I costumi di questo Papa perversi; da parecchie femmine ebbe figli non

pochi: sua madre per temperarne la licenza lo fe' chiudere in castello

S. Angelo, donde il futuro vaso dello Spirito Santo si calò per

mezzo di una corda; altri poi affermano patisse la prigione a cagione

di Brevi falsati: cardinale lo creò Alessandro VI e affermano in

salario di libidine dal vecchio Papa sfogata nella sua sorella Clara e

sarà; altre cose aggiungono, ma le lascio addietro, perchè molto

gravi elle sono ed a me paiono provate poco; assunto al ponteficato

condusse onesta vita; egli è ben vero che allora contava sessanta

anni sonati; ma ciò non fa caso; anco Alessandro VI giunse a

cotesta età e tuttavia nelle senili membra riardeva più tetra la

libidine: ma se quanto alla sua persona lasciò poco a riprendere, a

veruno dei Papi prima o dopo di lui fu secondo nel patire le infamie

della propria famiglia. Margherita tenne sempre in dispregio il marito

Ottavio, e se ne aperse col padre Carlo, che le detto facilmente

ragione; di nefanda celebrità vanno famose le turpitudini de

Pierluigi Farnese: io le ho discorse nella vita di Andrea Doria, nè

quì le ripeterò: tanto basti, che quando i Luterani seppero il

mostruoso strazio di Cosimo Gheri vescovo di Fano esclamarono:

«verun tiranno al mondo avere immaginato modo più truce di

martirizzare i santi.» Paolo fu uomo di molta dottrina; lo educò

nelle lettere Pompilio Leto, nelle matematiche Alberto Pigho;

dimorando nelle case di Lorenzo il magnifico apprese eleganza e vizi;

facondo nel dire, e abbondevole, ma avviluppatore così che mal

sapeva sviticchiarsi dalle sue medesime reti: magnifico nei palagi,

nelle vesti, e nelle suppellettili, e tuttavia laido, onde essendogli

un giorno state donate sessanta catinelle, e sessanta boccali di

argento ne cavarono fuori certo epigramma, che concludeva: «or come

con tanti bacini, e mesciroba conservi, o S. Padre, così sudice le

mani?» Vezzo comune a cotesti tempi la fede nell'astrologia, ma a

lui Papa disdisse mostrarsi nella pratica di errore siffatto piuttosto

eccessivo che zelatore: nè piccolo nè grande negozio s'iniziava

da lui se prima non andava certo della influenza degli astri;

protrasse a lungo la conclusione della lega con la Francia perchè

non rinveniva conformità di nascita tra quella del re Francesco e

la sua: non so, se sul declinare della vita si guarisse da cotesta

infermità, certo egli ebbe a patire di fieri disinganni;

imperciocchè il medesimo giorno, forse la medesima ora nella quale

sè predicava beatissimo, ed in felicità si metteva allato di

Tiberio (in che potesse estimarsi avventuroso Tiberio io non saprei

dire) i patrizi Piacentini dopo avere messo il figliuol suo alle

coltella lo spenzolavano, miserando cadavere, fuori delle finestre

della cittadella di Piacenza.

Gli archivi di stato di Firenze contengono minuta la storia dei

viluppi adoperati nei Conclavi, dacchè d'ora in poi si può dire,

che i Medici fabbricassero i Papi. Da prima i voti si portano sul

Cardinale Salviati a cui per nocere meglio finse porgere aiuto Cosimo

I; poichè ebbe logorato il Salviati al Cardinale Ridolfi il

Conclave si volse al Cardinale Polo, e riusciva se non gli apponeva il

Cardinale Caraffa dubbio di fede non sana; allora si trastullarono col

Burgos per trovare l'uomo sul quale accordarsi. «O perchè non

fate me Papa? Disse celiando il Cardinale dal Monte. Io vi prometto,

appena assunto Papa, creare Cardinale il garzone, che custodisce la

mia scimmia e darvelo per collega.»

Piacque la giocondità del Cardinale, e ci pensarono su; Cosimo lo

ebbe caro perchè suo suddito come quello che aveva sortito il

nascimento a Monte Sansavino; non garbava agli Spagnuoli temendolo

parziale ai Francesi, ma anco qui pose sesto Cosimo, il quale condusse

i Farnesi guadagnati col patto di favori ampissimi, e della

restituzione di Parma al duca Ottavio, e non se ne poteva fare a meno,

imperciocchè i Cardinali Farnesi disponessero di ben ventitrè

voti: accomodate a questo modo le cose scese lo Spirito santo ed

uscì eletto il Cardinale dal Monte, che tolse nome di Giulio III,

in memoria di Giulio II che lo aveva creato camarlingo.

Giammaria Giocchi, che tale si chiamava veramente Giulio III, mantenne

Papa le promesse del Cardinale: innanzi tratto risegnò il suo

cappello cardinalizio di santo Onofrio al ragazzo amato da lui e

glielo mandò fino a Bagnaia di Viterbo. Invano i Cardinali si

opposero alla strana elezione, e sopra gli altri il Caraffa che

commosso da tanta indegnità (ed egli a suo tempo fece peggio) si

astenne da intervenire in concistoro: a quanti esponeva ignota la

nascita del garzone, troppo fresco di età, annoverando diciassette

anni appena, veruna fama correre dei suoi meriti, piuttosto bocinarsi

di sue capestrerie e non poche, il Papa piacevolmente rispondeva:

«O voi quando mi avete eletto Papa quale merito avete trovato in

me? Io davvero non lo so, pensate se voi!» Dissero, che il giovane

nacque a Piacenza da gente povera, che lo abbandonava su la strada,

ond'ei menò primi anni da zingano più che altro; il Cardinale

dal Monte passando per certa via a Parma vide il garzone alle prese

con una scimmia: pigliando piacere alla singolare giostra stette a

mirarne l'esito, che fu la disfatta della scimmia senza troppo danno

del ragazzo; allora se lo condusse in casa, e siccome il Cardinale

assai si dilettava tenersi attorno strani o rari animali ei ne commise

il governo ad Innocenzo. Aggiungono, che il ragazzo di giorno in

giorno viepiù gli entrò in grazia, non senza taccia di turpe

amore; per la quale cosa persuase il suo fratello Baldovino ad

adottarselo per figliuolo, gli diè maestri di lettere, lo provvide

del prevostato della Chiesa di Piacenza, se lo condusse a Trento, dove

infermatosi per consiglio dei medici lo mandò a Verona a pigliare

aria; e quando risanato annunziò al Cardinale il suo ritorno a

Trento, questi sotto colore di recarsi a diporto fuori della città

condusse seco ad incontrarlo una caterva di prelati quasi a testimonio

delle stemperate carezze con le quali lo accolse. Il Papa poi a

giustificare cotesta sua insania afferma amare il giovane perchè

gli avessero presagito gli astrologhi, che alla buona ventura di lui

andava legata la sua.--Migliori ricerche oggi ci certificano, che il

Cardinale Giammaria impregnasse la moglie di un bombardiere della

rocca di Forlì, che a suo tempo partoriva questo fanciullo, il quale

dal padre vero derelitto, dal putativo dispettato fuggì di casa

furfantando, e accattando per diverse ville finchè il caso non lo

fece cascare nelle scuderie del padre Cardinale allora legato a

Bologna, dove dopo diversi casi riconosciutolo gli pose soverchio

affetto come troppo poco gliene aveva portato prima, a sè ed a lui

nocendo con gli eccessi insensati. Certo questa notizia non lava la

memoria di Giulio III, pure lo salva da maggiore infamia; e per un

Papa ordinariamente la minore vergogna pare quasi lode. Di questo

Cardinale chiamato, per ispreto, scimmia, avremo a ragionare più

tardi.--

Tutti gli altri empì di prebende e di benefizi; nel dare quattrini

poi questo Papa parve rovesciasse la cassetta, e ne scotesse il fondo;

ma il guaio che mise da capo a soqquadro la cristianità fu la

promessa di rendere Parma ai Farnesi; e questo attenne, anzi Cammillo

Orsino nicchiando a consegnarla sotto colore, che ci aveva speso

ventimila scudi di suo per difenderla, il Papa glieli mandò

liberandosi dalla avara fedeltà di cotesto soldato, nè si

fermò qui, chè si obbligò eziandio pagare ad Ottavio Farnese

duemila ducati il mese perchè la difendesse. Ottavio poi non solo

intendeva difendere Parma, ma sì anco ripigliare Piacenza, mentre

Ferrante Gonzaga tornato ai suoi primi odi contro i Farnesi

gl'insidiava il Parmigiano, e il Papa ormai di danari si trovava al

verde. Ottavio andato a Roma per soccorso senti rispondersi che non

solo doveva deporre la speranza di aiuti, ma renunziare alla pensione

dei due mila scudi mensili; allora egli più volte chiese, e più

volte il Papa gli concesse di legarsi con qual Principe più gli

paresse spediente a sostenerlo incolume dagli assalti di Spagna. In

quei tempi in fatti di leghe non vi era luogo a scelta, o con la

Francia, o con l'Austria, dacché gli altri potentati o con questa o

con quell'altra si azzoccassero: di fatti Ottavio si accosta a Enrico

II, che lo accoglie a braccia quadre, e pone sopra lui il fondamento

della prossima guerra; pigliò ai suoi stipendi il presidio di

Parma, e i soldati francesi tornarono a rovesciarsi nel bel mezzo

d'Italia. Il Papa accortosi di quel nuovo groppo di guerra o sia, che

non desse intenzionalmente alle sue parole la estensione, che pure

esse presero o non reputasse Ottavio capace di valersi della

facoltà concedutagli, fatto sta, che saltò su i mazzi, e

procedendo tutto pieno di stizza tacciava Ottavio di _verme

prosuntuoso_: ed aggiuageva «nostra volontà è confidarci

insieme con lo Imperatore ad una medesima nave: allo Imperatore

spettano intelletto e potenza;--s'intimi Ottavio recarsi a Roma e

subito; depona le armi costui; sè commetta intero alla balìa del

socero augusto; se tentenna, guai! lo bandirà ribelle, lo

assalirà con le armi spirituali e temporali.» Ottavio rispondeva

gli torrebbero prima la pelle, che Parma, e il Papa aizzato dallo

Imperatore, e dal nipote Giovambattista dal Monte giovane, che di

sè sentendo altamente desiderava acquistarsi buon nome nella

milizia rompe la guerra a Ottavio radunando impetuoso armi, e cavalli:

cavatosi a un tratto dalla consueta indolenza egli agita adesso cielo

e terra per opprimere il Farnese; spedisce tra gli Svizzeri perchè

neghino soldati al re Enrico, poi scrive in Francia per dissuadere

Enrico stesso da sovvenire il duca Ottavio profferendogli mari e monti

se si fosse inchinato a compiacerlo; trovato il terreno duro il Papa

monta in furore e grida che se il re non gli lascia stare Parma a lui

basterà l'animo di levargli la Francia. I Consiglieri del

Cristianissimo non si spaurivano del Papa a cotesti tempi, epperò

in brevi accenti gli notificarono, quanto a Parma non voler sentirne

parola, quanto al restante intimerebbero un Concilio nazionale in

Francia, e lo intimarono, il Papa spaventato prega cessi il re ogni

disegno di Concilio; rispetto a Parma, ogni litigio fra loro rimanga

cireoscritto là dentro. Ma la contesa si dilatò oltre ogni

giudizio umano e valse a mutare le condizioni della Germania, ed anco

quelle d'Italia, ma in peggio. La guerra di Parma andò a

precipizio, il Papa ci perse l'esercito, ci spese l'ultimo suo soldo,

e per colmo di dolore gli ammazzarono il pro' nepote Giovambattista

mentre con la consueta prodezza combatteva fuori della Mirandola; i

Francesi legati co' protestanti di Germania compaiono sul Reno,

l'elettore Maurizio di Sassonia nel Tirolo, Carlo postosi a cavaliere

su i monti per contenere amedue è costretto a fuggire da Inspruch

per non cascare in mano del nemico.

Quando le faccende riescono per la peggio i soci litigano fra loro, ed è

fatto antico, però tra il Papa, e lo Imperatore ricambiavansi i

rimproveri, il primo perchè non gli pareva essere stato secondo le

speranze o le promesse soccorso, il secondo perchè avendo assunto

cotesta impresa pei conforti del Papa, questi avrebbe dovuto buttarcisi

dentro a corpo perduto; ma lo screzio era comparso maggiore in materia di

religione però, che Giulio avesse promesso riaprire il Concilio, ed anco

questo era stato da lui attenuto; tuttavia in breve si accorse come i

vescovi spagnuoli mirassero a scemargli l'autorità più rigidamente,

che i deputati tedeschi, imperciocchè da un lato essi presumessero

rendersi schiavi i capitoli, e dall'altro torre al Papa la collazione dei

benefizi, dal che questi com'è naturale aborriva; onde scrivendo al

Cardinale Crescenzio esclamava: «non sarà vero, non comporteremo mai,

prima lasseremo ruinare il mondo.» Mosso dalle quali considerazioni

prese a favorire i protestanti anzi tirarseli a sè con doni, e con

pecunia; l'autorità di Cesare per le battiture della fortuna scemando

crebbe la baldanza nei germanici; di qui risse, ed oltraggi ai prelati

massime spagnuoli, che male sopportando il presente, troppo più temevano

pel futuro; onde non parve vero a tutti tornarsene a casa; molto più,

che il Concilio non si scioglieva, bensì si prorogava: termini medi

dentro i quali si adagiano beatamente le anime codarde.

A Giulio non parve vero uscire dal pelago per immergersi nella

naturale indolenza; si chiuse nei diletti della vita, non però

volgari, chè temperato ei fu, e cultore dei buoni studi, e delle

belle arti; attese a fare stato ai suoi: la duchea di Camerino rapita

alla Varana concesse a Baldovino, non in signoria assoluta, ma in

feudo; modo che in fine di conto torna ad alienazione sovversiva

(secondo le moderne dottrine della curia romana) la Chiesa di Cristo.

Marcello Cervini, che sotto nome di Marcello II subentra a Giulio

nella cattedra di San Pietro passa come ombra; lo celebrano buono;

forse ei non deve questa reputazione se non al tempo breve, che

soggiornò sopra la terra.

Già toccammo di Giovampietro Caraffa, uomo torbido, sempre in contrasto

seco stesso o con altrui; renunziò vescovato ed arcivescovato per

fondare l'ordine dei Teatini, ma si lasciò eleggere cardinale; contava

ben settantanove anni quando lo promossero Papa; parte dei costumi di lui,

anzi anco dei detti gli scrittori attribuiscono a Sisto V, però che

fosse egli il quale gittata di un tratto la lunga ipocrisia appena vestito

il gran manto, interrogato quale desiderava avesse ad essere il suo

trattamento e la mensa, rispose: _da principe grande_; indole impastata di

odio senza pure un pugillo di amore; si vantava non avere mai compiaciuto

persona di cosa che gli fosse richiesta; bastava, che taluno lo supplicasse

di qualche favore perchè subito sorgesse in lui la repugnanza

invincibile di concedergliela. Nello intento di sostenere le forze rifinite

cibava vivande di molta sostanza e beveva vini gagliardi, massime una

maniera di vino grosso napolitano chiamato, _mangiaguerra_, capace da

rompere le pietre[1], pareva, argomentando sulla passata vita, si sarebbe

consacrato tutto alla religione, e invece s'intricò in guerre

pericolose; ancora, presagivano la fede avrebbe conseguito per lui notabile

avanzamento, ed all'opposto le nocque quanto il più tristo o il più

inetto dei Papi. Nei primordi del pontificato giurò alcuni patti, che

spergiurò, e a cui gliene mosse lamento fece una bravata da mettere

addosso il ribrezzo della febbre quartana; spedì monaci di Montecassino

in Ispagna a curare la disciplina dei conventi; ad ogni patto esaltò

alla porpora il nipote Carlo Caraffa soldato; in costui non una virtù,

bensì un vizio il quale nella estimativa del Papa non solo teneva luogo

di tutte le virtù ma le superava, ed era l'odio rabbioso contro Carlo V

e la sua potenza per cause o lievi o poco onorevoli; le quali furono

avergli tolto un prigione senza riscatto, ed impedito il possesso di una

prioria di Malta. Egli aveva tuffato le braccia fino al gomito nel sangue

umano, e non lo ignorava il Papa, ma avendone fatta la confessione e la

penitenza secondo la estimativa pontificia ridivenuto candido come colomba:

se questo poi credesse o no Paolo nella intima coscienza ignoro, ma certo

agevolmente aggiustiamo fede a quanto a noi piace, che sia. Poco dopo con

manifesta tragressione ai patti giurati. Paolo bandiva Cardinale Alfonso

figlio del Conte di Montebello garzone di solo diciasette anni.

[1] Vuol essere servito molto delicatamente, e nel principio del suo

pontificato non bastavano _venticinque_ piatti; beve molto più,

che non mangia: il vino è possente, gagliardo, nero e tanto

spesso, che si potria tagliare col coltello, e dimandasi

_mangiaguerra. Relazione di Bernardo Navagero_.

La storia ricorda avere questo vecchio concepito profondissimo odio

contro gli Spagnuoli, il quale era come ereditario nella famiglia di

lui, che nei ricordi del regno di Napoli vediamo sempre disposta a

seguire le parti di Francia, e a pigliare le armi contro gli

Spagnuoli; essendo egli cardinale consigliò Paolo III a

impadronirsi di Napoli: non rifiniva mai di levare a cielo la Italia,

quando principi nati o naturati in lei la governavano, paragonandola

ad una cetra di quattro corde mirabilmente armoniate fra loro Napoli,

Milano, Venezia e Chiesa; nè di maledire le perdute anime di

Alfonso di Arragona, e di Ludovico il Moro, che ci avevano chiamato

gli stranieri per sostenere le scambievoli querele. Seduto a mensa

quando gli lavorava dentro il vino _mangiaguerra_ buttava fuoco e

fiamme vituperando gli Spagnuoli di _dannati, razza di mori e di

giudei, feccia del mondo_; e via di seguito; sè millantava

destinato a sbrattare la Italia da cotesta pestifera genia.

Cause all'odio suo molte; talune private, ma potentissime tutte;

private erano, averlo lo Imperatore escluso dal consiglio di

amministrazione del regno di Napoli, molestarlo nel possesso dei suoi

benefici, vituperarlo con parole, scapestrate in tutti, ma nello

Imperatore indegnissime cause pubbliche, la persuasione che Carlo

talora avesse favorito la causa degli eretici, e i tentativi di lui

per farsi dichiarare da Paolo III suo successore nel papato; i quali

intenti comecchè paiano adesso strani non furono nuovi, chè anco

Massimiliano suo avo ci si provò, e quando Carlo li ripropose non

se li vide mica scartare come enormità, leggendosi nei dispacci del

Mendoza come essendosi aperto in proposito col Cardinale Gambara,

questi lo accettò averne scritto al Papa, che rispondendo disse

_non trovarci niente di male_; e senz altro lo uccellò: per ultimo,

la conoscenza forse, che Paolo ebbe come Carlo non riuscendo nello

intento di farsi eleggere Papa disegnava torgli il potere temporale, e

di ciò porge testimonianza il suo testamento pubblicato in Ispagna

ai giorni nostri dove occorrono questi notabili precetti al suo

figliuolo Filippo.

«Art. 5.» «Dopo avere ridotto tutti i principi in condizione

di semplici governatori bisognerà torre al Papa ogni dominio

temporale, oltre la città di Roma... si avranno poi a chiamare

persone dotte, affinchè per via di concioni e di scritture

insegnino ai popoli essere improntitudini pontificie le scomuniche ai

principi per negozi puramente temporali, nè Cristo avere trasmesso

mai siffatte facoltà alla Chiesa.»

«Art. 6.» «Spogliato il Papa di ogni suo possesso, fie mestieri

professargli reverenza profondissima per quanto concerna la sua autorità

spirituale e tenerlo a Roma, come già fu in Avignone, subietto ai

principi regnanti.» Ed altra volta avvertimmo come Carlo, tenendo

prigioniero Clemente VII, pure ordinava in tutte le cattedrali dei suoi

vasti stati si esponesse il Sacramento per la liberazione di lui; leggesi

altresì, che dopo morte, stessero a un pelo per processarlo come

eretico, e s'egli ne uscì illeso si riversarono le ire sacerdotali sopra

il suo teologo e predicatore arcivescovo di Toledo Carranza. Però non si

creda mica che Carlo non fosse devoto, anzi bigotto, ma l'autorità

papale egli voleva sottoposta a sè in sostegno della sua tirannide,

mentre il Papa disegnava usarla per mettersi sopra di lui; le inimicizie

loro gara di dispotismo. Il Papa si lega con la Francia contro la Spagna,

dove Carlo continua a vivere non da Imperatore, ma da frate; indi a breve

la Francia voltabile fa tregua con la Spagna; il Papa indracato di guerra

manda a Parigi il Cardinale Caraffa per rompere la tregua; ma i Francesi

stando sul niego, per isgararla, prima da Napoli poi sbracia Milano; di

Napoli consente si componga un regno per un figlio del re Enrico II, di

Milano per un'altro: la nostra Caterina dei Medici era stata tanto feconda,

che bisognava pure pensare di ammannire una pastura di popoli ai regali

appetiti; ancora, vediamo, che cosa intendono i Papi per restituire

libertà alla Italia; trarre dall'asse chiodo con chiodo, agli Spagnuoli

sosituire Francesi; lo sfogo delle vendette sacerdotali appellano cura, e

utilità della Patria. In questa guerra, Paolo IV, modello quasi perfetto

del romano pontefice, strinse alleanza con Soliman; così per vendicarsi

di Carlo reo di avere favorito i Luterani, e non era vero, egli si acconta

co' Turchi; e fa anco peggio, perchè conosciuto come l'oratore di

Filippo Garcilasso della Vega di tutti questi tramestii ragguagliasse il

suo signore, e non faceva altro che adempire il proprio dovere, lo caccia

in prigione, in prigione altresì il Taxis, direttore delle poste

spagnuole per avere spedito i dispacci, e per di più lo tortura;

l'oratore imperiale Saria, il quale commosso da tante enormezze si affretta

a moverne lamento col Papa, dopo averlo fatto aspettare per più di

un'ora alla porta, appena è intromesso. Parmi utile che gl'Italiani

conoscano (essendo cose ormai poco note o affatto dimenticate) come Filippo

II, uomo piuttosto furibondo di religione cattolica, che cattolico, riunito

un congresso di teologici di Salamanca, di Alcalà, e di Vagliadolid, non

che dei più illustri giurisperiti spagnuoli, innanzi di rompere la

guerra al Papa, volle lo chiarissero intorno ai seguenti quesiti i quali di

unanime accordo furono risoluti in pro della prerogativa regia: «in caso

di guerra difensiva contro il Papa possono sequestrarsi le rendite dei beni

di coloro che spagnuoli o no li posseggono in Ispagna, quante volte

rifiutino obbedienza al sovrano del pari, e nel medesimo caso possono

sequestrarsi le entrate dei benefizi ecclesiastici, e vietare ogni

spedizione di pecunia a Roma: o che sarebbe peccato convocare un Concilio

per esaminare un po' se Papa Paolo sia stato canonicamente eletto? E non

importerebbe alla incolumità della Chiesa instituire una inchiesta sopra

gli enormi abusi della curia romana, ed avvertire alquanto, senza lasciarsi

scarrucolare dai preti, di metterci sesto davvero?

Per altra parte il duca di Alba vicerè di Napoli (e imparino i

ministri del nostro regno italiano come, ora fanno tre secoli, uomini

salutati campioni del cattolicismo costumassero con Roma) inviava al

Papa lettere ortatorie perchè smettesse ogni disegno di guerra, e

il Papa rispondeva cacciando il messo in prigione, e taluni aggiungono

mettendolo al tormento; al tempo stesso avendo ammannito armi ed

esercito il vicerè faceva alle pontificie capestrerie tenere dietro

il castigo: occupa le terre della Chiese, e da per tutto appicca i

cedoloni con le armi del sacro collegio, annunziatori, renderebbe le

terre al nuovo Papa eletto legittimamente, industriandosi di porre in

iscrezio Papa e Cardinali. Cadde Anagni dopo piccola resistenza, e

andò a sacco; la subita resa preservò Tivoli; a Roma desolazione

e paura; solo il Papa imperturbato; allora gli gettarono a palate lodi

di costanza; a noi adesso sembra, qual'era, vecchio stupidamente

incaponito: all'oratore Veneziano, che gli metteva parole di pace

rispose: uscissero gli Spagnuoli di su quello della Chiesa; poi

avviserebbe; certi gentiluomini francesi presi in sospetto di

negoziare tregua col duca di Alba minacciò del capo, e alla

minaccia aggiunse il sacramento di Dio e dei suoi santi; ma siccome

co' giuramenti, e con le minacce non si sostengono guerre, così

Paolo si sbracciò ad abborracciare un'esercito non badando, per

formarlo, più allo storto, che al diritto, e però come prima si

era amicato col Turco, adesso pigliava al soldo della Chiesa Tedeschi

luterani; perseguitava di odio immortale (egli almeno afferma così)

Carlo V perchè non procedeva modo suo feroce con gli eretici, ed

egli se li pigliava a difensori; se lo Imperatore, o il Re gli

avessero pur tocco un po' di calugine s'inalberava sbuffando, gli

eretici condotti dal Papa sberteggiavano lui, la fede, e i riti

cattolici, ed egli, purchè la sua sterminata superbia rimanesse

soddisfatta, sopportava in pace.[1] Ponete mente, che di qui scappa

fuori una grande lezione; questo Papa, reputato atleta della fede

cattolica, guerreggia popoli cattolici con armi luterane e turchesche.

Ma ogni difesa cedendo alla fortuna spagnuola, espugnata Ostia,

sconfitto lo esercito, invano facendosi dal Cardinale Caraffa prove di

egregio valore, il Papa ebbe a piegare la cervice arrogante, e

chiedere tregua. Egli vi si condusse nella speranza d prossima

vendetta ragguagliato com'era dei Francesi accorrenti alla riscossa;

non la dissentì il Duca di Alba perchè prudentissimo, e

perchè anch'egli avesse rilevato di fiere battiture, massime allo

assalto di Ostia, onde rimase conchiusa per 40 giorni: questa nuova

giunse a Carlo mentre s'incamminava al romitorio di San Giusto, e

gl'increbbe così, che con parole acerbe censurò la tregua come

quella che concedeva tempo ai Francesi di soccorrere Roma; questo

piissimo Imperatore mentre stava per entrare in convento moriva di

voglia di mandare a sacco una seconda volta la sede della Chiesa

cattolica; anzi ci si trovò presente a coteste sue querele arroge,

com'egli borbottasse fra i denti altre parole irate, che non si

poterono capire.

[1] «Quel pontefice per ciascuna di queste cose fosse cascata in

un processo avrebbe condannato ognuno alla morte ed al fuoco le

tollerava in questi come i suoi difensori.» _Relazione di

Bernardo Navagero_.

Lo assedio di Roma · 第 37 / 63 段