Il Valentino per menare grossa la guerra richiede danari al Papa, il

quale patendone inopia s'indetta col figlio a cavarne da questo suo

trovato; eleggerebbe per la festa di san Pietro nove Cardinali tra i

più ricchi prelati della Corte, poi li conviterebbe a cena, dove

gli avvelenerebbe tutti, così le nove eredità giungerebbero

manna ai loro bisogni; tal detto, tal fatto; i Cardinali pubblicati

furono Giovanni Castellare, Francesco Remolino, Francesco Soderino,

Melchiorre Copis, Niccolò Fiesco, Francesco di Sprate, Francesco

Iloris, Jacomo Casanuova, e Adriano Castellante da Corneto tesoriere,

che si giudicava il più ricco di tutti. Il Papa, e questo fu tiro

del Valentino, non li convitò nelle proprie case, bensì pregava

il Corneto gli prestasse per simile festa la sua vigna prossima al

Vaticano, la quale gli venne più che volentieri consentita: a

questo modo non davano adito a sospetto, e si assicuravano la presenza

del Corneto: mandarono intanto vini preziosissimi, tra cui parecchie

boccie attossicate; il maggiordomo complice le aveva in custodia con

la istruzione del come le avesse adoperare; ora sia che il maggiordomo

sbagliasse, o piuttosto tradisse i traditori, sopraggiunto il Papa

alterato per lo eccessivo calore del giorno e chiesto da bere

trangugiò il veleno; indi a pochi istanti entra il Valentino e

anch'egli tracanna tossico. Narrano alcuni, che il Papa costumasse

portare addosso un'ostia consacrata avendogli certo astrologo predetto

che insino a tanto che ei la portasse veleno alcuno avrebbe avuto

virtù su di lui, e giusto in quel punto accorgendosi averla

dimenticata al Vaticano mandò monsignor Caraffa a pigliarla!

comunque paia stravagante, per cui conosce le contradizioni dello

intelletto umano, e la ragione di cotesti tempi non gli tornerà

incredibile.--

Quando il Caraffa tornò, il Papa era sfidato, e il Valentino preso

da atroci dolori rotolandosi per la terra mugliava. Morto il Papa

veruno prendeva cura dei suoi funerali: i congiunti e gli aderenti

suoi atterriti del presente, e paurosi del peggio con la fuga, o col

nascondersi si procacciavano salute; il vice cancelliere intimò

l'associazione: andarono tutti mossi dalla novità del caso, ma

entrati appena nella Chiesa di san Pietro il popolo fatto impeto per

arraffare le torce al clero lo sbarattò, ed egli corse a ripararsi

in sagrestia; rimasto il cadavere in mano alla moltitudine gli si

assiepa dintorno per imprecargli l'eterna dannazione; se non che

vistolo orribilmente deforme, gonfiato, e nero, con la bocca aperta,

la lingua fuori ciondoloni, colante tabe dal naso, e contristata dallo

insopportabile fetore scappò via senza potere profferire parola.

Sulle prime ore della sera taluni tristacci a ciò comandati lo

cacciano dentro alla cassa e poichè per la gonfiezza a stento ci

capiva, con istrazi, e con iscede lo rincalcavano.

Oltre ai raccontati, per adunare i danari, ricorse ad altri partiti, e

furono imporre gravissima tassa agli ebrei sotto colore della guerra

contro il Turco, e col medesimo pretesto volle la decima delle rendite

ecclesiastiche non eccettuato Cardinali, nè monasteri, e poi invece

che guerreggiare il Turco non una ma due volte lo salutò amico, e

ne supplicava i soccorsi; una cosa ordinò contro i Turchi, e fu

l'obbligo di recitare in confusione di loro l'_Ave Maria_ al suono di

mezzogiorno. Con questa difesa la cristianità poteva dormire

tranquilla fra due guanciali: intanto i devoti sappiano che recitando

l'avemaria meridiana si gratificano l'anima di quel santo pontefice,

che fu Alessandro Borgia.

Sfrontatezza di prete è cosa enorme, due cotanti cresce nel frate:

nel gesuita poi perde peso, numero, e misura, però ci ha caso

sentirci opporre: «lasciamo da un lato le arti, il pontefice

ripigliava il suo.» Anco così non sarebbe vero; il Papa avrebbe

sempre lacerato il manto pontificio per istituirne retaggio ai propri

figli, e al Valentino uno stato da potere usurpare Roma e la Italia.

Per ottenere sposa al suo bastardo Giuffrè Sancia bastarda di

Alfonso il Papa consentì si alienassero dalla Chiesa le contee di

Anguillara e Cervetri, poco prima causa di guerra tra Ferdinando di

Napoli e lui: un dì propose in concistoro erigere un ducato di

Benevento, Pontecorvo, e Terracina, ed investirne il duca di Gandia;

nè i Cardinali dissentirono, uno, il Piccolomini, si oppose invano:

dov'è dunque il dominio temporale d'instituzione divina? Dove la

ragione del _non possumus_ di questi preti potenti della nostra sola

stoltezza. Quando Lucrezia andò a marito ad Alfonso d'Este

arraffò al capitolo di Bologna Cento, e Pieve, e gli aggiungeva per

dote alla figliuola dilettissima.

Che fosse diventata Roma in cotesti tempi io non dirò, lascio che

lo racconti il Cardinale Eligio di Viterbo di cui le parole queste,

voltate nella favella italiana: «non mai nelle città della sacra

giurisdizione furono visti più scellerati tumulti, più spessi

saccheggi, nè stragi più miserande, non mai per le vie meno

vigilate la rapina dei ladroni, o in Roma non mai maggiore la copia

delle spie, e dei delitti, o la licenza dei sicarii, o l'audacia e il

numero degli arraffatori per modo che fuori delle porte non puoi

andare, nè dentro senza pericolo rimanere; i cittadini si avversano

nemici; legge umana o divina non si osserva; se in casa serbi alcun

che di bello o di prezioso, guai! Invano in torre chiuso, in casa, o

in camera ti confidi sicuro; nulla vi ha di sacro, nulla di salvo;

quì l'oro, la violenza, e il veleno comandano.»--

Ed era un Cardinale della Chiesa, che sbottonava così, immagina che

avrebbe detto Lutero se si fosse trovato a Roma in quei tempi. Nè

sole le sostanze della Chiesa, o dei cittadini gettaronsi nelle

fondamenta della potenza dei Borgia, ma il sangue altresì; di fatti

il Valentino ammazzato il fratello lo gittò nel Tevere; il padre

Alessandro pianse e si disperò, poi ridottosi a colloquio col

Valentino si tacque, nè più ricordò il trucidato figliuolo.

Io per me penso, che queste saranno state le truci consolazioni di

Cesare; dentro una corona non capire due teste, però o Cesare o

Francesco Borgia; e il fatto mostrava chiaro per la fortuna della casa

meglio assai adattato lui, che il morto; il quale con pari odio lo

ricambiava, ma meno si sentiva audace, ed era povero di partiti.

Così avere ordinato il genio di Roma fino dai tempi di Romolo, la

prima pietra fondamentale per costruire grandezza nella eterna

città dovere essere intrisa di sangue fraterno. Quasi tutti gli

storici aggiungono come oltre la cupidità dello impero spingesse il

Valentino al fratricidio l'astio di vedersi il fratello rivale negli

amori incestuosi con la sorella Lucrezia, la quale con entrambi, e con

altri, cristiana Messalina e peggio, si mescolava; e può darsi,

chè della famiglia degli antichi Atridi, dei meno vecchi Borgia, e

dei moderni Romanoff di Russia tutto è lecito credere; tuttavia non

penso, che anco il padre Papa appetisse abbominevoli congiungimenti

con la figliuola[1]: troppo il misfatto, troppo poche le prove, e per

compenso non presto fede alla vita incontaminata, che ci raccontano

avere ella condotto dopo le nozze col d'Este; le lettere scritte da

lei duchessa di Ferrara a Pietro Bembo, che poi fu Cardinale, e le

treccie dei suoi capelli biondi che vi sono attaccate le quali si

serbano nella Biblioteca Ambrosiana di Milano dimostrano espresso, che

forse ella perse il pelo, il vizio mai. Anco sopra di lei il Papa

faceva fondamento di grandezza; già accennai delle terre, e delle

ricchezze donatele; ora ricordo, che in pubblico concistoro Alessandro

la promosse governatrice perpetua della città e ducato di Spoleto,

ce l'accompagnò il fratello Giuffrè con regia pompa, e si

racconta, come in quel torno ella essendo caduta inferma tre vescovi

le ministrassero le cure servili alle quali prepongonsi le

privatissime ancelle; le dettero quattro mariti; al Papa padre aveva

un bell'ordinare Gesù, _quod Deus junxit homo non separet_, egli

univa, e scioglieva secondochè gliene tornasse il conto; il primo

fu certo gentiluomo napolitano o spagnuolo, che la tolse innanzi che

Alessandro agguantasse le somme chiavi, e dopo la lasciò avutane la

mancia; di costui non mi venne fatto rinvenire il nome e non importa;

poi se l'ebbe Giovanni Sforza e la tenne quattro anni in capo ai quali

si lasciarono; il Guicciardino narra, che ciò fu per colpa del Papa

_il quale non potendo soffrire neppure uno sposo per rivale annullò

il matrimonio per causa d'impotenza_; arduo a credersi, e inoltre mal

si accorda con le nuove nozze subito procurate a Lucrezia di Alfonso

duca di Biselli figlio naturale di Alfonso II re di Napoli; da questo

ebbe un figlio, e sembra i coniugi si amassero, però o gelosia, o

cupidità di più utili parentele, ovvero odio che il giovane

gl'inspirasse, o quale altro demonio invasasse il Valentino lo fece

assassinare da una mano di sicari davanti la stessa porta di San

Pietro, e poichè sembrava che delle ferite _non volesse morire_ un

bel dì lo trovarono nel letto strozzato.

[1] Il Pontano per Lucrezia viva, e che sopravvisse a lui meglio di

20 anni, compose questo epitaffio:

_«Lucrezia fu di nome, e Taida in fatti,

«Adesso in questo tumulo riposa.

«Di Alessandro figliuola, e nuora, e sposa!

«Hic jacet in tumulo, Lucretia nomine sed re Thais,

«Alexandri filia, sponsa, nurus.»_

E il Sannazzaro, quel sì pio, che cantò con un poema pieno

di devozione _de partu Virginis_, fece questi altri versi in

infamia del padre, e della figliuola:

_«O fato! sempre ti appetisce un Sesto

«Lucrezia, adesso per te il padre è questo!

«Ergo te semper cupiet, Lucretia, Sextus!

«O fatum diri numinis hic pater est!_

Concetto degno di scolare di rettorica come quello, che poggia sul

riscontro del nome di Sesto Tarquinio, e del numero di ordine, che

toccò ad Alessandro.

Il Guicciardini il quale sempre pensa alla più trista

nondimanco con prudenza dichiara: «era medesimamente fama, se

però è degna di credersi tanta enormità, che nello amore

di madonna Lucrezia concorressino non solamente i due fratelli, ma

eziandio il padre medesimo.»

Questo vuolsi considerare, che il Pontano e il Sannazzaro

napolitani erano, e devotissimi agli Arragonesi indegnamente

traditi dai Borgia, e la passione non vede lume; gli uomini

corrono a credere piuttosto il male che il bene per tutti massime

pei potenti; i quali se beneficando sempre appena acquistano

grazia, diventano segno di odio imperituro quando adoperino la

potenza in danno ed in istrazio altrui.--E certo io reputo indizio

grande di verità il silenzio, che di questo incesto col padre

ed anco co' fratelli osservò il Burcardo maestro di cerimonie

del Papa, il quale delle infamie di casa Borgia ti comparisce

piuttosto rivelatore sfacciato, che dissimulatore devoto, o

almanco prudente.

Quando mi sono adoperato di purgare il Papa e la figliuola Lucrezia

dalla scellerata accusa io lo confesso ci sono stato condotto

piuttosto dallo orrore, che sento per simili immanità, che da

persuasione, la quale fosse in me; difatti vuolsi sforzo non piccolo a

sostenere così, dove pensi quali, e quante le turpitudini, e le

brutture in che si avvoltolarono costoro. Tu odi questo racconto

ricavato non mica da gente ostile, bensì da amicissima, anzi dallo

stesso maestro di cerimonie del _sacro_ palazzo, Burcardo, e poi

confrontando con quanto Svetonio e Tacito raccontano di Nerone, e

Sifilino di Eliogabalo giudica dove sia maggiore la infamia: «nella

domenica ultima del mese di ottobre cinquanta _meretrici oneste_, o

vogliamo dire cortigiane cenarono col duca Valentino nelle sue camere

nel palazzo apostolico, le quali dopo cena prima con le vesti addosso

e poi ignude danzarono co' servitori, e con altri convenuti là

dentro: poi disposero candelieri da altare con i ceri accesi sul

pavimento dove essendo sparse noci le meritrici giù nude carponi si

dettero a raccattarle aggirandosi traverso i candelieri; il Papa, il

duca, e la sorella Lucrezia tutte queste cose contemplando ne

pigliavano maraviglioso diletto: all'ultimo per giudizio dei presenti

furono distribuiti i premi ai vincitori con vesti di seta, paia di

pianelle, berrette, ed altro, vale a dire, a quelli che pubblicamente

si fossero più volte mescolati in venereo congresso con le

femmine[1].» Certo senza tema di aggravarci la coscienza noi ci

possiamo avventurare a credere molte cose di simil padre, e di

siffatta figlia.

[1] _Burcard. Diarium De convivio quinquaginta meretricum cum duce

Valentino_. Eliogabalo, per testimonianza di Sifilino fece di

più, compose alle meritrici radunate una bellissima orazione,

la quale, chi ne ha vaghezza, può leggere nel medesimo autore.

Gli uomini inconsueti allo sguardo lungo nelle storie sbigottiscono

del presente; chi poi ha per costume speculare nei tempi tocca con

mano come la Provvidenza, o vuoi ordine segreto delle cose mantenga il

mondo in perpetua vicenda cavando dal male il bene, ed anco pur troppo

dal bene il male dove questo o giunga inopportuno ovvero offenda co'

modi; però dallo eccesso della depravazione romana ecco uscirne la

necessità della riforma; troppo presto arrivarono i martiri di

Basilea, e troppo presto altresì Girolamo Savonarola, nè buono

in tutto, nè sacro; chè presumendo ritemprare la gente con la

esagerazione della beghineria si tolse a compagno della opera

l'errore, non già la sapienza, inoltre ricorrendo ai miracoli

dimostrò tre cose, una anco a mente dei creduli, e fu la

prosunzione di tentare Dio ad operare miracoli per lui; le altre al

cospetto della filosofia la quale giudica così, o egli ci aveva

fede, ed era grullo, o non ce l'aveva, ed era ciurmatore: anco cotesto

avviticchiare la religione con la politica non va, nè può andare

a sangue ai prudenti: per ultimo spietato fu col Gonfaloniere Bernardo

del Nero, e i quattro cittadini messi a morte dirittamente forse, ma

in ispregio della legge dal medesimo frate proposta, ed a insinuazione

di lui decretata: nè si opponga, ch'ei se ne stette a parte,

imperciocchè questo al contrario lo aggrava, avendo lasciato fare i

suoi fazionari cui egli avria di leggeri potuto impedire; ma non

importa, il ragno dopo sette volte cessa ordire la sua tela la

umanità non ismette mai; tra poco verrà Lutero.--La sventura

della invasione straniera anch'ella a qualche cosa fu buona: tardi a

cotesti tempi i commerci fra gli uomini, difficili, per non dire

disperate le notizie lontane; strade nessuna o poche, e queste

dirotte, o pericolose; la stampa novellina; da questo veniva, che

pochissimi sapessero le infamie di Roma, ed in confuso; ora i

Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli, gli Svizzeri, e di ogni

generazione stranieri qui convenuti videro a prova chente fossero

Roma, e i sacerdoti suoi; e le incredibili immanità ebbero pure a

conoscere vere; donde lo scapito della reputazione già grande

toccava il colmo. La Chiesa appartatasi dalla dottrina di Cristo, e

dalla virtù dei primi padri della Chiesa con la temeraria

improntitudine sua si era alienata i fedeli, sicchè curando meno lo

spirituale, assai aveva fatto assegnamento sul dominio temporale, e vi

era riuscita; la Chiesa considerata stato non fu mai tanto potente

come ai tempi di Alessandro VI; dopo lui declina; più tardi lo

vedremo, si arrabatta a riagguantare il credito spirituale con le

manette, i roghi, e il carnefice, ma atterrisce non guadagna cuori; e

il temporale, dopo essersi dibattuto invano per reggere da sè, non

può sostenere, se non a patto di profferirsi sbirro ai principi

secolari: messi in comunella gli arnesi delle varie tirannidi

instituiscono preti, e principi società di tiranni.--Ora la Chiesa

cattolica agonizza, e l'hanno condotta a tale molto la virtù dei

riformatori, e dei filosofi, ma cento cotanti più i suoi misfatti,

e la sua superba follia; ella pensò avere riposto nel sepolcro la

libertà dell'anima, ed in vero, ce la chiuse, non però morta:

quel sepolcro diventava un'altare, e dalle fessure della lapide

proruppe la luce, che illumina e non consuma, eccetto le ree cose. Di

fronte alla inquisizione sta la stampa; a Costantinopoli, tolto alla

cristianità per colpa dei principi, l'America data alla

cristianità da un popolano, il quale secondo il solito ne ottiene

un guiderdone di catene. Da tutto questo deriva, che noi dobbiamo

ammirare, per mio giudizio, come provvidenziale il pontificato di

Alessandro VI; più volte questa forza segreta, che agita i casi

umani lo preservò; la prima quando reduce dalla sua legazione di

Arragona, e di Portogallo ruppe sopra la spiaggia pisana, e di

centottanta ch'erano con esso seco su la galera, veruno, egli

eccettuato, si salvò; la seconda allorchè tracollando la cima

del campanile di San Pietro massi enormi e ferri gli cascarono ai

piè senza offenderlo mentre in compagnia del Cardinale capuano

passeggiava per la loggia delle benedizioni; la terza, e fu la più

paurosa di tutte: stando egli nelle segrete stanze il giorno della

festa di San Pietro un turbine fra folgori, e pioggia schiantato il

più alto dei cammini del Vaticano lo rovescia con immenso fracasso

sul tetto, il tetto, sfondasi fiaccando due travi del pavimento più

prossimo, le quali ruinando il soffitto della medesima stanza nella

quale in cotesto punto si trovava il Papa ne fracassano la trave

maestra, che precipita giù in mezzo a un nugolo di calcinacci

giusto in quel punto, che due prelati d'ordine suo si erano fatti alle

finestre per chiuderle; onde essi sbigottiti dallo sprofondamento

inforcati i parapetti quindi strillavano: il Papa è morto!--Il

Papa, se togli lievi contusioni, e moltissima paura ne uscì liscio,

gli altri no; chi ne rimase morto, chi ferito; egli volle andarsene in

pompa a ringraziare la Vergine nella Chiesa del Popolo, cui aveva

fatto dipingere a immagine della Vannozza!

Molte costituzioni di questo degno sacerdote tuttavia come dommi si

riveriscono ed osservano; che monta ei fosse quello che fu, e che

piglia fastidio ridire? Quanto a fede poteva disgradarne i più

solenni fra i santi padri. Perciò che spetta noi altri scrittori,

noi dobbiamo professargli obbligo grande, ed è la censura della

stampa confidata ai Vescovi, ed ai Vicari. La tirannide per istinto

sente la ingiuria della libertà, e per converso questa le ingiurie

di quella: il duello da secoli dura fra loro, nè sta sul punto di

cessare per ora.

Pio III, dei Piccolomini, passa come ombra sopra la opposta parete,

subentra Giuliano della Rovere col nome di Giulio II; dicono eleggesse

questo nome con la intenzione d'imitare i gesti di Giulio Cesare,

nè questo io credo, chè uomo inane ei non si mostrò mai,

comecchè ambizioso fosse ei molto, di sè sentiva altamente, e

come osserva con parole argute il veneto Trivisan: «il Papa vuole

essere il dominus et il maistro del foco del mondo.» Assunto al

pontificato a posta sua bandì una bolla contro la simonia dei

brogliatori al papato, quantunque egli per arrivarci promettesse al

Cardinale Ascanio Sforza restaurare i suoi nel ducato di Milano, a

quello di Carvajale conserverebbe il regno di Napoli al re cattolico;

che più? Il Valentino si obbligò per iscritto promovere a

gonfaloniere, e Capitano generale della Chiesa. Ora se questa non è

simonia in che cosa dovrebb'ella consistere noi per verità non

sappiamo; ma i potenti ebbero sempre in costume una volta saliti in

alto, maledire la scala, che gli ha condotti. Egli fu d'indole

piuttosto, che risoluta avventata; urlò _fuori barbari_, e più

volte gli spinse in Italia cominciando da Carlo VIII; sempre vario,

ora infocato, tempesta contro i Veneziani, e da prima gli scomunica;

vedendo non fare effetto le scomuniche forma la lega di Cambrai ai

danni loro; ma poichè essi disertati rendono la città causa

prima dei suoi furori, di un tratto di amico si fa nemico ai Francesi,

arma gli Svizzeri, scomunica il duca di Ferrara perchè amico alla

Francia, assedia la Mirandola, ed espugnatala ci entra per la breccia;

lui non domano gli anni, nè le infermità, nè le asprezze di

rigidi inverni; acquista alla Chiesa Bologna e Perugia, quella levando

ai Bentivoglio, questa ai Baglioni, e la prima ordina a reggimento

oligarchico, la seconda a democratico; nato, e cresciuto in mezzo ai

repubblicani, Giulio repubblicano era a modo suo; durante la vita

sostenne sempre, che non valgono nascita, nè trattati per

legittimare il dominio di principi così nostrani come forastieri

sopra i popoli; ogni cosa dover cedere dinanzi alla comodità di

questi, unici e veri sovrani della terra. Siffatte dottrine

professò Papa Giulio, e qualche altro Papa altresì; forse,

cercando, si troverebbe ancora parecchi principi repubblicani in casa

altrui; in casa propria poi la bisogna cammina diversa.

Di amici un dì Luigi XII e Giulio II diventano nemici mortalissimi;

quegli convocati i Concili di Bourges, di Pisa, e di Milano fa che vi

depongano il Papa; Giulio raccoglie il suo Concilio in Laterano, scomunica

l'altro, e dichiara Luigi decaduto dal trono: si guerreggiano con le penne,

con le armi, e con la lingua; il men triste saluto di Luigi al Papa era;

_briacone_; quello del Papa a Luigi non importa dire. Il Cattolico usurpa

iniquamente la Navarra approfittandosi di cotesti rimescolamenti, e il Papa

in odio a Francia approva; il quale trasportato da quella sua veemente e

procellosa natura, per isgararla sul re Luigi, ordina la lega santa affatto

contraria all'altra di Cambrai; di qui nacque la terribile battaglia di

Ravenna vinta dai Francesi con la morte di Gastone di Foix: vittoria

miserabile fu quella, conciossiachè le fortune francesi indi a poi

declinassero sempre. Lo imperatore Massimiliano con improntitudine

austriaca presume tenere per sè Verona e Vicenza: Bergamo, Padova,

Treviso, Bergamo, e Crema concederà a titolo di feudo imperiale a patto

gli si contino duegentomila fiorini di presente, e quarantamila annui; i

Veneziani, rotta la pazienza, accordano co' Francesi; il Papa si rode

dentro dalla rabbia, inferma, e muore. I laudatori di questo Papa affermano

i suoi concetti generosi sempre, ma poi per soverchio di passione sovente

guasti, e parci lode strana, però che, se ne eccettui Dio, veruno

conosce le origini del pensiero, nè all'uomo è dato giudicarne

fuorchè dagli effetti; riesce poi arduo credere, che generoso fosse il

disegno di spengere la repubblica di Firenze, bandire Piero Soderino

innocentissimo, rimettere in casa i Medici solo per vendicarsi di avere

consentito Pisa essere stanza al Concilio, senza punto avvertire che

Firenze pusilla, e strema di forze non poteva ributtare la istanza di Luigi

poderosissimo allora in Italia: nè lo salva addurre come Giulio non

prevedesse nè consentisse mai i Medici si comportassero da tiranni a

Firenze, perchè appunto ne fossero stati banditi a causa di tirannide,

ed anco non lo fossero stati prima, tiranno diventa qualsivoglia cittadino,

il quale venga rimesso in casa dalle armi straniere; e i Medici prima di

entrare in Firenze se ne fecero innaffiare la strada di sangue cittadino;

informi Prato allo eccidio del quale si trovò presente il cardinale

Giovanni dei Medici, che or'ora si trasforma in Lione X. Insomma dopo avere

disegnato di opporre barbaro a barbaro servendosi dell'uno per cacciare

l'altro, tolto a Luigi il titolo di cristianissimo, e conferitolo al re

Enrico d'Inghilterra (e fu facile), e toltogli anco il trono, e donatolo a

cui se lo andava a pigliare (questo poi parve più difficile), dopo avere

a furia di bastonate sul pavimento fatto certo il Cardinal Grimani, che

anco gli Spagnuoli se ne dovevano andare, e dopo empito di sangue, di

miseria, e di disperazione quasi tutte le terre d'Italia morì

lasciandovi barbari quanto, e più di prima.

Tuttavia Giulio fu Papa animoso, e di spiriti eccelsi così che,

nota il Machiavello, se prima di lui non vi era barone romano, per

piccolo ch'ei fosse, il quale si peritasse a sfidare la potestà

della Chiesa, ai tempi suoi anco il re di Francia bisognava che

procedesse con riguardo verso di quella. Egli concepì il disegno di

San Pietro, promosse Bramante, anco Michelangiolo, e di uno sguardo

benigno fecondò Raffaello. Lione, che gli successe mieteva la messe

seminata da lui; questi grande di nome, Giulio grande di sostanza; che

se cupido ei si mostrò dello altrui (quale il prete che non sia

cupido?) arraffò per la Chiesa; fu ladro ma sacro; solo persuase

Guidubaldo di Montefeltro duca di Urbino ad adottare, in difetto di

successori, per figliuolo Francescomaria comune nipote a cui rese le

signorie di Mondovì e di Sinigaglia; più tardi lo elesse vicario

di Pesaro, e morendo supplicava i Cardinali, che non lo removessero;

questa unica grazia facessero alla sua memoria, ed alla famiglia di

lui.

Lo assedio di Roma · 第 31 / 63 段