Roma caduta in queste angustie ecco piglia partito: Pio IV astuto

subodora uno astuto, il cardinale Morone, e lo invia a negoziare con

Ferdinando; lui vinto, agevole ogni cosa, però che con lui i

Francesi si accontassero, e Filippo II per sangue, e per reverenza

assai gli deferisse. Duro intoppo non chè persuadere, blandire lo

imperatore, il quale si mostrava indracato perchè delle sue

proposte di riforme non avessero fatto caso, e perchè il Papa,

mercè le istruzioni ai legati governasse a modo suo il Concilio, e

tuttavia il destro prelato sul primo punto diede ad intendere, che se

le proposte dello imperatore non erano state messe innanzi al

Concilio, non si poteva sostenere poi che non si fossero avute nella

considerazione, che meritavano, imperciocchè talune di loro

avessero fornito argomento a speciali decreti: non potersi negare e

non negava la ingerenza soverchia di Roma nel Concilio, ma i Principi

via, co' propri ambasciatori non s'industriavano sempre scavalcare

Roma? E quì il cardinale usò l'estremo dell'arte pretesca, e

della sottigliezza italiana per dare ad intendere a Ferdinando ch'egli

voleva gittarsi nelle sue braccia, in tutto e per tutto contentarlo, e

al punto medesimo non cedergli un capello quanto ad autorità del

Papa.--Torre ai legati la facoltà di proporre riforme per

concederla ai vescovi tornava lo stesso, che mandare a soqquadro non

pure la Chiesa, bensì lo Stato; ponesse mente lo imperatore alle

improntitudini vescovili, alle incessanti pretensioni loro; non avere

mestieri incentivi i sudditi laici o no a contradire l'autorità: di

punto in bianco i governi di monarchie si sarieno convertiti in

oligarchici per diventare in breve democratici: lasciava giudicare al

suo senno, se imperatore o Papa per voglia di bisticciarsi, avessero a

dare le mani per fabbricare di questa maniera trabiccoli: ecco, si

sarebbe potuto assettare la faccenda così; non i vescovi sibbene

gli ambasciatori dei principi commettessero ai legati del Papa di

proporre al Concilio quanto reputassero spediente, con facoltà di

proporlo eglino stessi caso mai i legati si rifiutassero; altri punti

concesse il Morone o finse concedere, e per compenso lo imperatore

ammollò intorno a parecchie pretensioni, e principali fra queste la

_riforma del capo_, e la dichiarazione se il Papa sia o no superiore

al Concilio?

Il re di Spagna fu condotto a piegare in grazia di certo contrasto

d'interessi che preme conoscere: i capitoli delle chiese spagnuole

possedevano privilegi esorbitanti sicchè sovente contrastavano ai

vescovi; di più i prelati spagnuoli avevano mosso querela al

Concilio dei carichi co' quali gli opprimeva il governo; e poichè

questi formavano parte non piccola delle entrate del re ne veniva che

mentre i prelati s'industriavano a ripigliare il perduto, egli

mulinava la guisa di tosarli più rasente alla pelle, che mai;

invece poneva ogni diligenza in ampliare la potestà dei vescovi

come quelli che pochi essendo più facilmente potevano corrompersi,

od atterrirsi: quindi il compito del Papa non pure diverso ma

contrario a quello del re, però egli promoveva a spada tratta

gl'interessi dei capitoli; democratico con la Spagna, despota in

Germania: ma poichè Filippo senza la Chiesa non poteva fare, si

convenne il Papa tenesse in freno i capitoli, il re ordinasse ai

vescovi di procedere meno arroganti, e questi di un tratto sommessi

troppo, come troppo per lo innanzi impronti così passarono il segno

della obbedienza verso Roma, che il re, quando ei furono tornati a

casa, ebbe a dire loro «mi rallegro con le signorie vostre, che

andati vescovi al Concilio hanno saputo tornarne vicari.»

In Francia governa sempre un'uomo, che qualche volta fu re, e spesso

no; la forma politica non fa caso, repubblica o monarchia bisogna, che

ella serva un padrone, e padroni per ora erano i Guisa, di cui

gl'interessi li spingevano a mostrarsi zelaori rigidissimi della

Chiesa; però protessero il Papa e ne furono protetti, rimossero le

gozzaie, blandirono gli umori, dove il danaro valse non istettero su

lo spilluzzico s'interposero mediatori felici tra i principi e Roma,

onde il Papa più volte e in occasioni solenni ebbe a professarne al

cardinale di Lorena ampissime grazie.

Pertanto il Papa accordatosi co' principi venne di leggeri a capo di

ogni difficoltà; anzi per meglio tenerseli bene edificati renunzia

alla riforma, che anco di loro doveva decretare il Concilio; quanto

alla sua la promette sconfinata; solo lascino fare a lui, nè essi,

nè il Concilio se ne mescolino.

Intorno al diritto esclusivo dei legati pontifici a proporre partiti,

il Papa collo imperatore si erano accordati, e dicemmo come; restava

ad assettare lo screzio con gli Spagnuoli, i quali essendosi

spencolati a contrastarlo ora non vedevano passatoia per uscirne con

decoro, ma ecco pronto il Morone a trovare un sutterfugio il quale

consistè nella dichiarazione, che ad ogni prelato spettava il

diritto di chiedere e dire quello che a lui Papa era concesso

chiedere, e dire secondo gli antichi Concili: la parola _proporre_

posero sotto lo staio.

Rispetto alla residenza dei vescovi pretesa di istituzione divina, ed

alla incompatibilià dei Cardinali di tenere vescovati, abbazie, e

benefizi curati e' fu fatto un empiastro; all'arcivescovo di Granata

non garbava, e si ammanniva a contrastare in isgravio della sua

coscienza; ma il conte di Luna lo persuase, che se la coscienza non

gli consentiva a parlare contro il suo convincimento, nulla ostava a

farla tacere: pertanto fu dichiarato, nel decreto, che i vescovi, e i

cardinali, non potessero lungamente stare lontani dai vescovadi, e

dagli altri benefizi con la cura delle anime; tale essendo il precetto

di Gesù Cristo; così di scancio fu decretato, che i cardinali

potessero possedere vescovadi, e abbazie, e che la residenza dei

vescovi non era di diritto, bensì raccomandata da Cristo. Il

Cardinale Morone poi promise, che una volta affermata l'autorità

del Papa a forma del Concilio fiorentino, avrebbe consentito si

dichiarasse la residenza dei vescovi di diritto divino, ma anco queste

l'erano lustre sapendo che del Concilio di Firenze veruno voleva

udirne parlare, e i vescovi o si accorgessero del tranello o no,

abboccarono.

Composti a questo mo' gl'interessi del corpo, gli altri dell'anima

aggiustaronsi di rincorsa; nelle tre ultime sessioni fu provvisto alla

ordinazione, al matrimonio, alle indulgenze, alle immagini, al culto

dei santi, e ad altre parecchie non lievi riforme. Non mai Concilio fu

iniziato con intenzioni, ed anco con atti così ostili a Roma, e non

mai alcuno rimase concluso con maggiore servaggio verso l'autorità

pontifica; e non reca stupore, imperciocchè i prelati sovvenuti in

prima nella opposizione dai principi trovandosi allo improvviso

derelitti s'industriarono con la nuova sommissione ricattare la

protervia antica. Il Papa, che si volle riformare ne uscì assoluto

peggio che mai, molto più, che con una Bolla, vietò che altri

chiosasse, e interpretasse le dottrine del Concilio, ed instituì

una Congregazione di Cardinali deputata a interpetrare i decreti del

Concilio; e di che sappia la facoltà d'interpretare in mano a Roma

ogni uomo conosce; significa leggere nel Vangelo bianco, dove sta

scritto nero.--Despota peggio che mai uscì il Papa dal Concilio di

Trento, ed è vero, ma despota di seconda mano, arnese di servitù

straniera alla Patria; il Concilio chiuse la porta a qualunque

composizione co' cristiani di Oriente, e co' protestanti;

sguinzagliò il fanatismo, che poi non volle, e più tardi non

seppe reprimere. I popoli sperarono dal Concilio riforme gravissime; e

rimasero delusi: le due tirannidi unite ai danni d'Italia la ridussero

peggio che cimitero, però che questo raccolga quanto di materiale

avanza alla creatura umana, mentre le nostre terre di ora in poi si

fecero sepolcri di anime. Napoli e Milano spagnuoli; Venezia

trepidante per trame occulte, o per manifeste violenze. Genova,

Firenze, Mantova, Parma, Ferrara tratte schiave dietro al carro della

Monarchia Spagnuola. Siena stramazzata per fame sul terreno imbevuto

del sangue dei suoi migliori figliuoli; Lucca beffa di repubblica.

Emanuele Filiberto, Alessandro Farnese, Ambrogio Spinola,

Giovannandrea Doria, ed altri imperiti a combattere per la Patria,

eroi per vincere battaglie ed espugnare terre in pro dello straniero;

per la tirannide fulmini, per la libertà paralitici; lingua,

andazzo, e tutto dentro, e fuori spagnuoli; intantochè i grandi

stati intorno alla Italia si formano, la Italia per colpa propria, ed

altrui si rompe in brandelli; poi viene la pace di Castello Cambrese,

che marca la Italia in fronte, come nei tempi feudali i baroni

marchiavano gli schiavi propri per non confonderli con gli schiavi dei

baroni vicinali.

Pio V rimase come sfinito dagli sforzi durati pel Concilio di Trento;

prima, che le riforme dei costumi si ponessero in esecuzione egli si

dispose a godere del benefizio del tempo per sollazzarsi: di offici

divini non volle intendere; di negozi meno che mai; prese a costruire

fabbriche magnifiche, ogni dì feste, e conviti: le stemperatezze

della corte di Lione X intendevano riformare, e rinnovavano. Ma il

fanatismo, di che toccai, appena sveglio minaccia lo stesso Pio; un

Benedetto Accolti, il quale nientemeno presumeva essere consultato dal

Padre eterno intorno alle cose da farsi in questo mondo, ed anco

palesava lo stabilito fra loro, non senza offerirsi a provarlo vero

con lo sperimento del fuoco, macchina insidie alla vita del Papa.

Causa della strage i fatti del Papa diversi dalle parole: costui

incapace, anzi indegno, a reggere il gregge cristiano, Pastore di

Cristo, si aggiunge un complice a cui promette un diluvio di beni

nell'altro mondo; in questo non tanti, pure una buona derrata per la

parte del successore di Pio: si appostano per trucidare il Papa, alla

vista del quale manca loro il coraggio: da per loro si accusano;

dovevano essere mandati allo spedale dei matti, e li mandarono al

supplizio!

Ecco un santo, e sia per la chiesa; per noi uomo santo significa

buono, che cammina diritto nelle vie del Signore di tutta

misericordia; io lo dimostrerò a filo di storia; chi legge

giudichi. Costui nacque di piccola gente a Bosco presso Alessandria, e

si nomò Michele Ghislieri; si rese frate domenicano, in breve fece

prova di fanatismo feroce, onde lo deputarono inquisitore, e lo

preposero agli uffici di Bergamo e di Como come quelle che per la

prossimità degli Svizzeri, e dei Tedeschi, o della Valtellina od

erano o correvano rischio di riuscire più contaminate di eresia:

dei modi suoi selvatici basti udirne tanto, che spesso ebbe a fuggire,

o nascondersi in remoti tuguri: a Como lo presero a sassi: da Bergamo

fu bandito dal governatore Niccolò da Ponte per colpa della

improntitudine sua, non essendosi peritato da citare dinanzi al suo

tribunale Vittorio Soranzo vescovo di cotesta città per provarlo

intorno alla fede; il conte della Trinità a Fossano minacciò

gettarlo nel pozzo: nella relazione dell'oratore veneziano Paolo

Tiepolo se ne ricava la causa, che fu non volere costui pagare certa

tassa per sopperire aì bisogni della guerra; però la minaccia

non era annegamento, bensì bastone; e quando cotesto conte fu

spedito dal duca di Savoia a complire il Papa per la sua esaltazione,

questi glielo ricordò, ma al punto stesso aggiunse, che molto lo

teneva caro e lo aveva in pregio perchè nemico acerbissimo degli

eretici. Questi ed altri siffatti meriti supremi ora ed allora presso

la Chiesa, per la quale cosa prima lo promossero commissario della

inquisizione, poi vicario dello inquisitore generale; poco dopo Paolo

IV volle consacrarlo vescovo di Nepi, e Sutri, ed indi a sei mesi

Cardinale, e Inquisitore generale: eccessivo l'ufficio; e troppo

più eccessivi i modi di esercitarlo, sicchè Pio IV lo cacciò

via dal Vaticano, e lo ammonì a procedere con maggiore discrezione,

se pure non voleva andarsene diritto come un cero in Castello.

Diventato Papa invece di mutare costumi, levò la muserola alla

immane indole sua: non conobbe giocondità alcuna di vita; il cibo

più che parco, la bevanda acqua mista a poco vino, e al Tiepolo che

gli osservò a quel modo non potria durare rispose sarebbe già

morto se non costumasse così; mangiare la carne per medicina; non

lasciò mai la camicia di rascia che come frate soleva portare;

lunghe le preghiere, spessi i digiuni, i cilizi, le lacrime, le

processioni a piedi, e capo ignudi, l'estasi, e i deliqui, insomma

nulla difettava in lui di ciò, che forma un santo vero a mo' della

Chiesa.

Subito la prese con le cortigiane, che in Roma furono sempre in numero

stragrande, e nulla valse a chiarirlo che per la lontananza loro Roma

andrebbe deserta; i disordini che ne uscirebbero infiniti; quello che

premeva era attutire la lussuria, non già scacciare le meretrici; rimase

sul duro, o fuori esse, od egli: e quelle partirono; tra esse, e i bertoni

di un tratto Roma si vide scema di venticinquemila, e più persone

(chè anime non mi pare che si abbia a dire); fra i creditori di quelle

per danari o per robe date in prestanza un diavolio; peggio quest'altro,

che degli amanti non pochi si mutarono in assassini, e colto il destro,

fiduciosi d'impunità, parte delle sciagurate femmine misero alle

coltella, parte annegarono dentro il Tevere: dopo cotesto groppo di danni

il Papa consentì a correggere il suo comando: vietò ai medici

visitare gl'infermi oltre la terza visita se non si fossero confessati;

frugò per le case, pei letti maritali levando scandali quasi polvere

turbinata dal vento sopra le pubbliche strade: ai bestemmiatori multa,

frusta; e all'ultimo lingua fessa; fino sul vestire più o meno ampio

pose norme, e divieti; egli stesso accusò il suo nipote Paolo ai

Conservatori di Roma colpevole di vestire brache _grandissime_; e poichè

i Conservatori pensando ch'ei risposero, che i nipoti del Papa non andavano

soggetti a simili prammatiche, egli tutto acceso soggiunse: «anzi hanno

ad essere i primi, sostenete il mio nipote, e dopo avergli cavato di bocca

chi gliele ha fatte condannate lui e il sarto.» Che fosse pietà ei

non conobbe mai; non mitigò sentenza veruna, non perdonò: per lui

Cristo poteva proprio risparmiarsi le parole: «non voglio la morte del

peccatore; viva e si penta,» conciossiachè fosse convinto, che l'uomo

non abbia facoltà di emendarsi; le conversioni ipocrisie, passata la

paura i rei tornano a fare peggio. Veramente egli non conobbe nipotismo; il

nipote Paolo, quello dalle brache larghe, riscattò di mano ai Turchi, e

ci spese fino a 300 scudi; gli consentì ancora vivere a Roma

assegnandogli sottilmente di che campare la vita; agli altri congiunti

diede il puleggio accomiatandoli con qualce po' di danaro; creò

cardinale il nipote Michele Bonelli figlio di sua sorella, perchè prete

a modo suo era, e gliene facevano ressa i cardinali medesimi.--

Veruno, se non fuggendo, potè salvarsi in Italia dalla truce

persecuzione di lui. Al duca di Albuquerque governatore di Milano

ordina gli consegni Aonio Paleario, e quei glielo dà perchè il

Papa quando si tratta di eretici può farli agguantare in _tutte le

parti del mondo_: a quali strazi fosse sottoposto il misero io taccio;

basti, che fra i tormenti lo costrinsero a scrivere certa

ritrattazione dove fra le altre cose confessa come il Papa in certe

occasioni abbia _il diritto di ammazzare di propria mano i colpevoli

come leggiamo che facessero il sacerdote Samuele, e lo apostolo San

Pietro_[1], confessione la quale, a parere nostro, dimostra meno la

debolezza del misero lacerato che la fece, quanto la stupida

immanità di cui la fece fare. Ottavio Farnese non meno premuroso di

tenersi bene edificato il Papa gli mandava in ceppi a sua richiesta

Francesco Celaria, il quale anch'esso si chiamò in colpa, e chiese

misericordia: nome e cosa ignoti a Pio V; entrambi perirono tra le

fiamme: così del pari Pietro Carnesecchi fiorentino: convitollo

Cosimo I duca di Firenze, e dopo pasto lo fece legare e trasferire a

Roma: a questo tradimento si condusse Cosimo per paura, e per

isperanza; paura, che Pio V (come di vero lo minacciò) abolisse la

Bolla della istituzione dei cavalieri di Santo Stefano ottenuta da Pio

IV; speranza di venire insignito da lui della dignità di Granduca,

o di Re per ispuntarla sopra il duca di Ferrara, siccome accadde

più tardi. Il Carnesecchi secondo corre il grido andò a fronte

ferma, lindo di biancheria, e di panni, chè le altre vesti, e

quali! somministrava il Santo Officio; gli fu compagno al supplizio un

frate francescano del Cividale di Belluno: altri quindici furono in

quel dì i condannati di cui taluno chiuso fra due muri, altri in

prigione o in galera perpetue; altri ad altre pene. Anco Venezia per

blandire cotesto santo Papa assetato di sangue mise le mani addosso a

Guido Ginetti da Fano a Padova e glielo mandò a Roma. Il Fleury

afferma che anch'egli fu arso, ma non è vero; dalla relazione

dell'oratore veneziano si cava che il Papa lo condannò a prigione

perpetua, non mica pei buoni uffici interposti da Venezia, sibbene

perchè il Papa non lo giudicò _relapso_, e più perchè per

suo mezzo sperava venire in cognizione di molte cose importanti

intorno alla fede; però il medesimo atto della Inquisizione che

dannava il Ginetti alla carcere, commetteva alle fiamme quattro

eretici, e dieci più multava con pene diverse: non isgomentavano il

Pontefice nè altezza di lignaggio, nè potenza di signorie, nè

dignità ecclesiastiche; vescovi, prelati, cardinali in prigione

senza un riguardo al mondo; anzi nella relazione del Tiepolo leggonsi

proprio queste parole: «ha avuto a dire Sua Santità tra i suoi

familiari, che desidereria potersi giustificar, se qualche grande,

ancorchè cardinale fosse di questo vitio colpevole, perchè faria

procedere contro di lui con ogni severità, colla morte, e col foco

acciocchè si cognoscesse che la giustitia si estende non solo

contro i bassi, et poveri, ma anchora contro i grandi et potenti.»

[1] _Quod ipsement summus pontifex, in casu aliquo potest etiam

per se hæreticos occidere, ut legimus de Samuele et Petro_.

Insomma al pari di Paolo IV in tutto impetuoso, eccessivo, e senza un

briciolo di prudenza; onde il sagace Tiepolo riferendo di lui al

senato di Venezia dice: «spesse volte nel dare rimedio a qualche

disordine incorre in altro maggiore, procedendo massimamente per via

degli estremi:» Chi ha vaghezza di conoscere più addentro di lui

può leggere il suo catechismo catolico romano; a me non è

concesso metterne quì nè anco uno estratto; chi si piglierà

lo studio di confrontarlo col _Sillabo_ di Pio IX toccherà con mano

se sia vero quanto più volte affermai, che i Papi sono tutti un

Papa; gli screzi non contano; per portare acqua al suo mulino essi si

rassomigliano come uovo con uovo.

Fuori di casa due cotanti peggio: quasi avesse bisogno di sprone stava

li col pungolo addosso a Filippo II _demonio meridionale_, perchè

s'imbrodolasse di sangue; nè rifiniva assillare quell'altro immane

uomo il duca di Alva: non tregua, nè pace, nè misericordia, nel

sangue si affoghi l'eresia; egli somministrerà armi e danari: se ce

ne fosse mestieri apprendetelo da questo; certo frate agostiniano

Lorenzo di Villacancio tra le altre cose consigliava Filippo: a

tuffare la spada nel sangue degli eretici, se pure non teme, che il

sangue di Gesù Cristo non gli si rovescii sopra la testa.... Il

santo re David bandì dal suo cuore ogni misericordia verso i nemici

di Dio; li percosse tutti, ad uomini non badò nè a donne, ai

fanciulli infranse il capo alla parete. Moisè ed Aronne in un

giorno solo sterminarono tre mila Israeliti dei cattivi, e fu un bel

ratto; un angiolo, e questo è anco più bello, in una notte

trucidò 60 mila nemici del Dio vivente. Ora quello che Moisè, e

David fecero non avrete a fare voi? O non siete come loro capo di

popolo? Non un angiolo del Signore? Ma sì che lo siete, però che

la scrittura appelli per lo appunto così le teste coronate, e gli

eretici non gli avremo a considerare nemici del Dio vivente?» Fra

Lorenzo incontrò grazia presso Filippo il quale se ne valse come

consigliere, e mestatore nei rivolgimenti di Fiandra. Avendo più

tardi il re dovuto piegare alquanto ai voleri armati dei popoli Pio ne

mosse smanioso lamento, ma Filippo gli fece dire in un'orecchio: non

si scarmanasse perchè fermo di non attenere pure uno iota di quanto

aveva promesso; allora il Papa si tranquillò: qualche volta si

pesticciavano, il re non voleva intendere, ch'egli avesse ad obbedire

alla Bolla _In coena Domini_ che vieta ai principi mettere le mani

su quello dei preti, e il Papa a posta sua non voleva capire di regio

_Exequatur_; da un lato, e dall'altro querimonie grandi, ed anco

talora minaccie, ma poi si riconciliavano; uno delizia dell'altro:

anzi Filippo essendo caduto infermo, il Papa fu udito pregare Dio di

tosargli qualche anno della sua vita per aggiungerlo a quella del suo

figliuolo diletto Filippo II. Francesco Goubau di Anversa segretario

del marchese di Castel Rodrigo oratore a Roma per Filippo IV raccolse

e pubblicò duegentoventiquattro anni fa le lettere di questo Santo

Papa; il de Potter nel 1827 ne imprese una seconda edizione a

Bruxelles; io le ho lette, e mi hanno messo addosso il ribrezzo; la

dottrina, che per loro s'insegna questa: «riconciliarsi mai; non

mai pietà; sterminate chi si sottomette, e chi resiste sterminate;

perseguitate a oltranza, ammazzate, ardete; tutto vada a fuoco e a

sangue purchè sia vendicato il Signore, molto più, che i nemici

suoi sono ad un punto i vostri.»

Esorta il Papa con coteste lettere il re di Spagna e il Duca di Alva a

sovvenire il re di Francia per disperdere gli eretici; nell'ottobre

del 1567 avventa lettere di _fuoco_ a Luigi Gonzaga duca di Nevers, a

Girolamo Priuli doge di Venezia, al duca Emanuele Filiberto perchè

le mani loro uniscano a quelle di Carlo IX e di Caterina dei Medici

per torre via dal mondo gli _ugonotti_. Al Cardinale di Armagnac

governatore di Avignone manda confischi senza remissione tutti i beni

degli eretici, e non ne renda particola ai congiunti loro comecchè

buoni cattolici[1]: a quello di Lorena suo legato in Francia palesa il

rovello, che ciò non sia stato a punto eseguito, dacchè la paura

di ridurre i suoi cari nella miseria avrà virtù di trattenere i

vacillanti, Dopo la battaglia di Giarnae esorta Carlo IX a rammentarsi

Saulle; costui in onta al comando di Dio, manifestatogli mediante il

sacerdote Samuele, non trucidava l'universo popolo Amalecita; sentì

di qualcheduno misericordia, e lo salvò, onde in pena di questo

orribile misfatto più tardi perse il regno e la vita: esempio che

ogni re deve tenersi davanti agli occhi, perchè impari che

trascurando la vendetta degli oltraggi di Dio, questi non volga contro

lui l'ira, e il gastigo. Nel giorno medesimo scrive alla dilettissima

figliuola in Gesù Cristo Caterina dei Medici: badi bene a non

tentennare, non si rimanga, finchè gli eretici non sieno spenti

tutti (_deletis omnibus_). Da capo a Caterina, al re, a tutti

perchè s'impietrino e la vendetta _inesorabile_ empia di terrore la

Francia: lo esempio di Saulle parendogli proprio al caso ecco lo

rinnuova scrivendo al duca di Angiò, facendogli sapere, che Dio lo

rese vittorioso appunto perchè sgozzasse quanti gli capitavano

sotto: e stringendo tutto in una parola dirò, che gli occhi dopo

lette l'epistole di cotesto santo vedono cosa dintorno colore di

sangue.

[1] «Ne bona hæc propinquis ipsorum, aut affinibus _quantumvis

bonis et catholicis_ aut alia quavis ratione perveniant.»

Pio non aspirò il fumo del sangue della scellerata strage che va

distinta col nome di _notte di San Bartolommeo_; ma l'ammannì, la

eccitò, la ordinò, sul punto di morire la toccava con le mani;

di fatti quando il Cardinale nipote fu spedito in Francia per

frastornare le nozze di Margherita col re di Navarra, Carlo IX tale si

aperse con lui: «dirvi tutto non possiamo, ma in breve conoscerete

a prova come non vi abbia cosa che valga a confermare la religione

nostra in Francia, e a disperdere i nostri nemici quanto queste

nozze... voi ve ne chiarirete fra poco: io voglio punire questi

malvagi felloni facendoli tagliare tutti a pezzi, o non essere re,

perdendo affatto la corona; e facendo questo obbedirò a Pio stesso,

il quale mi eccita ad ogni momento di promovere in simile guisa

l'onore di Dio, e quello della mia corona.... credete in me, anco un

po' di pazienza, e il Santo Padre sarà costretto a confessare che

non si poteva provvedere più, nè meglio per la religione.»

Lo assedio di Roma · 第 39 / 63 段