsela col sudore
della fronte, col molto travagliarsi dello spirito, e a micolino; e
ciò prima, a cagione delle sue facoltà, ch'egli possiede scarse
ed inferme; poi, per carità di cui deve avvantaggiarsene, però
che la soverchia luce e la tenebra operino il medesimo effetto; non
fanno vedere.»
Più tardi Giuseppe Mazzini manda una epistola al Papa, dove quello
che il Gioberti s'industriava ghermire in pro del Piemonte, questi
intendeva agguantarlo in benefizio della Repubblica: il secondo
concetto più semplice, guazzabuglio il primo di teocrazia, di
dispotismo, e di democrazia; e del pari impossibile: la lettera del
Mazzini, che parmi scritta tenendo a falsariga qualche omelia di San
Cipriano, supplica il Papa di confidarsi a lui; gli promette aiuti fra
tutti i popoli di Europa, anco in mezzo agli Austriaci; eglino soli,
il Papa cioè e Mazzini, troveranno questi aiuti però che
entrambi abbiano unità di scopo, e fede nella verità della
propria dottrina; se gli fosse vicino il Mazzini vorrebbe pregare Dio
co' gesti, con gli accenti, e con le lacrime di convertire il
Papa.--Ora questi siffatti partiti, io per me giudico peggio, che
tranelli; e' sono grullerie.
Di vero, che coteste parole non fossero sincere chiarirà lo stesso
Mazzini mandando _con le stampe_ istruzioni segrete agli amici
d'Italia di radunare le moltitudini, inebriarle co' canti, suoni, e
timpani, renderle incontentabili, e irrequiete: per dare il sapone
alle corde pei signori esserci mestieri i signori; dove il solo popolo
levi la testa gliela romperanno di botto; hanno i signori ad essere i
guidaioli del popolo, appunto come in Francia, la quale da prima
patì un Mirabeau ed un Lafayette; sicuro, questi non vanno mai fino
in fondo alla via, anzi non ci metterebbero pure un piede se ne
vedessero la fine, così bisogna procurare nascondergliela. Ancora,
sarebbe bel tratto far nascere in ogni capitale d'Italia un
Savonarola; se ci riuscisse beati noi! _Tamen_, se non toccate il
clero nella borsa non lo vedrete scalciare. Al popolo discorrete
sempre delle sue miserie e dei suoi diritti: paroloni dotti non levano
un ragno dal buco; adoperate motti non definiti bene, epperò più
capaci a contenere in sè tutto quello, che la fantasia, il bisogno,
e la cupidità ci vogliono mettere dentro, a mo' di esempio:
libertà, uguaglianza, fratellanza, diritti dell'uomo, progresso e
simili: non è arduo spingere il popolo, e nè manco importa
conoscerlo, il difficile sta nel radunarlo; assembrato ch'ei sia voi
lo potete balestrare come un sasso dalla vostra fionda. Se un re
promulga una legge comportabile, e voi picchiategli le mani dicendo:
_bravo_, per istrappargliene un'altra migliore; incamminatelo giù
per la china a piccoli passi. Se uno dei maggiorenti la trinciasse da
repubblicano e voi lodate il matto e fatelo correre; il dì ch'egli
accennasse sostare, voi dategli il gambetto, e mandatelo a dare del
muso sul lastrico: veruno allora si chinerà a rilevarlo caduto:
pigliate tutto, odii, bizze, rancori, ambizioni deluse, interessi
lacerati, ogni cosa buona per buttarsi sul fuoco della distruzione a
crescerne la fiamma. Duro intoppo lo esercito, arnese di tutte le
tirannidi; contravveleno a quello la opinione diffusa, che sendo egli
composto di cittadini e da' cittadini mantenuto egli deve difendere la
Patria dai nemici, non già mescolarsi nelle faccende interne;
quando ciò avvenga voi potrete operare senza lui, ed anco contro
lui. A Roma poi gittò il Mazzini le carte in tavola quando disse:
«abbiamo traversato un tempo di menzogna dove gridavamo _viva_ a
gente esosa a patto che servisse ai nostri disegni; tempo di
simulazione, dove celammo gl'intimi concetti giudicando non correre
peranco stagione di manifestarli.»
Queste cose erano buone, ma non bisognava dirle; la moltitudine senza
insegnamenti da sè le avrebbe, anzi le aveva di già belle e
fatte, quando il Mazzini si avvisò insegnargliele per mantenersi in
fama di archimandrita. Per me non lodo lo scrivere che ha fatto, e fa
il Mazzini ai Papi, ed ai principi, causa per lui di accuse antiche e
di rimproveri moderni: per coteste epistole egli non acquista opinione
di subdolo e perde l'altra d'ingenuo: so che Cristo ammonì i
discepoli dicendo: «andate, abbiate la semplicità della colomba,
e la callidità del serpente;» e basta. Di vero, o che sperava
con le sue epistole il Mazzini? Convertire i Papi, e i principi, i
quali deposti triregno e corona fossero iti a scuola da lui ad
apprendere come si aveva a disfare? O piuttosto agguindolarli e
condurli incappellati al macero? A me sembra, che il Mazzini quante
volte scende dalle regioni serene delle teorie a rasentare la terra
trovi sempre chi gl'impallina le ale; egli allora torna a drizzare in
su il volo non senza però che qualche penna gli caschi a mulinare
per l'aria. Appunto come io reputo spediente, costumavano i Profeti,
banditori del dogma, e custodi della regola allora quando uscivano
dalla solitudine e venivano per rimettere i popoli in carreggiata,
ovvero a minacciare ai regi il castigo di Dio; poi sparivano. Repugna,
a mio avviso, la parte di Maestro di Libertà ai popoli con quella
di cospiratore, come il potere temporale stride nel Papa col potere
spirituale.
Senza però che il Gioberti con le sue fisime alterasse le ragioni
del moto italiano, e senzachè il Mazzini si affaticasse a mettere
in capo al Papa il berretto rosso invece del triregno, se pigliavamo
le cose come le venivano forse avremmo fatto la via più sicura.
Taluno opina che fu danno il moto rivoluzionario cominciasse a Roma,
paese meno di tutti capace alle riforme, e da un lato par vero;
dall'altro però compariva il più idoneo ad educare il popolo
all'odio della autorità, la quale da per tutto a quei giorni grave
in Roma, poi, accorava incomportabilmente insensata; e come più
insensata piu pertinace a perseverare nel male, cedeno solo alla
forza, inesauribile di frodi, legativa sempre non legabile mai, come
quella che avendo facoltà di sciogliere altrui dal giuramento è
naturale che la eserciti soprattutto per sè.--In questo altro
consento, che i Moderati delle rimanenti provincie italiane
procedessero senza discorso pigliando a modello il popolo romano,
dacchè altrove si poteva più franchi domandare, e di botto tanto
che bastasse, mentre con quel cotidiano svellere all'autorità ora
una penna, ora l'altra, la resero contennenda, ed ammannirono
l'anarchia, come pure adesso per diversa strada si sbracciano a fare,
e faranno.
Pio IX, e questo parmi sicuro, inebriato dagl'incensi non seppe quello che
per lui si operava: a mo' del fanciullo improvvido aperse la cannella alla
fontana; poi spaventato della foga dell'acqua gli mancò la forza di
girare la chiave. Chi è che non ricorda le magnifiche parole da
disgradarne Tirteo, e che il Byron stesso gli avrebbe invidiato: «gli
avvenimenti, che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda
succedersi ed incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento,
che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri non ode la voce del
Signore! Guai all'umano orgoglio se a colpa od a merito di uomini qualunque
riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani decreti
della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia, o
nelle vie della misericordia, di quella Provvidenza nelle mani della quale
sono tutti i confini della terra! E Noi a cui la parola è data per
interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere
in mezzo ai desideri, ai timori, ed alle speranze che agitano gli animi dei
nostri figliuoli. E primo....» ma io dal gran piacere, che ne sento
copierei tutta questa allocuzione papesca del 30 marzo 1848, e farei opera
inane, imperciocchè tutta Italia ricordi come in essa il Papa tirata
prima l'acqua al suo mulino esultando per le garbatezze usate in taluni
luoghi ai preti, e contristandosi pei bistrattamenti che ne menarono in
taluni altri benediceva a due mani le vittorie cittadine dei Milanesi, e
dei Veneziani contro gli Austriaci; anzi ne accertava di ottima riuscita a
patto che stessimo fermi a catena del prete.--Ciò posto in sodo i
Panegiristi di lui, che s'industriano con estremi conati a chiarire
com'egli Papa, prima, e dopo cotesta allocuzione camminasse a sghimbescio
pel cammino della libertà concedendo riforme e lasciando ad un punto la
porta aperta per poterle ritirare, sembra a me, che lo disservano
grandemente, però che, o non seppe che cosa si facesse (e credo appormi
al vero con giudizio meno grave per lui) ovvero ingannò. L'amnistia,
sostengono essi, non tirava ad altre sequele tranne al pretto perdono dei
colpevoli, che tali si dichiarano i dannati alle galere per delitti
politici, ed imponendo in aggiunta che ognuno sottoscrivesse l'obbligo di
non peccare mai più: di fatto queste cose nell'amnistia ci sono, ma
poichè nel medesimo si bandiscono i condannati _uomini di onore, e degni
di fede_, e poichè la sottoscrizione dell'obbligo non a tutti si chiese
su le prime, e poi si trascurò, per cotesto atto si dette ad intendere
più che con le parole (massime se consideri da un lato i tempi, e
dall'altro il costume della Corte romana usa a compartire il bene a
spilluzzico, mutata la condizione delle cose non potersi considerare rei
coloro che vollero le migliorie civili, le quali stavano per diventare la
norma del cittadino.--Nel nove novembre del 1847 Pio IX mentre sguazza da
un lato nelle acclamazioni delle moltitudini, limosina dall'altro la
protezione dei principi; difendano essi la Chiesa, procurino, che Gesù
Cristo vada loro debitore della conservazione del proprio _impero_,
rammentino, che l'autorità venne data loro proprio per questo: più
tardi, egli bandisce al mondo: suprema offesa così alla persona come
alla dignità sua negare in nome di lui obbedienza ai principi, sollevare
contro loro i popoli, eccitarli a moti ruinosi.--Il trenta marzo quando i
troni della terra erano spazzati via dalla bufera popolesca, come polvere
sopra le vie, il Papa ci vedeva il dito, e ci udiva la voce di Dio; ma poco
innanzi, e quando non erano accadute le rivoluzioni di Vienna, di Milano, e
di Venezia di guardia nazionale non voleva saperne, la contrastò col
becco e con gli artigli al principe Aldobrandini; forse si sarebbe lasciato
ire fino ai centurioni di Gregorio XVI; in seguito travolto dallo esempio
degli altri principi quando non la può negare mette dentro il
regolamento tante stringhe da farla morire di spasimo; e tuttavia ne
prorogò l'ordinamento al cinque luglio.--Che fosse la legge sopra la
stampa ce lo dicono i parziali del Papa, i quali sostengono che ei non
intese punto affrancarla, all'opposto metterle il frenello trasportando la
censura dalla Segreteria di Stato al Consiglio di censura. Lo stesso
moderatissimo Azeglio non se ne contentava, e sì che Azeglio e gli amici
suoi sono umori da imbandire con una fava di riforma cena in Apolline alla
Libertà. La riforma amministrativa, che cosa è insomma eccettochè
la estensione del sistema municipale dei rimanenti stati romani a Roma e
all'Agro romano? La Consulta di Stato il Consiglio, che mantenevano i Papi
prima della occupazione dei Francesi? Essi lo avevano udito, e lo
consultò anch'egli a fine di essere illuminato con facoltà però di
restare al buio quanto gli piacesse: imperciocchè Pio IX rispondendo
all'allocuzione del Cardinale Antonelli bandisse sè essere parato ad
ogni cosa, chiedessero verrebbe aperto; prima si straccherebbe il popolo a
domandare, ch'egli a concedere, a patto però, _che nè manco di
un'apice fosse menomata la sua autorità pontificia!_ Aggiungendo queste
altre sentenze, che valgono tant'oro: veruno ardisca vedere nella Consulta
il germe di _costituzione_ incompatibile col papato, e questo bene
ripongano in mente non avendo egli mai conceduto alla rivoluzione il
diritto di aspettarsi neppure un sorso di acqua da lui.