A questo Papa dobbiamo il lunario cioè commise lo acconciasse a un

Lilio calabrese, perchè i Papi da per loro non saprebbero nè

manco fabbricare lunari; in compenso rovesciò sul paese questi

altri danni: non volendo imporre nuovi balzelli sul popolo, e d'altra

parte abbisognando di danaro cominciò da sopprimere franchigie,

privilegi, e fin qui fece bene; poi sottopose a dazi la tratta dei

grani e qui fece male: inoltre ricercato sottilmente quali fossero i

beni feudali commise s'investigasse se fossero ricaduti alla Camera o

per linea estinta degl'investiti, o per censo insoluto e così

trovando si comperassero senza misericordia; prescrizione di tempo

remotissimo non bastava, conveniva produrre la prova del dominio; cosa

non pure difficile, ma impossibile; di qui universale sgomento; veruno

o pochi si tenevano sicuri; taluni erano spogliati; troppi più

tremavano di restare in camicia; agl'Isei levaron Castelnuovo, Corcona

ai Sassatelli, Lonzano e Savignano ai Rangoni de Modena, Alberto Pio

per evitare liti rendeva a patto Bertinoro; ma non si contentò la

Camera; ella volle anco Verrucchio: dopo lo sbigottimento, come

succede ecco sorgere il desiderio di resistenza, e col desiderio un

legarsi, un raccogliere armi; per ultimo un prorompere in manifesta

rivolta; rovinati per rovinati, dicevano i feudatari, giova morire con

le spade in mano per la salvezza dei nostri beni. Impedita la

libertà di commercio da questo Papa ignorante Ancona decadde per

risorgere mai più; dalle economie manomesse nacque perturbamento

nell'amministrazione, si rinfocolarono le parti, e procedendo di male

in peggio da prima le furono soperchierie, e subito dopo omicidi,

assassinamenti, e di ogni maniera immanità. A torme furono visti

masnadieri scorrazzare la Campagna, e le Marche, gli assoluti dai

Tribunali sovente essi condannavano e finivano; i dannati all'opposto

assolvevano, e allora assalito il carcere ne li traevano fuori. Li

conducevano uomini nobili, e prestanti nella milizia, un Piccolomini

principe di Amalfi, un Malatesta, uno Sciarra od altri di minor fama.

Il Papa spediva uno esercito sotto la condotta del suo figliuolo

Giacomo, con facoltà da disgradarne le moderne russe in Polonia, ma

non fece frutto, e ciò perchè essendosi egli alienati con le sue

improntitudini gli animi del re di Spagna, del Senato Veneziano, del

Granduca di Toscana, del Duca di Ferrara, insomma di tutti, questi si

pigliavano diletto a dispettarlo, offerendo asilo nei propri Stati ai

rifuggiti; nè per cosa al mondo consentendo a restituirli. E' fu

mestieri ch'ei concedesse perdono al Piccolomini; dicono, che leggendo

l'indice dei misfatti ch'egli ebbe a perdonare, lasciasse cascarsi

dalle mani il foglio come vinto da ribrezzo, ma gli toccò a provare

peggio, e fu (io lo dirò con le parole della relazione dell'oratore

veneto Priuli) che monsignore Odescalco avendo ottenuto si rendesse

certo prigione al _prete Guercino_ famoso masnadiere conosciuto col

nome di _Re della campagna_ tanto con questo mezzo gli divenne amico,

«che si è fatto suo procuratore per impetrare la liberatione sua

dal Pontefice, la quale era ordinata assolvendolo sua Santità da

_44 omicidi commessi_. Et mentre si faceva la espeditione, è venuta

nova che il ribaldo ha ammazzato _quattro_ suoi nemici in un castello.

Questi tristi se ne vanno di questa maniera burlando della giustitia,

et se bene potriano essere rimessi dalla gran benignità di Sua

Santità, pare non di manco non se ne curino. Niuna cosa più di

questa dà travaglio al Papa, perchè vede il disordine, e la

indegnità grande, pur non sa rimediarla.» Di vero anco questo

estremo oltraggio non gli fu risparmiato, però che offerta la

grazia a certo masnadiero Martinazzo, questi la ricusò dicendo:

«io non so che farmene, mi torna più continuare bandito, che

ridurmi a vivere in casa mia.»

Di Sisto V assai si favella, ma lo conoscono pochi; anco ieri leggendo

non so che Diario, vidi appuntarmi di averlo nel Paolo Pelliccioni di

troppo alterato: e' non sanno quello, che si dicano; non mai sommo

pontefice meritò più di lui il nome di sommo carnefice: nè io

lo infosco, bensì i suoi gesti; di vero quale concetto dobbiamo

formarci noi di un Papa il quale inaugura il suo pontificato con la

impiccatura di quattro giovanetti di Sora per l'orrore di portare

archibugi comecchè mostrassero la licenza del porto di arme loro

concessa da Mario Sforza luogotenente del Duca di Sora? E più tardi

senza nè anco forma di processo intendeva mandare alcuni sciagurati

alla forca, e udito come al suo fiero talento si opponessero le prime

norme della giustizia tempestando esclamava: «orsù processateli,

a patto che me gl'impicchiate prima di desinare, e abbiate in mente,

che stamane ho fame.» Forse parrà troppa la esecrazione al

Vicario di Cristo, al quale mentre altri dimostra non potersi con

l'ultimo supplizio finire un giovanetto per pochezza di anni dalla

legge reputato incapace di dolo, egli ferocemente beffando risponde:

«ciò non tenga, se gli mancano anni per mandarlo alla forca ecco

io gliene dono una dozzina dei miei[1].»

[1] Di Sisto V. nove vite, 4 stampate e 5 manoscritte; delle

stampate sono scrittori _Robardi, Leti, Tempesti, Lorenta_; delle

manoscritte _Gualterio, Galetino, Anonimo_, una altra vita

emendata proprio da Sisto V; poi si hanno _Memorie autografe_

dello stesso Pontefice, ed altre memorie; per ultimo le relazioni

degli oratori Veneti Priuli, Gritti, e Badoero, ed i dispacci

Veneti dal 1573 al 1590.

Danno a Sisto facile la lode di sterminatore di banditi, e ciò

ch'è peggio ai giorni nostri ripetono siffatto resultato doversi

alle immani asprezze di lui, e questo non risponde al vero; al

contrario si deve ai buoni uffici co' quali seppe nei primordi del suo

pontificato conciliarsi i principi circostanti, ond'egli gli ebbe a

provare benevoli quanto malevoglienti Gregorio, per la quale cosa

disperati di asilo, sicuri di non potersi oggimai sottrarre alle

meritate pene scomparvero: essendo anco a quei tempi per esperienza

conosciuto dai rettori di stato non la gravezza bensì la sicurezza

del castigo quella che tira indietro gli uomini da mal fare; la quale

sentenza occorre significata nei ricordi di messere Francesco

Guicciardini con queste parole di oro: «le pene eccessive... non

sono necessarie, perchè da certi casi esemplari in fuora, basta, a

mantenere il terrore, il punire e' delitti a 15 soldi per lira, pure,

che si pigli la regola di punirli tutti.» Di vero, quando Sisto

reputandosi bene assodato prese a fare il viso dell'arme ai principi

non più Filippo II ordinò ai vicerè di Napoli, e di Milano

obbedissero i comandi del Papa quanto e meglio dei suoi; Venezia, e

Toscana gli procederono avverse, e allora, che cosa gli valse segnare

ogni giorno della sua vita col taglio di una testa? Che i campi, le

strade, e le foreste gremite di pali co' capi mozzi fittici su? E che

salutare co' dolcissimi nomi quelli fra i suoi governatori i quali con

maggior copia di teste mozze lo presentavano? Sul declinare della sua

vita i banditi sguinzagliati dai principi tornarono a nabissargli lo

stato; Piccolomini in Romagna, Sacripante in Maremma, Battistelli

nella campagna di Roma; nel luglio del 1590 scorrazzarono fino alle

porte della eterna città: sopra gli altri principi infesto Filippo

di Spagna, il quale non andò immune dal sospetto di avere fatto

propinare il veleno a Sisto.

Ed anco i Baroni romani inaspriti da Gregorio egli si conciliò,

fino a dissimulare l'omicidio del suo nipote Felice commesso per

ordine di Paologiordano Orsino, il quale non si fidando di coteste

lustre si cansò con la sua Accorambona a Venezia; e a torto,

imperciocchè il Papa s'industriasse imparentarsi con le case

baronali Orsini e Colonna maritando due sue nipoti con Marcantonio

Colonna, e Virginio Orsini, assegnando doti, doni, ed elargizioni le

quali a cotesti tempi giudicate mirabili, oggi parrebbero immani; per

certo tra danari, gemme, entrate, e di ogni ragione comodi non

portarono le spose ai loro mariti meno di un milione di scudi per una.

A cui ben guarda in questa agonia d'imparentarsi con le precipue

famiglie baronali d'Italia ravvisa il villano che ha in uggia la

memoria del suo umile stato.--Il nipotismo da Pio V abolito rispetto

ad alienazioni in pro della famiglia del Papa di parte dei domini

della Chiesa, Sisto rinnovò in altra guisa e fu sbraciare a ribocco

entrate, e benefizi ai suoi congiunti. Provvide il cardinale Montalto

di una rendita di centomila scudi fra patrimonio proprio, e benefizi,

250 mila e più glieli donò in case, suppellettili, e vasellami;

poi cariche, offici a fusone tanto che fu estimato ed era il più

ricco cardinale di Roma; così alla stregua gli altri parenti.

Certo non sarebbe giusto censurare Sisto se difettò della notizia

dei precetti economici, che altri in queste faccende più versato di

lui, a quei tempi ignorava; tuttavia anco allora parve strano creare

debiti, e scorticare i popoli: per provvedere a immaginate

necessità. Stupenda mania di Sisto radunare pecunia, tantochè

Gregorio avendo lasciato l'erario al verde Sisto tenne sul serio che

costui avesse commesso peccato grave da doverlo scontare per lo meno

col Purgatorio; per lo che un bel giorno ordinò celebrassero non so

quante messe per l'anima di cotesto Papa morto spiantato. Sisto

pertanto durante il suo breve regno giunse a depositare al Castello S.

Angiolo 5 milioni di scudi di oro; che ragguagliati al pregio della

moneta dei giorni nostri farebbero un 300 milioni di lire; in vari

tempi vincolò l'uso di cotesto tesoro a varie costituzioni, che

volle giurate dai Cardinali, e furono non si spendesse in tutto o

parte eccettochè per riscattare la Terra santa dalle mani del

Turco, ovvero nella crociata universale contro lui, bene inteso

però non prima, che l'esercito cristiano non si sia trasferito a

proprie spese nelle terre degl'infedeli; ovvero se così tremenda

soprastasse la fame al popolo romano, che non sovvenuto perisse; del

pari in caso di moria: ancora, se qualche terra della cristianità

corresse pericolo di cascare nelle mani dei nemici della fede: a

più forte ragione, se fosse minacciato il dominio della Chiesa da

qualunque principe infedele o no, il quale non istesse già su le

mosse, ma fosse già mosso ai danni suoi: per ultimo se senza

spenderci danari non si potesse ricuperare taluna terra alla Chiesa, e

ricuperata conservarla. Questa costituzione corresse l'anno terzo del

suo pontificato dichiarando potesse adoperarsi il tesoro per

guadagnare provincie, o liberarle, a patto però che le dovessero

rimanere in potestà della Chiesa ossivvero, permutarle in altre

più proprie a benefizio di lei: insomma prestare a usura.--

I cinque milioni non furono nè anco quelli ch'egli ricavò dalla

pratica detestabile della Curia Romana, cui egli estese ai limiti

estremi, vo' dire creare nuovi uffici e venderli; di vero trovo come

da 36,550 uffici e cariche venduti egli tirasse scudi 5,547,630;

però depositava 547,630 scudi di meno di quanto aveva raccolto da

questo brutto mercimonio: fra gli offici esposti allo incanto ne

occorrono parecchi singolari, il Soldano ovvero carceriere di Torre di

Nona, i custodi delle _catene_, i Prefetti delle carceri, i Sensali di

Macerata, e perfino 100 Giannizzeri! Sicuro, il Papa teneva presso

sè i suoi Giannizzeri nè più nè meno come il Turco, e ne

raccattava la somma di scudi 68,000. Instituì ancora undici

_monti_, tre vacabili, e otto no; ovvero imprestiti redimibili, e non

redimibili. Ora bisognava pure in qualche parte pescare il danaro per

sopperire al soldo degli uffici venduti, e all'interesse dei monti,

che nel sottosopra puoi calcolare un venti per cento, epperò un

milione, e più di scudi; quando egli fu assunto al pontificato

scrivono la rendita della Chiesa sommasse a 1,746,814 scudi; alla

morte di lui toccava i 2,576,814 scudi, che fanno 830,000 scudi di

vantaggio; i modi, ch'ei pose in opera diversi affatto dagli usati da

Gregorio, o sia che non ci fosse più nulla da levare di sotto ai

feudatari, o sia, che Sisto volesse gratificarseli quanto gli aveva

tribolati il suo antecessore: tutto sottomise a dazio, grano, vino,

olio, le sostanze alimentarie di prima necessità, che più? Fino

le povere alzaie, che tirano sul Tevere contro corrente i navicelli in

compagnia dei bufali ebbero a pagare il balzello: alterò la moneta,

e barattatala con la buona, anco questa dopo averla falsata rivendeva:

buttò a terra il commercio aggravandolo di due per cento sul valore

delle merci introdotte nella città; le quali cose considerando il

Leti, quantunque si palesi ammiratore dei modi di amministrare di

Sisto, non può astenersi da confessare: «lasciò il popolo

così angariato, che da quel tempo in poi.... non si è sentito

parlare che di povertà e di miseria avendo continuato i popoli ad

essere esangui, e meschini.» Narrano come coteste diavolerie gli

mettesse in capo certo ebreo portoghese chiamato Lopez, ma io noto,

che i Preti nel magistero di piluccare danaro non hanno mestiero

d'insegnamento, e possono tenere cattedra; di consigli non voleva

saperne; in altri negozi talora si accomodava, ma in quanto a fare

quattrini Sisto non pativa avvertenze; però avendo consultato il

cardinale Albani di Bergamo, che cosa gli paresse del dazio sul vino

rispose: «io approvo tutto quello, che piace a vostra Santità,

tuttavolta, veda, approverei con più cuore, se questa tassa a

vostra Santità dispiacesse.» Quando la tirannide imperversa

questa opposizione apparirà anco troppa.

Celebrano autori così chiesastici come laici la magnificenza di

Sisto nell'ornare Roma di fabbriche eccelse, e veramente meritano

lode; però non fu, come pure si doveva avvertito, che spesso le sue

costruzioni attestano altrettante distruzioni, ovvero trasformazioni;

il famoso Settezzonio di Severo, reliquia davanti alla quale sembrava

si fermasse il Tempo per ammirarlo non per distruggerlo fu abbattuta

da Sisto e ne fece trasportare le colonne a San Pietro; gli era

entrato l'uzzolo addosso di buttare giù ogni cosa, tra le altre il

sepolcro di Cecilia Metella monumento illustre dei tempi della

Repubblica; i romani atterriti da questa salvatichezza fratesca, gli

stessi cardinali, eziandio quelli che più zelavano la fede

cattolica si misero intorno al Papa scongiurandolo a deporne il

pensiero, ai quali egli rispose: «che avevano torto perchè egli

aveva avuto in mente di torre via le turpezze, sostituendo edifizi

degni di ammirazione.» A malincuore pativa albergare nel Vaticano

le statue di Apollo e di Laoconte; dal Campidoglio poi risoluto le

mandò via; anzichè sopportarcele gli avrebbe dato fuoco: ebbero

ad esulare dalle sedi terrene Giove e gli altri Dei consenti come

già furono banditi dalle celesti: la terra e il cielo governano

fati inesorabili! solo trovò grazia al cospetto del Sacerdote del

nuovo Dio Minerva a patto, che deposta la lancia pigliasse la croce;

così Pallade cecropia fu vista con l'elmo in testa, la gorgone sul

petto, e la croce in braccio in sembianza di convertita alla religione

cattolica romana. In pari guisa, remossa dalla cima della colonna

traiana, l'urna la quale, secondo che ricordava la fama, conteneva le

ceneri di Trajano, ci fece porre la statua di bronzo dorato di San

Pietro, e gliela dedicò, per guisa che sembra lo Apostolo abbia

operato le imprese contro i Parti e i Daci non già Traiano; non

diversamente si comportò con la colonna antonina eretta dalla

pietà di Marco Aurelio al suocero benemerito Antonino Pio, Sisto la

incoronò con la statua di bronzo dorato di S. Paolo e gliela

offerse in dono, onde S. Paolo a questo modo sembra il domatore dei

Marcomanni, impresa che si contempla scolpita a vitalba intorno alla

colonna: in entrambe Sisto procurò s'incidesse il suo nome, e se

così giovasse, a poca spesa acquisteremmo nome di supremo

fabbricatore fra quanti vissero e vivranno figliuoli dell'uomo. Degli

obelischi non parlo anch'essi dallo Egitto trasportati a Roma dapprima

onorarono gli astri, poi gli uomini. Sisto parve quasi un Nume per

averli drizzati sopra la base, in Egitto coloro che li svelsero dalle

viscere della terra non furono tenuti per superiori agli uomini.

Storici che scambiano la storia co' panegirici gli attribuiscono

molti, e sperticati disegni; tra gli altri quello del taglio dello

stretto di Suez, che avrebbe tronche le ale al moderno Lesseps; forse

egli potrà averli concepiti, ma per uomo di stato piccolo vanto

è questo; imperciocchè d'immaginazioni Ludovico Ariosto sapesse

partorirne più stupende; il nodo sta a chi governa di attendere a

cose proporzionate alle forze, e con indefessa cura ridurle in atto e

compirle. Rispetto a politica terminò peggio di Gregorio XIII

essendosi inimicati il re di Spagna, e i Guisa senza guadagnarsi

Enrico IV, che non fatto capitale di lui, anzi contro lui si propose

re alla Francia; se cotesto re, abiurate le dottrine tornava in grembo

alla Chiesa, ciò accadde più tardi non per opera di Sisto

bensì per quella di Clemente VIII.

Notai come la fede cattolica prevalesse a furia di fuoco, e di forca

in Italia e nella Spagna; adesso mi occorre aggiungere che parve anco

volesse allagare sempre a modo di lava nei Paesi-bassi, in Francia, in

Germania, e perfino nella Svezia, ma l'arco teso si ruppe; la ragione

calpestata levò la testa tornando più gagliarda alle lotte, che

all'ultimo non perde mai, anzi qui in Italia dove il trionfo del

cattolicismo sembrò intero cosicchè i Preti pensarono potere

tornare in ballo co' miracoli di Madonne, che piangevano, ridevano, o

favellavano, e talora apparivano traverso un pagliaio, tale altra su

di una siepe; qui nella potente Italia cessati gli studi teologici, e

la opposizione scolastica lo ingegno si raccolse pigliando a

consultare il _manoscritto originale di Dio_, vale a dire l'universo e

la natura, buttati via i libri dei dottori: anco qui la Chiesa romana,

quasi per istinto avvertita del pericolo, accorse a spegnere; a che

prò? Ella non poteva immaginare, che meglio di venti cattedre

avrebbe distrutto l'ammasso dei suoi errori un fornello di chimica;

gl'Italiani devono, per così dire, ringraziare i Papi se scacciati

dal sentiero dove sarebbero riusciti calvinisti, o luterani, o

socciniani trovarono la strada della filosofia: le sette più o meno

si proposero a fine la riforma, emenda, non estirpazione di errore; la

filosofia di altro non si appaga, tranne dell'assoluta verità.

Senza jattanza, per me credo, che verun popolo al mondo racchiuda in

sè come lo italiano nostro istinto ed attitudine non di riformare,

bensì di trasformare la vita della umanità.

Seguono tre Papi, che poco fanno e male: dirò succinto di loro.

Intanto è degno di considerazione grandissima come secondo tira il

vento gli uomini mutino voglie e concetti. Nella politica occorrono di

tre maniere teorie, talune precedono più o meno lontano i fatti e

queste talora imbroccano, e talora no; altre sorgono contemporanee ai

fatti, e queste quasi sempre troviamo fallaci perchè più che da

ragione dettate dalla passione; altre poi si cavano fuori dalla

materia dei casi accaduti; e queste per ordinario danno ottimo

argomento di governo. In questi tempi furono sposte teorie strane e

per la sostanza, e per gli uomini, che le professavano; i chiesastici,

i gesuiti, soprattutto il più assoluto diritto dei popoli per

isgararla contro principi eretici bandivano: il solo Papa preposto da

Dio al potere spirituale; non così al temporale; nondimanco anco

questo gli sottostà a mo' che il corpo serve all'anima: certo il

Papa per ordinario non esercita autorità alcuna sopra le leggi

degli altri stati, ma se il principe negasse ostinato una legge

necessaria alla salute delle anime, ovvero volesse imporne un'altra

dannosa il Papa non solo può ma deve ordinare la prima ed abolire

la seconda.--Errore solenne credere, che Dio abbia conferito

all'individuo facoltà regia, ei la concesse al popolo universo;

però in lui il potere, e in lui la facoltà di torlo ovvero darlo

altrui; così il Bellarmino, il Sa negli Aforismi pei Confessori

cavati dalle sentenze dei Dottori, Suarez ed altri parecchi: il

Mariana nel trattato del Re, e della sua instituzione detta il

panegirico di Giacomo Clemente il quale innanzi di uccidere Enrico III

volle consultarsi con teologhi profondi in divinità: un'altro

gesuita, il padre Boucher predicava: veruno potersi presumere

legittimo re se non eletto dal popolo; solo un confino posto alla

libera volontà di lui, e questo consistere nella scelta dello

eretico; dove ciò faccia, la maladizione di Dio gli cascherà sul

capo. Quando innanzi al Parlamento di Francia si deliberava sul

partito della cacciata dei Gesuiti comparve un libretto di massime

tratte dagli scrittori chiesastici, massime Gesuiti ostili ai

principi, e come i Francesi costumano quando la vogliono spuntare ne

diffusero a centinaia di migliaia anco per la Italia, e per la Spagna;

oggi a ristamparlo in Parigi ci sarebbe il caso di rifinire in

prigione. Simili dottrine poi non mica invise al popolo, all'opposto,

da lui professate smanioso come quelle, che servivano al suo talento

di contradizione, ch'è l'anima dell'anima del popolo francese, e

Filippo II (mirabile a dirsi!) travolto dall'agonia di soverchiare la

Francia le accetta, e le promuove anch'egli potendo più in lui la

rabbia di nuocere agli emuli, che la necessità di provvedere a

sè.

Per converso i protestanti sovvertitori nella fede, procedevano

conservatori nella purità della monarchia sostenendo: Dio solo

impone i principi al genere umano; a lui il diritto di suscitare, e

atterrare, concedere, ovvero torre la potestà. Certo ai dì

nostri il Signore non cala sopra la terra per regalarci un re, ma per

virtù sua ogni stato osserva certe leggi nella elezione del

principe; per modo, che se un principe venga promosso a norma di

quelle, si può dire, che la voce di Dio ammonisca i popoli ad

obbedirlo per re; da lui poi pendono i re avvenire per diritto

legittimo di successione. Alla legge bisogna stare; se la si potesse

offendere sotto pretesto delle colpe del principe, addio stati; la

eresia non libera dall'obbligo della obbedienza, perchè in ciò

che offende Dio non hai ad obbedire; nelle altre cose sì.--

Appena però il Papa, e i re ebbero messo in comune manette, sbirri, e

carnefici, la Chiesa buttò via le dottrine sovvertitrici; da quel giorno

in poi, ella non rifina mai bandire che i popoli hanno ad obbedire sempre

ai re, e in tutto e per tutto; e non le mancano autorità; prima Cristo,

dopo Paolo: il primo lo volle significare col detto: «date a Cesare

quello, ch'è di Cesare.» più chiaro l'altro: obbedite ai principi

_etiamtsi discolis_. Passione vince prudenza anco nei savissimi, sicchè

a seconda l'interesse più urgente l'uomo stesso sostiene a volta a volta

il diritto, e il rovescio; e talora eziandio nel medesimo punto, donde la

perdita di reputazione nelle autorità e la voglia nei popoli di

sovvertirle quando cascano in dispregio.--

Chi volle ridurre il processo del Papato a teorie afferma, che il

Conclave tenne nello eleggere i Papi questa ragione, al rigido surroga

il mansueto, al parziale per Francia lo zelatore per Austria; ma non

pare vero, almeno sempre; e così essendo siffatte alternative

accadono non mica per consiglio, bensì per irrequietezza dei

cervelli umani. Di vero, che Giovambattista Castagna ovvero Urbano

VII. sostituito a Sisto V. si sarebbe mostrato diverso da Sisto non

comparisce; anzi sembra lo indicasse egli stesso, allorchè sedendo

a mensa con altri cardinali e con lui non rinvenne pera, che non fosse

fradicia esclamò:--è tempo che le pere cessino; Urbano VII.

durò nel papato non bene intere due settimane: ombra che segna la

sua apparizione su le pareti del Vaticano e passa.

Lo assedio di Roma · 第 41 / 63 段