componevansi a danari, le cose della fede adoperando giusto per ami da
pescare; quanto a' frati avversi a Roma basti ricordare il Savonarola, il
quale appunto uscì dall'ordine, ch'ebbe la inquisizione un tempo per
retaggio privilegiato: pertanto instituivasi un'inquisizione romana. Come
da Roma un dì leggi, ed eserciti si diramarono per l'universo; come a
Roma tutto le vie del mondo misero capo alla fontana, dove i gladiatori,
superstiti al circo, lavavano le ferite, e il ferro insanguinato, così
ora da Roma non più aquile, ma avvolto avevano a dipartirsi per
inviluppare le menti entro una rete di errore e di terrore. Ignazio
loiolita, ed i suoi si precipitarono a sostenere l'opera di sangue col
bramito di fiera.--Furono eletti sei Cardinali presieduti dal Caraffa e
dallo Alvarez inquisitori universali in materia di fede, con facoltà di
sostituire, e procedere, e giudicare in disparte dal tribunale
ecclesiastico ordinario; senza distinzione tutti sottoposti alla loro
potestà; le pene che potranno infliggere, carcere, morte, e confisca di
beni. Se vuolsi avere esempio moderno della rabbia religiosa di costoro tu
non potresti rinvenirne riscontro, tranne nella rabbia politica dei
montanari della Convenzione di Francia: presto, predicava colla spuma alla
bocca il Caraffa, ferro e fuoco al male prima, che incancherisca; basti a
punire il sospetto; non arresti nascita, nè grado; del pari tremino
principe o plebeo, prelato o paltoniere; se taluno cerca schermo dietro la
protezione dei potenti, guai! di uguale colpo percotansi protettori e
protetti; verso cui subito si confessi in peccato, e si prostri qualche po'
d'indulgenza si potrà adoperare.--Tale Asino dà in parete tal riceve,
dice il proverbio, nè ardere significa persuadere; però da
persecuzione sorse persecuzione; qui porrò l'eresie che reputavano
gl'inquisitori degne di fuoco, avvertendo che non sono tutte, ed anco per
minor fallo bisognava morire: da ardersi chi credeva non le opere proprie
bensì i meriti di Cristo salvassero il cristiano; da ardersi chi credeva
bastevole la confessione avanti Dio, però che nè Papa, nè
Sacerdoti abbiano facoltà di rimettere i peccati; fuoco a cui afferma
Gesù Cristo non presente nell'ostia consacrata; fiamma a chi sostiene il
Purgatorio fandonia e però inutili le preci pei morti; si brucino
coloro, che negano la facoltà nel Papa di concedere indulgenza e
perdoni, e dicono potersi i preti ammogliare legittimamente, dannosi i
conventi, troppe le feste, ridevole il divieto delle carni e di altri cibi
nei giorni prescritti dalla Chiesa: che più? morte e fuoco a chiunque
affermi, sostenga od anco pensi la setta luterana capace a condurre le
anime per la via della salute.--Furono le accademie scientifiche
perseguitate; quella di Modena e l'altra di Napoli chiuse; chi professava
lettere visto in cagnesco, la censura resa insopportabile, lo Indice
ampliato. Monsignore Giovanni Della Casa compilò il catalogo dei libri
proibiti: sommavano a settanta; in breve se ne compilò un secondo più
ampio, finchè in quello del 1529 fra le opere degne di fiamma il Casa
potè leggere annoverate anco le sue: così sottile fu il rovistare,
così ardente il distruggere, che taluni libri scomparirono affatto, come
il _Benefizio di Gesù Cristo_; a Roma incenerirono cataste di libri;
anco Omar praticò a quel modo in Alessandria, entrambi papi, o califfi,
entrambi interessati a mantenere nello errore il fondamento della propria
dominazione.--Chiamaronsi anco parecchi secolari a puntello dello
instituto scelleratissimo: con immunità e con danaro presente e poco,
con isperanze infinito e future si aizzavano; di spie un nugolo:
l'antica semenza dei guelfi e ghibellini rinfocolata; alle vecchie
si arresero nuove e mortalissime ingiurie; i Principi, paura fosse,
o male creduta utilità, porgevano aiuto; esecutori essi medesimi
delle sentenze di sangue, la quale cosa il prete significò con la formula
ipocrita:--_riporre il condannato al braccio secolare_: appena Napoli
ardì impedire la confisca dei beni; Venezia, stata fino allora l'asilo
dei fuorusciti per cause politiche o religiose, colta da vertigine, della
quale si pentirà amaramente e presto, quanti piglia condanna a fiero
supplizio; postili sopra due barche li manda in alto mare fuori delle
lagune, dove li costringe ad assettarsi su di una tavola; ad un segno
queste si scostano, e i miseri traditi sprofondano nelle acque invocando
per l'ultima volta il nome di Gesù; sazievole, nè utile al mio
intento riferire i nomi dei tanti tribolati; basti questo, che non
salvarono nè fama di vita religiosa, nè veste monastica, nè
professione di sacerdozio, nè stato principesco. Renata di Ferrara
provò nemico il Duca suo sposo: divisa dalla Francia, senza che alcuno
la ripigliasse per lei, ella annacquava con sue lacrime il vino. La più
parte dei fuggiti perì senza ricordo del dove e del come; certo cadde
nelle insidie parate a mo' di trabocchetto; non fu udito nè manco il
rantolo della agonia. Antonio dei Pagliaricci, queste, ed altre nefandigie
raccontando, ci afferma come _veruno comecchè, di cuore cristiano poteva
impromettersi di morire nel proprio letto_. Però non tutti rimasero
presi, nè tutti si spensero, anzi scamparono i più gagliardi e
diventarono atleti contro Roma; celeberrimo tra questi Bernardo Occhino,
che di generale dei Cappuccini diventò eretico, esiziale per anni, per
dottrina, per santità di costume, e potenza mirabile di predicazione;
fuggì, traverso mille pericoli, Pietro Martire Vermigli, e dopo lui uno
stuolo dei suoi alunni da Lucca. Celio Secondo Curione col bargello e gli
sbirri in camera, essendo atticciato, e gagliardo si fa largo a sergozzoni,
e ripara tra gli Svizzeri; migrarono da Modena Filippo Valentino e quel
Castelvetro che come scrittore troppo fu sotto allo Annibal Caro, ma come
uomo (e questo è quello che conta) di troppo lo superò.--Questi tutti
andarono ad ingrossare la schiera dei settari di Lutero, di Zuinglio, di
Ecolampadio, di Melantone, e di Muncero. La provvidenza poi, che governa le
vicende umane, come se questi non bastassero a sostenere la lotta ecco
evoca, non so donde io mi abbia a dire, Calvino anima, e volto di scure
affilata; egli di petto ad Ignazio fu lima contro lima: e per me ho fede,
che se i loro spiriti sopravvissero al corpo, di presente non si abbiano a
trovare divisi, bensì incoli di un medesimo luogo, che di certo non
sarà il paradiso.
Queste le armi della tetra instituzione, che ha nome Papato allora, adesso,
e sempre; affetto, ragione, il tempo stesso, il quale ha virtù di
vincere non che i cuori il metallo e il granito, niente possono su i preti
composti a curia Romana: udite come bandisse ieri al mondo Pio VIII:
«egli è mestieri, venerabili fratelli, perseguitare questi perniciosi
sofisti, denunziare le opere loro ai tribunali, bisogna dare i corpi loro
in balìa della inquisizione, e mercè le torture richiamarli ai sensi
della vera fede della sposa di Cristo.» Ed oggi Pio IX con solenne
enciclica, quasi dispettando il secolo, indice guerra alla libertà della
coscienza, e dei culti al suffragio universale, alla libera stampa, alla
inviolabilità della famiglia, a tutto insomma che non sia regresso verso
concetti ormai sommersi nei, gorghi del tempo.--Di qui imparino i settari,
che ci governano, con quanto senno essi argomentino; tristo, è vero, ma
conforme a sè sempre il Papato: non per virtù, non per generosità,
e manco per intelletto l'umano consorzio sarà felicitato con nobili
conquiste, bensì per viltà, per anarchia, per repulsa invincibile o
per minaccia dei nostri nemici; a questo modo andremo debitori della pena
di morte abolita ai fratelli La Gala, di cui fu imposto si rispettasse il
capo scellerato; la libertà civile alle pubbliche e private fortune
manomesse: la indipendenza agli assalti dell'Austria; la libertà
religiosa alla ostinazione del Papa: anco da fetida erba nasce il giglio,
ma i gigli usciti fuori così nè olezzano, nè durano.--
Nè le armi sole, ma assicurato il tempo opportuno il Papa bandisce
il Concilio di Trento; il tempo era destro però, che allora Carlo,
e i due capi della riforma germanica si travagliassero in aspre guerre
fra loro, onde gli facevano mestieri i soccorsi della Chiesa e più
dei soccorsi gli premeva non gli procedesse nemica. Il Papa si
liberava, intimando egli il Concilio, dalla minaccia dello Imperatore
di volerlo aprire egli stesso: chi ha in mano il timone governa.--Da
noi non si attende la storia del Concilio di Trento; ne possediamo
due, quella del Pallavicino, e l'altra del Sarpi, le quali dettate con
opposto intendimento, può chi ha voglia di studiare, ponendole a
confronto, assai bene conoscere gli umori dei tempi e la verità
delle cose.--Chi non può o non vuole attendere a siffatte ricerche
sappia, che il Papa instava si cominciasse a discutere su i dommi,
l'Imperatore all'opposto dalla riforma; la ragione delle contrarie
sentenze questa: la riforma dei costumi confessata necessaria non si
poteva contrastare; i libri santi non offerivano riparo, anzi
condanna; difficile poi presagire dove, riformando, si sarebbe messo
capo; all'opposto spuntandola sul domma la riforma sarebbe andata
soggetta a regole e a freni o non avversi, o secondi agl'interessi
della Chiesa. Tuttavia i prelati romani per non entrare in iscrezio
collo Imperatore composero, che si sarebbe discusso nel medesimo punto
sopra il domma, e sopra la riforma; ma in fatto poi si cominciò sul
domma, e si venne addirittura a mezza spada mettendo in campo la
quistione, se nel solo Evangelo si trovasse compreso tutto quanto
importa alla nostra salute. Non ci è mestieri troppa levatura per
conoscere, che vinta questa sentenza, il cattolicismo aveva finito;
però ogni estremo sforzo si adoperava a rigettarla, e prevalse
l'altra che la tradizione della Chiesa propagata dagli Apostoli sotto
la protezione dello Spirito Santo fino ai tempi presenti deve
accettarsi ed osservarsi quanto e più la santa Scrittura; a questo
modo l'interesse del sacerdote rimase, siccome già era, sostituito
alla dottrina di Cristo. Roma vinse nel Concilio per perdere più
tardi senza rimedio nel mondo. Nè di minore importanza parve
spuntarla intorno alla giustificazione, dacchè se veniva deciso la
medesima effettuarsi unicamente pei meriti di Cristo, e non in
virtù delle opere la Chiesa si trovava a chiudere bottega di
sacramenti; e tanta fu la rabbia dei disputatori, che mancate le
ragioni contesero a pugni, e se ne ricambiarono dei solenni il vescovo
della Cava, e certo monaco greco. Ributtata la definizione assoluta,
con asprezza pari respinsero qualsivoglia ammenda, massime quella
delle due giustizie, che insomma era un'empiastro moderato col quale
si presumeva stabilire, che per salvarsi si chiedessero ad un punto i
meriti di Gesù Cristo e la virtù delle opere: pro le stavano
Scripando, e i Cardinali Polo, e Contarini, contro il Cardinale
Caraffa, e i Gesuiti Salmeron, e Lainez: prevalsero gli ultimi, che
ogni sapienza pongono in questi due termini: _fermi o addietro_.
Quando consideriamo la perpetua contradizione dell'uomo sovente, ci
sorge nella mente il dubbio se davvero egli possieda discorso, e se
per esso proprio si distingua dagli altri animali; di vero il
sacerdozio romano piegò al Concilio mosso dal senso del bisogno
della riforma, e chiuso nel Concilio pesta le mani e i piedi per
rimanere inalterato o concedere solo ammende, che non hanno costrutto;
appunto come le Monarchie ridotte al verde oggi accettano le
Costituzioni per convertirle in arnesi di tirannide due cotanti peggio
di prima.
Il Papa parve, e tuttavia sembra, capo di cotesto moto di offesa o di
difesa del cattolicismo, e certo ogni cosa ebbe approvazione da lui; egli
convoca il Concilio, egli lo dirige; da lui emanarono le Bolle dei nuovi
instituti monastici, sua la Bolla che invia Saverio alle Indie, sua quella,
che fonda l'arcivescovado nel Messico; chi altri se non esso, mediante il
nipote Rinaldo Farnese arcivescovo di Napoli, tribolò il vicerè
Pietro di Toledo a rizzare la Inquisizione in cotesta città, donde le
fiere sommosse per le quali dopo tanta uccisione di uomini e' fu mestieri
deporne la voglia? E pure nonostante queste apparenze non visse per
avventura uomo nella cristianità, che sia co' principeschi consigli, o
sia co' privati costumi, più di lui attraversasse l'esito della
riforma.--Nei primordi del pontificato si stringeva in lega co' Veneziani,
e lo Imperatore _contro i Turchi_; dopo spazio non lungo di tempo fa
alleanza _col Turco_ e il re di Francia contro lo Imperatore: combatte con
armi spirituali e temporali alla scoperta i Luterani e di celato se la
intende con loro.--Così Papa e Imperatore accordatisi a Vormazia per
annientare la lega di Smalkalda, il primo manda, giusta il concerto, armi
in soccorso col cardinale nipote Alessandro; sbigottito poi dalla prospera
fortuna del suo collegato, di punto in bianco richiama il cardinale
Alessandro coll'esercito: mentre la Germania settentrionale trema del
progresso del potere pontificio, il Papa esulta delle battiture che dà
l'elettore Giovanfederigo al duca Maurizio, e aizza segretamente Francesco
I sovvenire i Luterani, finchè tengono le armi in mano; osso duro a
rodere per Carlo essere tuttavia cotesto; col mezzo dell'Oratore francese
lo ammonisce così: «S.S. ha inteso che il duca di Sassonia si
mantiene gagliardo, di che piglia inestimabile contentezza, giudicando, che
il nemico commune in virtù di questi intoppi si troverà inetto al
compimento delle sue imprese, onde pensa, che tornerebbe a grandissimo
benefizio comune sovvenire di sotto mano coloro che gli resistono, e dice
che voi non potreste fare spesa che fosse più utile.» Nè questi
suoi disegni, o piuttosto intrighi, rimasero punto nascosti allo
Imperatore, il quale prevalendolo sempre nelle armi mandava al suo Oratore,
perchè lo partecipasse al Papa: «avere conosciuto, pur troppo, il
pensiero di S.S. essere stato quello di porlo a cimento in impresa zarosa e
poi abbandonarlo, per ciò avere alla sprovvista richiamato le sue
milizie; nè di questo più che tanto importargli però che prive di
soldo, e indisciplinate gli erano piuttosto di danno che di benefizio;
amareggiarlo questo altro, nè volerlo sopportare, che senza suo avviso
avesse trasferito il Concilio a Bologna.» Piegava allora Paolo sotto la
mano di ferro delle Imperatore; ma quietata alquanto la paura, eccolo da
capo alle insidie; però, che non si neghi Gian-Luigi Fiesco aizzato non
meno dal re di Francia, che dal Papa tramasse la congiura contro Andrea
Doria, che andata a vuoto, questi più tardi barattò a Paolo con la
morte del figliuolo Pierluigi. Duro freno a mordere, ma dalle labbra
fermenti del Papa in cotesto acerbissimo caso uscì spuma non parole, e
cauto si mise ad annondare una nuova lega ai danni dell'odiato Imperatore
con Francia, Venezia, Svizzera, e _il Turco_: quantunque avesse scomunicato
gl'Inglesi, pure consigliava Enrico II a pacificarsi con Eduardo VI per non
provarlo d'impedimento alla guerra, che imprenderebbero pel bene della
Cristianità.--
La Chiesa si era ridotta al termine di che parlammo per colpa dello
strazio che ne manarono i Papi in benefizio dei loro figli e nipoti:
per questo diventò necessaria la riforma, che lo stesso Paolo III
prescrisse, e verun Papa mai dava come costui esempio pernicioso dei
medesimi errori.--Creò cardinali suoi figli o nipoti Alessandro, e
Ranuccio Farnese, e Guido Antonio Sforza figliuolo di Costanza Farnese
di dodici, di quattordici, e di quindici anni; e non che ad altri allo
Imperatore, che gliene toccò qualche parola, rispose, contro il suo
costume alterato; e promosse altresì alla porpora Niccolò
Gaetani discendente di Bonifazio VIII e congiunto con la casa Farnese;
fra i trentasei cardinali, ch'egli elesse, occorre anco un Roderigo
Borgia dei duchi di Gandia, onde non istette per lui che un'altra
volta il sangue di Alessandro VI non rese sacro il soglio di San
Pietro.--Usurpò Camerino alla ultima erede dei Varano, allegando le
femmine escluse dalla successione del padre, nè lo rese già alla
Chiesa, bensì lo tenne per darlo a Ottavio suo nipote nel modo
stesso che dal manto della Chiesa aveva sbarrato Castro per investire
il figliuolo Pierluigi, e Nepi per coprire l'altro nipote Orazio. Le
paci e le guerre nelle quali egli spinse la Chiesa miravano sempre ad
avvantaggiare i suoi; la quale cosa sovente gli veniva fatto di
conseguire con destrezza mirabile. Quando prima si pose in mezzo
paciere tra Francesco e Carlo a Nizza pescò a Pierluigi il
Marchesato di Novara da una parte, e dall'altra provvido ad allogare
sposa in casa di Francia la nipote Vittoria col duca di Vandome; a
questo, non avendolo ottenuto subito, e poco dopo essendosi rotta da
capo la guerra tra Francesco e Carlo, egli ebbe con inestimabile
cordoglio a renunziare; ma guasta una tela il ragno ne incomincia
un'altra; quindi Paolo più tardi torna agli amori francesi, e gli
riesce fidanzare il nipote Orazio con la bastarda di Enrico
II.--Ardendo pel desiderio di lasciare alla sua casa un principato che
le fosse scala ad acquisiti maggiori ora delibera investire Pierluigi
del ducato di Parma e Piacenza e lo sgarò nonostante, che messa la
pratica in Concistoro il cardinale Caraffa non intervenisse, anzi nel
medesimo giorno visitasse le sette Chiese come straordinariamente si
costuma tra i Cattolici nelle gravi sciagure, ed ordinariamente il
Venerdì santo; e il cardinale da Trani con onesto sermone tra le
altre cose lo ammonisse «e che diranno di siffatto partito i
Luterani, ora che il Concilio è aperto, vedendo il patrimonio della
Chiesa dai Papi stessi, i quali come fedeli tutori dovrebbero
mantenerlo, e difenderlo, essere dato ad altri?» Al Papa non
piacque cotesto suono, nè lo menò buono il Collegio dei
Cardinali; per la quale cosa se non si rinnegò allora Dio, nè si
manomisero i suoi precetti per lacerare in parte il dominio della
Chiesa e gittarlo in pastura all'uomo forse più nefando, che mai
vivesse al mondo, vorremo noi credere al Papa adesso, che afferma i
comandamenti divini impedirgli di rendere la potestà dei suoi
domini al popolo italiano per comporsi una Patria potente, e felice?
Non contento di Parma e Piacenza, poco dopo il Papa armeggia per procurare
al medesimo suo indegno figliuolo la duchessa di Milano, e sottilmente
arguto insinuava pei suoi negoziatori a Carlo: «a te disdice chiamarti
conte, duca, e principe, Cesare sei; non le molte provincie, ma i grandi
vassalli hanno da formare la tua forza: dacchè mettesti le mani sul
Milanese non godesti un'ora di bene; che tu lo renda al Re Francesco non si
consiglia, però che questi dopo il primo pasto avrebbe più fame che
pria delle terre italiche; ma nè anco lo devi serbare per te,
considerando come cotesto acquisto ti abbia fruttato nemici molti e
poderosi, i quali ti stimano insaziabile dei domini altrui: se vuoi, che il
mal sospetto cessi, fa una cosa, dà il Milanese a qualche duca; così
Francesco I non troverà più partigiani, tu all'opposto ti amicherai
per la vita Lamagna e Italia, e perciò franco da ogni impaccio potrai
portare le tue bandiere nelle più remote regioni, e rendere il tuo nome
immortale.» Ma lo Imperatore considerando come quello, che è buono a
pigliarsi si prova ottimo a tenersi faceva orecchia di mercante; e poi
quando avesse tentennato le persuasioni di Ferrante Gonzaga e di Andrea
Doria, avversissimi ai Farnesi lo avrebbono dissuaso di piegare alle voglie
del Papa.--Quando trucidato Pierluigi Farnese, Ferrante Gonzaga occupò
Piacenza per lo Imperatore il Papa per via di negoziati pose in opera ogni
sua arguzia per ricuperarla; al solito metteva innanzi la donazione di
Costantino, e subito dopo quella di Carlomagno; ma visto, che coteste
donazioni non facevano breccia allegò la cessione di Massimiliano I
Imperatore a Giulio II e la conferma fattane da lui stesso Carlo nell'anno
1521: lo Imperatore nonstante siffatte dimostrazioni perfidiava con lunga
scrittura a volere serbarsi Piacenza, ed anzi avrebbe preso anco Parma
assegnando per compenso ad Ottavio 40,000 scudi di entrata nel regno di
Napoli, somma a cui non erano mai giunte le riprese di Parma e di Piacenza;
la quale profferta rincrescendo al Papa per torsi le molestie dattorno
propose allo Imperatore lo scambio di cotesto ducato con Siena; ma Siena
già era segno di cupidigia di Cosimo I; il quale stava su l'avvisato,
avendo scritto fino dal 1537: «al Papa non è rimasta altra voglia in
questo mondo, se non disporre di questo stato e levarlo dalla devozione
dello Imperatore, ma gli sarà mestiero portarsela seco lui dentro il
sepolcro.» All'ultimo considerando, che il ducato di Parma e Piacenza
mentre lo aveva tolto alla Chiesa poco restava sicuro in mano ai suoi
deliberò restituirglielo cassando il baratto antico di Camerino e Nepi:
così da capo il ducato Parma e Piacenza difeso dal pontificale ammanto
gli sembrava potersi più agevolmente conservare; e non temeva
opposizione dal lato dei nipoti come quelli, che egli aveva sperimentato
sempre ossequentissimi a propri voleri, non avesse fatto cosa che in
massima utilità loro non ridondasse; ora poi bisogna vedere che
avverrebbe pungendoli nello interesse; di vero Ottavio si rovesciò, e
non si astenne da adoperarsi di avere a certo pranzo in casa Sanvitali
Cammillo Orsino governatore di Parma pel Papa per quivi ammazzarlo, o
imprigionarlo, e poi correre la terra; e poichè Cammillo non cadde sul
vergone neppure aborrì ricorrere a Ferrante Gonzaga precipuo operatore
della paterna strage per ottenere con la forza, quello, che con la fraude
non aveva potuto conseguire; Ferrante poi (qualunque fosse l'animo suo, che
per me giudico tristo) non si mostrava alieno da porgere aiuto ad Ottavio a
patto, che ei tenesse Parma a nome dello Imperatore. Il Pallavicino nella
Storia del Concilio di Trento afferma avere Ottavio rigettato la proposta;
al contrario il Gossellini nella Vita del Gonzaga dichiara, che fu spedito
un corriere allo Imperatore per la ratifica dello accordo; checchè di
ciò sia Ottavio scrisse lettere a Paolo III significandogli, che dove si
ostinasse a negargli Parma per amore, e' se la sarebbe presa per forza co'
sussidi del Gonzaga; giunse questa nuova oltre ogni credere amara al
Pontifice, il quale querelandosi diceva la viltà del nipote, che per
cupidigia d'imperio acconsentiva stringere la mano intrisa del sangue
paterno avergli trafitto il cuore assai più della strage di Pierluigi;
ma non gli credevano, nè a torto, imperocchè anch'egli, nonostante
cotesto omicidio, o non aveva negoziato con Cesare per barattare Parma e
Piacenza con lo stato di Siena? Avanzava una speranza al Pontefice, ed era,
che il Cardinale Alessandro non avesse intinto in coteste tresca; ma
chiamatolo a sè, conobbe il contrario; allora ruppe in escandescenze, e
in mezzo ad una procella di rampogne strappò di mano al Cardinale la
berretta sbatacchiandola a terra; all'ultimo tramorti; rinvenuto dopo
parecchie ore si giudicò morto, per la quale cosa convocati i Cardinali
commise loro pigliassero tosto i provvedimenti che al bene della Chiesa
reputassero più acconci; però al tempo stesso o che la cupidigia
d'ingrandire la propria famiglia ripigliasse in lui il sopravvento, o per
la contradizione inseparabile dalla nostra natura sul punto di chiudere gli
occhi sottoscrisse un Breve per Cammillo Orsino e glielo mandò pel suo
segretario Antonio Elio vescovo di Polo con ordine espresso di restituire
Parma ad Ottavio; se nonchè Cammillo da prima sospettandolo falso, non
lo volle obbedire, e poi chiarito dell'autenticità sua, ma al punto
stesso della morte del Papa, s'intorò nel rifiuto allegando, che la
volontà di uomo sano di corpo e di mente non si aveva a posporre a
quella di uomo moribondo per avventura privo di discorso di ragione.