I Francesi arrivarono di corsa condotti dal duca di Guisa, le terre

della Chiesa occupate dagli Spagnuoli furono riprese in un batter di

occhio; il Papa non capiva in sè dalla contentezza, di benedizioni

e di promesse dispensò un diluvio, ma quando il Guisa fu sul punto

di entrare su quel di Napoli il duca di Montebello nipote del Papa gli

condusse pochi fanti di aiuto: presero Campli e col vessillo della

Chiesa ci furono commessi fati, che i Turchi non avrieno potuto

peggiori; famoso va per le storie l'assedio di Civitella dove si

ruppero le forze francesi e del Papa davanti la resistenza disperata

dei cittadini, massime delle donne. Certa cosa ella è che se i soli

soldati avessero condotto le difese, i Francesi vincevano: ma a

sbaldanzire la burbanzosa prosunzione dei soldati gesti antichi di

popolo non bastano, nè anco i moderni; le forze del popolo sempre

durante il pericolo s'implorano, passato il pericolo si dispettano

sempre. Questa lega incominciata con le benedizioni finì con lo

scaraventare, che fece il Guisa un piatto nel capo al duca di

Montebello; sopraggiunsero acquazzoni a guastare le opere francesi,

sicchè il Guisa stizzito ebbe a dire: «anco Dio è diventato

Spagnuolo!» Il duca di Alba campeggiando ributtò il nemico fuori

del regno; non mancarono in cotesti tempi censori, i quali lo

ripresero per non avere assalito i Francesi nella ritirata,

principalmente al passo del Tronto, ma egli rispondeva: le fortune

della guerra mutabili; suo intento sbrattare il regno dai Francesi, e

questo avere conseguito; non doversi mai cercare miglior pane, che di

grano, nè egli volere giocarsi Napoli con la casacca di broccato

del duca di Guisa. Però non istette guari che gli assalitori

diventarono assaliti: Segni pagò per Campli; francesi o spagnuoli

espugnando bene saccheggiavano, stupravano, uccidevano, gli uccisi, e

i rubati italiani. Il duca di Alba all'improvviso di Fabio si tramuta

in Marcello, e con audacissima mossa si avventura a sorprendere notte

tempo Roma; nè gli andava fallito il disegno se considerando uno

irrequieto agitarsi di torce, e certi cavalli proprompere fuori delle

porte non avesse temuto, che Romani avvertiti del pericolo mandassero

pei soccorsi al Guisa accampato a Tivoli; per la quale cosa il duca di

Alba non volendo essere tolto in mezzo a due fuochi rifece i passi.

Gli storici affermano che il duca di Alba non si apponesse al vero,

imperciocchè il Caraffa perlustrasse la città non per avviso

speciale, ma sì per abito di militare diligenza; e i cavalleggieri

fossero usciti con tutt'altra intenzione, che quella di chiamare i

Francesi. L'oratore di Venezia Bernardo Navagero afferma intendimento

del duca di Alba essere stato sol quello d'impadronirsi della persona

del Papa e così troncare di un colpo la guerra tuttavia bene nota

il Prescott nella vita di Filippo II è difficile credere, ch'egli

avesse potuto, entrato ch'ei fosse, contenere quella, che il nostro

Niccolini definisce:

_«Avara crudeltà di Catalogna.»_

E volente, o no si sarieno rinnovati i recenti orrori del contestabile

di Borbone, ed i più antichi dei Goti; e a questo modo la pensa

anco il Campana, il quale dichiara quanto allo assalto notturno degli

Spagnuoli il cardinale Caraffa averne avuto odore dal segretario

Placidi, e quanto al sacco essere cosa ormai stabilita fra i Tedeschi

che si trovavano col duca di Ala. I Romani commossi dal pericolo con

vivissime istanza, che facevano sentire la violenza, chiesero al Papa

smettesse la guerra; ma questo vecchio indracato li chiamò vili,

ribaldi, degeneri da quegli antichi Romani, che innanzi di

sottomettersi ai Goti elessero morire di fame, ma a fiaccargli

l'orgoglio giunsero a un punto la nuova della sconfitta dei Francesi a

San Quintino, e il richiamo del Guisa, il quale si mostrava tanto di

cotesta impresa ristucco, che a cui non voleva saperlo andava dicendo:

«nè manco con le catene lo avrieno tenuto in Italia.» Il

Giusa pertanto in compagnia dello Strozzi fu dal Papa, ed espostagli

la condizione delle cose lo confortò alla pace: narrasi, che udite

le costui parole con mal piglio il Papa dicesse al Giusa: «Andate

via, e con voi rimanga il convincimento di avere operato poco in pro'

del vostro re, meno per la Chiesa, niente per l'onor vostro.» La

pace sforzata in virtù di questi casi venne conclusa, non però

senza contrasti attese le esorbitanze del Papa, che per primo patto

volle andasse il duca di Alba a chiedergli perdono a nome del suo re,

e a quante rimostranze gli movevano per procedere più temperato

rispondeva: «caschi il mondo, io non ci renunzio, non mica per me,

sibbene per l'onore di Gesù Cristo!» Come s'egli fosse Cristo, e

a Cristo premessero onori siffatti; il duca che fumava di superbia non

meno di Paolo stava duro a respingere il patto, ma venutogli dal re

ordine espresso di accettare, piegava la testa: si recò a Roma, si

genuflesse al Papa, gli baciò il piede; tuttavia levatosi ebbe a

dire «hoggi il mio re ha fatto una grande sciocchezza, e se io

fossi stato in suo luogo, et egli nel mio il Cardinale Caraffa sarebbe

andato in Fiandra a fare quelle stesse sommissioni a Sua Maestà,

che io vengo hora di fare a Sua Santità.»

Dopo la pace le faccende dei contendenti rimasero come prima della

guerra, meno le ruine dei popoli, che non si contano.

Il duca di Alba quando repugnava a chiedere perdono al Papa aveva torto;

più arguto di lui Filippo pensò, che il perdono implorato dal

vincitore al vinto insomma è giunta di strazio al danno; comecchè in

ginocchioni egli rinfacciava al Papa le sue scomuniche ormai incapaci ad

ardere non che altro i pagliai, ed averlo avuto nelle mani per istritolarlo

a suo agio: proteggerebbe l'autorità religiosa del Papa, a patto, che

gliela noleggiasse per rinforzare l'autorità sua di sovrano crudamente

dispotico. Paolo IV ebbe a salutare Filippo amico, e figliuol prodigo, ma

sottovoce mormorava: «amico sì, che mi tenne assediato, e cercò

l'anima mia» al vescovo di Angulemme confidava sommesso: «il vostro

re non degenere dai suoi pii predecessori sarebbe campione vero della

Chiesa, e se potesse farsi eleggere imperatore, beati noi! La razza

austriaca fu nemica sempre del Papato e di Roma.» Tuttavia egli poteva

mordere non rompere il freno; allora lo impeto disordinato di lui si

avventò come fiamma ad altri obietti; già vedemmo, com'egli

avversasse fieramente da cardinale ogni maniera di _nepotismo_ e come

creato Papa vi si lasciasse ire peggio di ogni altro che le storie

ricordino; rapite le castella ai Colonna, Palliano concesse in feudo a

Giovanni Caraffa, Montebello, che fu dei conti Guidi, all'altro nipote

Antonio; Alfonso figliuolo di questo promosse diciannovenne al cardinalato,

ed ebbe nome di cardinale di Napoli; non ci fu grazia, o favore, che sopra

questi nipoti non profondesse; tuttavia mirabile, e pure vero a dirsi

quello, che in altrui opera amore, in questo Papa fece l'odio; cessato

simile vincolo i nipoti gli vennero in uggia, poi detestò; ed essi cui

pareva piccolo parentado per loro quello del duca di Ferrara, e povero

acquisto lo stato di Siena: essi di cui le donne ormai non contente di

berrette gemmate dicevano di ora in poi ai loro figli _far di mestieri

corone_ di un tratto furono rovesciati nella polvere: vizi possedevano in

copia (nè lo ignorava il Papa) i quali però non misero ostacolo

all'avanzamento loro; solo si ricordò della costoro malvagità quando

non li potè più adoperare strumenti d'ira contro gli Spagnuoli: e

siccome nello ardore di promovere gl'interessi spirituali della Chiesa, non

potendo più i temporali, li reputò ostacolo prese a perseguitarli

eccessivo ed iracondo poco meno, che gli Spagnuoli. Causa o pretesto al

prorompere del Papa una rissa notturna, per via di certa cortigiana

chiamata Martuccia, nella quale il cardinale Montino, parzialissimo dei

Caraffa, tratta fuori la spada fe' prove da Sacripante. Essendo stato

ragguagliato il Papa di simile disordine attese, che il nipote cardinale

Don Carlo gliene parlasse, e poichè conobbe a prova com'ei glielo

volesse tacere, un bel di al cospetto dei cortigiani gliene fece una

bravata solenne; di qui i cortigiani fiutarono il vento che soffiava, onde

il Gianfigliazzi oratore fiorentino nemico mortale dei Caraffa trovòmodo

di penetrare nelle stanze del Papa e concitarlo contro il suo sangue; una

mala femmina, che Dio faccia trista, la marchesa della Valle (perchè se

iniqui erano i Caraffa una donna del parentado loro non gli aveva a

precipitare), costei tanto assottigliò il cervello, che giunse a far

mettere dentro il breviario del Papa una nota dei principali delitti

attribuiti ai suoi nepoti, la quale conchiudeva con le parole: «e se

più vuol saperne la rimandi con la sua segnatura.» Il Papa segnò,

e ne seppe un subbisso di cui un terzo forse vero, l'altro aggiunto dalla

malignità; se sbuffasse fuoco e fiamma non è da dire: come Augusto,

si narra, errasse un dì smemorato per la reggia esclamando: «le mie

legioni rendimi Varo» così Paolo correndo pel Vaticano urlava:

_riforma! riforma!_ Ma il cardinale Pacheco di un tratto gli disse in

faccia: «Santo Padre, prima di ogni altra cosa bisogna incominciare la

riforma da noi.» Queste parole furono come zolfo sul fuoco, Paolo diede

in ismania, non mangiò, nè dormì, lo prese la febbre; per dieci

giorni durò infermo; seco la più parte del giorno stava ridotto don

Geremia teatino, che aveva voce di santo, ed era fanatico; finalmente

convoca il sacro collego, dove dopo querimonie infinite dichiara decaduti i

suoi nepoti da ogni ufficio, e li confina con le famiglie loro a Civita

Lavinia, a Gallese, e a Montebello; la madre loro, vecchia di settanta

anni, che gli s'inginocchia davanti implorando mercede duramente ributta;

la nipote moglie del marchese di Montebello la quale arriva in quel punto a

Roma trova il suo palazzo chiuso; nessuno locandiere per paura del

pontificio sdegno ardisce albergarla; si ricovera in rimota e povera

osteria dove il rumore di cotesta catastrofe non era anco giunto; il

cardinale Caraffa si offre costituirsi prigione per iscolparsi, ma il Papa

ordina agli Svizzeri caccino via lui, e tutti i clienti e servitori suoi

dalla condanna universale eccettuò solo il giovane cardinale di Napoli

per tenerlo seco a recitare l'uffizio.

Ciò fatto, siccome al bisogno di esercitare furiosamente la sua

irrequieta natura si aggiunse l'altro di divertire la nuova angustia

nella moltiplicata agitazione muta tutti gli ufficiali nel governo

temporale con modi, che dirò convulsionari: a mo' di esempio, manda

a Perugia nuovo governatore, il quale arriva notte tempo, e convocato

su l'alba il Consiglio municipale mostra la sua spedizione, e poi

senza cerimonie imprigiona, lega, e manda a Roma il governatore, che

si trovava lì a presiedere il Consiglio; il governo da cima a fondo

sconvolto, tasse diminuite, l'erario restaurato; le chiese sottomette

a più rigida disciplina, gli accatti alla messa proibiti; i quadri

scandolosi negli oratori soppressi; frati sfratati fuori; il digiuno

quaresimale, e il precetto della pasqua severissimamente imposti: di

nuziali dispense non volle più saperne; insomma da per tutto

l'aventatezza del boscajolo, che atterra piante a colpi di scure, non

senno non pacata tranquillità del riformatore. Di questo ha da

rendergli grazie la civiltà, che per lui si rinnovasse e quasi si

ricreasse la Inquisizione; ogni suo affetto in lei: sovente mancò

ai concistori, e alla segnatura, non mai al Santo Uffizio; egli

presiedeva sempre; ne ampliò la giurisdizione sottomettendole nuovi

delitti, e le concesse la facoltà di provare gli accusati con la

tortura; a persone non ebbe riguardo; potenti baroni, e magnati in

prigione; in prigione i cardinali Morone, e Focherari ai quali pure

dianzi aveva commesso il carico di esaminare gli _Esercizi Spirituali_

d'Ignazio da Loyola, dubitando putissero di eresia. Di qui apprendi

che razza di Papa avesse ad essere costui a cui pareva eterodosso

Santo Ignazio! Naturale pertanto che facesse sua delizia San Domenico

Gusman, di esecrata memoria; di fatti, in onoranza di costui

instituiva festa solenne. Finalmente piacque alla morte liberare la

terra da cotesto flagello; parve volesse ribellarsi alla natura, e

prossimo a tirare l'ultimo fiato assurse dal letto, ma ricadde, e

nello sforzo spirò: appena morto il popolo, in parte raccoltosi in

Campidoglio, decretava tutti i suoi monumenti si demolissero perchè

immeritevole della città, e di _Roma_, e del _Mondo_, in parte

saccheggiò ed arse il palazzo del Santo Uffizio; ne manomise i

ministri; a stento potè svolgersi da mandare in fiamma tutti i

Conventi dei Domenicani; nè il popolo solo, bensì anco i baroni

pigliavano parte a cotesti eccessi; le statue del Papa furono

atterrate, e infrante, le teste loro col triregno strascinate a

dileggio dalle bardasse per la mota.

Se questo Papa fosse o no santo ignoro davvero: di certo so, ch'egli

era imbecille, testardo, e malvagio, e la Chiesa sotto il suo

pontificato si trovò ridotta a tale, che peggio non si può dire.

Nella Germania, opponendosi egli, per odio contro la casa di Austria,

alla trasmissione della corona imperiale a Ferdinando I, il

protestantismo per connivenza, e per favore di lui si dilata nella

massima parte delle città; la Polonia, e la Ungheria bollono;

Ginevra diventata Roma dei calvinisti, con lei gareggia nel primato di

eresia Wittemberga; la Scandinavia tutta repudia il cattolicesimo; in

Francia e nei Paesi Bassi non solo, ma nella Spagna, e nella Italia

altresì formicolano le nuove dottrine: la Brettagna andò

perduta, e la poteva salvare, se meno impronto, e meno tracotato

avesse proceduto con la regina Elisabetta, però, che innanzi di

accettare qualunque proposta di accordo impose tutti i beni

chiesastici fossero restituiti, il danaro di San Pietro da capo come

ai tempi di Gregorio VII si collettasse; la regina per quello che

spetta i suoi diritti al giudizio di Roma si sottoponesse; e poichè

gli parve, che Reginaldo Polo non camminasse di buone gambe, gli tolse

la legazione della Inghilterra, che da cotesta ora in poi ama il

papato come il fumo agli occhi; tenne ferme Spagna ed Italia perchè

accanto alla croce rizzò su la forca. Ora vediamo succedergli Pio

IV a industriarsi di ottenere i medesimi intenti con partiti contrari;

il papato in sua movenza fermo con tutti i venti gira le vele al suo

mulino; ei fu dei Medici di Milano, di linguaggio piuttosto misero,

che povero; andò debitore di ogni sua fortuna al fratello

Giangiacomo il quale incominciava col fare il sicario: costui

ammazzò per prezzo ai Visconti, che poi lo mandarono al castello di

Musso sopra il lago di Como con lettere al Governatore perchè lo

spegnesse; sennochè egli accortosi della ragia tolti seco alcuni

compagni, entra in castello, e l'occupa: presolo con arte, lo difese

con virtù, finchè compostosi con Cesare piglia croce bianca, e

si converte imperiale; fu generale di artiglieria in Germania, e

capitano supremo nella impresa di Siena: ebbe fama meritamente di

spietato, e di avaro; quanti gli capitavano contadini portatori di

vettovaglie a Siena tanti impiccò, ovvero di sua mano col bastone

ferrato ne stritolò le ossa. Giovannangiolo comecchè sovvenuto a

spilluzzico dal fratello diede opera agli studi della giurisprudenza

nei quali riuscì prestantissimo; poi acquistò un protonotariato

vivacchiando finchè i Farnesi giudicando proficuo tirare da la loro

il marchese Giangiacomo gli proposero le nozze di una Orsina loro

congiunta, ed ei le accettò, ponendo tra gli altri patti che il

fratel suo promovessero cardinale, il che fu eseguito: con Paolo IV

non ebbe buon sangue mai; stette, finchè costui visse, lontano da

Roma, a Pisa, o a Milano, vivendo alla grande, facile donatore del

suo, pietoso a sovvenire le pubbliche necessità.

Ecco in che cosa procedè diverso da Paolo, e in che conforme con

lui, e con quanti prima e dopo vissero Papi: diverso in questo, che

non gli parve più tempo di contendere co' principi; disperate le

faccende di Roma se le due tirannidi sacerdotale e principesca non si

accordavano; conforme in questo altro, che gl'interessi della curia

romana, e della propria famiglia con ogni diligenza dovevano

confermarsi ed ampliarsi. La Inquisizione lasciò intatta nulla

ammaestrato dalla ira popolare la quale si avventa terribile, ma rompe

poi pari a maroso dentro gli scogli: contro la famiglia del suo

predecessore procedè senza pietà; certo, delitti avevano

commessi i Caraffa; ultimo la strage ordinata dal conte di Montorio

della moglie Garlonia ed eseguita dal conte di Alife suo cognato, e da

Lionardo di Cardine; intorno ad essi Pio IV conferendo coll'Amulio

oratore veneziano tale favellò; «siamo stati sforzati a metterli

in castello per dovere nostro e per grandi cause; costoro hanno fatto

un processo falso accusando Carlo V imperatore, ed il re Filippo che

volessero attossicare il Papa, e avessero mandato veleno per metterlo

dentro ad una cisterna; il che non è vero niente, e tutto è

falso; fecero impiccare tre proveri uomini per la verità

manifestata per detto loro, e per altro ch'è in processo: e con

questo persuasero quel vecchio a fare la guerra, e tanto male quanto

n'è seguito dopo; e non è da credere, che lo imperatore ed il re

avessero pensato a questa cosa.--Paolo voleva maledire e privare delli

regni re Filippo, e l'averia fatto, vinto da questo sdegno, se non

fosse stato consigliato altrimenti, ed egli lo consigliò in queste

ed in altre, che contro il Caraffa si vanno udendo ogni dì querele

delle più brutte cose del mondo. Sapete quello, che fece in Venezia

la settimana santa? Ha fatto fare tanti omicidi per danari, tanti

stupri, tante violenze, e per quella povera giovane di Mazzarini, che

si godeva, fece ammazzare quel povero giovane; e tante tirannie ha

usate, che non si ppoteva più sopportare. Il cardinale di Napoli ha

rubato nella morte di papa Paolo più di 100,000 seudi, e le gioie,

e le scritture, e nell'amministrazione ha menato le mani; si è

fatto fare una donazione falsa e bolle false per dare benefizi, e cose

simili. Il duca di Palliano oltre tante violenze espresse ed

iniquità... complice, e consapevole di tante scelleratezze ha poi

ammazzato... un suo nipote, e la moglie con un figliuolo in corpo, ed

altre cose da non potere sopportare.»

Ora ad escusazione del duca di Palliano io non dirò, che la moglie

sua avesse adulterato con Marcello Capece, e nè manco, che di

cotesta maniera vendette assai comunemente a quei tempi costumasse;

noto solo che di bene altre più grosse ne aveva perdonato Roma, e

non pure fatte, ma ed anco da farsi. Noto altresì, e meco

l'Adriani, che il Papa ardeva arricchire i suoi nipoti Borromei con le

spoglie dei Caraffa, e voltare a loro le pensioni, che questi godevano

per la parte di Spagna; aggiungo, che Filippo Secondo covava odio

antico contro i Caraffa, e l'odio suo spengeva lento come il veleno, o

subito come il pugnale, ma inevitabile sempre. Le accuse dette dal

Papa all'Amulio bugiarde per la massima parte e il Nores lo fa toccare

con mano, il fiscale Pallantieri nemico, ed offeso per lunga prigionia

sostenuta sotto il pontificato di Paolo IV, e cessata solo alla

esaltazione di Pio IV; la sentenza scritta di mano del Papa da aprirsi

solo il giorno seguente, che fu poi quello della morte del cardinale

Caraffa, e del duca di Palliano. Il cardinale con oscena ressa tre

volte fu sollecitato a compire la confessione, e le orazioni: rotta la

corda onde lo strangolarono supplirono con uno asciugatoio; un quarto

di ora e più impiegarano a torgli la vita; morto, rubategli le

vesti, lo lasciarono ignudo; meno dura fine fece il duca di Palliano,

a cui mozzarono il capo; degli altri supplizi taccio. Questo però

importa sapere, che Pio V, dalla Chiesa venerato il Santo, rigidissimo

uomo più tardi volle rivedere il processo da sè, e dopo

lungamente considerata la cosa revoca la sentenza, restituisce in

onoranza la memoria della famiglia Caraffa, il fiscale Pallantieri

manda al patibolo: dunque o in Pio IV o in Pio V lo spirito santo non

ci ha che fare; colpa ne fu la nuova viltà del Papa smanioso di

tenersi bene edificata la Spagna; il Muratori sacerdote piissimo

scrivendo di cotesta tragedia afferma: «in cotesti tempi la gente

accorta ben si avvide che non dal genio _clemente_ di papa Pio era

proceduta sì rigorosa giustizia contro i Caraffeschi, ma si bene

dai segreti, e gagliardi impulsi della Corte di Spagna a cui per vari

riguardi era molto tenuto lo stesso Pontefice.»

E perchè non si creda, che Pio V a questo modo operasse per bizza,

ma sì all'opposto per giustizia, avendo veduto, che il cardinale

Montino per pene gravi ma non estreme impostegli da Pio IV non si

correggeva, senza un rispetto umano lo mandò addirittura in

galera[1]. A me non è concesso entrare in altri particolari, ma chi

avesse vaghezza di sapere più oltre di questa tragedia può

vederla nella storia del _Nores_.

[1] Il Suriano oratore veneziano afferma che il Papa lo relegò a

Monte Cassino sotto la custodia di due gesuiti.

Questo Papa riaperse, e chiuse il Concilio di Trento; e come non fu

prudente riaprirlo, così non giovò, anzi nocque alla Chiesa

chiuderlo nella maniera di che favelleremo. Agl'istituti fradici i

rimedi pregiudicano tanto più quanto si sperimentano gagliardi,

massime le concioni, e le dispute; il silenzio del dispotismo li

mantiene meglio. In seno del Concilio più, che a conferenza

teologiche attendevasi ad alternare vituperi, e percosse: sangue

corsero le strade, di sangue andarono perfino pollute le chiese; ormai

si temeva inevitabile la ruina della Chiesa; il cardinale di Carpi

supplicava Dio lo chiamasse a sè per non vedere questo giorno di

lutto; i cardinali meglio avvisati stavano chiusi nello sgomento.

Francesi, Spagnuoli, Tedeschi, ognuno per parte sua infieriva nella

opera di demolizione; Ferdinando imperatore proponeva il Papa si

umiliasse come Cristo, ed attendesse a riformarsi sul serio rispetto a

sè, alla sua corte, ed allo stato. Il Concilio provveda a

migliorare i Cardinali e il conclave, imperciocchè come possa

pretendersi che da Cardinali pessimi esca Papa buono, davvero non si

comprende; i decreti si ammanniscano dai deputati della varie nazioni;

di più, lo imperatore domandava il matrimonio dei preti e la

comunione sotto le due specie; si fondassero scuole pei poveri, si

depurassero i breviari, le leggende, e le vite dei santi; le orazioni

nello idioma nativo ogni popolo recitasse; si mettessero a partito i

Conventi, a fine che le male possedute ricchezze a scopi empi non si

spendessero; con altre più cose per le quali da cima in fondo la

Chiesa sarebbe stata trasformata. Gli Spagnuoli aborrivano dal calice

pei laici, dai connubi legittimi pei preti; instavano poi perchè la

residenza dei vescovi nelle diocesi si dichiarasse di diritto divino,

non già di umano instituto, e questo per sottrarre così di

straforo l'autorità vescovile dal potere del Papa. I Francesi in

parte aderivano ai Tedeschi, in parte no, ma Tedeschi, Spagnuoli, e

Francesi si accordavano in certi punti contrari a Roma; primo fra

tutti odioso, la pretensione arrogatasi dal Papa di volere egli solo,

esclusi gli altri, proporre le cause da definirsi al Concilio, per la

quale cosa l'Imperatore soleva dire due essere i Concili, uno a

Trento, l'altro a Roma, e il meno, che contasse quello di Trento; non

mancarono motteggiatori a sbottonare che lo Spirito Santo arrivava a

Trento dentro la valigia del Corriere.

Lo assedio di Roma · 第 38 / 63 段