francese; gli letificarono il cuore le stragi di Caors, di Tolosa, di
Tours, di Amiens; nè quivi cessarono la beccheria se non quando
videro non avanzare più persona da uccidere; nè poteva fare a
meno, imperciocchè gli editti regi ordinavano così: «si corra
addosso agli empi sonando le campane a stormo; da per tutto si
perseguitino, con ogni arnese si assaltino, come bestie feroci si
sterminino, come lupi, come cani arrabbiati desolazioni del regno; se
ne rompano le case; non rispettinsi anni, qualità, nè sesso:
ferro e fuoco da ogni luogo a mo' d'interdetto.»
Non sono invenzioni dei Convenzionali gli annegamenti di Nantes,
bensì imitazioni regie e chiesastiche, dacchè leggiamo che il
governatore di Macon facesse quotidianamente buttare nella Saona
all'ora della passeggiata a mucchi gli eretici; di che pigliavano
maraviglioso diletto le buone dame cattoliche.--A Nantes, e a Lione il
popolo inferocito saldò il conto dei sacerdoti, e dei re. Il santo
Pontefice aveva mandato milizie ausiliarie a partecipare in guerre
siffatte; le comandava un Gabrio Serbelloni. Io sono stato lunga pezza
esitante se dovessi tacere o raccontare gli orrori di questa gente
benedetta da Pio V, ma mi sono risoluto a dirle perchè uomo
apprenda prete, che sia. Io non le chiamo belve perchè farei torto
ai lupi, nè appongo aggettivi, perchè non ne conosco veruno
abbastanza orribile che loro si attagli: alla presa di Orange il
Serbelloni fece precipitare sopra spuntoni, alabarde, e picche gli
ugonotti, appenderli e tuttavia vivi arderli a lento fuoco; le donne,
svergognate prima, poi messe a bersaglio dagli archibusieri, o
impiccate fuori delle finestre; dei fanciulli non si parla... le
gentildonne le quali innanzi di patire oltraggio si erano uccise,
furono esposte ignude alle scede della ciurmaglia con corna ficcate
nelle parti sessuali: parecchi perirono negli spasimi di scottature
cagionate dall'arsione di Bibbie di Ginevra abbruciate sopra il corpo
loro.--Le abominazioni dello antico Egitto i soldati papalini
rinnovarono in Francia; i contadini francesi li chiamavano:
«ammazzatori di donne, e di fanciulli; amatori di capre;»
però quante capre trovavansi nei luoghi da loro traversati
incendevano.
Contro Elisabetta regina d'Inghilterra il santo Padre tramò
congiure, tese insidie segrete, allestì guerra aperta, promosse le
pretensioni di Maria Stuarda, la sovvenne con ogni industria, nè si
rimase contento finchè non l'ebbe condotta al patibolo: rea femmina
cotesta fu, e adultera e omicida, ma perchè papesca, la scattò
di un pelo che oggi i cattolici non l'adorino sopra gli altari allato
a Pio V: questi scrivendo al duca di Alba per indurlo a spedire
milizie di Fiandra contro Elisabetta aggiunge, _colei che la trincia
da regina l'Inghilterra_[1]; peggio poi quando scrive pel medesimo
intento a Caterina di Francia; allora non si perita appellare
Elisabetta _rea femmina e perfida_; chiarisce com'egli cospirasse ai
danni suoi, e sottecchi aguzzasse ogni ferro per ribellarle i sudditi
cattolici, i quali per gli aiuti procurati alla Francia, non
chiedevano altro, che essere a posta loro soccorsi a rimettere in
trono la Stuarda _loro legittima sovrana_. Dunque per la stessa
confessione del Papa è vera la trama contro Elisabetta? Perchè
dunque la negano gli storici chiesastici? E perchè vanno
fantasticando di amori offesi, e di senili gelosie?
[1] Quæ se pro Angliæ regina gerit.
Questo Papa promosse con tutti i nervi la guerra contro il Turco, la
quale fu conclusa con la famose battaglia di Lepanto; ma non sarebbe
giusto supporre che a ciò lo spingesse senso di civiltà; papa
egli, papa Selimo, però gelosia di mestiere, chè è detto
antico _il vasaio portare invidia al vasaio_. Alle cose lungamente da
me discorse intorno a questa battaglia nel libro _Isabella Orsini_ ho
da aggiungere, che cotesta vittoria rimase senza costrutto perchè
l'anno seguente il Turco uscì in mare quanto prima gagliardo, e i
Veneziani gli cessero Cipro prima cagione della guerra: i Cristiani
poi ci guadagnarono la festa del Rosario, ch'è quella cosa composta
di 150 _Ave Maria_ divise per diecine sotto la presidenza di 65
_Paternostri_ inventata dal frate Alano bretone abitante in Olanda; e
per vantaggino la giunta di _auxilium christianorum_ nelle litanie. La
cronaca di Torres y Aguilera narra come veruna palla o freccia
offendesse il Cristo dipinto nel gonfalone; solo due freccie rimasero
ciondoloni nel campo, le quali, osservate da una scimmia si
arrampicò pei cordami, e quinci strappatele le buttò in mare: su
di che osserva il Prescott, che considerando l'enorme quantità dei
cappuccini e dei gesuiti presenti a cotesta impresa fa maraviglia come
i miracoli fossero tanto pochi.
Nel pontificato di Pio V rimasero soppressi gli _Umiliati_ pel
tentativo di ammazzare San Carlo Borromeo; i frati si erano ridotti a
174 religiosi abitanti in novantaquattro monasteri; immensi i beni, e
del pari immensi i vizi; la Chiesa ne pigliò le sostanze, di cui
parte concesse a San Carlo per instituire seminari, e collegi di
nobili, e di Svizzeri; la quale cosa dimostra come la Chiesa adopri la
facoltà, che oggi contrasta altrui, di torre via religioni o
inutili o dannose applicandone le sostanze ad opere di pubblica
beneficenza.
Innanzi di morire volle Pio V. dare la benedizione al popolo, il quale
non sapeva che farsene; ma tanto è, il Papa benedice sempre
repugnanti, e volenti; di vero, appena morto Roma proruppe in tumulti
come al Caraffa.--Il Cantù ei fa sapere, come Francesco Bacone
certa volta fu udito esclamare: «o che gingillano a Roma a
canonizzare santo questo uomo sovrumano!» Se la cosa sta come il
Cantù la racconta gli è mestiere dire: che al gran Cancelliere
talvolta si ecclissava la mente come pur troppo gli si ecclissò la
morale. Parlando di Paolo IV. ho detto che costui rizzò la forca
allato alla croce; Pio V. remosse la croce, e ci lasciò sola la
forca: predicatore il carnefice. Nella Spagna e nella Italia l'eresia
rimase annegata dentro il sangue, altrove crebbe, e combattè alla
stregua della necessità; il cattolicesimo invece di acquistare
perse i Paesi Bassi. Il Concilio di Trento, e le asperità di Pio
impedirono ogni riforma onde gl'istituti mano a mano rinnovandosi
durano, e il male rinchiuso dentro la Chiesa la divorò come il
cancro: in Italia fra il popolo non si sentì più favellare di
eresie, ma in regioni più alte fu coltivata la filosofia, meno
presta sì, ma più radicale emendatrice di errori; la riforma
aperse appena mezzo l'uscio alla ragione, la filosofia gliela
spalancò tutta; la ragione luterana, o calvinista, o zuingliana, o
valdese procedono impacciate, non sono avvinte di corde, ma di
stringhe sì, la ragione della filosofia si libra per gli spazi
sconfinati del pensiero; fra lei e Dio non occorre impedimento o
ritegno.
Dopo Pio V. gli stati pigliano l'andatura, che conservarono fino verso
il declinare del secolo decimottavo; Pio IV. sente e dimostra, che la
Chiesa ormai senza il ferro dei principi non si regge; sotto Pio V. i
principi si persuasero, che anco gli stati loro andrebbero a rifascio
se sostenuti dalla autorità della Chiesa non impedissero qualunque
spirito che sapesse di libero, ed anco di nuovo; rimase compita la
teoria della reciprocazione di tutte le tirannidi fra loro, quella poi
di tutte le libertà non hanno in qui appreso i popoli.
Qui sarebbe compito il mio assunto, il quale secondo il disegno, piacemi
ricordarlo da capo, consisteva nel dimostrare quale e quanta la
legittimità del dominio del Papa, e se vero, che non mai ne fosse stata
alienata parte da lui: tuttavolta giova accennare come meglio io possa
succinto, le guise per cui la Chiesa s'impadronì di parecchi nobilissimi
municipi, e il perfido governo, che ne fece. I priori di Viterbo durante il
secolo decimoquarto accoglievano seduti fuori delle mura il potestà
inviato da Roma, nè lo immettevano dentro se prima non giurava la
osservanza delle capitolazioni loro: a patti men larghi erasi dato Fano; la
vendita del sale tutta a suo pro; balzelli per venti anni non ne avesse a
pagare; libertà illesa, e diritto di eleggersi chi meglio volesse per
potestà senza bisogno di conferma. Sinigaglia da sè s'imponeva le
tasse, da sè le riscoteva; alla Camera apostolica pagava il convenuto; e
di questo si chiamò contento non che altri Cesare Borgia; e Giulio II.
cacciato via da Perugia il Baglione, si astenne da toccare le sue vetuste
franchigie, aborrì il retaggio usurpato dal tiranno; per lungo tempo
ella pagò al Pontefice un censo annuo di pochi mille scudi; anco sotto
Clemente VII. partecipava alla difesa dello stato con milizie sue proprie;
così pure Bologna, la quale conservò le sue libertà municipali,
amministrò le sue entrate da sè, manteneva milizie proprie, e pagava
il legato del Papa; non diversa Ravenna, e le città di Romagna tutte,
che liberate dalla dominazione del Borgia, furono da Giulio II. ricevute a
patto. Non sempre i governatori erano prelati; all'opposto bisogna
confessare che le città stesse imploravano magistrati chiesastici, dai
laici rifuggivano: dentro le città prima per necessità, poi anco per
uso di discordia antico, il popolo minuto avverso al popolo grasso, il
popolo grasso sospettoso dei nobili, i nobili nemici a tutti; i municipi
stessi se non sempre contrari fra loro, di rado concordi; onde le assemblee
provinciali attecchirono; così i principi e gli stati comporsi in lega o
non seppero, o non vollero; i popoli eziandio rimasero disgiunti,
bellissime gemme di collana sfilata, onde la causa perpetua della nostra
nullezza politica. La poca virtù dei governati, anzi le ree passioni di
loro provocarono i governanti ad asservirli, come ordinariamente succede; e
poi maledicono al tiranno come cosa fuori di loro, e cadutagli addosso a
mo' di _aereolito_, mentre egli nasce dalla servitù ch'essi chiudono
dentro nel sangue. Allora nel rinnovamento dei patti di dedizione il prete
astuto allunga la mano, e quando si tratta di franchigie da tasse aggiunge:
«finchè per cause gravissime a me non piaccia altrimenti,» se di
giudizi criminali da definirsi dai potestà eletti dal municipio, il
prete mancino arroge: «eccetto nei casi di maestà e simili, ai quali
piglierà parte anco il Governatore.»
I borghesi proviamo operosi, e pacifici, cupidi di guadagno, odiatori
degli uomini, e delle cose capaci a sturbarlo di presente; del futuro
non sanno; quando la vista di qualcheduno di loro si distende molto
non passa la lunghezza del braccio con che misurano la pannina,
però inchinevoli ad abbietarsi davanti chiunque loro accerti vita
tranquilla, e commerci sicuri; talvolta se li difendono da sè, e
allora tu li sperimenti feroci così, che Leonida alle Termopili si
stinge a petto del borghese, che pugna per la sua bottega; non
pertanto indi a breve caglia, chè la fatica lo uggisce, e il
pericolo lo impaura; se taluno sorge a schermirlo davvero, ei
volentieri lo paga con pecunia, con subiezione, e con la libertà. I
nobili per converso schifano la fatica; ai guadagni tirano anch'essi,
e come! ma bisogna sieno grossi; onesti non importa; storia questa non
pure antica, ma odierna, anzi modernissima; però in ogni tempo
armeggioni, arruffatori per allungare le mani in quel del pubblico:
mestieri loro tiranni, e ladri; di altro non s'intendono. A simile
maledizione aggiungi l'altra delle parti guelfa, e ghibellina,
attutite sì, non però spente, le quali dividevano non solo
cittadino da cittadino, ma eziandio città da città. A Fano i
borghesi si costituirono in lega chiamata in _Santa unione_ di cui
questo, lo scopo: «i pacifici si uniscone per opporsi alle ruine, e
agli omicidi i quali non si limitano a desolare le famiglie dei tristi
che li commettono, ma offendono altresì quelli che intendono
mangiarsi in pace il pane guadagnato col sudore della propria
fronte.» Di siffatti istituti vedemmo esempi nella Spagna, e ai
dì nostri in Italia; ma poichè operavano separati dal Governo,
furono da questo aboliti, ed a ragione, chè lasciandoli crescere
avrebbero costituito uno stato dentro lo stato, o piuttosto lo
avrebbono sovvertito, molto più che lo stato vecchio patendoli
veniva a confessarsi inetto a mantenere la sicurezza pubblica, vale a
dire, al fine pel quali i governi si fanno. Piacquero all'opposto ai
preti, però che per causa di religione sottoponendosi a loro senza
fatica e senza spesa si trovarono in mano uno arnese stupendo per
riuscire; essi pertanto benedicevano cotesti istituti, li spruzzavano
di acqua santa, con le indulgenze li santificavano, li presentavano
con gonfaloni, e bandiere; tuttavolta non importa nè manco
avvertire com'essi venuti in mano al prete non servissero già allo
scopo proposto; al contrario senza pure addarsene servissero a
perpetuare la discordia fomentata da costui; nè calunnio io,
dacchè il governatore di Romagna G.P. Ghisilieri tale ragguagliava
Gregorio XIII: «siccome il popolo disunito facilmente si domina,
così difficilmente si regge quando è troppo unito.»
Oltre gli umori tra nobili, e borghesi una mala peste ingombrava le
campagne, ed erano le famiglie di contadini collegate fra loro a modo
di tribù; anch'esse assumevano nome di guelfe e ghibelline, ma
agevolmente lo mutavano; in questo solo ferme, saccheggiare più,
che potessero: non importa dirne il nome, basta la infamia; e di
queste ai preti resse il cuore valersi per rendere subietti cui in
loro fidò; nè ai tempi nostri i Prelati romani diversi; solo tu
vogli ricordare le centurie di Gregorio XVI, e i masnadieri benedetti
di Pio IX.
Talora o perchè si sentissero stringere troppo o per quale altra
causa i municipi si rivoltavano, e collegati insieme si opponevano
alla crescente tirannide; qualche volta anco soli, e la storia ricorda
Ravenna, la quale dichiarò volersi dare ai Turchi piuttostochè
patire la pretesca oppressura. Faenza, pontificando Lione X, cacciò
via gli Svizzeri, i quali comecchè valorosissimi fossero, ebbero di
catti fuggirsene, tanto può la pazienza offesa del popolo; in pari
modo il popolo d'Jesi, assalito e vinto il governatore papalino
esigente cose improntissime, lo bandiva dalle mura; però da queste
sommosse non ne usciva libertà, sibbene raddoppiata tirannide, onde
sovente sorse ragionevole sospetto i preti le provocassero per cavarne
argomento ad opprimere. Di fatti, Ancona pagava al Papa tenuissimo
censo; crescendo ella pei commerci a florido stato, di un tratto
glielo crebbe; il quale aggravio da lei non si comportando ruppe a
rivolta, ed assaltato il castello lo prese; si venne agli accordi, ma
Clemente VII trucidatore della libertà della sua Patria, non era
uomo di certo da rispettare quella di Ancona; sotto presto di
difenderla dai Turchi fabbrica la cittadella; non anco condotta a
termine alla sprovvista manda fanti, e cavalli ad occupare una porta
della città; poi il condottiero delle armi va difilato al palazzo
degli anziani, e significa loro che il Papa vale e vuole regnare
assoluto: gli anziani piegano il collo e spulezzano; alla città
è messo un duro freno a rodere Benedetto Accolti legato piglia in
appalto l'entrate di Ancona per 20,000 Scudi all'anno: ordine questo,
che praticato un dì nelle terre della Chiesa, dei Turchi oggi
vediamo accolto eziandio dai governatori del regno italico. Dopo
ciò il regno del terrore; gli antichi statuti manomessi; tolte le
armi; i maggiorenti banditi, dai pubblici uffici la più parte dei
cittadini esclusi, taluni presi, e decollati, e i capi loro esposti in
mezzo a ceri accesi sopra un tappeto nero nella piazza del mercato.
Questi i titoli di dominio della romana corte sopra Ancona.
E poichè Roma tiene della natura della lupa, la quale dopo il pasto
ha più fame di pria, oppressa Ancona, si volta a Perugia a cui di
subito cresce il prezzo del sale niente meno che il doppio; la
città si oppone, e il Papa scomunicatala prima le intima la guerra;
i Perugini non se sbigottendo punto depongono le chiavi della città
a piè di un Cristo drizzato in piazza, e deputano venticinque
difensori alla tutela della Patria. Basta l'animo per meritare la
propria salvezza non basta per provvedere alla comune: i venticinque
non seppero raccogliere forze e pecunia, e lo avessero anco saputo non
avrebbero potuto rendersi gagliardi su le armi da fronteggiare
Pierluigi Farnese, che mosse ai danni loro con bene 10,000 italiani, e
3,000 spagnuoli; e' fu mestieri mandare oratori i quali con la corda
al collo, vestiti a scorruccio chiedessero inginocchiati perdono al
Papa di avere avuto ragione. Questo il perdono del Papa; le armi
cedute, ogni franchigia tolta, dei venticinque difensori fuggiti le
case a terra, il consueto morso di una cittadella imposto; tutto il
governo ridotto in un'ufficiale eletto dal Papa di cui il nome basta a
chiarirne il compito: «_Conservatore della obbedienza alla
Chiesa_.» Qualunque gravezza d'ora in poi i Perugini avessero a
sopportare senza dire un fiato.
Ora considerino i discreti, comecchè religiosi e cattolici, se
veramente il Papa per disfare simili nequizie sia facultato dalla
parte di Dio ad opporre il _non possumus_.
Quasi correndo adesso io compirò l'arringo toccando dei Papi fino a
Pio IX non perchè faccia mestiero al mio assunto al quale parmi di
avere soddisfatto, ma sì perchè a causa della lunga laguna si
verrebbe a perdere la tradizione dei Papato, quantunque a cui poteva
averla smarrita troppo bene gliela fece risovvenire l'enciclica, e il
_sillabo_ di Pio IX. Fu Ugo Buoncompagno uomo di vita gioconda, non
imperito di giurisprudenza, nei negozi versato, di costumi facile,
conobbe amori verecondi, ed ebbe un figlio, ch'egli amò ma non
promosse a scapito della Chiesa, tenendolo sempre nei limiti di
decente agiatezza non mai lo chiamò parte delle faccende di stato;
molto meno consentiva usurpasse l'autorità principesca, onde certa
volta ch'ei si attentò liberare di prigione due giovani amici suoi
di studio lo bandì da Roma senza remissione, e lo avrebbe privato
di ogni suo ufficio se le preghiere della sua sposa contessa di Santa
Fiora non erano; non fu avaro, non violento, anzi propenso a donare, e
benigno, e nondimanco acconsentendo alla spinta perversa di Roma
quando gli giunse la nuova della strage, che piglia nome di san
Bartolommeo, ordinò gazzarra al Castello Santo Angiolo con lo sparo
di tutte le artiglierie, e fece falò; inoltre rendeva solennissime
grazie a Dio, e bandiva un giubbileo perchè gli universi cattolici
n'esultassero.
E tutto questo pareva poco per manifestare la letizia infinita del
fatto, sicchè allogava a valenti pittori parecchi quadri che
rappresentano, il primo Coligny investito da un sicario cattolico
mentr'esce dal Louvre; l'altro la strage orribile degli Ugonotti; il
terzo Carlo IX che in Parlamento si vanta di avere sollevato il boia
in cotesta fatica; questi quadri durano tuttavia nel Vaticano nella
sala appellata dei _Re_ (e ci stanno bene) la quale precede la
cappella sistina. La memoria di cotesta scalleraggine compariva
raccomandata anco troppo alla esecrazione pubblica, ma non contenti i
preti degli affreschi vollero commetterla anco alle medaglie; di vero
Gregorio XIII ne fece coniare una, e stupenda la quale certo gesuita
dabbene ci descrive così: _da un lato rappresenta il macello
orribile esegito da 60,000 uomini degli eretici nella capitale, nel
corso di tre giorni e di tre notti, secondo il consiglio di Dio
sovvenuti dal suo aiuto celeste_[1]; dall'altro è la immagine del
buon Gregorio. Per colmare lo staio il santo Padre spediva in Francia
legato _a latere_ il Cardinale Orsino con la istruzione, che _insista
fortemente perchè la cura tanto bene incominciata co' rimedi
bruschi non guasti con importuna umanità_[2]; in così degna gara
è naturale non volesse rimanersi addietro Carlo IX, ond'egli pure
commise una medaglia dove da una parte si mira con un mucchio di
cadaveri sotto i piedi, e dall'altra un fascio di allori fra gigli,
corone, e collari di San Michele. La Convenzione provvide, sotto la
finestra del braccio del Louvre, che sporge di più sopra la Senna,
si murasse una lapide con la iscrizione: _di_ _qui l'infame Carlo IX
di esecranda memoria bersagliava il suo popolo con lo schioppetto_.
Napoleone Bonaparte la fece levare; deliberato di crearsi tiranno
s'imparentava con ogni regia nequizia: ora i re, secondo loro natura,
uno la ripiglia per l'altro.
[1] non sine Dei ope, divinoque consilio eam stragem
perpetratam esse in numismate percusso docuit Gregorius.
[2] insistat fortiter neque curam asperis remediis
inchoatam prosphere perdat leniora miscendo.
Gregorio quando avesse voluto operare diversamente non sarebbe
riuscito, imperocchè oggimai i gesuiti, e i teatini si arrogassero
verso i Pontefici l'ufficio che i profeti giorno esercitavano co' re,
e co' sacerdoti d'Isdrael; cresciuti nel deserto, custodi rigidi delle
vetuste discipline, di repente comparivano per rampognare, punire, e
correggere; assillato da cotesti mali cristiani, fino con 400,000
scudi per volta sovvenne Carlo IX nella impresa di lacerare da cima in
fondo la Francia; da lui prese vigore la lega contro Enrico III,
Enrico IV, quegli ucciso, questi ribenedetto dai preti perchè
picchiava forte, e spesso: egli istigatore delle ribellioni d'Irlanda
contro Elisabetta; egli irrequieto sollecitatore della guerra di
Spagna contro la Inghilterra; e in quella il Vicario di Dio parve
capire alla rovescia lo intendimento del suo padrone, però che una
ventata delle solenni mandasse a rotoli la grande _armada_; onde
Elisabetta, anch'essa, coniò la sua brava medaglia con le navi
spagnuole sottosopra, e il motto: _affiavit Deus et dissipatti sunt_.
Così degli uomini chi piglia Dio per un lembo, e chi per un'altro
secondo le sue bizze, ed egli infinitamente buono compassiona la
follia di tutti e si lascia fare.[1]
[1] Prova dell'arrogante potenza abbilo in questo, che mentre la
gente tremava al solo pensiero di provocare l'ira di Sisto V, al
gesuita Francesco Roledo, quando costui promesse a cardinale il
Gallo suo servitore, bastò il cuore di predicargli in faccia:
«allorchè si conferisce un'officio pubblico in mercede di
servizi privati si pecca: non perchè uno sia buon coppiere, o
scalco gli si commette senza nota d'imprudenza un vescovato ed un
cardinalato.»