nei cupidi accadde; per ora basta Romagna, più tardi la Toscana, e se la
morte non troncava i disegni non si sarieno contentati dell'Italia.
Concetto pari ebbe Sisto IV. ma non potè dargli fondamento, quindi
essendo il fabbricato da lui ostacolo allo edifizio dei Borgia, ebbe a
crollare. Parte dei principi di Romagna, i Bentivoglio, e gli Orsini
confidavano nella protezione della Francia, ma re Luigi bisognoso di
tenersi bene edificati il Papa, e il Valentino di un tratto significa loro,
chi può salvarsi si salvi, non potere egli nè dovere pregiudicare i
diritti della Chiesa. Diritti la Chiesa non aveva, se togli le antiche e
famose donazioni, pure non si vuole negare, che parecchi per possedere
simulacro di potestà legittima a opprimere i popoli avevano sollecitato
ed ottenuto titolo di vicari della Chiesa, e promesso eziandio il censo
annuo, che non pagavano mai: non importa, porgi al prete la cima della
corda in mano, ed ei saprà tenerla inoperosa per secoli, finchè non
giunga la opportunità di stringertela al collo; difatti occorrevano
città come Ancona, Spoleto, Terni, Narni, Assisi, e qualche altra, che
si reggevano a ordini repubblicani; peccato che gare interne ed esterne le
impedissero a costituirsi in valida lega fra loro, sicchè ogni giorno
crescevano le cause della provocazione, quelle della difesa diminuivano.
Primi a cadere i Riario nepoti di Sisto investiti d'Imola e di Forlì.
Imola non oppose resistenza, a Forlì la vedova Caterina Sforza, scansato
prima il figlio Ottavio a Firenze, volle mostrare il viso alla fortuna, e
fece strenua difesa, non felice, chè il Valentino sovvenuto da 300 lance
di Francia espugnò prima la terra, poi la rocca. Caterina venuta in
potestà del Borgia, andava a Roma prigioniera e fu chiusa in castello
Santo Angiolo, donde la trasse fuora Ivo d'Allegre o vergogna lo
rimordesse, od altra passione lo stimolasse.--I signori di Faenza, e di
Rimini apprensioniti supplicano per soccorso. Astorre, il quale pure nacque
dalla figlia di Giovanni Bentivoglio, fu respinto dallo zio, ch'ebbe di
catti ottenere perdono dal re Luigi pei sussidi somministrati al duca di
Milano; nè gli riuscirono migliori amici i Fiorentini pensosi anch'essi
dei fatti loro: peggio di tutti i Veneziani, che in coteste strette
disdissero l'amicizia vecchia, e scrissero nel libro di oro il nome del
Valentino che a questo modo diventò nobile veneziano. Pandolfo Malatesta
signore di Rimini vista approssimarsi la burrasca si tirò al largo; e ne
seguì lo esempio Giovanni Sforza signore di Pesaro; per converso elesse
contrastare Astorre Manfredi di Faenza giovane fuor di misura bellissimo, e
di magnanimi spiriti; il Valentino si mosse ad assaltarlo con potente
esercito, e copiosa artiglieria; adoperando le armi costui non poteva
omettere i tradimenti, e corruppe Dionigi di Naldo a tradire Astorre del
castello; scoperto il trattato le spengono a ghiado: durarono tutta una
stagione intorno all'assedio di Faenza invano: entrato il verno in cotesto
anno rigido oltre il consueto e' fu forza ritirarsi; il Valentino tornò
in primavera con animo più perverso, ed esercito più gagliardo; due
volte assaltò, e due rimase respinto: tuttavia i Faentini considerando
non poterla durare, così com'erano privi di ogni umano aiuto con le
lacrime agli occhi supplicarono Astorre a capitolare; i patti brevi: salvi
le persone, e i beni, libero Astorre recarsi dove gli talentasse.
Astorre con un suo fratello bastardo ed una giovane donna erano menati
prigioni in castello Sant'Angiolo, quivi stettero un anno in capo al
quale i cadaveri di questi miseri furono trovati nel Tevere; quello di
Astorre aveva una corda intorno al collo, gli altri due stretti
insieme e con le mani legate dietro il dorso. Il Guicciardino scrive
essere corsa fama, come _qualcuno_ sfogasse la immane libidine nel
corpo di Astorre, il quale _qualcuno_ nella vita del Valentino, che un
dì pubblicata col nome di Tommaso Tommasi sappiamo essere opera di
Gregorio Leti, diventa colui, che _sconvolgeva tutte le leggi di
natura e di Dio_, con le quali parole dà ad intendere, lo
scellerato stupratore fosse il Papa: ahimè! troppi vediamo essere i
delitti veri commessi da questo empio uomo, onde gli si abbiano ad
aggiungere anco gl'immaginati. Astorre cadde nelle mani del Valentino
nel 1500, e l'anno dopo periva, e siccome in quel torno il Papa
annoverava bene settanta anni, così se il volere gli avesse
consentito la infamia, la età gliene levava il potere. Il Gordon
nella vita di Alessandro VI afferma la donna rinvenuta nel Tevere in
compagnia di Manfredi essere stata la donzella, che inviata da
Elisabetta Gonzaga duchessa di Urbino a marito in Venezia con
Giovambattista Caracciolo generale di fanti della repubblica, il
Valentino fece rapire presso Cesena, nè se ne seppe più altro:
non avendo trovato in veruno scrittore italiano tenuto ricordo di
cotesto particolare, io lo giudico giunta dello scrittore.
Arte profondamente arguta per isbigottire, e per gratificarsi i popoli
già soggetti fu questa, che il Valentino mandasse a governarli o
piuttosto a tribolarli un'Orco Ramiro; quando conobbe immensa gravare
sul capo di costui la maladizione dei traditi, quasichè il Borgia
sentisse pietà dei popoli, un bel giorno spartito in due cotesto
ribaldo in mezzo a parecchi torchi accesi lo fece esporre sopra la
piazza di Cesena; il quale trovato, pieno di malizia, gli conciliò
l'animo non pure dei soggetti, ma eziandio degli altri che intendeva
sottoporre, imperciocchè dai vecchi signori fossero con ogni
maniera di strazi angariati.
Adesso il Borgia accenna alle Marche, alla Toscana tutta, a Bologna, a
Urbino, e a Piombino. Da prima si volta contro Giovanni Bentivoglio, e
lo vinceva, se non lo impediva Luigi XII a cui era cotesto signore
raccomandato; non potendo cavarne tutto il vestimento, il Borgia per
allora si contentò del mantello; volle Castel bolognese, e 1000
ducati all'anno, con 100 uomini d'arme e 2000 fanti pagati; poi
minaccia Toscana, e ne corre le terre; pretesto allo assalto la
licenza data al Rinuccio da Marciano che passò con la sua compagnia
al servizio del Bentivoglio; Firenze con Pistola ribellata, il contado
in ruina, strema di forze a cagione della guerra pisana poco schermo
poteva fare se il Borgia chiamato a Napoli non avesse dovuto lasciarla
stare pel momento; in passando assediò Piombino, il quale
resistendo oltre il presagio, fu espugnato più tardi dai suoi
luogotenenti. Reduce da Napoli, macchina la usurpazione del ducato di
Urbino retto da Guidobaldo che per cotesti tempi fu una coppa di oro
di principe, e lo sarebbe anco ai nostri per bontà, e per sapienza;
il modo che il Papa e il Valentino tennero, questo: gli finsero
maravigliosa benevolenza, composero le liti che cotesto signore teneva
con la Camera apostolica, il nipote Francesco Maria promossero a
prefetto di Roma, e per fino gli proffersero ammogliarlo con Angiola
Borgia; tranquillatolo così ingrossarono l'esercito nelle terre
vicine sotto colore di assediare Camerino, e poi gli mandarono messi
con lettere ortatorie perchè gli servisse per cotesto assedio delle
sue artiglierie, assettasse le strade, provvedesse vittovaglie ai
soldati, consentisse per le sue terre il passo a un 1500 uomini. Il
duca rimandò indietro al Valentino per accertarlo sarebbe servito;
se altro avesse desiderato comandasse, e il Valentino come intenerito
si profondava in grazie maravigliose giurando non volere in Italia
altro fratello, che il duca; per colmo di favore gli saria grato se
incamminasse un migliaio di fanti in aiuto del Vitellozzo suo capitano
su quel di Toscana. Tesa a quel mo' la rete, di un tratto la strinse;
non contento dei beni voleva la vita del buon Guidobaldo, che
avvertito non credeva, ma reso accorto in estremo appena col nipote
Francesco Maria della Rovere poterono scappare a sant'Agata, dove
presa veste contadinesca separaronsi commettendosi all'aiuto di Dio,
che li condusse a salvamento fuori di ogni pericolo. Pazienza! Il
Borgia si morse il dito; e non sospese pure di un'attimo la opera
propostasi; col Vitelli minaccia la Toscana, ribella Arezzo, e
n'espugna la Rocca, e forse Firenze non la contava se accordatasi col
re di Francia, questi non avesse spedito in diligenza ordine al
Valentino di lasciare illesa la Toscana; e nondimeno egli più tardi
quando i Fiorentini gli mandarono legato il Machiavello costui con
giuramento affermava di coteste rivolture sè non solo innocente, ma
inconsapevole; di ogni cosa colpa il Vitelli. Intanto egli assedia
più certa preda Camerino; fatta un po' di resistenza Giulio Cesare
da Varano propone gli accordi, e il Valentino gli accetta, ma sul
punto di segnarli egli sforza la terra, i patti straccia, mette le
mani addosso a Giulio Cesare, e a due suoi figliuoli Venanzio e
Annibale, i quali tutti in un'attimo strangola, il primogenito
Giovanni Maria poco innanzi ito a Venezia per miracolo scampa.
Vinti e spogliati i nemici, rimaneva a spengere, ed a spogliare gli
amici; già per venirne più agevolmente a capo il Papa si era
industriato commettere scandali tra gli Orsini e i Colonna, e ci era
riuscito come quelli che _ab antiquo_ procedevano scambievolmente
nemici; però il Papa si mosse meno pel proposito di separarli, che
per l'altro di non farli mai ora nè poi riunire. Fino dalla
capitolazione dell'Atella il Papa dopo avere fatto sostenere, in onta
alla fede giurata, Virginio Orsini, ne pubblicò i beni ordinando al
duca di Gandia, e ad altri parecchi mandassero la sentenza ad
esecuzione: donde una guerra lunga e varia, ove nella difesa di
Bracciano mostrò la donzella Bartolommea, sorella di Virginio
Orsini, tale prova di valore da disgradarne i più intrepidi. Carlo
Orsini in buon tempo venuto di Francia con Vitellozzo Vitelli, che
congiunti erano, si legano ai danni dei Borgia; gli sovvennero
Perugia, Narni, e Todi, e messe assieme le genti s'incamminano a
Bracciano; occorsero loro i papalini, ed incontratisi su la via di
Soriano danno subito di piglio alle armi: dopo lunga battaglia
andarono sconfitti i papalini, prigione il duca di Urbino, sfregiato
in faccia Francesco Borgia. Impaurito il Papa, chiede accordare, e
l'ottiene; in questa pace fu notabile il caso seguente: il Papa di
leggeri ammollì su tutto, tranne che volle gli Orsini gli pagassero
70 mila ducati per le spese della guerra; ma perchè sapeva costoro
corti a pecunia li persuase a non liberare il duca di Urbino,
eccettochè con la taglia, e gli Orsini non intendendo a sordo
gliela imposero, e appannata, 40,000 fiorini, i quali da una mano
presero e dall'altra pagarono al Papa; così Alessandro buscava la
taglia di tale, che combattendo per lui era caduto prigioniero! Dopo
questo successo gli Orsini servirono i Borgia di coppa e di coltello,
soldati e sicari come meglio loro ordinavano, sicchè poste in oblio
le date e le ricevute ingiurie estimavano esserseli amicati per la
vita: funesta fiducia con tutti, co' Borgia poi anco matta, ma anzi
non è così, almeno non sempre, imperciocchè tanto gli Orsini
quanto i Vitelli congiunti, ed aderenti loro incominciassero quasi per
istinto a fiutare la mala parata, per la quale cosa convennero
segretamente alla Magione terra prossima, a Perugia, per concertare la
comune difesa: a questo congresso si trovarono il Cardinale Orsini, il
fratel suo Paolo, Vitelozzo, Giovampaolo Baglioni, Ermes Bentivoglio,
Oliverotto, Antonio da Venafro pel Petrucci di Siena, e dicono ci si
facesse rappresentare anco la vedova di Giovanni della Rovere signora
di Sinigaglia. Al Talentino incominciava a voltare faccia la fortuna:
i suoi capitani ormai ribelli restituiscono nell'usurpato retaggio il
duca di Urbino maravigliosamente sovvenuti dai popoli devoti al
principe benemerito: pel costoro abbandono scemato l'esercito al
Valentino questi trovandosi a mal partito ordina con celeri messi ad
Ugo di Cardona e a don Michele capitani fidatissimi suoi, schivata
ogni battaglia, ridursi a Rimini con quanto rimanga loro di forze, ma
non gli obbediscono allettati dal destro di pigliare Fossombrone, e
Pergola, dove sorpresi da Paolo Orsini e dal duca di Gravina restano
percossi di sconcia battitura, il Cardona casca prigioniero, don
Michele a gran ventura scappa a Fano, poi a Pesaro. I collegati
potevano vincere spingendosi risoluti innanzi, e non seppero, per
riguardo al re di Francia protettore dei Borgia, come se i principi
stranieri non si amichino sempre chi vince; dacchè tutte le leghe
non abbiano ragione oltre queste due, il danno o il comodo che puoi
recare; ora questa venendoti a mancare quando sei vinto gli è
chiaro come l'acqua, che tu non offerisci più argomento di lega.
Mentre costoro ciondolano improvvidi, i Borgia usano l'estremo
dell'arte per cavarsi dal mal passo: prima di tutto il Valentino
s'industria rabbonire i Fiorentini; stava allora presso a' lui oratore
di Firenze Niccolò Macchiavello, e proprio l'andava tra corsaro e
pirata; il primo non rifiniva far toccare con mano che aveva sempre
nudrito filiale amore per Firenze, non averglielo troppo palesato fino
di ora perchè sendo debole gli pareva che avessero potuto
ascriverlo a paura, e sospettarlo poco sincero, egli di cui un dì
avrieno detto le genti, che quando la lealtà fosse stata bandita
dal mondo avrebbe preso rifugio nel suo seno: ora poi, che vinto ogni
ostacolo si sentiva gagliardo si profferiva affatto uomo di Firenze,
lo mettessero alla prova, e vedrebbero. Da ora in poi Firenze e i
Borgia avere ad essere tutta una cosa.--
Questo per paura che i Fiorentini legandosi co' ribelli in questa
stretta non l'opprimessero. I Fiorentini, che per non venire in uggia
al Borgia ricerchi più volte dai ribelli si erano ricusati a fare
causa comune con essi, dichiaravano al Valentino per bocca del
Macchiavello: alle proteste di amore del Borgia credere quanto nel
vangelo e più; e di questo avesse per pegno, che sollecitati a
legarsi co' suoi nemici per abbatterlo avevano rifuggito sempre, e
rifuggirebbero. Posto in quiete da questa parte il Valentino prese a
negoziare con Paolo Orsini, e riuscì ad agguindolarlo con parole, e
con doni: gli uomini per ordinario sono prosuntuosi in proprio danno,
e nello altrui, ma più nel proprio, però che accomunandosi ai
tristi in questo fidano, o che questi si guarderanno bene di farla a
loro, o che sapranno guardarsene, e quasi sempre restano ingannati; tu
poi imita la prudenza dello antico Ulisse, quando rasenti lo scoglio
delle Sirene turati le orecchie, se con la cera, o con le mani non
rileva, purchè tu le tappi; Paolo prese a serpentare gli altri
sicché volenti o no li condusse agli accordi, di cui primo effetto
fu lo abbandono del duca di Urbino al quale toccò rifare i passi
dello esilio. Rispetto al Bentivoglio, i collegati lasciarono lui, ed
egli i collegati e con duri patti si compose col Borgia, che mallevati
dal re di Francia, dal duca di Ferrara, e dai Fiorentini lo
guarentirono meglio.--
In virtù dello accordo il Valentino deliberò co' suoi capitani
tornati a divozione di lui se fosse ad assaltarsi Toscana o
Sinigaglia; elessero Sinigaglia, e di vero mossero colà di concerto
commettendo il terzo tradimento, come quelli, che alla posta della
Magione avevano promesso sostenere la Castellana. La città noti
oppose resistenza; solo la Castellana, e il Doria ridottisi nella
Rocca dichiararono ad altri non volersi rendere, tranne al duca; per
la quale cosa gli Orsini mandarono per esso; ed egli colto il destro,
parendogli, che della sua andata non potessero pigliare ombra
poichè eglino medesimi lo chiamavano, rispose, andrebbe, ma la
città sgombrassero dalle milizie loro stanziandole nei borghi,
dacchè nella città intendeva alloggiare le proprie, e come disse
fecero: allora si mosse da Fano, e non potendo farne a meno spinti dai
fati gli occorsero in su' muletti Vitelozzo, Pagolo, e il duca di
Gravina, entrambi Orsini, questi armati, l'altro disarmato con una
cappa foderata di verde, afflitto in vista quasi presago della morte
imminente, e corse fama, che innanzi di separarsi dalle sue milizie
fece con loro le ultime dipartenze raccomandando ai capi la casa sua,
e i nipoti ammonì che non alla fortuna degli avi pensassero,
bensì alla virtù, e gl'imitassero. Se con lieta fronte gli
accogliesse il Borgia non si racconta nè manco, se nonchè
stringendo gli occhi si accorse non essere fra loro Oliverotto, e
saputo come fosse rimasto dentro Sinigaglia con le sue genti attelato
sopra la piazza, mandò don Michele a dirgli, che menasse le milizie
altrove e andasse con gli altri a complire il duca. Oliverotto non se
lo fece ripetere due volte studioso con la nuova obbedienza cancellare
l'antica ribellione. Entrati tutti insieme in Sinigaglia scavalcarono
all'alloggiamento del duca, che li condusse in sala, donde poichè
ebbero alternato alcuni ragionari, il duca sotto pretesto di mutare
vesti si allontanò; sopraggiunsero a un tratto scherani che
pigliarono i traditi a mano salva. Il duca tosto monta a cavallo e si
arrabatta a svaligiare le milizie di Oliverotto e degli Orsini;
riuscì con le prime perchè prossime e prese alla sprovvista, con
le seconde no, che avuto tempo di mettersi insieme con ardimento pari
al valore si ridussero in salvo. Durante la notte Vitelozzo, e
Oliverotto erano strangolati, il primo (pare impossibile!) pregando si
supplicasse il Papa a dargli la indulgenza plenaria, l'altro
piagnendo, e tutte le sue colpe riversando su Vitelozzo. Ma chi
potrebbe affermare queste cose vere? Le riporta il Machiavello, il
quale da altri non può averle apprese eccetto dal Valentino e dai
carnefici suoi interessati troppo a fare comparire colpevoli i
traditi, e non contenti, secondo il costume dei tiranni, a saperli
morti se anco non li sappiano e contennendi, e vili: Paolo, e
Francesco Orsini il duca di Gravina furono strangolati più tardi
avendo prima voluto accertarsi il Valentino, che il suo dabbene
genitore Alessandro Papa aveva a Roma messo le mani addosso al
Cardinale Orsino, all'Arcivescovo di Firenze Rinaldo Orsino, a Messere
Iacopo da Santa Croce, al protonotaio Orsini, ed all'abate Alviano
fratello di Bartolommeo.
Gli argini al delitto parvero rotti; dopo questa strage piglia
Città di Castello dei Vitelli, piglia Perugia dei Baglioni,
saccheggia lo stato di Siena, piglia Chiusi, e Pienza, invade gli
stati degli Orsini. Il demonio, a detto della gente sbigottita, fatto
vicario di Cristo, il vessillo dello inferno in mano al Papa, il padre
dei fedeli dispensatore a un punto di crisma e di veleni, i sette
sacramenti in questo mondo oppressione, nell'altro dannazione, a cui
raccomandarsi non sapeva, il cielo sembrava fatto più truce
dell'erebo e senza fine disperata la gente diceva: «Dio non
è!»
Di un tratto questi immani colpevoli, che stavano sopra le leggi
divine ed umane con le proprie mani si avvelenano; il Papa muore; il
Valentino della vita in forse perde il credito; tradito chi tutti
tradì, spogliato chi tutti spogliò, abbindolato, deriso,
fuggiasco cessa di vivere per ferita rilevata in oscura avvisaglia, e
fu fortuna oltre i meriti suoi.--
La pietà pei tristi è furto della pietà dovuta ai buoni,
però io non mi appassiono per la strage di tali, da cui se pochi ne
eccettui, furono anco più rei del Valentino, il quale pure qualche
sollievo ai popoli concesse, e di tanti basti dire di Oliverotto da
Fermo: rimasto orfano costui raccolse e nudrì lo zio Fogliano avo
materno, il quale volendo fargli apprendere la milizia lo accomodò
con Paolo Vitelli; ebbe fortune varie, e ottenne fama di valoroso;
militando in ultimo sotto la bandiera del Valentino gli si parava
occasione di approssimarsi a casa. Da Camerino scrisse allo zio
chiedendogli licenza di andare a riverirlo per mostrargli i segni di
prodezza acquistati in guerra facendosi accompagnare da cento
cavalieri; risposegli lo zio: magari! sarebbe le mille volte il ben
venuto. Va, gli occorre lo zio, che gli getta le braccia al collo, e
piange: se lo mette in casa co' cento cavalieri: fa baldoria, pare che
dall'allegrezza non possa più capire dentro la pelle; indi a pochi
dì per festeggiarlo meglio imbandisce un convito ai maggiorenti di
Fermo; Oliverotto sopra le mense ospitali trucida tutti, poi balza
fuori sanguinolento e con la spada alla gola costringe i cittadini a
tremarlo principe. Certo chi tale acquista non merita misericordia se
il Valentino lo spoglia.
Tuttavia anco ad acquistare a quel modo ci voleva pecunia, e di molta,
ed anco per la spesa di certa pompa regia, che ai Borgia piacque
sempre sfoggiare un po' per talento, e un pò per politica,
imperciocchè i panni rifacciano le stanghe, e il parere avvezza ad
essere, ed educa altrui a riverirti. Del Papa a cotesti tempi corse un
distico, il quale volgarizzato suona così:
_Vende Alessandro altari, e chiavi, e Cristo;
E ben lo può, che pria ne fece acquisto._
Aperse mercato d'indulgenze, ma questa vuolsi considerare galanteria; chi
non poteva andare a Roma pel Giubbileo pagasse la indulgenza un terzo della
spesa del viaggio; immenso ei ne raccolse tesoro; il Bembo afferma 800
circa libbre di oro dalla sola Venezia, e parmi troppo se consideriamo, che
le miniere del Perù, e del Messico erano tuttora sconosciute; immagina
un collegio di ottanta scrittori di Brevi e li mise allo incanto, e neppure
qui vuolsi biasimare troppo; costrinse il cardinale Colonna a rendere
l'Abazia di Subiaco, e quanti simoniacamente lo promossero ebbero a
rimettere fuori lo ingoffo; e in questa parte quasi lo lodo; spogliò i
Savelli; peggio toccò ai Caetani; di un tratto imprigiona Giacomo
protonotaro apostolico, e l'unico figlio Niccolò; questo strozza, quello
avvelena, poi dichiara devoluti alla Camera Sermoneta e gli altri stati di
loro: indi a breve li comperava Lucrezia ottantamila fiorini, e si dissero,
e altri finse credere, sborsati; e' bisognava fare roba per Lucrezia, e fu
colpa dei Caetani, che la possedessero, e che accomodasse a questa femmina
dabbene; a forza s'impadroniva della eredità del Cardinale Domenico
della Rovere, nonostante la facoltà concessagli per disporre liberamente
delle sue sostanze da Sisto IV; per quella del Cardinale Zeno morto a
Venezia strepitava, sicchè il Senato per lo meno reo consiglio gli ebbe
ad ammollare non poca moneta. Il Cardinale di Lisbona assalito da subito
male si riebbe alquanto; parendogli sentirsi prossimo il fine supplica il
Papa gli conceda testare del suo; quegli nega; il Cardinale arrovellato
dona tutto il suo ai servi, agli amici, e ai luoghi pii; poi risana, i
beneficati non che gli mostrassero gratitudine gli negarono soccorso, e lo
uccellavano. Appunto come più tardi successe all'Ammannato, il quale
poichè si fu disfatto del suo in prò dei Gesuiti lasciandosi tanto,
che bastasse alla presunta sua vita si trovò a vivere oltre il presagio;
nè soccorrendolo cotesti cuori duri ed avari il tapinello vagava per
Firenze supplicando:
_«Un po' di carità per lo Ammannato
«A cui mancò la roba, e crebbe il fiato._
Eredi universali di tutti, il Papa, ed i figliuoli; ma spesso venivano
a screzio fra loro come accadde alla morte di Pietro Caranza cameriere
segreto del Papa; fra i beni lasciati da lui si trovavano ventimila
fiorini; Alessandro gli donava alla Lucrezia, ma il Valentino che ne
aveva bisogno pei fatti suoi li prese, e agli urli del padre e della
sorella fece orecchia da mercante. Creò quarantatrè Cardinali,
da ognuno dei quali raccattò almanco diecimila ducati, da taluno
più. Tutto questo come turpemente iniquo ti mette addosso fastidio;
quanto ti narrerò adesso ti farà paura; prima creò Cardinali,
e porse loro la maniera di arricchire per via di inusitate angherie;
quando a mo' di mignatte li sapeva pinzi di sangue succhiato li
spengeva, e così costumò coi Cardinali di Capua, Santo Angiolo,
e Modena, odiati tutti e a dritto: all'ultimo, che fu Giambatista
Ferrara composero il seguente epitaffio, che reco dallo idioma latino
al sermon nostro.
_Giambattista Ferrara nello interno
Giace a quest'urna: ebbe la terra il corpo,
I beni il Papa, e l'anima l'inferno._