nostro scopo; ora coglierò in qua e in là qualche fatto, il
quale confermi il concetto, che egli da sè come potenza temporale
non può reggere: commesso alla protezione di potenze straniere si
sente sbatacchiato ora da questa parte, ed ora da quella, servo
spregievole e mal fido, sicchè lo Spirito Santo uccello smarrito
batte incerto l'ala senza più sapere dove ei si abbia a calare.
Gregorio XV. tenta riprendere lo spirituale per servirsene di leva a
rifare lo stato; ma lo spirituale solo non fa prova, ed ei reputa
venirne a capo stringendosi in società con l'Austria; però
mettono in comunella fra loro sacramenti, e carnefici, missionari, e
sbirri; l'Austria tiene i popoli pei piedi, il Papa li converte con la
corda al collo; e tuttavia ella parve prevalere; la Germania rimase
inondata di frati predicatori, le prediche dei quali se convertivano
tanto meglio, se non convertivano subentravano i soldati a disertare
gente e paesi; felici i banditi! Le missioni, seme di rabbia, e di
furore in Europa, attecchirono in America, e ciò perchè in
Europa opprimevano, in America parevano affrancare; fra popoli eruditi
Roma faceva ufficio di spegnere, tra ignorantissimi appariva luce di
intelletto; qui niente aveva da insegnare; costà se non tutto,
molto. Anco in Francia la Chiesa sembrò rifiorire, però che la
baronia, d'indole ad un punto prepotente e servile, considerando
adesso la Monarchia di concerto con la Chiesa, non trovasse il suo
conto a dare del capo dentro un'arnese tanto gagliardo; e poi capiva
che governo aristocratico la Francia non patisce; costà gli
aristocratici comparvero e compariranno sempre a mo' di penero cucito
all'orlo del mantello reale o imperiale: arrogi a questo, che la
dottrina della riforma impaziente di autorità senza quasi addarsene
aveva incamminato i popoli alla repubblica, e già se n'erano visti
i segni; e se ai Monarchi la repubblica garba quanto il fumo agli
occhi, nè manco piace agli aristocratici che quelli sono monoliti,
e questi frantumi di tirannide schietta. Dove tu cerchi se la Chiesa
se ne avvantaggiasse, tu trovi il contrario, e ciò perchè
gl'interessi andarono tutti da un lato, e veramente furono i più;
la fede rimase dall'altro scarsa, ma depurata da ogni terrena miscela,
epperò miglior seme per fruttificare, e per vincere. Anco nei Paesi
Bassi, per testimonianza del Bentivoglio fu visto agitarsi un moto
tendente al cattolicismo, e i piedi guazzavano sempre nel sangue per
le guerre contro Roma; certo il Bentivoglio come nunzio romano merita
piccola fede nei suoi scritti, e tuttavia quanto egli afferma può
darsi, imperciocchè non so se accada, come affermano nell'aria, ma
sicuramente nello spirito umano, la corrente, che succede, tira nel
verso contrario a quella, che passa. Nella Inghilterra comparivano
indizi di non lontana mutazione; costà reggeva il figliuolo della
Maria Stuarda vago di procurare a Carlo suo primogenito nozze
spagnuole, e Gregorio in istile di gente innamorata gli scriveva:
«la vecchia radice della pietà cristiana feconda un giorno di
sì bei fiori fra i monarchi inglesi germoglierebbe da capo nel suo
cuore.» A questo modo al Papa pareva camminare in bussola; sopra
tutti appoggiavasi, lo sostenevano tutti; ad un tratto Austria e
Spagna si legano contro Francia a cagione delle alpi elvetiche; il
Papa esse tirano chi di quà e chi di là; era mestiero risolvere,
e commettere la tiara all'alea delle battaglie; prevalse la buona
fortuna di Gregorio XV. eletto a comporre le liti, e lo faceva forse,
se la morte non gli avesse tronco le pratiche. Subentrato a Gregorio
Urbano VIII. dei Barberini cambia aspetto ogni cosa; Gregorio in cuore
austro-spagnuolo, in sembianza no, Urbano poi francese affatto in
apparenza ed in sostanza; ed a rilevare inoltre i fiacchi spiriti di
Francia ecco sorgere ministri Vieuville e Richelieu; allora il nuovo
Papa butta all'aria le nozze di Carlo Stuardo con la infanta di Spagna
ponendo per patto nella dispensa, che il Re si obbligasse a costruire
chiese cattoliche in ogni provincia del regno; Giacomo, il quale, a
quanto pare, aveva per la sua testa un po' più di tenerezza del
figliuolo Carlo ne dismise il pensiero: nè basta; in odio
all'Austria, e alla Spagna Urbano si accosta ai protestanti, e fidato
alla Francia mulina non so quali disegni: di un tratto, la Francia,
seguendo la vecchia usanza, conchiude la pace di Monzon, e pianta i
collegati su le secche. Questo saggio della lega francese gli avrebbe
pure dovuto aprire gli occhi, ma non valse; intricatosi nella
successione di Mantova chiama i Francesi a pigliare parte nelle
faccende in Italia; egli li sovverrebbe con i danari, e con le armi:
allora al Papa non cadeva in mente essere il padre dei fedeli; crisma
contro crisma egli spingeva e portava: sempre invasato dall'odio
contro l'Austria nella guerra dei 30 anni parteggia per Gustavo Adolfo
di Svezia, e favorisce i protestanti: dopo fabbricato il porto di
Civitavecchia, lo dichiara franco, e vede frequentarlo più che
tutti pirati barbereschi, i quali ci vanno per vendere ai sudditi del
Papa le rapine fatte a danno dei Cristiani, nè lo vede solo, ma se
ne avvantaggia, e ci ha piacere: forse e' fu per simili meriti, che
abolì il decreto del Senato e del Popolo romano proibitivo della
erezione di statue al Papa, dicendo, che stava bene per gli altri non
per lui frivolissimo uomo, poetastro astioso e presuntuoso.
Il Papato ormai non ardisce più concupire i reami altrui, nè
anco si attenta sbarrare un gherone del manto di San Pietro, solo ne
cincischia brandelli per coprirne le spalle ai suoi figliuoli, e
questi si tirano da parte a rosicchiarli come gatti il ventriglio.
Sisto V al cardinale nipote assegnava centomila scudi di rendita,
all'altro co' danari della Chiesa comprò il principato di Venafro,
e la contea di Celano. Quello che ardisse Clemente VIII. non si
ricorda; donò ai suoi un milione fra tutti; poi ad ognuno
sessantamila scudi di entrata; mancatigli i beni della Chiesa,
arraffò gli altrui, aiutatori giudici, auspice il boia. Paolo V.
co' suoi Borghese procedeva anco più largo; il Cardinale Scipione
ebbe 150 mila scudi di rendite ecclesiastiche, Marcantonio il
principato di Sulmona, palazzi, ville, vasellami di argento, gemme,
suppellettili che valsero un tesoro; di danaro un milione; e più
strano ancora il privilegio di ribandire gli sbanditi, instituire
fiere, imporre gabelle sopra altrui, non pagarne essi; andare immuni
da confische, impunità per qualunque maniera di devastazione:
più discreto Gregorio XV. il cardinale Ludovisio provvide con 200
mila scudi di rendita, il fratello Orazio con 800 mila scudi di
_monti_, con la contea di Fiano e il principato di Zagarolo.
Urbano VIII. si spinse a tale enormezza, che parve a molti, ed a me
pure esagerata; ciascheduno dei tre nipoti gratificò con 100 mila
scudi di rendita, compreso il padre Don Carlo; oltre questo occorre
scritto in più parti, come le somme donate dal Papa alla sua
famiglia toccassero il valsente di 105 milioni di ducati. E' sembra
che anco al Papa così immane spreco stesse su la coscienza,
sicchè elesse certa commissione per esaminare se si avesse a
correggere: la Commissione scrisse con una mano avesse facoltà il
Pontefice come principe temporale a fondare un maiorascato nella sua
famiglia con gli avanzi delle rendite pubbliche del valsente di 80
mila scudi di rendita netta; alle nepoti potere assegnare la dote di
180 mila scudi: il Vitelleschi generale dei Gesuiti consultato intorno
questo parere lo sottoscrisse con due mani; al Papa presso a morire
gli tornò lo scrupolo a galleggiare sopra lo stomaco; per la qual
cosa egli ebbe a sè il cardinale Lugo, e il Gesuita Lupis, che
risposero a coro non dovere permettere il fratello, e i nipoti suoi
avessero a rendere pure un baiocco, e ne misero innanzi questa
stupenda ragione: «tale e tanto è l'odio, che si sono tirati
addosso i nipoti del Papa, che giudicano non solo giusto, ma
necessario per l'onore della sede apostolica lasciarli in istato di
conservare il fasto principesco anco dopo la morte del Pontefice!
Alessandro VII. considerando come più prudente consiglio sia
fuggire, che resistere alle tentazioni, eletto Papa vietò ai Chigi
recarsi a Roma; e nientemeno gli fu apposto a peccato dal padre Oliva
rettore dei Gesuiti, onde il Papa dabbene per non precipitare giù
dentro lo inferno chiamò i Chigi a Roma, e Mario fratello fece
provveditore dell'annona, e rettore di giustizia nel Borgo, il nipote
Flavio cardinale nepote provvide con 100,000 scudi di entrata, l'altro
nepote figlio di Agostino diventò principe, ebbe Aricia,
principati, nozze illustri, tanto altro bene di Dio, onde potè
fondare una delle trapotenti famiglie di Roma. Non so se i Pamfili
arraffassero più dei Barberini, certo è che ne vinsero i modi
tuttochè turpissimi. Olimpia Maldacchina cognata d'Innocenzio X,
apre traffico di offici; vende, e baratta, nè solo dentro, ma fuori
dello stato, frapponendosi per sensali gli oratori stranieri; empie il
Vaticano di clamori a cagione di bizzosi puntigli con la nuora Olimpia
Aldobrandina; il Papa caccia prima la nepote, poi la cognata, quindi
ambedue, finalmente le richiama, nè cessano le domestiche liti;
ludibrio di sacerdozio infemminito.
Ma per tornare a Urbano VIII., spinto dai dispetti dei nipoti muove
guerra ad Odoardo Farnese per togliergli Castro, come già aveva
tolto alla ultima donna di casa della Rovere, Urbino, Gubbio, Pesaro,
Sinigaglia, e Montefeltro: di qui vicende le quali per essere da un
lato degne di riso, dall'altro non disertavano meno i popoli: invano
il Papa cavò da Santo Angiolo 500 mila scudi del deposito di Sisto
V. per sostenere la guerra, e invano ce ne spese dintorno altri
quattro milioni e mezzo, e s'indebitò per sette chè legatisi ai
suoi danni i vari stati italiani egli ebbe a ribenedire a forza il
Farnese, e rendergli Castro: dicono, ch'ei ne morisse di dolore; ed
aveva torto, imperciocchè dovevano essergli di conforto la città
di Roma ingombra di ruine, il titolo di eminenza largito ai Cardinali,
e soprattutto la tortura a Galileo, e la condanna della eresia del
moto della terra.--Innocenzo, empiti i suoi di facultà, moriva con
settecento e più mila scudi di peculio privato; saccheggiaronlo i
parenti, che negarono fargli le spese del funerale, e gli diede
sepoltura, tre dì dopo ch'ei fu morto, un canonico spendendoci
attorno uno scudo: qual seme, tal frutto: sangue di prete non può
fallire:--prima di cessare, Innocenzio riprese Castro, e ne abbattè
le mura, proprio perchè questa terra avesse ad essere la pietra del
paragone della perduta autorità pontificia; di fatto, sforzato
dalle prepotenze di Francia la ebbe a rendere più tardi Alessandro
VII. insieme a Ronciglione. In breve toccherò dello strazio
francese in onta al papato, ora aggiungo il trattato di Wesfalia
concluso senza pure farne motto a Papa Innocenzio, che non mancò di
protestare e di buono, e gli altri tennero coteste proteste in conto
di rondini dell'anno passato. Chiunque osserva mira accadere adesso
alla Curia romana quello, che succede a' nobili spiantati, cupidi di
crescere le apparenze alla stregua, che la sostanza scema: in questo
secolo andò famosa la Corte di Roma per isquisiti trovati di
ossequi, che si appellano _etichetta_, da disgradarne Spagna, e
formare la disperazione dello stesso Luigi XIV; infiniti i puntigli su
le precedenze tra cardinali, prelati, e famiglie Romane; a cui si
apriva la porta spalancandone ambedue le imposte, ad altri una sola;
quando passava la carrozza di qualche pezzo grosso, il pezzo minuto
fermava la sua: frivole cose queste, non frivolo ma grave oltremodo
questo altro: il Papa Alessandro VII. proprio pigliando il Vangelo a
contro pelo non patì tenersi dintorno persone, che non fossero
nobili di ventiquattro carati, e ne allegava per ragione, che i
principi della terra circondandosi volentieri di servitori
gentileschi, doveva credersi che tanto più Dio si avesse a
compiacere nel vedere il suo servizio compito da personaggi, che
andavano per la maggiore: ma! tanto è, il Chigi veniva da Siena, e
sembra che nè anco lo Spirito Santo entrando nei cervelli arruffati
dei sanesi li possa ravviare.
Fino da questo tempo gli uomini di stato considerando come i _monti_
caduti in mano di stranieri, i quali tiravano la rendita standosi
fuori, e non contribuivano a spesa (I Genovesi ne cavavano 600,000
scudi ogni anno) prevedevano la miseria crescente nei popoli; ma chi
reggeva, non dava retta, appunto come adesso costuma il governo
d'Italia: ma ti dia la peste!, almanco allora erano preti schietti, e
correva il secolo decimosesto, mentre oggi siamo al decimonono, e ci
regge gente soda, ma soda davvero. In cotesti tempi uno arguto ingegno
paragonò il governo papalino al barbero spossato, cui, per
eccitarlo a correre, si raddoppiano le perette finchè non crepi;
mirate un po' se questa similitudine potesse accomodarsi ai casi
nostri.--
Ora i nostri liberaloni larghi di cintura dopo essere stati un pezzo
col sasso in mano per lapidare i monaci, presi da terrore, lo buttano
in terra; la corte romana due secoli addietro non faceva a
spilluzzico; segno a strazi continui erano i frati a Roma; non
concedevasi loro la mitra, molto meno il cappello per non inquinarli;
nè manco un fallito, nota Antonio Grimani, nella sua relazione
della corte di Roma, si gioverebbe a pigliare il cappuccio. I conventi
parvero troppi, e vani; ne restrinsero il numero; Innocenzo X. ne
soppresse buon dato perchè, egli disse, senza tante invenie, sono
fatti spelonca di lussuria, e di delitti; anzi Alessandro VII. propose
spontaneo ai Veneziani levassero di mezzo quanti più potessero
monasteri, e del ricavato dalla vendita dei loro beni si servissero
nelle guerre contro i Turchi: alla quale proposta i Veneziani
contrapponendo certi loro dubbi, il Papa riscrisse: «non
gingillassero, facessero come il buon contadino che pota i sarmenti
per crescere vigore alla vite.»
I Gesuiti all'opposto ingrassano mangiando i frutti del male di tutti:
in grazia loro Innocenzo X. con la bolla _Unigenitus_, che ribadì
Alessandro VII, s'inimica i Giansenisti condannando come eretiche
cinque sentenze del libro _Agostino_, nel quale Giansenio presumeva
avere spillata la dottrina del santo vescovo d'Ippona: poi li
facoltò a eleggersi oltre il generale un vicario, che fu l'Oliva:
non si badò al come vivessero, nè come trafficassero, nè in
breve costumassero peggio degli altri frati, e non pertanto
riputandosi essi necessari, i precetti pontifici sprezzavano da per
tutto, massime nelle missioni; alfine ne commisero delle così
grosse, che Clemente XIV. gli ebbe ad abolire; ma ormai nè lo
stare, nè lo andare giovava a Roma: meglio di Clemente XIV., e di
Benedetto XIV. compresero il papato quei pontefici, che s'intorarono a
nulla mutare: certo il papato così non può vivere, ma se si
muove casca; di vero Pio IX. avendo un micolino fatto le viste di
uscire dalla carreggiata risicò andare in fascio in meno che non si
dice un _credo_. I Gesuiti argine alla fiumana del secolo non possono
e non poterono opporre; tuttavia remossi loro, la filosofia dilagò;
i Gesuiti sono pel popolo quello che l'ellera è pei muri, che prima
li rompe, e poi li tiene ritti.--I Gesuiti soppressi da Clemente XIV.
ispirato dallo Spirito santo, e per sempre, restituì Pio VII in
virtù della ispirazione del medesimo Spirito santo e per sempre:
altri di cotesta voltabilità dello Spirito sorride; per me l'ho per
buona, e le fo di cappello, prima però che dia una solenne smentita
alla cocciutaggine di Pio IX, e poi perchè nutro speranza, che un
giorno o l'altro egli abbia a chiarire lui o un altro come la miglior
cosa che possa fare un Papa sta nel disfare il papato.
Progredendo per sintesi noi vediamo Roma, come il gladiatore ferito a
morte, stramazzare, rilevarsi sul gomito, di nuovo cadere, boccheggiare,
insomma se mi si consente il detto, vivere di agonia. Le diete Germaniche
dal 1654 al 1658 attendono rigidamente a limitare la giurisdizione dei
nunzi; Genova, Napoli e Savoia aspreggiano Roma; il peggiore male glielo fa
la Francia destinata a minarla sia che le proceda nemica, ovvero amica, ma
come amica due cotanti più infesta. Finchè gli stati di Europa
durarono in pace Roma servì tutti, e da tutti si fece pagare i salari,
ma venuti in rotta fra loro chi aveva ella a servire? E' bisognava
indovinarla: nella guerra della successione di Spagna, il Papa accostandosi
all'Austria si aliena Francia, la quale intesa corpo ed anima alla
utilità presente non pone fine, nè modo alle sue persecuzioni; da
prima Luigi XIV confisca i beni chiesastici; altri grava di pensioni;
durante la vacanza dei vescovati risquote le rendite della mensa; gli si
oppone il Papa Innocenzo XI, che minaccia scomuniche, Luigi gli aizza
contro il clero francese servitissimo, che non si perita così abiettarsi
a quel superbo: «noi ci attentiamo appena a movere domande per tema di
limitare lo zelo della V. M. La deplorabile libertà dei lamenti oggi si
muta nella soave necessità di lodare il nostro benefattore.» Essendo
poi convocato in assemblea cotesto clero, compiacendo al Governo,
decretò i quattro articoli famosi, fondamento delle libertà
gallicane; al tempo stesso Luigi per darsi sembiante di ortodosso
incrudelisce a danno degli ugonotti; ma chi troppo l'assottiglia la
scavezza, e Roma non si lascia pigliare da siffatte lustre, onde il Papa
trovando il conto a rammentarsi che ei presume rappresentare il Dio delle
misericordie ammonisce Luigi, che Gesù Cristo praticò altri modi e
volle che fosse condotta, non già strascinata la umanità nel tempio.
Luigi quantunque cristianissimo fumava d'ira, e durante i suoi deliri
avrebbe cozzato non che contro il Papa contro Dio, e già per sostenere
il diritto di asilo nel palazzo e nelle contrade circostanti al palazzo del
Cardinale d'Este protettore dei Francesi a Roma aveva preso pugna con
Alessandro VII cacciando via di Francia il nunzio, occupandogli Avignone,
minacciandolo di Concilio e di guerra; onde cotesto Papa tapino per
ottenere pace ebbe a mandare il cardinale nipote a Versaglia a chiedere
perdono; Mario suo fratello giurò non aver preso parte nella contesa, e
tolse esilio da Roma, la guardia corsa fu licenziata, una piramide eretta
dove si leggeva incisa la superba vanità di Francia, e la paura del
prete imbelle, lasciando incerto chiunque la vedesse se la prepotenza galla
superasse la viltà del prete romano, o questa quella: il Papa riebbe
Avignone, ma gli toccò restituire Castro e Ronciglione ai Farnese, e
cedere le valli di Comacchio al duca di Modena. Più duro cozzo accadde
con Innocenzo XI. risoluto propugnatore della _regalia_, che dichiarava
usurpata da Luigi XIV, il quale riuniti 34 vescovi, e arcivescovi, e 35
deputati ecclesiastici della diocesi fa bandire solennemente le libertà
della chiesa gallicana dettate dal Bossuet; ripiglia Avignone, sostiene il
nunzio a santo Olone, si appella al Concilio e manda con fanti e cavalli il
marchese Lavardin a Roma per atterrire ed oltraggiare lo atterrito Papa che
soppresso l'asilo non solo al palazzo di Francia, ma eziandio a quelli
degli altri oratori pubblica la scomunica contro chiunque si attentasse
ripristinarlo; e aveva ragione: tuttavolta il Papa sta fermo, bene può
starci plaudendo l'Europa la resistenza di un vecchio imbelle al tracotato
re, il quale più tardi oppresso dalla fortuna e dagli anni diceva:
«non mi fate rammentare, che in «casa mia ho comandato sempre,
nell'altrui sovente.» Morto questo Papa e subentratogli Alessandro VIII,
Luigi renunzia al diritto di asilo, trista causa di tanta lite, e rende
Avignone; trionfo più splendido ebbe Innocenzo XII. che respinse ogni
modo di ritrattazione del Clero francese se non contenesse renunzia chiara
e lampante alle proposte della Chiesa gallicana; il Clero francese con la
corda al collo confessava il suo torto prostrato ai sacri piedi di Sua
Santità con dolore inestimabile. Se cerchi il motivo di tanta vicenda,
lo troverai nella mutata fortuna di Luigi XIV vinto dalla Europa legata
contro lui, e nella viltà dei preti di Francia pei quali vittoria o
sconfitta non muta abbiezione: e noi italiani uomini per gratificarci gente
siffatta ci dovremo rendere come loro lumbrichi? E perchè? Per
conficcarci i chiodi con le nostre mani dentro le carni; mentre essi che
oggi ci vogliono compagni nella umiliazione, domani ci pretenderanno
compagni nello insulto. Verun popolo cattolico ha recato crudeli offese
alla Curia Romana, al cattolicismo, anzi alla religione di Cristo più
dei Francesi, anco ai più avventati rincrebbero le turpi scede, onde un
giorno fu segno il rito cattolico, e gli ornamenti sacerdotali, e i sacri
vasi laidamente profanati, come la vera filosofia si sgomentò nel vedere
in Francia il culto della dea Ragione sostituito a quello di Dio; Dio poi
restaurato a mediazione del Robespierre. La Francia da due terzi di secolo
s'impadronì dei beni ecclesiastici, comecchè si presumesse
sostenerli, dagli interessati, beni della Chiesa universale, e incorso
nella scomunica chiunque si attentasse sbocconcellarli; Avignone, e il
contado venassino ripresi e per questa volta non più restituiti: gli
ordini religiosi saranno i voti disciolti la elezione ai benefizi popolare
come nei primordi della Chiesa. Roma certo odiava la Francia, nè davvero
aveva causa di amarla; però con preci, e conforti, insomma con tutti gli
arnesi dell'armeria spirituale ella promosse la lega dei Principi contro la
Repubblica; inoltre la invendicata strage del Basseville le tirò contra
le ire di Francia, la quale anco senza pretesto si sarebbe mossa ad
angariarla; di fatto ecco allo improvviso voltarle contro le armi, e solo
consentire posarle a prezzo di quadri, di sculture, e di ventun milione di
lire. Il Papa piangeva, per così dire, a goccie tanti bei milioni frutto
della vendita di tanti miliardi d'indulgenze, ed in mal punto porse
orecchio all'Austria, di che avuta notizia il Bonaparte sperde le milizie
inferme del Pontefice e lo costringe alla pace di Tolentino, dove il Papa,
bene e meglio _potendo_, cedeva alla Francia oltre Avignone, e il contado
venassino, già presi, Ferrara, Bologna, e Ravenna. Passato appena l'anno
colto il destro da una sommossa, della quale impossibile adesso conoscere,
e difficile anco allora, chi innocente, e chi reo, la Francia decreta il
potere del Papa abolito; a lui, che implorava lo lasciassero morire in Roma
risposero: _avrebbe potuto morire da per tutto_; gli strapparono dal dito
l'anello, gli posero a sacco le camere, gli tolsero le cose necessarie
così alla mondizia della persona, come al vestire, e strascinatolo in
Francia, quivi poco dopo ottantaduenne periva. Allora il Direttorio
trovando _come il governo dei preti non potesse accordarsi con quello di
Francia_ rinvenne, fra i suoi tanti, l'uomo (Merlin) che dettando il
rapporto per la decadenza del Papa non si peritava scrivere: «rammentate
la strage dei Francesi in Sicilia, e voi sentirete Niccolò II. darne il
segno; aprite la storia sanguinosa dei Borgognoni e degli Armagnacchi e ci
vedrete il dito di Bonifazio IX; se ponete mente alla tirannide di Luigi XI
ecco Sisto IV l'approva. Mirate Gregorio XIII che seduto in trono accetta
dalla Lega la spaventosa offerta del capo di Coligny. Quando Enrico IV
pretendeva come suo retaggio il trono di Francia, Gregorio XIV ci spedisce
contro un esercito, e Clemente VIII ci comanda di pigliarcelo per Re.
Prorompe la Fronda, ed Innocenzo X protegge il cardinale di Retz. Innocenzo
XII benedice i carnefici delle Cevenne, ed allorchè le bambinesche liti
del giansenismo guastavano le menti, la voce di un prete straniero,
Clemente IX, entra di mezzo a scompigliare, e inasprire.»
Napoleone trovando creato un nuovo Papa se ne valse, come Carlomagno,
per consacrare il delitto; l'uno l'altro ingannò; l'uno l'altro
tradì: se vuoi penetrare dentro le viscere del Concordato leggilo
nell'Apologia del Foscolo, e confronta con la saccente vulgarità in
proposito del Thiers compilatore senza più dei sofismi bindolissimi
del Bonaparte.