Il Cardinale Raffaello Riario sperò che riscattata Imola dalle mani

del Borgia la si renderebbe ad Ottaviano, e s'ingannò; il Papa

rispose reciso non volere arricchire la famiglia a danno della Chiesa;

e proprio pochi momenti prima ch'ei desse i tratti madonna Felicia sua

figliuola maritata a Giangiordano Orsino con accese parole instando

presso il morente per un cappello a benefizio di Guido da Montefalco

suo fratello uterino, glielo negò dicendo esserne indegno. Ora di

Lione X.

Piuttosto che lamentare inopia, patiamo abbondanza di scrittori

intorno a lui, e non pure vari ma contrari; però di questo Papa

possiamo dire quello che cantava l'Ariosto di Augusto:

_«Non fu sì savio, nè benigno Augusto

«Come la tromba di Virgilio suona.

«L'avere avuto in poesia buon gusto

«La proscrizione ingiusta gli perdona._

l'Ariosto, il quale da lui larghissimo, anzi sprecone verso giullari,

ed uomini contennendi, altro non ebbe che una stretta di mano, un

bacio sopra le due gote, la rimissione della metà di spese per

certa bolla, e finalmente la scomunica contro cui gli stampasse in suo

danno l'Orlando furioso[1].--Questo Papa consente allo impulso dato

alla Chiesa di convertirla in potenza temporale, e poichè chi

troppo attende alla materia, e all'interesse non può fare a meno

che l'interesse suo, e dei suoi non anteponga a quello altrui, così

ogni Papa mira a fare stato ai congiunti principalmente con le

sostanze della Chiesa, onde accadeva, che questo dominio temporale

rispettabile e rispettato non si potesse formare mai, imperciocchè

o i nipoti del Papa eletto avevano a spogliare i nipoti del Papa

defunto, e a questo modo era guerra perpetua, ovvero sopprimendo i

feudatari vecchi se ne creavano nuovi, ed allora era un disfare lo

stato filo per filo; ma se qualche Papa doveva attendere ad ingrandire

i suoi, Lione aveva ad essere quello, che la sua famiglia da lunghi

anni, e con tenace studio mirava al principato, ed oggimai si trovava

in parte dove se non anco principesca, vinceva ogni uguaglianza

cittadina, e a diventare tiranno non le mancava che il nome. Lione poi

nasceva da quel Lorenzo, il quale quasi metteva su la coscienza a

Innocenzo VIII se non procurasse costituire i suoi in condizione

regia. Partendo da Firenze per andare a Roma non si voltò addietro

perchè avrebbe visto due capi mozzi, quello del Boscoli, e l'altro

del Capponi colpevoli di volere restituire a Firenze la libertà,

che i Medici con secolare scelleraggine s'ingegnavano torle. Promosso

Papa perdonò i superstiti, arte vulgare di regno, e poi di altro

non furono trovati rei, che di avere saputo la congiura, ed abborrito

palesarla. Gli contrastava il papato, dicono, Massimiliano voglioso di

rendere lo impero teocratico quale adesso vediamo nella Russia e nella

Inghilterra; ma a cotesti tempi parve concetto mostruoso. Giulio II

comecchè inviluppato in guerre continue, tuttavia, morendo,

lasciò da parte 300 e più mila fiorini, a cui tosto dava la

stura Lione: nelle pompe della incoronazione ne spendeva 100 mila.

Della sua esaltazione menarono gazzarra i Fiorentini tutti

repubblicani o no, però che tutti sperassero avvantaggiarsene; il

genio mercantesco ribolliva, il quale adesso senza mistura schifoso,

allora qualche pagliuzza di buono la conteneva sempre. La famiglia del

Papa in cotesti tempi si trovava composta del fratello Giuliano, di

Lorenzo nipote figlio di Pietro, e di Giulio figlio naturale di

Giuliano morto nella congiura dei Pazzi, e di due giovanotti Ippolito,

ed Alessandro figli naturali quegli di Giuliano fratello del Papa,

questi di Giulio; poco curati gli ultimi, ogni fondamento di futura

grandezza si poneva in Giuliano, e in Lorenzo; il Papa a costituire

loro lo stato speculava dentro e fuori; ora sperò mettere le mani

sul ducato di Milano, ora sul regno di Napoli, e come colui che sempre

stava fisso a questo chiodo si barcamena tra Francia e Spagna,

quantunque se si fosse lasciato ire propendesse per la Spagna. Strana

la ventura di Parma e di Piacenza prese e riprese più che non fu il

corpo di Patroclo tra Greci e Trojani; le arraffò Papa Giulio non

già a nemico bensì ad amico, e confederato, a Massimiliano

Sforza durante la _santa_ lega, allegando avere esse _ab antiquo_

fatto parte dello esarcato di Ravenna largito da Carlo magno alla

Chiesa, la quale cosa nè era, nè egli poteva supporre vera.

Morto Giulio queste due città pei conforti di Raimondo da Cardona

rientravano in obbedienza del duca; ma appena esaltato Lione, esperto,

che quanto è buono a pigliarsi è buono del pari a tenersi, le

rivuole ad ogni patto; anch'egli metteva fuori il _non possumus_

patire diminuito il retaggio di S. Pietro trasmessogli dai suoi

antecessori, ma dopo pochi anni le rendeva ed ecco come: ciondolando

sempre il Papa stava tra gli avversi alla Francia quando Francesco I

sceso in Italia vinse a Marignano; il Papa si teneva per ispacciato,

mal potendo comecchè prete capacitarsi che il re di Francia,

potendo ristorare Firenze degl'immensi mali patiti per Francia, non lo

volesse fare cacciandone via i Medici, e restituendola a libertà;

ma se i re accettano aiuti anche dalle repubbliche non per questo

renunziano ad ammazzarle quando ne capiti loro il destro; quindi ora

messo pacieri tramezzo rinvenne il terreno morvido circa a lasciare

incolume sè, e i suoi nella tirannide della Patria, anzi il re

gliela garentiva; allora Lione sicuro da questa parte s'industria

tentare gli Svizzeri, l'imperatore Massimiliano, e i Veneziani

affinchè continuino la guerra; riuscita invano ogni arte rende al

duca di Milano Parma e Piacenza a patto, che oltre l'accerto di

Firenze egli concedesse a Lorenzo pensioni, condotta di milizia, ed

obbligasse Milano a provvedere sale alle saline di Cervia: vedremo sul

declinare della sua vita il Papa riagguantarle da capo, anzi

somministrare, come affermano alcuni, argomento alla sua morte.

[1] _«Piegossi a me della beata sede

«La mano, e poi le gote ambe mi prese,

«E il santo bacio in ambedue mi diede.

«Di mezzo quella bolla anche cortese

«Mi fu, della quale ora il mio Bibbiena

«Espedito mi ha il resto alle mie spese.»_

Sicchè più tardi esclamava:

_«La sciocca speme alle contrade ignote

«Salì del ciel quel dì, che il pastor santo

«La man mi prese, e mi baciò le gote.»_

Qui sarebbe luogo a parlare della brutta ingratitudine di lui contro

Venezia lasciata in asso mentre più pericolava, ma ne porgeremo

esempio supremamente scellerato nel caso del duca di Urbino; piuttosto

ora accennerò la fede pessima con la quale egli ingannava amici, ed

avversari con eleganti ribalderie, e vanto infelice, però che

sovente fosse sentito dire: «che quando si era fatto lega con uno

non per questo si doveva rimanere di trattare col principe

opposto[1]». Chiesta ed ottenuta fiducia di paciere egli si mise in

mezzo alla Francia, all'Austria, a Venezia, alla Svizzera per

accordarle; diverso poi il fatto dalle apparenze, perchè le

sobillasse tutte facendo fuoco nell'orcio per avvantaggiare i suoi:

sollecitava Luigi XII a calare da capo in Italia mentre sapeva

attraversarlo ostacoli non superabili; e mentre che con le nozze di

suo fratello Giuliano con Filiberta sorella di Luisa di Savoia madre

di Francesco I mostrava attaccarsi alla fortuna di Francia spediva

segreto negoziatore Pietro Bembo a Venezia per alienarla dalla

Francia, ed accordarsi col re di Spagna, e con lo imperatore: narrata

questa una, ci dispensiamo dalle altre perchè uguali tutte non solo

nella vita di Lione, bensì di quasi gli universi pontefici.

Un'Edoardo re d'Inghilterra prese per insegna una coda di volpe, ed

ebbe fama di sincero: sarebbe stato salutato sincerissimo il Papa se

il suo triregno avesse composto invece di tre corone di tre code di

volpe.

[1] _Suriano_ Relazione di 1553.

Alla casa d'Este non ci era maniera di cortesia ch'ei non usasse; nel suo

incoronamento commise al duca Alfonso portasse il gonfalone della Chiesa;

ora però noi sappiamo se coteste mostre avessero virtù di trattenerlo

dalle insidie nel fine di creare uno stato ai suoi dove gli tornasse più

destro: a questo duca invece di restituire Reggio usurpatogli dalla Chiesa,

gli piglia Modena cui prima ribella a Massimiliano imperatore, e poi gliela

compra per quarantamila ducati; e non basta, perchè non contento di

levargli lo stato si adopra torre al duca Alfonso col veleno la vita;

più tardi negoziando con Francesco I a Viterbo l'ebbe a restituire, ma

in compenso volle, che gli fosse concesso manomettere il duca di Urbino, e

questo gli consentì Francesco, secondo il costume dei Francesi, soliti a

procurarsi lucro ovvero ad evitare danno alle spalle degli amici; però

Lione comecchè avesse ottenuto licenza di stiantare il duca di Urbino se

ne trattenne, e ciò perchè (la storia volenterosa lo attesta)

Giuliano, il quale nella sventura ebbe fidato esilo nella corte di

Guidobaldo di Urbino, non consentì si recasse ingiuria al suo

successore: ma egli immaturo periva, insegnamento solenne pel vicario di

Cristo a non porre il suo cuore qui dove la tignola rode; invano però

che la libidine di averi riardeva nel petto al pontefice vie più. Ora si

pubblica il monitorio contro Francescomaria duca di Urbino dove s'incolpa

micidiale del cardinale di Pavia, ed era vero, che lo ammazzò alla

sprovvista di uno stocco nel petto, dello assalto dato alle milizie

pontificie e spagnuole dopo la battaglia di Ravenna, e del rifiuto di

unirsi con la gente di Lorenzo dei Medici contro Francesco I.

Francescomaria inetto alla difesa scansavasi a Mantova; indi a poco

conchiuse tra Francia, Austria, Chiesa, Spagna, e Venezia la pace.

Francescomaria si propone a mo' di condottiero di ventura ai soldati

dimessi e con essi osteggia il Papa, e ripiglia il suo; ne segue una guerra

varia dove Lorenzo tale riceve un picchio nel capo allo assedio di castello

Mondolfo, che lo reputano morto. Firenze ne mena baldoria, dopo quaranta

dì ricomparisce Lorenzo che fa scontare con lacrime di sangue ai

Fiorentini la intempestiva allegrezza. Il duca di Urbino condusse cotesta

guerra da ardito non meno che da prudente capitano, minacciò Siena e

Perugia, invase la Marca di Ancona, e la Toscana, e se non avesse avuto a

combattere altro che armi e' pare, che aria potuto vincere, ma il

tradimento non potè; il Papa tentò farlo avvelenare, nè qui

riuscendo gli contamina i soldati rapaci, e traditori. Maldonato, Suares,

con due altri capitani spagnuoli si obbligano consegnare vivo o morto il

duca al cardinale di Bibbiena; senonchè il duca, preso fumo della trama,

audace e franco gli accusa davanti ai soldati invocando l'antico onore

spagnuolo; gli va bene il tiro che gli Spagnuoli accesi e adulati lì per

lì gl'impiccano; tuttavia il duca, considerando che con cotesti arnesi

non vi era a fare a fidanza, nè parendogli prudente esporli al cimento

della seconda prova, molto più che erano creditori di ben 100 mila

fiorini di paghe, nè egli sapeva, per soddisfarli, a qual santo votarsi,

piegò agli accordi col Papa abbandonando per la seconda volta il ducato,

che venne tosto conferito a Lorenzo. Quantunque l'animo di Lione fosse

fallace peggio del mare in bonaccia pure non mancò chi ebbe cuore per

domandargli onde tanta ira contro Francescomaria della Rovere, al quale

egli celando la vera, o almeno la più prossima, palesò la causa

più remota, ed era: «corrergli l'obbligo di punirlo della sua

contumacia, imperciocchè dalla pazienza del principe ogni barone avrebbe

baldanza a contradiarlo; potente avere trovato la Chiesa, e potente volerla

lasciare.» Nella storia davvero percuote la mente la strana persistenza

dei casi umani, che sembrano ostinarsi a torre, e a dare questo ducato ora

ai Medici, ora ai Della Rovere finchè dopo avere una di coteste famiglie

inghiottita l'altra vengono ambedue sommerse dalla morte. Lorenzo anch'egli

dopo avere affaticato la mente dello zio Papa per farlo principe grande; e

dopo essere riuscito a farlo entrare nella casa di Francia, in virtù

del matrimonio con Maddalena della Tour, manca alla cupa ambizione di casa

sua morendo della turpe infermità che avvelena la sorgente della vita: e

non obliando pegno di sua tenerezza lascia alla moglie l'onta e il dolore

della medesima malattia. Il Papa allora invece di rendere il ducato ai

Della Rovere parte ne assegna alla Chiesa, e parte ai Fiorentini in saldo

dei denari somministratigli per sostenere cotesta guerra; ma Adriano IV

reintegrò Francescomaria nel suo retaggio, e i Fiorentini altresì gli

resero Montefeltro e le castella; così durò fino al 1626; in questo

anno periva per ischianto di cuore Federigo Ubaldo infamia della sua nobile

casata lasciando il padre decrepito, e la moglie Claudia incinta; il

vecchio Duca, il quale quasi per assuefarsi alla quiete del sepolcro si era

ritirato agli ozi melanconici di Castel Durante, eccolo di un tratto fatto

campo sul quale si esercitano le minaccie e le suggestioni della Curia

Romana, di Venezia, e del Granduca Cosimo II; la prima per ampliarsi, gli

altri per impedirglielo. Cosimo chiamata a Firenze Claudia con la

figlioletta Vittoria pure ora venuta al mondo, questa alleva e cresciuta

marita col figliuolo Ferdinando II, e per simile guisa acquista i diritti

della casa Della Rovere; dopo gl'intrighi le armi; il Duca vecchio

aborrendo lasciare ai suoi sudditi eredità di contese renunzia il ducato

al Papa; se ne pentì poi, anzi subito, chè spedì dietro al

corriere per ritirar l'atto, ma non fu a tempo; così alla Chiesa

toccò il ducato, alla Casa dei Medici l'archivio dei duchi di Urbino, il

quale anco ai dì nostri si conserva a Firenze.

Tornando a Lione mentre negoziava la renunzia di Modena e di Reggio e la

consentiva, levando al cielo il danno, chiese compenso, che a Francesco

parve cosa d'importanza non grave, e la concesse, e questo fu la

soppressione della _Prammatica_; già dissi come quella volpe di Luigi XI

per gratificarsi Pio II l'abolisse, ma visti capitare male i suoi tiri

furbeschi ordinò al Parlamento si astenesse da registrare il suo

decreto, e così rimase in vigore meglio di prima; il prete per

conseguire lo intento non si ristette da largheggiare di promesse, e di

beni non suoi; promise il cappello cardinalizio al Boisy fratello del gran

maestro di Francia, il soccorso di 500 uomini di arme, e il soldo di 3000

Svizzeri caso mai fosse assalito lo stato di Milano. Di questo concordato

sostituito alla prammatica sanzione di Carlo VII si commossero

maravigliosamente il Clero, la Università, e il Parlamento di Parigi;

tale fu la sua ragione; il re nominava ai benefizi maggiori, e il Papa ne

percepiva le annate, onde il timore, che la Chiesa di Francia diventasse

vassalla della Chiesa di Roma; il Cardinale di Lorena spesso durante il

Concilio di Trento fu udito dire, che Francesco e Papa Lione si erano

spartiti i benefizi, come i cacciatori gli uccelli. E Mezeray più arguto

notava: «il Papa, ch'è potenza spirituale prese per sè il

temporale; lo spirituale, o vogliam dire la collazione dei vescovati,

toccò al principe temporale,» Tuttavia però i Francesi non mettono

su la bilancia un pezzo del vero legno della Santa Croce che Lione donò

a Francesco dentro una teca preziosa, la quale era stimata quindicimila

fiorini, e più, e lo dovevano mettere. Tuttavia è giusto considerare,

che se la Chiesa gallicana rimase scema dei suoi diritti, questo accadde

non già a benefizio della Chiesa Romana, bensì del re, e se ben

guardi vedrai, ammirando, come Lione senza troppa repugnanza cedesse cosa a

cagione della quale Gregorio VII aveva scombussolato il mondo.

Più tardi, nella occasione degli sponsali di Lorenzo con la

Maddalena dei Reali di Francia, accadde permuta anco più turpe.

Francesco restituì a Lione la carta con la quale si obbligava

cedergli Modena e Reggio, e il Papa cortese gli concesse le decime

levate sopra il clero francese per la guerra contro i Turchi

adoperasse a suo talento, anco ai danni dei cristiani: demolitore

supremo della fede il Papa.

Anco a lui, anzi più che ad altri, a lui faceva mestieri empirsi le

tasche di pecunia, e poi aveva bisogno che i cardinali lo temessero,

al quale intento promosse in un picchio trentun cardinale; molta arte

ei mise per onestare così stemperato partito; molto più, che tra

i promossi noveraronsi due figli di sue sorelle, e non pochi uomini di

mal affare; gli altri ebbero a comperarsi a contanti la dignità

cardinalizia, togline alquanti per dottrina, e per rettitudine

illustri, cacciati costà come i frodatori sogliono inalberare

bandiera di potenza amica per mettere dentro il contrabbando.

La necessità di promovere Cardinali nacque da questo, che ridotti a

dodici non davano luogo a intrigo; pochi da gran tempo erano rimasti,

ma a tali estreme angustie il sacro Collegio si trovò condotto

dalla congiura Petrucci; se, e fin dove costui fosse colpevole insieme

ai suoi complici qui non occorre cercare; certo è che Lione co'

Petrucci svisceratissimi suoi prima della congiura si mostrò

crudele, dopo fraudolento e spietato; il cardinale Alfonso

presentandosi in compagnia del cardinale Bandinello Sauli, fidato alla

religione del salvocondotto papale, è preso, e sostenuto in

castello; il Sauli gli tenne dietro, e dopo il Sauli Riario, Adriano

da Corneto, e Francesco Soderini; ancora cacciarono le mani addosso ad

un Pocointesta da Vercelli cerusico, ed al Nino segretario. In cotesti

tempi, per virtù degli argomenti che mettevano in opera, si

accusavano gì'incolpevoli; i rei poi sbaldanziti dalla paura, o dal

rimorso sborravano addirittura; nondimanco taluni confessarono il

Petrucci, e il Sauli avere stabilito ammazzare il Papa investendolo

con le coltella, o contaminando il suo cerusico Battista da Vercelli

perchè lo avvelenasse medicandogli certa ulcera di che andava

afflitto. Petrucci e Sauli furono entrambi degradati e commessi al

braccio secolare; il Petrucci solo strozzarono; Sauli dannato a

perpetuo carcere offre riscattarsi a contanti: gli si concede a patto,

che torni a confessare le sue colpe in pieno concistoro: confessato, e

soprattutto pagato il riscatto licenziasi; indi a breve muore, colpa

della paura, o piuttosto del tossico ministratogli dal Papa. Gli altri

cardinali degradati anch'essi ebbero a pagare grossa somma, Adriano da

Corneto e il Soderino venticinquemila scudi; essi credevano fra tutti

e due, ma pagati i venticinquemila furono ammoniti, che bastavano per

uno: allora si tirarono al largo; di Adriano non più si seppe

nulla; forse il ferro proditorio lo spense; il Soderino si riparò a

Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e quivi stette

finchè durò in vita Lione; i minori congiurati, laceri, che gli

ebbero i tormenti, gittarono al carnaio.

Lo assedio di Roma · 第 32 / 63 段