cortese di un benefizio perchè lo seppe alieno dalla poesia: «così,
avverte il medesimo messer Paolo, mi giovò la ignoranza;» tacciono
però quello che aggiunge, ed è questo, che se il Papa lo amava,
perchè non faceva professione di poesia, molto poi lo teneva in pregio
scrittore di annali elegantissimo. I Romani odiarono Adriano non
perchè non possedesse virtù, al contrario perchè non possedeva
vizi; tentarono per fino ammazzarlo, e Mario di Piacenza, impedito ad
usare il pugnale contro il Papa, lo volse contro sè e si uccise; i
Cardinali lo detestavano, e quando mentre egli orava nella cappella
pontificia ruinò la volta fracassando parecchi Svizzeri e lui
lasciando illeso, taluno di loro si fece sentir dire alla libera: «oh!
quanto era meglio ci restasse schiacciato lui, che quei meschini.»
Proprio cotesto Papa nacque a mala luna; a fine di conciliarsi il favore
della Germania volle canonizzare un santo tedesco, Pennone di Sassonia;
non lo avesse mai fatto! Gli si scatenò contro Lutero con un libro
(Lutero componeva libri come focacce) intitolato: «Contro il nuovo
idolo, che deve erigersi a Misna,» sicchè ebbe a pentirsi per non
averlo lasciato stare.
Ecco Clemente VII: di lui nei nostri libri favellammo assai; molti
storici lasciarono minuta descrizione della sua indole: come Medici si
versò nelle lettere; assai si dilettò di arti; della musica
prese maraviglioso sollazzo; sonava e cantava non senza lode di
maestro; lo affermano non avaro, non superbo, non libidinoso, parco
nelle vesti e nel cibo; ma di cuore fu diaccio, senza pietà,
implacabilmente imperioso, timido, pieno di ambagi; a' danni suoi
simulatore e dissimulatore solenne; finchè durò Cardinale ebbe
fama di eccellente governatore dello Stato, e la perse da Papa: in mal
punto strinse leghe, e fece guerre, e conchiuse paci.
Avanti lui i Papi chiamavano in Italia principi cristiani, gli uni
contro gli altri aizzavano, e questo fu per loro affrancare la Italia
dagli stranieri, onde sovente le raddoppiarono le catene, e sempre si
aggravò di peso la catena di quello, che qualchevolta ci rimase
solo: in siffatta opera nefaria non diverso dagli altri, anzi più,
che tutti colpevole Clemente, e lo confessa egli stesso;
imperciocchè nella istruzione conferita al Cardinale Farnese, che
poi fu Paolo III, quando andò legato in Ispagna, si raccomanda a
chiarire lo Imperatore come per lui Francesco I. ebbe tronchi i
disegni di spingersi fino a Napoli nella sua prima invasione d'Italia;
per lui Lione X. non impedì la elezione di Carlo; per lui non fu
fatto caso della vecchia costituzione proibitiva del cumulo sopra la
medesima testa delle corone imperiale e del regno di Napoli; per lui
Lione si collegò con Carlo pel ricupero del ducato di Milano; per
lui finalmente il maestro dello Imperatore era assunto al papato.
Insomma costui tanto si avvilì, che un bel giorno gli venne ad
uggia la propria abbiezione; allora ei s'industriò a comporre la
lega tra Veneziani, duca di Milano, Francia, Inghilterra e lui per
deprimere in Italia la soperchieria spagnuola; ed innanzi aveva
tentato contaminare il marchese di Pescara, il quale dopo lunga
ponderazione se meglio gli tornasse tradire, o rimanersi fedele allo
Imperatore, rimase fedele: intanto il Papa agguindolato da altrui, e
da sè stesso si trovò solo.
Il sacco di Roma è noto per infelice celebrità; Clemente cadde
prigione, lo colmarono di obbrobrio, e di scherno, però che mentre
l'Imperatore lo teneva in ceppi ordinasse in tutti i suoi regni si
esponesse il Sacramento per la liberazione di lui; ma le battiture, le
quali per gli uomini di cuore sono cause di giusto sdegno, persuadono il
prete a mansueti consigli: si accordò pertanto coll'Imperatore, lo
incoronò, gittategli le braccia al collo lo baciò in volto a piè
degli altari, e dello aiuto porto a costui per inschiavire la universa
Italia ebbe per salario la facoltà di sottoporre la Patria alla
tirannide del suo bastardo Alessandro, venuto al mondo dal sacrilego
commercio del sacerdote con certa serva affricana: lo Imperatore per
calpestare Firenze gl'imprestò quel medesimo esercito, che gli aveva
nabissato Roma, onde il Papa potè stabilire nella nobile Patria la
signoria medicea, la quale incominciava con amori incestuosi per cessare
con amori nefandi, se pure coteste infamie possono chiamarsi
amori.--Viluppo maraviglioso di vicende umane! Lo Imperatore trema della
riforma presagendone diminuzione al suo assoluto dominio, e se ne serve per
domare il Papa; il Papa all'opposto aborre dalla riforma, e l'aizza contro
lo Imperatore: quietata alquanto la paura il Papa si accosta di nuovo a
Francesco I. di Francia, il quale a sua posta in odio a Carlo promuove i
riformati in Germania, e li sovviene con ogni maniera sussidi; in Francia
gli arde.--Il Langravio Filippo di Assia con sagacia pari alla virtù, ed
alla fortuna si approfitta di simili insidie, ripone in casa il duca di
Vittemberg, e conduce Ferdinando di Austria alla pace di Kadan: la riforma,
in grazia di questa pace fatta sicura, allaga la Danimarca, la Pomerania,
la Marca brandeburghese, il Palatinato, la Sassonia in parte, tutta la
bassa Germania; in breve seguiterà la Svevia. Affermano come anco qui il
Papa rimanesse aggirato dalla vacua presunzione di Francesco I, il quale lo
accertò, che i principi luterani in riconoscenza degli aiuti
somministrati sarieno agevolmente tornati in grembo della Chiesa, ed
all'opposto se ne valsero per convalidare lo scisma ed estenderlo. Dopo
così grande jattura Papa e Imperatore si sentirono dalla necessità
costretti a convenire in un modo di difesa comune; ma l'uno non si fidava
dell'altro, anzi con odio infinito si aborrivano; allora parve a Carlo (e
fu un bel tratto davvero) uscire fuori con la proposta del Concilio; per
questo si sarebbe posto freno alle papali intemperanze, e termine alla rosa
dei protestanti, provveduto a sè solido fondamento, perchè appoggiato
alle deliberazioni di collegio gravissimo, non già in balìa dei
capricci di un'uomo.
Il Papa, secondo il solito, alla parola Concilio si arruffa, e scrive
di mano propria allo Imperatore, essere cotesto partito pieno di
pericolo dove fosse adoperato senza discrezione e non concorressero le
circostanze capaci a renderlo vantaggioso; la Curia romana ne rimase
sgomenta così, che gli uffizi rinvilirono tanto, da non potersene
più cavare danari; dopo le solite ambagi conchiuse notificando al
fratello dello Imperatore i principi da lui consultati non avere
corrisposto; averne tenuto proposito anco al re Francesco, il quale
era di parere non correre tempo propizio per cotesta facenda: così
giusta al costume delle deboli menti, cresceva il male col differirne
il rimedio.--Anco lo scisma inglese fu consumato a cagione del suo
continuo annaspare: invece di opporre rifiuto assoluto promise avrebbe
compiaciuto il re, ma per allora bisognava non pensarci avendo la
prospera fortuna levato lo Imperatore a stupenda superbia, e col
precipitare nuova rottura con lui ne sarebbe accaduto l'eccidio totale
del suo stato: starebbe alle vedette e quando qualche congiuntura
favorevole gliene porgesse il destro lo servirebbe da buono amico come
gli si era professato sempre; ma la congiuntura favorevole non venne;
al contrario sempre più gli andarono le cose a rovescio; e poi
l'agonia d'imporre tiranno alla Patria il suo bastardo gli fece
scredere o non curare lo scisma inglese; tremenda cosa è questa, e
non pertanto verissima, al preteso vicario di Cristo piacque più il
servaggio dei suoi concittadini che la unità della Chiesa; quindi
di un tratto avoca a Roma la causa del divorzio di Caterina con Enrico
VIII, ed ordinato con segreto messaggio al Cardinale Campeggio, che
arda la bolla decretale del divorzio già partecipata al re, rompe
fraudolento la fede, ed è cagione, che il re Enrico infellonito
separi la Inghilterra dal grembo della Chiesa cattolica.--Con questo
Papa cessa se non il volere, certo la potenza nella Corte romana di
costituire libera la sovranità temporale della Chiesa, mentre
l'autorità spirituale logorata a conseguire simile intento casca a
pezzi; ormai siamo giunti a tali termini per cui tocca al papato
sostenersi con altri concetti o perire.
Di vero, in questi tempi a cui bene osserva comparisce la genesi di
tre partiti; quello della riforma ormai potente, e per gli acquisti
fatti fiducioso ad ottenerli maggiori mandando ogni cosa sottosopra;
il secondo partito si compone di mezzani, che sarebbero i nostri
moderati, i quali per via di mutue concessioni non pure intendono
impedire nuovi danni, ma sì anco assettare i passati; per ultimo il
terzo, che si ammannisce a guerra aperta, e disperata non solo per
mantenere il presente, ma sì, potendo, riacquistare il perduto.
Dapprima prevalsero mezzani però che gli uomini, massime nelle
questioni morali, repugnino precipitarsi agli estremi repentini, e
zarosi, e perchè il papato sentendosi infermo innanzi di cimentarsi
voleva tastare il terreno. Al partito mezzano appuntavasi la
congregazione dell'_Oratorio dello Amore divino_ alla quale
appartenevano Gaetano da Tiene, Lippomano, Contarini, Sadoleto,
Giberti, Caraffa, ed altri parecchi; nelle altre parti d'Italia
consentivano con essi Brucioli, Reginaldo Polo, Pietro Bembo, Gregorio
Cortese, Luigi Priuli, Marcantonio Flaminio, Giovanni Valdez, Vittoria
e Vespasiano Colonna con la sua moglie la bellissima Giulia Gonzaga,
l'Occhini, il Carnesecchi, il Morone, fra Antonio da Volterra; insomma
per non produrre allo infinito questo catalogo di nomi, veruna
città d'Italia andava scevra di persone, che commosse dal pericolo
imminente di ruine religiose, e per conseguenza anco morali e civili
non predicassero con le parole, e con lo esempio la necessità di
riformare la Chiesa.--Questi partiti mezzani in ogni contesa vengono a
galla: accarezzati da tutti inorgogliscono scambiando per autorità
propria la peritanza dei partiti estremi di venire impreparati a mezza
spada; e per loro speciale sapienza la tregua, che precede le procelle
così fisiche come morali.--Nè anco gli uomini i quali formano
siffatti partiti durano lungamente insieme essendo legati fra loro da
comune paura, non già da passioni, o concetti comuni; così vero
questo, che le consorterie mezzane, cessato il terrore che le tenne
unite, si screpolano in frammenti, e si osteggiano a morte. Si provano
poi sempre funeste a sè stesse, ed a cui vogliono tutelare,
perchè, concedendo, crescono baldanza al nemico, e scemano credito
all'amico; quello non contentano, all'opposto inviperiscono, questo
debilitano e rendono male soddisfatto.--I moderati religiosi, per
ciò che spetta a dottrina dommatica, si trovavano rasentare i
luterani, e potremmo anco dire luterani erano senza accorgersene,
mentre col sostenere la unità della Chiesa, la venerazione del
Papa, e la più parte dei riti cattolici non potevano accordarsi co'
seguaci di Lutero: e spesso quello che maggiormente importa non è
ciò che più divide, comecchè la supremazia papale presenti
scoglio dove rompe ogni composizione.
Considerate la inanità della dottrina di questa Consorteria esposta
da Gaspare Contarini uomo del tutto degno di reverenza: «è legge
di Libertà, egli predica, la legge di Cristo; a ragione i luterani
vituperano come servitù di Babilonia starsi soggetti alla
pretensione esorbitante del Papa di pigliare la propria volontà a
norma unica di costituire od annullare il diritto positivo. Potremmo
chiamare governo quello dove sia regola la volontà dell'uomo per
natura inchinevole al male e governato da infinite passioni?
Incomportabile ogni dominio oltre il dominio della ragione; tutto
questo sta bene, ma l'autorità del Papa appunto è dominio di
ragione come quella che Dio confidò a San Pietro, ed ai suoi
successori, affinchè incamminassero il _gregge_ sopra la via della
umana felicità. Quindi deve astenersi il Papa di ordinare,
proibire, o dispensare a suo talento, ma sì giusta la regola che
tutto riferisce a Dio, ed alla comune salute, la quale non può fare
a meno di essere regola di ragione, di comandamenti divini, e di
amore.»--«Guardati, aggiunge poi il nostro Gasparo, volgendosi a
Paolo III, di non lasciarti vincere la mano dalla tua volontà, che
sceglie male, e pende alla servitù del peccato: se da ciò andrai
immune tu sarai libero, tu potente, e la vita della repubblica
cristiana veracemente sarà chiusa in te.» Non si desidera troppa
levatura per comprendere la fallacia di siffatto argomento; immagina
quanto vuoi, e credi la regola fuori della tua volontà, ma quante
volte fie rimesso al tuo arbitrio consultarla o no, e intenderla
secondo i tuoi errori, secondo la tua ignoranza, ed i tuoi affetti,
egli è come non ci sia.--La tinta gialla non istà negli oggetti
circostanti, sopra loro la diffonde la itterizia, che hai.
Tuttavolta siccome il vento spirava riforme, e la gente procedeva
appassionata agli accordi, la si volle tentare con tutti i modi. Paolo III,
succeduto a Clemente, spediva il dabbene Contarino suo nunzio alla
conferenza di Ratisbona; mandato senza limite non gli volle affidare,
perchè ci hanno cose, che il Papa solo può concedere, ed altre che
stanno fuori perfino della sua potestà: nè parve disonesta la scusa.
Paolo commetteva argutamente al suo legato: non mettiamo troppa carne al
fuoco; prima d'inoltrarci vediamo un po' se possiamo andare d'accordo
intorno la supremazia della Chiesa, poi sopra i sacramenti, e su _qualche
altra cosa_; in che consista questa _qualche altra cosa_ non è chiaro;
si adombra però con le formule, che Roma procede secondo lo spirito
delle sante scritture, e con la dichiarazione di osservare l'uso costante
della Chiesa. Parole equivalenti alle porte segrete donde il debitore
scivola alle persecuzioni del creditore importuno. E qui per lo appunto
giaceva l'osso non avvertito (pare impossibile!) nè manco dagli uomini
più sagaci di cotesto tempo: tanto vero ciò che Marino Giustiniano
oratore veneto in Germania presso il re Ferdinando informava il Senato:
«agevoli parergli gli accordi là dove il Papa, renunziata la
pretensione di essere vicario di Cristo nel temporale, si contentasse
rappresentarlo unicamente nello spirituale: ai vescovi ignoranti si dessero
coadiutori periti; non si vendessero da ora in poi le messe, non si
cumulassero i benefizi, la comunione sotto le specie del pane e del vino si
concedesse; e con qualche altra zacchera lo screzio della giustificazione,
e delle opere buone per salvarsi si accomoderebbe.» E questo di leggieri
credo ancora io; e il Contarino da quell'uomo sagace, ch'egli era propose
alla Dieta rovesciare l'ordine delle cose da trattarsi, prima il dogma, poi
la supremazia del Papa: procedendo con siffatto metodo in breve i teologhi
delle sue parti accordaronsi su quattro punti principalissimi; il Contarini
si lasciò andare fino a convenire, che la giustificazione si operasse
per via della sola fede senza mestieri di opere. La buona gente non capiva
in sè dalla contentezza; ormai predicava ogni discordia assettata,
mantenuta la unità della Chiesa e con essa quella dello Stato: che
rimaneva dunque per ridurre a perfezione il negozio? Poca cosa in
verità, la ratifica di Lutero, e del Papa. Lutero esaminato bene gli
articoli dell'accordo buttò carte in tavola, e disse ai Deputati, che
glieli presentarono: «rigettarli reciso perchè pieni di equivoco: a
lui piacere le cose chiare.» Dall'altro canto il Papa sottoposti gli
articoli ai Cardinali Caraffa e San Marcello, perchè gliene riferissero,
questi se ne mostrarono scandalezzati, li dissero nebulosi, e insidiosi: da
ambe le parti ragione ad un punto e torto, ognuno li voleva patenti a modo
suo: insomma accordarsi non potevano, chè virtù al mondo non basta
per mettere in pace il fuoco e l'acqua. Il Papa astuto rispondeva: «non
approvo, nè respingo la convenzione, solo avverto, che anco i parziali
di quella giudicano come i concetti ne abbiano ad essere meglio
esplicati.»
Ecco le correnti sotterranee, che cospiravano occultamente a mandare a
male il negozio: per simile convenzione la Germania avrebbe acquistata
stupenda unità religiosa e civile, a capo della quale dove fosse
giunto a mettersi l'Imperatore, fermo nella idea, che a lui spettasse
il diritto di convocare il Concilio, poco più gli avanzava per
giungere alla monarchia universale, che stette lunga pezza in cima dei
suoi pensieri: però se ne spaventavano i cattolici al pari dei
luterani, il Papa non meno di Lutero. Il re di Francia ostentandosi,
secondo il solito, sviscerato della Chiesa sobillava sotto dicendo:
«la causa di Roma in pericolo: degno di acerbo biasimo il contegno
del legato in Germania, il quale così si era lasciato abbindolare,
che ormai più poco rimedio ci si vedeva: non patire i principi
cristiani si agitassero faccende di tanto momento senza essere
consultati: ad ogni modo egli sempre pronto a mettere per la tutela
della Chiesa le forze e la vita.» Mentre il re Francesco ficcava
queste male biette presso i cattolici, non rimaneva da fare fuoco
nell'orcio presso i luterani, e mandava loro lettere, che il Granvelle
ministro di Carlo V. affermò con suo giuramento di avere letto egli
stesso, con le quali lì confortava a non accordarsi; _avere voluto
conoscere le opinioni loro, le quali non gli spiacevano_.
Anco i principi cattolici non andavano di buone gambe in cotesta
faccenda; lo esempio fortunato del Langravio Filippo stimolava non
pochi a imitarlo: tra questi il Duca di Baviera, e l'elettore di
Magonza: l'ultimo avvisava il Papa: ci pensasse due volte ad
accordare, gli avrebbero portato via le penne maestre, e lo
vedrebbe.» Roma, Francia, Lamagna di un tratto levaronsi contro
Carlo V.: «i nemici dello Imperatore, scrive il segretario del
legato Contarmi, dentro e fuori paurosi della sua grandezza, dove mai
egli avesse raccolto sotto la sua autorità la universa Germania,
presero a seminare la zizzania tra i teologhi: e l'interesse come
sempre vinse la ragione.» La opera dei mezzani perpetuamente
così; le carezze tornarono in vilipendi, la riverenza in iscede;
ogni cosa al vento: bastavano due, ed erano tre gl'interessi contrari
per non venire ad accordi. Il Papa voleva ricuperare il suo dai
luterani; Lutero torre di sotto al Papa quanto gli avanzava; lo
Imperatore salire sopra le ruine di ambedue.
Nella Chiesa, scomparsi i mezzani, prevalsero gli estremi: ora in
breve esporrò, che cosa operassero per impedire il naufragio della
barca del pescatore San Pietro.
Come chi presagisce la necessità della guerra ci si apparecchia con
lunghi ammannimenti, il partito ormai diventato dominatore della
Chiesa vide la deplorabile decadenza degli ordini monastici, e
s'industriò ridurli a termine da potersene servire con profitto: le
raccolte erano sperperate, quindi la necessità di tornare al
lavoro; non che le altre regole quella dei Camaldolesi si trovò
corrotta; un Giustiniano, o piuttosto un Bosciano, sottomise a
discipline più severe, impose solitudine assoluta, e vita separata
in cellette sparse qua e là per luoghi pieni di orrore;
rinnovaronsi i voti, e con maggiore severità ne curarono la
osservanza: ma i tempi ben di altro abbisognavano, che di eremiti
contemplativi.
Anco i Cappuccini ricondussero al canapo; tuttavia anche qui le notti
vigilate, le discipline, il silenzio, i digiuni poco soccorso potevano
portare alle angustie del cattolicismo: fin d'allora le vesti, la
foggia del calzare, i capelli rasi, il salvatico che emanava da loro
li facevano contennendi e vili: e poi quelli che più premeva
riformare non erano i monaci bensì i componenti il clero secolare;
nè parve mai consiglio buono spendere tempo e denaro in rassettare
arnesi logori mentre puoi farli più acconci e nuovi.--Degli uomini
dell'_Oratorio dello amore divino_ due, dispersi gli altri, rimasero
uniti, Gaetano da Tiene, e Giampiero Caraffa; accordaronsi, perchè
diversi d'indole; ciò sembra contradittorio, e non è, e
pensandoci sopra ne troviamo la ragione in questo, che due uomini pari
d'ingegno, e di talento vanno per una medesima strada dove quegli
cammina con più risoluto passo, questi con orme più tarde,
sicchè all'ultimo chi resta addietro si chiarisce inutile; mentre
coloro, che procedono per diverso sentiero si prestano mutuo soccorso,
uno si avvantaggia della opera dell'altro, si completano insieme: se
entrambi nelle diverse, non però opposte vie, fanno lavoro di
pregio uguale meglio che mai, se dispari non monta; imperciocchè
uno aderendo all'altro riesce tutto a guadagno: gli uomini, i quali
per diversi tramiti tendono al medesimo segno si accomodano fra loro
come la guaina, e il coltello. Gaetano fu mite, Giampiero turbolento;
quegli parlava rado e soave, questi copioso e veemente: entrambi
tenevano ufficio autorevole, chè Gaetano fu _Protonotaro
partecipante_, Giampiero vescovo di Chieti ed Arcivescovo di Brindisi,
e li risegnarono per fondare l'ordine dei _Teatini_; oltre i tre voti
consueti stabiliscono di non cercare elemosine, vivrebbero con quelle
che sarieno state loro spontaneamente largite; non si astrinsero,
almeno da prima, a foggia speciale di vesti, non a riti particolari;
si conformerebbero a quelli dei paesi che avrebbero visitati; scopo
loro instituire un seminario di preti secolari governato con ordini
monastici; intendevano guadagnarsi i popoli con le missioni,
coll'amministrare i sacramenti, con la cura degl'infermi. Da prima
partorirono non lieve impressione comparendo su pei trivi, e per le
piazze col berretto quadro in capo, roccetto e stola, a piè di un
crocione, sopra un palco parato di panno nero predicando smaniosi
terrori piuttosto che speranze, ed anzi di additare la via del
paradiso spalancando davanti gli atterriti a due battenti le porte
dello inferno: giovavano al popolo, ma di bene altro soccorso questo
aveva mestiero; non erano a bastanza pugnaci; nello instituto non si
trovarono ordinati a guerra, e nell'applicazione non penetravano
profondo nel cuore del popolo nè con mani gagliarde a modo loro lo
plasticavano. Nocque loro il partito di astenersi dall'accatto, onde
in breve non poterono ammettere altre persone, che le provviste con
maggiori o minori sostanze; di qui ricchezza, e superbia: e procedendo
con simile tenore si venne al punto, che per entrare nell'ordine dei
Teatini bisognò produrre le prove della nobiltà; il cerchio
degli educandi si restrinse, e diventato aristocratico, epperò
esclusivo, di ora in poi non valse ad altro, che a fabbricare vescovi.
Dopo i Teatini vennero i _Somaschi_, fondati da un Girolamo Maini;
anco di questi fu intento educare, predicare, assistere gl'infermi, e
più specialmente pigliarsi cura degli orfani, pur troppo infiniti a
cotesti tempi in Italia per le guerre continue e per le pesti che la
desolarono: dopo o insieme co' _Somaschi_ i _Barnabiti_ per istudio
dei preti Zaccharia, Ferrari, e Morigia milanesi: buoni tutti a
qualche cosa, impari a reggere contro la procella, trattandosi adesso
meno provvedere al futuro, che porre argine efficace alla ruina del
presente. A tanta mole quasi bastò un matto; e questi fu Inigo, o
vogliamo dire Ignazio Lopez di Recalde nato a Loiola nella Guipuscoa.
La Chiesa lo ha scritto sopra l'albo dei santi, ed il Gioberti me lo
ciurmò uomo grande da paragonarsi con Giulio Cesare in tutto e per
tutto, perfino negli _occhi grifagni_; stravizi d'ingegno, che perse,
o non ebbe mai bussola: tu lettore mira se matto o savio potesse
essere Ignazio: ei nacque di signorile lignaggio; cresciuto in
castello remoto il suo cervello si saturava con ogni maniera di
frottole, e di errori da lui parimente creduti, e serbati cari; da
prima usò in corte di Ferdinando il Cattolico, poi in quella del
duca Najara dove vie più gli prese a turbinare dentro la mente una
vertigine di armi, di amori, di cavalli, di dame, di santi, di
apostoli, di angioli e di demoni: alla difesa di Pamplona contro i
Francesi percosso di terribile ferita in ambedue le gambe, rimase,
finchè visse, zoppo.--