corresse divario può giudicarlo il lettore: costituitosi giudice tra
Giampaolo e Gentile Baglioni, Lione cita il primo a comparire in Roma;
quegli subodorando il capestro si finge infermo, e manda in sua vece il
figliuolo Malatesta, il quale con oneste accoglienze accarezzato pure
come procuratore del padre non si accetta; Giampaolo tentenna, ma
confortato dal genero Cammillo Orsini, e da altri baroni romani, ottenuto
salvacondotto papale, di mala voglia va; incauto! quanto valesse il
salvacondotto del papa lo aveva pure a sapere! Lione sentendolo prossimo
a Roma si reca a stanza in Castello; quivi lo accoglie, lo sostiene, e lo
ammazza. Colpe al tradito apposero molte, anzi infinite, e forse ne aveva
oltre al dovere; ma talune (delle quali si menò maggiore strepito) in
Roma si avevano per vezzi; causa vera fu, che Giampagolo si era mostrato
sempre parziale al Duca di Urbino, torbido, e cupido di dominio, insomma
tale che parve al Papa non potere starsi sicuro finchè vivesse. La
strage proditoria del Papa pensarono i Fiorentini più tardi imponesse
al figlio il debito della vendetta, sicchè non ultima fu questa
considerazione per eleggere Malatesta capitano generale; allora
Macchiavelli era morto, pure aveva lasciato scritto come gli uomini,
almeno allora, il sangue paterno più agevolmente perdonassero della
perdita del patrimonio; peccato fu, che i Fiorentini se lo
dimenticassero.--Dopo il Baglioni mandò Giovanni dei Medici contro il
Freducci diventato signore di Fermo; lui avventuroso, che morì da
soldato sopraffatto da fanti e cavalli in numero venti volte maggiore del
suo! i minori tiranni atterriti, sbandandosi riparano in questa parte, e
in quella: taluni fiduciosi della misericordia del Papa si ridussero a
Roma, e la ottennero; dopo che la tortura ebbe loro stracciate le membra,
patirono morte di corda l'Amedei tiranno di Recanati, Zibicchio di
Fabbriano, e Severiani di Benevento. Il Roscoe solenne encomiatore di
Lione siffatti gesti del suo eroe non potendo giustificare, li tace;
però non dissimula quello, o piuttosto quelli che il Papa dabbene
commise a danno di Alfonso d'Este, il quale comunque sortito all'onore di
portare il gonfalone della Chiesa alla incoronazione di lui non andò
immune dall'assalto proditorio delle milizie papaline, mentre giaceva
infermo, della vita in forse, e il fratello Ippolito si trovava in
Ungheria; e ne sarebbe rimasto oppresso di certo, se di opportuno aiuto
non lo sovveniva Federigo duca di Mantova. Andate a vuoto queste prime
insidie Lione tornò alle benevolenze consuete fra le persone più
care, e queste non tolsero, che da capo non gli tramasse contro il
tradimento corrompendogli Ridolfelle capitano delle sue guardie, che per
danari promise ammazzare il Duca, e consegnare una porta al nemico; ma
costui o buono in tutto, o subdolo tenne il trattato doppio e svelò
ogni cosa al Duca. Il Sismondi afferma due cose, che al paragone io non
rinvenni esatte, la prima delle quali è, che secondo lui il Muratori
afferma avere letto il processo compilato intorno a questo misfatto; ora
di ciò è niente; il Muratori dice, che il Duca dopo composto il
processo dell'attentato con le deposizioni di alcuni complici e le
lettere del protonotaro Gambara ordinatore insieme al Guicciardino di
tanta enormità, lo mise da parte per valersene all'occorenza. L'altra
inesattezza consiste nel supporre che il Roscoe dubiti della strage del
Duca ordinata da Lione, mentre questo scrittore dichiara vere le insidie
del Papa per rubare la città, ed altresì vera la tramata uccisione,
solo non trova prova di fatto, che costui la comandasse; o solo lo
sapesse; e così sarà, ma ciò non monta, imperciocchè riesce
piuttosto assurdo negare, che facile credere come Lione, il quale per ben
due volte tentò sforzare alla traditora Ferrara in odio al Duca
temuto, dimenticasse metterci la giunta di mandarlo all'altro mondo:
quando il prete recita l'_oremus_ del ladro, l'_amen_ dell'omicidio ce lo
mette sempre. Il Guicciardino, che di coteste rivolture fu molta parte,
raccontando il caso, tace dello assassinio; forse lo ignorava, ma
sapendolo è naturale lo dissimulasse o perchè ogni uomo rifugga
confessare la propria infamia, o perchè manifestandolo si sarebbe
tirato addosso l'odio dei Medici suoi padroni, e quello degli Este
provocati a bastanza: però voglionsi bene conficcare nella mente
questi ricordi di lui, che ho allegato altrove, e mai non rimango citare
quante volte me ne capiti il destro; da questi si ricava in qual concetto
tenesse la gente chiesastica, e se di ogni più rea azione li reputasse
capaci: «io non so a cui dispiaccia più, che a me l'ambizione,
l'avarizia, e la mollizie dei preti... nondimeno il grado, che ho avuto
con più pontefici, mi ha necessitato amare per il _particolare mio
interesse_ la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato
Martino Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte
dalla religione cristiana... ma per vedere ridurre questa caterva di
_scellerati_ a' termini debiti, cioè a restare o senza vizii, o senza
autorità.[1]» Ribadisce più veemente il chiodo col Ricordo
CCCXLV: «io ho sempre desiderato naturalmente la ruina dello stato
ecclesiastico, e la fortuna ha voluto che sieno stati due pontefici tali
che sono stato sforzato desiderare e affaticarmi per la grandezza loro;
se non fussi questo rispetto, amerei più Martino Lutero, che me
medesimo, perchè spererei, che la sua setta potessi ruinare, o almanco
tarpare le ale a _questa scellerata tirannide dei preti_.»
[1] Ricordo XXVIII.
Nel Ricordo CCCXVII insegna.... che insegna egli mai? Cose che essendo
state pensate e dette ora sono trecento anni e più fra noi, sembra
impossibile che non l'abbiano apprese, apprese non l'abbiano tolte a
norma di vivere: «tutti gli stati, chi bene considera la loro
origine, sono violenti, nè vi ha potestà che vi sia legittima,
dalle repubbliche in fuora nella loro patria e non più oltre: nè
anco quella dello imperatore, ch'è fondata in sulla autorità dei
Romani, che fu maggiore usurpazione che nessun'altra; nè eccettuo
da questa regola e' preti, la _violenza dei quali è doppia,
perchè a tenerci sotto_ usano le armi spirituali, e le temporali.»
--Tre cose, messere Francesco desiderava vedere innanzi, la sua morte,
ma dubita, ancora ch'ei vivesse molto, non ne vedere alcuna: uno
vivere di repubblica bene ordinata nella città nostra, Italia
liberata da tutti e Barbari, e liberato il mondo dalla tirannide di
questi scellerati preti.[1] E sembra, che sia difficile però ch'io
mi trovi giusto a desiderare queste cose come lui; però se non
conseguiva la prima, sua la colpa in gran parte, essendosi adoperato a
tutto uomo a rituffare la Patria nel servaggio, quantunque lo
spettacolo della virtù cittadina strappasse dai suoi labbri
beffardi la singulare sentenza:--«accade qualche volta e' pazzi
fanno maggiori cose, che e' savi: procede perchè il savio dove non
è necessitato si rimette assai alla ragione, e poco alla fortuna:
il pazzo assai alla fortuna e poco alla ragione; e le cose portate
dalla fortuna hanno talora fini incredibili. I savi di Firenze
arebbono ceduto alla tempesta presente, e' pazzi avendo contro ad ogni
ragione voluto opporsi, hanno fatto insino a ora quello che non si
sarebbe creduto, che la città nostra potesse in modo alcuno
fare.--«E su ciò nota, che i cittadini di Firenze non si posero
in balìa della fortuna bensì della virtù, la quale se non li
rese felici nè anco potè farli sventurati, avendo conseguito
fama immortale, e morte onoratissima combattendo per la Patria; mentre
Messer Francesco, che certo si poneva fra i savi, nocque alla Patria,
guastò il nome, e dopo vita umiliata lo colse la morte senza
compianto. Piaccia al cielo che i nostri figliuoli, tenuta a vile la
sapienza dei Guicciardini, s'innamorino della follìa del Ferruccio.
[1] Ricordo CCXXXVI.
A così enormi prodigalità, a tanti tramestii ogni gran fonte di
guadagno veniva meno, sicchè per ultimo mise mano alla vendita delle
indulgenze facultando i suoi commessi ad aprirne mercato là dove
trovassero il terreno disposto. Qui non ha luogo la storia di simile
successo, epperò mi passo da investigare se e quanto vera la fama
delle turpitudini, che lo accompagnarono; fatto sta, che cose brutte ci
furono, e Lione fece prova di solenne imperizia a toccare quel tasto. Non
secondando gli umori dei tempi la Curia di Roma potè, mescendo
disciplina e domma, perfidiare offesa alla religione ogni conato di
riforma morale, e commettere al fuoco il molesto predicatore; quando poi,
per le cause discorse allorchè tenni proposito di Alessandro VI, gli
stranieri conobbero di che panni vestissero i preti di Roma bisognava,
per evitare che i nodi arrivassero al pettine, avvertire due cose, mutare
costume, e credere, o fingere credere quello che sotto pena di fuoco si
pretendeva che credesse altrui: di vero dei roghi dei primi eretici non
avanzò altro, che ceneri, le quali andarono disperse dal vento; ma di
quelli di Girolamo da Praga, di Giovanni Huss, e del Savonarola rimasero
tizzi accesi a illuminare le menti degli uomini. Gli scrittori clericali,
ed anco altri per avventura non clericali negano addirittura la
incredulità del Papa e dei chierici romani, ovvero co' soliti
arzigogoli l'attenuano: certo noi non possiamo accertare se Papa Lione
dicesse a Pietro Bembo:--buon pro ci fece, Pietro, cotesta novella di
Cristo.--Neppure ci è dato conoscere la verità di quanto afferma
Lutero, il quale scrive avere udito a Roma certo sacerdote nella
consumazione del sagrifizio della messa dire a voce alta, quasi parlando
all'ostia:--_pane sei, e pane rimani_,--comecchè la ci paia proprio
fandonia, a meno che il prete non fosse matto; tuttalvolta ci era da fare
poco fondamento su la fede di un Papa educato dal Poliziano, il quale sul
serio scriveva a Lorenzo il magnifico fargli specie come la moglie
Clarice non si vergognasse di mettere fra le mani al suo figliuolo
Giovanni un libro barbaro come il _saltero_, e questo Giovanni fu per lo
appunto Lione. A Roma Pomponazzo predicava l'anima mortale ovvero
materia; e dalle sue opere si apprende manifesto lo spregio in che ei
teneva la religione cristiana[1]. Erasmo ebbe a maravigliare non poco
quando un dotto prelato pretese provargli la uguaglianza dell'anima umana
con quella delle bestie per via di argomenti cavati dalla storia naturale
di Plinio. Sappiamo da Paolo Canensio nella Vita di Paolo II come giusto
in Roma, anzi nella Curia medesima, moltissimi prelati, massime giovani,
andassero strombazzando la fede cattolica fondarsi sopra pie frodi di
uomini riputati santi, piuttosto che sopra testimonianze di verità; e
discorrendo pei generali il Caracciolo nella vita di Paolo IV ci assicura
che in quel tempo non pareva fosse galantuomo e buon cortigiano colui che
dei dogmi della Chiesa non avesse qualche opinione erronea, ed
eretica.--Nè in Roma solo ma per tutta Italia; e il Daru, il
Ginguenè, e il Ranke ricordano certo poema di Francesco de' Lodovici
intitolato il _Trionfo di Carlomagno_, dove immagina Rinaldo, essendo
penetrato nell'antro dove la Natura fabbrica gli animali, sente dire da
lei, ch'essa assegna loro più intendimento o meno secondo la
eccellenza della forma; e domandando egli se anima ce ne metteva la
Natura risponde:
_«Quell'altro poi, che in voi dici immortale
«Io non lo fo; se Dio lo fa, sel faccia;
«Che cosa egli si sia nè so, nè quale.
«Puote esser molto ben, che a lui ne piaccia
«Far, quando i corpi fo, qualcosa in voi,
«Che torni al vostro fin nelle sue braccia._
«E questo se a te par creder lo puoi.--
[1] Messo a mal partito poi si ritrattò affermando così avere
sostenuto non per suo convincimento, bensì secondo la opinione
di Aristotele, ma ei mentiva; _materialista_ incurabile lo
chiariscono le sue opere tutte, e per fine l'epitaffio, che, da
lui stesso dettato, gli posero sopra la tomba.
Quanto a costumi non importa dire; anco prima di Leone le meretrici
pubbliche avevano sepoltura in Chiesa, come la famosa Imperia, cui
inalzarono onorato monumento in San Gregorio con tale epitaffio dove
levavasi al cielo la venustà delle sue forme.--A dritto uno storico
gravissimo dichiara il pontificato di Lione essere stato tutto un
Baccanale; Marco Minio oratore con parole come convengono al suo
ufficio compassate scriveva:--è docto, e amador di docti, ben
religioso, ma _vuol viver_.--Di lui corse fama bieca per troppo
addomesticarsi che faceva co' paggi di corte, formosissimi tra i
garzoni d'Italia, e il Giovio nel difenderlo lo aggrava, dacchè
dopo averlo encomiato casto al pari di Giuseppe ebreo o giù di
lì, mi scappa fuori con la domanda: e chi può avere scrutato i
segreti della notte? E aggiunge poi che tali bazzecole non si hanno a
rinfacciare ai buoni reggitori, essendo noto come quel Traiano,
delizia vera della umanità, di culto eccessivo proseguisse gli Dei
consenti Venere e Bacco: per me dico, che le specialità non possono
con giustizia apporsi a persona dove non siano chiarite; rispetto alle
generalità basta la induzione onesta e giudiziosa; così questa
facenda dei donzelli non credo perchè non trovo provata, ma nè
pure mi persuado della esemplare castità di Lione considerando la
vita, gli ozi, ed i sollazzi di lui; stivalato e incavallato buona
parte del tempo egli spendeva alla caccia, e tanto dietro questo
divertimento andava perduto, che per poco non cadde prigioniero dei
Turchi a Civita Lavinia; le commedie alle quali egli assisteva, ai
dì nostri la censura più rilassata ributterebbe come troppo
invereconde; mostruosi i vizi di Alessandro VI, e per questo appunto
meno nocivi come quelli, che si svelavano nella immane loro bruttezza;
pieni di pericolo quelli di Lione perchè eleganti; tutto rettile il
primo, sirena il secondo; non arduo schermirsi dalle infamie
borgesche, impossibile non isdrucciolare nelle corruttele medicee; ora
le turpissime cose spolverizzate dei profumi di Tibullo, di
Anacreonte, e di Orazio. Giuochi, canti, e femmine leggiadre; il Papa
caritava anch'egli, e bene; giocava alla disperata, vincesse o
perdesse le monete di oro buttava via: pareva larghezza e non era,
bensì voglia o bisogno di vedersi attorno faccie contente che lo
rallegrassero; di vero, passato quel momento, si mostrava piuttosto
scarso, che no; e qualche volta anco avaro. I suoi sollazzi crudeli, e
rammentiamoci, che il Petrarca, il quale più volte volle divinare
amore, ci scappa fuori con questi versi:
_Ei nacque di ozio, e di lascivia umana,
Nudrito di pensier dolci e soavi,
Fatto Signore e Dio da gente vana._
E quel Platone filosofo solenne, donde venne l'amore platonico,
spasimò di amore per Archeanassa di già attempata dicendole con
galanteria da disgradarne un Parigino, che nelle rughe del suo volto
scorgeva il nido degli amorini; e quello ch'è peggio ebbe in
delizia Astero venustissimo per cui compose bellissimi versi, che pure
ci sono avanzati. Accoglieva parasiti a patto mangiassero corvi,
scimmie, ed altre simili ree vivande; se squisite le avevano a
scontare con mille strazi, e spesso con percosse da spezzare loro le
braccia, e le costole; non mancarono nè anco le ferite con le quali
rimase deturpato il Querno: uomini per vecchiezza venerabili uccellava
così, che ne diventarono matti; dopo averli ridotti a questo
miserrimo stato li cacciava su la pubblica via. L'inglese Roscoe
panegirista di Lione narra del trionfo del Barballo, povero uomo che
pativa dello scemo, infatuato della poesia così da reputarsi
maestro non che ad altri all'Alighieri e dei velluti verdi e dei rasi
cremesini, dei ricchi e belli vestimenti, dei preziosi ermellini, e di
ogni altro apparecchio per la sua incoronazione in Campidoglio; ce lo
mostra assettato sopra le groppe dell'Elefante che il re di Portogallo
donava a Papa Lione procedere glorioso, poi tremare a verga però
che il Liofante, atterrito dal rombazzo di urli, di nacchere, di
trombe, e di tamburi, giunto al ponte Santo Angiolo non volle più
ire innanzi, sicchè fu ventura al tapino scendere salvo da cotesta
altezza, e tra i fischi, e le sassate della bordaglia ridursi al suo
povero tetto.
L'Inglese dabbene tratto dalla manìa di lodare il suo eroe non bada
che quel povero Barballo abate fosse, e come pure ci ricorda il
Giovio, di sessanta anni vecchio, per aspetto venerabile, e di capelli
canuti, nè che per cotesto strazio crudele in lui restasse spento
quel po' di lume d'intelletto, onde l'uomo fa fede della sua origine
celeste[1]. In somma chiunque si assettasse sopra la cattedra di S.
Pietro se tristo diventava immane, se comportabile tristo, lo inculto
selvatico, il culto vulgare: pareva, che un'aere pestilenziale si
respirasse in coteste sedi sublimi; leggesi come Lione assai si
commovesse quando Lutero accennò ai costumi pieni di obbrobrio
della Chiesa romana, allorchè poi prese ad assalire il dogma assai
se ne rallegrasse: «costui ha tolto» corre fama ch'ei dicesse,
«costui ha tolto a dare di scure al ceppo; «più forti braccia
che non sono le sue ci si ruppero, e ci si romperanno.» Lione
s'ingannò; sagace era, ma la troppa fiducia illude i meglio
avvisati; sicchè i preti andranno in fondo per sempre esclamando,
che la bandiera del diavolo non prevarrà; che se questa superbia
non faceva velo a Lione avrebbe veduto la necessità appunto di
stringere le redini dello spirituale; imperciocchè mentre il papato
insaniva dietro i beni terreni, ed i vani diletti, i principi laici
per incalzarlo meglio delle cose dell'anima neglette si prevalevano a
loro pro; di vero Carlo VIII assai si avvantaggiava del Savonarola
contro Alessandro VI, Luigi XII per mettere Giulio II a partito
convocò il Concilio di Pisa. Lo imperatore Massimiliano prese a
proteggere Lutero, non patì gli usassero violenza, e quando lo
raccomandò al principe elettorale di Sassonia gli disse:
«custoditelo diligentemente, che un dì potremmo avere bisogno di
lui.» Troviamo scritto pei libri come Carlo V fra le cose di cui
molto si pentiva annoverava quella di avere osservato la fede del
salvacondotto a Lutero, parendo a lui che gli eretici non meritino
altro che capestro, e fuoco; e questo può darsi, così favellava
a San Giusto distrutto parte dalla gotta, e parte dalla paura del
diavolo; però quando lo fece sparire a Varburga, uno scrittore del
tempo ci attesta: «ch'ei soleva escusarsene pel rispetto al
salvocondotto; ma la verità fu _che conoscendo, che il Papa temeva
molto di questa dottrina di Lutero, lo volle tenere con questo
freno_.»
[1] Ma il Giovio cortigiano e vescovo dopo averci narrato, nella
Vita di Lione X, che il Cardinale Bibbiena si distingueva a far
perdere il senno ad uomini provetti, e il Papa soleva pigliarsi
spasso di loro, li lodava, li regalava, dava loro ad intendere
panzane per modo che di sciocchi ch'essi erano gli faceva
diventare al tutto pazzi ed insensati, aggiunse: _siffatti scherzi
erano degni di un principe nobile e gentile._
Scrittori gravissimi meditando intorno alle cause per le quali la
dottrina di Lutero attecchita in Germania non provò in Italia
affermano, che in Italia pigliò indole piuttosto letteraria, che
teologica; e dicono altresì, che i nostri filosofi invece di
riformare la religione saltarono su ad abbattere Dio addirittura;
certo lo studio dei classici così greci come latini educò,
più che non bisognava, i savi del tempo al dubbio beffardo; e non
contrasto la negazione di Dio essere antica dottrina in Italia; per
non rammentarne altri da Guido Cavalcanti fino al Pomponazzo ne
occorre continua la traccia; ma la sentenza degli scrittori alemanni
troverai non vera solo che tu pensi ai tanti confessori della dottrina
luterana surti in Italia tutta, a Siena come a Ferrara, a Lucca come a
Firenze, a Napoli, e altrove, nè fra gli uomini solo bensì tra
le donne, e non mica vulgari, o ignoranti, ma all'opposto preclare per
ingegno, e di alto legnaggio. A suo luogo accennerò della causa,
onde la riforma venne meno in Italia; intanto se ciò fosse bene o
male, io non saprei; dacchè la riforma ti paia cosa finchè
combatte, ed abbatte: adesso cattolicismo, e riforma mi fanno
sembianza di gladiatori spiranti per le mutue ferite; chi lamenta la
unità cattolica offesa per mio avviso ha torto; imperciocchè
prima di raccogliere gli uomini tutti, o almanco la massima parte, in
una fede sola essa decadde per non riaversi mai più; nè era
desiderabile, che da lei si assembrassero i viventi dentro concetto di
errore; e parmi non abbia ragione chi si lagna, che non incontrino
favore fra noi le dottrine dei riformisti, dacchè se meno assurde
tuttavia ci sonano a posta loro erronee, o almeno vuote della
verità finale in cui spero, che si appunteranno un giorno tutti
gl'intelletti umani:--_Dio_--
Dio, mente dell'universo, al sentimento del quale per sicuro non ci
avviano nè Bibbia, nè Corano, nè altro libro di religione
antico o moderno; e dico sentimento non conoscenza, però che per
questa a noi facciano difetto sensi, e spiriti, mentre per sentirlo ci
basta amore.
Poichè in fondo all'agonia di fondare stato alla sua casa Lione si
trovò con tre bastardi, Giulio cardinale poi Clemente, Ippolito e
Alessandro, di un tratto preso da non so quale uzzolo di emulazione
per Giulio II si mise a gridare: «fuori barbari!» A questo fine
aizza l'un contro l'altro Francesco I e Carlo V, i quali non avevano
bisogno di stimoli; al Papa piacevano Parma e Piacenza guadagnate da
Giulio, e perdute da lui; onde ricuperarle bisognava romperla con la
Francia; gli garbavano altresì molte provincie del regno di Napoli,
e tutto, magari, se si potesse; ma per questo bisognava osteggiare lo
Impero; scelse per amica la Francia; poi allo improvviso lasciata in
asso la pratica si accorda con lo Impero: di qui la guerra che il
Guicciardino descrive, e della quale fu parte: anco una volta ebbero a
sentire i Francesi (comecchè non l'abbiano imparato mai) la terra
d'Italia avere destinato i cieli per loro sepoltura; persero Milano,
Lodi, Pavia, Como, e Parma e Piacenza; queste due città insieme a
Ferrara, per patto accettato da Carlo V, dovevano aggiungersi alla
Chiesa. Il corriere gli portò la nuova a Malliana mentre recitava
il _benedicite_ seduto a mensa: «buona nuova è questa che ci
havete portato» disse al corriere, e non capiva in sè dalla
gioia: se si straviziasse non importa dire; gli Svizzeri di guardia
presero a menare gazzarra, e quantunque il Papa mandasse ad ordinare,
che smettessero non gli diedero retta: era il 24 di novembre, e tra il
calore del fuoco, i fumi del vino, e l'eccitamento dell'allegria il
Papa sentendo il caldo grande non posava mai di andare su e giù dal
balcone al cammino; la notte gli prese la febbre; fattosi condurre a
Roma si mise a letto; intanto sopraggiunse la nuova della resa di
Piacenza, e la sua gioia cresceva intantochè il maestro di
cerimonie, consultato da lui, lo chiariva non essere costume della
Chiesa celebrare con feste, e grazie a Dio le vittorie riportate sopra
principi cristiani, a meno che grandissimo benefizio ella non ne
avesse risentito; egli rispose che il benefizio veramente era
maraviglioso; apparecchiasse pure le feste, e pel 1 di decembre
riunisse il concistoro. In cotesto giorno non fu tenuto il concistoro
perchè Lione si sentiva indisposto vie più, però non tanto da
inspirare apprensione; nella giornata giunse un'altro corriere con la
notizia della presa di Parma; e il Papa parve andarne in visibilio: si
saria detto che si contendessero la sua vita la Fortuna, e la Morte;
superò questa, e nella notte del 1 decembre 1521 rese l'anima senza
sacramenti. Certo tristo poeta con un certo distico latino, a torto
attribuito al Sannazzaro, ammonì che non glie li poterono
amministrare però ch'ei gli avesse venduti.--Di tanti servi, e
cortigiani il solo frate Martino buffone e parasito gli si trovò
allato nell'ora del transito, il quale non sapeva confortarlo
altrimenti, che dicendogli: «ricordatevi di Dio, santo Padre.» E
Lione smanioso esclamava: «Dio buono! Dio buono!» Comune
opinione fu, ch'ei morisse di veleno; ne incolparono parecchi
Francesco I, il duca di Ferrara, e l'altro di Urbino, però altri
negarono; forse l'accusa si partì dalla considerazione dell'odio
che ciascheduno di loro gli aveva naturalmente a portare, massime i
due ultimi, i quali se fosse vissuto si avevano a tenere per
giudicati; nè del diverso grido uomo può farsi maraviglia;
imperciocchè anco col cadavere aperto davanti, chi lo sostenne e
chi lo negò attossicato. Il Sanuto riporta certa lettera d'Jeronimo
Bon, veneziano dimorante in Roma, al suo barba dove leggiamo: «non
si sa certo se 'l pontefice sia morto di veneno. Fo aperto; Mastro
Fernando judica sia stato venenato; alcuno de li altri no; è di
questa opinione mastro Severino che lo vide aprire, e dice, che non
è venenato.» A noi questo importa poco; ci preme invece mettere
in sodo, che Lione come gli altri Papi arraffò violento, insidioso,
e ladro; restituì costretto; nè manco per ombra reputò lo
stato pontificio d'istituzione divina, nè sè impedito a cederlo
per comandamento di Dio; fisime queste di quel prete scemo, che ha
nome Pio IX.
Lo scopo di questo epitome pertanto sarebbe compito massime quanto
alla prima proposta, che il temporale non fu istituzione divina,
bensì rapina, e la storia dei Papi seguenti altro non fa, che
confermare come eglino stessi per promovere figli o nipoti il
patrimonio della Chiesa alienassero. A Lione subentrò Adriano di
Utrecht maestro dello Imperatore: questi non ebbe difetto di virtù,
anzi si celebra grandemente come colui, che procedè temperatissimo,
e modesto. In certe lettere scritte al Cardinale Fiesco così
occorre descritto: «del proprio è avaro: di rado concede, e
più di rado piglia; al rompere del dì celebrava messa: chi ami,
e se qualcheduno ami s'ignora: a non trascorre mai alla ira: dai
sollazzi rifugge: allo annunzio della sua elezione al ponteficato non
esultò; all'opposto fu sentito sospirare per angoscia.»
Volle riformare e non potè sia a cagione della vita breve, e più
perchè non volendo omettere gli studi sua delizia mancò di
applicazione, che non basta la indole tenace per reggere gli stati, ma
si richiede altresì tenace opera, e scienza, e pratica di negozi:
però non reca meraviglia se la gente interessata a mantenere i
vecchi abusi lo avversasse in tutto. Se intendeva sopprimere delle
vendite chiesastiche quelle, che gli parevano contaminate di simonia,
gli opponevano i diritti ormai quesiti dei terzi; se riformare le
dispense matrimoniali lo spaventavano col dirgli che ruinava la
disciplina della Chiesa; se reprimere i disordini delle indulgenze,
gli obiettavano, badasse bene, che per edificarsi Lamagna non gli
fuggisse Italia.--Essendo stata vinta ai suoi tempi Rodi, e il Turco
invasore dando a temere non che per Ungheria, per Italia e per Roma,
con istanze supplichevoli s'ingegnò condurre fra Francesco, e lo
Imperatore se non pace almeno tregua, e non l'ottenne, però che i
Francesi sprofondati come sempre nel proprio interesse quotidiano,
senza curare l'avvenire, delle sconfitte dell'Austria esultavano,
importando loro piuttosto lo Impero perisse, che la cristianità si
salvasse. Dettando questo Papa dabbene le istruzioni al nunzio
Chieregato spedito alla Dieta di Norimberga lo ammoniva: «la
corruttela dal capo si diffuse per le membra; abbominevoli eccessi si
rinnuovano ogni giorno presso la sede apostolica; delle cose
spirituali è nefando lo abuso; tutto qui vedo contaminato;
peccarono tutti; non uno ha fatto il bene, non uno. Egli periva
esclamando: «oh! quanto è duro venire al mondo in tempi nei
quali virtù di uomo non basta, e bisogna, ch'ei ceda.» Questa
esclamazione, per cura degli amorevoli suoi, fu incisa sopra la tomba
di lui nella Chiesa tedesca di Roma; ed anco sopra l'altra sepoltura
che provvisoriamente lo accolse in San Pietro si leggeva questa non
meno disperata sentenza: «Qui sta Adriano IV a cui nulla potò
incogliere di peggio nella vita, che imperare[1].» Mi occorse
altresì un altro epitaffio di lui così composto, che chi lo
lesse ebbe ad esclamare: «tutti hanno avuto che fare con questo
Papa eccetto Dio.» Lo bandirono ignorante, e non era; gli garbavano
gli studi gravi, gli altri aborriva, massime la poesia come quella che
manteneva vivi i costumi e le credenze dei pagani. Della libera stampa
non fu amico di certo, se dobbiamo credere il Berni, il quale nel
capitolo contro questo Papa scappa fuori con questi versi:
_«E quando un segue il libero costume
«Di sfogarsi scrivendo e di cantare
«Lo minaccia di far buttare in fiume.»_
[1] Hadrianus IV hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita,
quod impererei, duxit.»