Le costituzioni giurate, o no abbile per menzogna sempre finchè non

contemplino un mezzo facile per infrenare la potestà regia, o

meglio se la potestà regia non metti in istato di non nocere

scemandola delle prerogative delle quali, volendo, può abusare. Ai

nostri padri, massime ai Veneziani, non sembrava mai sentirsi a

bastanza sicuri, sicchè ponevano cura indefessa a limitare le

attribuzioni del potere; noi all'opposto gliele sbraciamo con la pala,

e poi ci lagniamo se la libertà abbia faccia di menzogna. Il Segni,

nel libro ottavo delle storie, racconta come quando, dopo la strage di

Alessandro dei Medici, si riunì la pratica per surrogargli nel

ducato Cosimo, Francesco Guicciardino intendesse camminare rispettivo

imponendo limiti, e condizioni all'autorità di lui; senonchè

saltato su Francesco Vettori ruppe in queste parole, le quali non

potrebbero mai essere abbastanza lette e considerate da quanti si

professano amici della libertà: «mi maraviglio bene ora di voi,

messere Francesco, che siete stato sempre tenuto prudente, che

consideriate tante minuzie nel far creare questo principe: perchè

se gli date _la guardia, le arme, e le fortezze in mano_, a che fine

mettere poi ch'ei non possa trapassare oltre ad un determinato

segno?» Ora considerino i savi se le prerogative dalle nostre

costituzioni attribuite ai re superino o no quelle di cui favella il

Vettori, e formino il giudizio che reputeranno più giusto.

Certo è poi che il Papa possiede quasi la fabbrica privilegiata

dello spergiuro, e ciò non tanto per la malignità dell'uomo,

quanto per quella dello istituto; di vero una delle principali

prerogative del Papa consiste nello sciogliere altrui dai voti e dai

giuramenti; adesso viene poi suoi piedi, che s'ei può esercitare

simile facoltà in benefizio altrui, tanto maggiormente lo possa in

utile proprio.--Nel caso d'Innocenzo VIII i Cardinali attesero a

sorreggere il giuramento con una molto terribile clausula, la quale

fu, che ogni Cardinale promise, se eletto Papa, osservare nella sua

pienezza, la costituzione, dichiarandosi dove mai trasgredisse

anatema, da cui nè da sè potesse, nè da altri si facesse

assolvere; ma l'erano baje che cotesti uomini dovevano pure sapere.

Innocenzo VI fino dal 1353 aveva stabilito non potersi con alcuna

promessa _etiam_ giurata limitare dai Cardinali l'autorità

pontificia, conciossiachè ai cardinali nella sede vacante altro

diritto non competa tranne quello di creare il nuovo Papa; e questa

dottrina sempre resse la Chiesa, e tuttavia la regge.--

Innocenzo pertanto nè volendo, nè per avventura potendo

procedere diverso dagli altri i patti promessi da Cardinale, pontefice

spergiurò; e se lo spergiuro meritasse mai scusa, l'avrebbe

meritata adesso, dacchè i Cardinali con la nuova costituzione non

mirassero ad altro che ad avvantaggiarsi. Di questa costituzione a noi

importa riportare unicamente il disposto che vieta eleggere Cardinali

minori di trenta anni, aumentarne il collegio oltre ventiquattro,

governare senza il concerto dei Cardinali, ed alienare beni

ecclesiastici dove almanco i due terzi di loro non acconsentissero. Da

diverse femmine questo Papa dabbene ebbe sette figliuoli, e tutti

riconobbe per suoi, e colmò di ricchezze: però stati della

Chiesa a veruno assegnò, terre sì, e contadi. A Franceschetto,

che tale ebbe nome dalla esigua statura, procacciò le nozze con la

Maddalena figliuola di Lorenzo il Magnifico, e si reputarono regie; in

compenso egli promise eleggere Cardinale Giovanni dei Medici, più

tardi Lione X, e lo elesse di tredici anni, da tanto che gli premeva

osservare la costituzione giurata da Cardinale, e insieme con lui un

suo servitore di anni venti. Visse vita agitata, disforme, perniciosa

ad altrui ed a sè; prima s'inimica Ferdinando di Napoli, poi gli

rompe guerra, e pauroso, che lo Sforza da Milano accorra in aiuto di

Ferdinando, gli suscita contro gli Svizzeri; ma spaventato per la

vittoria del duca di Calabria al ponte di Lamentana dove (se narra il

vero la fama non vi furono morti nè feriti) cala agli accordi, i

quali acerbamente sopportando, da capo ingaggia guerra contro

Ferdinando. Per ingagliardire le armi temporali ci aggiunse la

scomunica; senonchè riputandola di piccolo ausilio si risolve

voltarsi alla Francia; tutti i popoli del mondo nemici alla Italia,

tutti le furono servi, ma sovra ogni altro molesto il Francese; colpa

massima del Papato; però veruno degli stati italiani ne andò

immune; chi primo aperse le porte ai Francesi il Papa; ma poi in capo

a dieci anni a volta a volta ce li chiamarono i baroni Napolitani, i

Toscani, i Lombardi, i Veneziani, ed i Genovesi, e vennero, ce ne

fosse stato! ora con Carlo il vecchio di Angiò, ora con Filippo e

Carlo Valesi, ora con Ludovico I, II e III della nuova casa di

Angiò, il vecchio Renato, il figliuol suo Giovanni duca di

Calabria, Renato di Lorena, e Renato II due volte; del seguito taccio;

solo dico, che infino a quando gl'Italiani non si sentano capaci a

fare da sè non si movano; chiama come vuoi il forestiero, che ti

aiuta, lo proverai sempre padrone, Carlo VIII invitato dal Papa non

venne (doveva venire agli altrui inviti più tardi) onde a questo,

fu mestieri appaciarsi con Ferdinando. Prima di raccontare la sua

morte diciamo alquanto dei suoi costumi. Gem nacque figlio a Maometto

II quando questi sedeva sovrano, Bajazzette mentre durava privato;

distinzione sufficiente, anzi ce n'era di troppo, a fare che il

fratello minore nato nella porpora vincesse il maggiore; ma bisognava

prevalere nelle armi; invece fu Gem sconfitto, ond'ebbe di catti

scappare, e ripararsi a Rodi sotto la protezione dei Cavalieri di san

Giovanni: protezione nemica vuol dire, quando è bazza, prigione,

quasi sempre morte di laccio, di ferro, o di veleno. I Cavalieri lo

mandarono in Francia nella commenda dell'Alvernia; a loro lo chiese il

Papa, e il gran maestro Francesco d'Aubusson facendovi calca dintorno,

glielo consegnarono; il d'Aubusson in mercede ebbe il cappello

cardinalizio. Bajazzette promise al Papa gli avrebbe pagato

quarantamila ducati annui se glielo custodiva stretto, e il Papa, che

aveva voluto Gem appunto per questo, conchiuse il negozio; però non

sentendosi il Bajazzette abbastanza sicuro s'industriò avvelenarlo;

propinatore a prezzo del veleno un Macrino del Castagno gentiluomo

della Marca di Ancona; scoperto patì orribile supplizio; non

dissentivano i Papi ad avvelenare Gem, solo intendevano avvelenarlo

essi, come di fatti fece più tardi Alessandro VI e per molto

tesoro, come noteremo a suo luogo. Sicarii, ed avvelenatori in cotesti

tempi frequentissimi a Roma, e non poteva essere a meno, però che

nei casi ordinari come si costumava fino dai tempi di Bonifazio VIII,

vendevansi bolle d'impunità, e indulti per delitti commessi, e da

commettersi, allegando a scusa della iniquità le parole del

Vangelo: «non voglio la morte del peccatore, ma viva e si

penta.» I preti erano macellari, albergatori, biscazzieri,

ruffiani, e peggio. Pareva che più in fondo non si potesse andare e

si andò, perchè non conosce fondo l'inferno; un Domenico da

Viterbo in società di Francesco Maldente fabbrica false bolle con

le quali si permettevano per danaro infamie, che non hanno nome;

scoperta la frode, erano dannati nel capo; il padre di Domenico con

molte lacrime supplica la vita del figlio; glielo concede il Papa a

patto paghi seimila ducati; il misero si mette dintorno, e

scombussolando parenti ed amici ne raccoglie cinquemila; recali al

Papa, il quale li piglia, ma poi dichiara il misfatto tale da non

potersi saldare con meno di seimila ducati, epperò non rende i

cinquemila, e taglia la testa al viterbese. La inquisizione Innocenzo

non instituì; già innanzi a lui era; ma ai tempi suoi si

perseguitarono Ebrei, e Mori per cupidità, per diletto, e per

devozione; dacchè ad ottenere la rimessione di un'omicidio bastava

ammazzare un'Ebreo; se due meglio che mai; ed egli fu che sotto pena

di scomunica ordinò ai giudici secolari senz'appello, senza

revisione nel termine dei sei giorni eseguissero la Sentenza. Il prete

decretava la strage, ma voleva, che chi s'imbrodolava nel sangue fosse

il secolare.

A tempo di questo Papa Giovanni Pico della Mirandola di ventitrè

anni sostenne a Roma le sue famose tesi in tutte le scienze, non

escluse la Magia, e la Cabala, comprensive novecento proposizioni

estratte da scrittori greci, latini, ebrei, e caldei; più tardi

tredici ne furono trovate eretiche, e il Pico non mancò difenderle

a spada tratta. Fra le tesi condannate, vale il pregio ricordare

queste. Veruno può credere una cosa dove manchi di motivi

sufficienti per crederla. Si parla più impropriamente affermando

Dio intelligenza, o intendimento, che dire di un Angiolo che sia anima

ragionevole; e rinterzando si difendeva co' libri di san Dionigi

areopagita, il quale nega bravamente Dio essere una intelligenza.

Finalmente il Pico non dubitava sostenere come l'anima non possa

concepire distintamente altro che sè.--E ci era la inquisizione!

È da credersi che non l'avrebbe passata liscia se non era principe,

e non gli facevano spalla i più potenti d'Italia; il Papa si tenne

a citarlo a Roma dove il Pico non comparve, e a condannarne le tesi.

Nel settembre del 1490 tanta paura lo vinse per lo scoppio di un

fulmine caduto nel campanile di san Pietro che cadde come morto

colpito dall'apoplessia; durò venti ore come passato, e durante

questo tempo i Cardinali entratigli in camera ne portarono un milione

di oro per sottrarlo alle rapine dei figliuoli; pure essendosi riavuto

tirò innanzi come una cosa balorda: ogni via tentarono per guarirlo

ancora che strana ed immane; tra le immani la trasfusione del sangue;

la tentò un medico ebreo il quale per aggiungere un filo di vita ad

un tristo vecchio non dubitò troncarla a tre giovanetti; ma e prima

e dopo di lui medici non so se più ignoranti o feroci avvisarono

guarire parecchie infermità col sangue, a mo' di esempio

l'elefantiasi. In Toscana un medico Polli di Casentine molto si

travagliò intorno la trasfusione del sangue, ed anco ai tempi

nostri qualcheduno lo ha tentato. Il Fleury afferma per attenuare

l'orrore della cosa che i giovanetti erano morti; questo è falso

però che sangue di morto stimavano privo di virtù l'ebreo non

essendo riuscito scappava; il vecchio Papa precipitava nel sepolcro

strascinandovi secolui tre vittime.

Se Alessandro VI, che seguitò, fosse il solo Papa incestuoso,

avvelenatore, fedifrago, ladro, e assassino io vorrei, che sopra la sua

immagine fosse tirato un velo come su quella di Marino Faliero, ma pur

troppo costui va sciaguratamente accompagnato con troppi più soci, che

non si crede. Sazievole, e non utile dire tutto di lui; anco quello che

giova compendierò in istile, che l'amore della chiarezza mi

consentirà più conciso. Anco in questo conclave i Cardinali giurarono

patti, e furono: l'eletto Papa non promoverebbe altri Cardinali senza il

consenso del _sacro_ collegio: allora sommavano ventitrè in tutti: la

esperienza aveva dimostrato, che sottomettere un prete al giuramento, egli

era come legare di ritorte Sansone prima che avesse la chioma mozza,

proprio pel piacere di vedergliele rompere, e se questo commisero gli altri

Papi immaginate che mai fosse da aspettarsi da Alessandro VI. Per consenso

degli stessi scrittori ecclesiastici lo spirito santo non entrò per

nulla nella elezione di lui, bensì la simonia, e non più vista della

così sfacciata; al Cardinale Ascanio Sforza risegnò la carica ch'egli

teneva di vicecancelliere, e per caparra prima della elezione gli mandò

a casa 5000 ducati di oro; il Cardinale Orsini ebbe il suo palazzo di Roma,

ed i castelli di Monticelli e di Soriano; il Colonna si buscò l'abbazia

di Subiaco con le castella; il Michiel il vescovado di Porto col palazzo,

masserizie, e financo il vino che molto e prezioso si conservava nelle

cantine di quello; la villa di Nepi al Cardinale di Parma, al Savelli la

chiesa di santa Maria maggiore, e Civita Castella; toccò al Cardinale di

Genova la chiesa di santa Maria in _via lata_; altri comprò a contanti.

In quel torno Cesare Borgia suo figliuolo si trovava a studio in Pisa

sicchè udita appena la esaltazione del padre di un salto fu in Roma;

presentatosi al Papa, questi, che non rifiniva parlare di riforme, del

vituperio delle simonie, e di altre infamie da doversi torre via dalla

Chiesa col ferro, e col fuoco, mentre tuttavia gli stava genuflesso dinanzi

gli sciorinò una lunga diceria di cui la sostanza era, che non isperasse

grazia o favore; i premi se gli aveva a guadagnare con illibati costumi, e

studi poderosi; egli non avrebbe imitato lo esempio dello zio Calisto, il

quale smembrò la Chiesa del ducato di Spoleto per donarlo a lui, a lui

la prefettura di Roma, e la vice cancelleria della Camera, a lui il

generalato della Chiesa, ed altri benefizi parecchi, che arieno potuto

bastare a guiderdone di molti, e tutti più capaci di lui.--Ai presenti,

udendo coteste parole, sembrava di avere le traveggole; egli era negare il

pasto all'oste co' vermicelli in bocca; Cesare ne trasecolò, e corse

difilato a sfogarsi con la madre Vannozza, la quale ne rise di cuore

confortandolo ad aspettare.

Assunto al pontificato Alessandro prese a inimicarsi con Ferdinando di

Napoli perchè egli dette sottomano i danari agli Orsini onde

acquistate le castella di Anguillara, e di Cervetri gliele tenessero

come un calcio in gola; la quale avversione crebbe fuori di misura per

la repulsa di Alfonso duca di Calabria di maritare certa sua figliuola

naturale con uno dei figli del Papa; per la quale cosa egli si strinse

in lega co' Veneziani e col Duca di Milano osteggiando il re di

Napoli; ma Ferdinando, che per sagacia, malignità, e ferocia si

rassomigliava come uovo ad uovo al moderno Ferdinando II, con ogni

studio volendosi tenere bene edificato il Papa, impedì recassergli

ingiuria i baroni romani di concerto con Piero dei Medici, e il duca

di Calabria, e mise pratiche per istaccarlo dalla Lega, ed accorciarsi

con lui; il Papa volentieri le accolse, ma evitava venire alle strette

confidando, che il tempo greve di casi, gli porgesse occasione di

avvantaggiarsi con suo maggiore profitto; nè la occasione si

lasciò aspettare; dacchè la calata di Carlo VIII si conobbe

statuita, Ferdinando compunto da affannosi presagi morì, e Alfonso

bisognoso della investitura papale, smessa la superbia, ebbe a calare

concedendo la figliuola Sancia da prima negata a Giuffrè figlio del

Papa, col titolo di principe di Squillace, e Cariati, 10000 ducati di

pensione, 300 uomini di arme pagati per sua difesa, e per giunta il

protonotariato di Napoli ch'è delle sette principali cariche del

regno; nè qui finiva: a Francesco duca di Gandia un'altra delle

sette cariche, e 10000 ducati di pensione, a Cesare, che allora era

Cardinale, e per giunta arcivescovo di Valenza, un benefizio, e dei

grossi; del quarto figlio maschio del Papa tace la storia, e non ne

ricorda il nome, forse nacque sconcio, e visse così.

Alessandro, sarebbe ingiustizia negarlo, con tutte le forze si oppose

alla venuta dei Francesi in Italia, e all'oratore di Carlo VIII senza

ambage dichiarò, non potere spogliare gli Arragonesi di Napoli dove

il re non provasse superare in diritto gli Angioini; feudo della

Chiesa cotesto reame, spettare al Papa decidere il piato, se Carlo ci

adoperasse la forza sarebbe come assalire la Chiesa. Nè manco, come

corre la fama, la colpa della chiamata di Carlo VIII vuolsi rovesciare

tutta sul Moro; all'opposto egli aveva tentato comporre una lega di

principi italiani per la difesa della nostra terra contro le invasioni

dei barbari; lo attraversò Piero dei Medici; sicchè quando

conobbe formata una lega contro di lui, non riputandosi capace a

combatterla solo, e certo togliendogli baldanza la rea opera, che

intendeva condurre a compimento, ed era torre come tolse il governo di

Milano al nipote Giovanni Galeazzo, e forse anco la vita, si apprese

al partito miserabile di chiamare lo straniero fra noi: poco dopo si

pentì, ma ormai si era chiuso la via al riparo, conciossiachè

mentre si sarebbe fatto nemico implacabile Carlo non poteva confidare

amicarsi Alfonso, però che egli intendesse regnare, e Alfonso a

ragione domandava rendesse il ducato al genero, ed alla figlia

Isabella. Colui, che spinse in Italia i barbari fu per lo appunto

Giuliano della Rovere, più tardi Giulio II, il quale dagl'imperiti

delle storie viene celebrato come perpetuo nemico degli stranieri, ed

irrequieto ripetitore del grido: «fuori i barbari!» Ahimè!

peccarono a volta a volta tutti i nostri padri, e i Veneziani stessi

col trattato di Blois convennero co' Francesi di pigliarsi, e

spartirsi il Milanese: che Ferdinando il cattolico e Luigi XII

cristianissimo si accordassero a dividersi il reame di Napoli, bene

sta; per loro era preda, ma che preda i Veneziani considerassero la

Italia, questa è cosa ch'io perdono loro meno, che il truce

istituto degl'inquisitori di stato.--

Però il Papa se non chiamava i Francesi, per contrapporli a loro

chiamava i Turchi mandando a questo fine un Bucciardo oratore fino a

Costantinopoli, mentre coll'avventato stile delle bolle papali

eccitava Carlo a voltare le armi contro quel desso Turco

dimostrandogli quale e quanta enormezza fosse per un re cristianissimo

mettere a fuoco, e a fiamma la cristianità mentre gl'infedeli

minacciavano straripare fino a Roma; a tale lo conduceva (fosse stato

migliore di quello ch'egli era) la mostruosa miscela del temporale con

lo spirituale.

Però il Turco non gli dette retta, e Carlo dopo avere ciondolato

alquanto, sovvenuto dalle donne ducali, e marchionali di Savoia, e di

Monferrato, che Dio confonda, venne ai nostri danni in Italia. Il

Turco Bajazzette non accogliendo tutte le istanze del Papa ne

secondò parecchie come si cava dalle sue lettere, che intercette da

Giovanni della Rovere, furono mandate a Carlo mentr'egli stanziava a

Firenze; in una di queste del 12 settembre 1494, si diceva:

ringraziarlo degli avvisi portigli intorno ai disegni di Carlo VIII,

il quale intendeva impadronirsi del fratel suo Gem per servirsene a

tentare cose nuove in Oriente; facesse una cosa, la quale avrebbe

giovato a loro, ed anco a Gem, ed era avvelenarlo o in altro modo

procurargli la morte; giovato a Gem perchè a fin di conto mortale

essendo gli toccava un giorno o l'altro finire, ed ora levandolo dalle

miserie del mondo lo avrebbe avviato in luogo pieno di ogni

felicità; se ciò avesse fatto egli giurava pagargli subito 800

mila ducati, e di più gli prometteva non avrebbe danneggiato le

terre dei cristiani; quanto a lui si sarebbe tolto quel fastidio di

fratello dintorno; in segno dello amore sviscerato che gli portava,

tosto avutone il corpo lo avrebbe in magnifico sepolcro sepolto;

ancora, lo supplicava di compiacerlo in altro suo desiderio, il quale

consisteva nel promovere al cardinalato Niccola Cibo arcivescovo di

Arles. Così i Turchi raccomandavano al Papa i prelati, e il Papa le

raccomandazioni con pronto animo accoglieva!

E poichè nonostante gli ostacoli, Carlo VIII sceso in Italia

cominciava la corsa, la quale dissero vittoria, dove i Francesi altra

arme non adoperarono eccetto sproni di legno, e gesso per segnare i

quartieri alle milizie, il Papa tentennando propone accordarsi con

Carlo, poi se ne pente, e sostiene i Cardinali Sforza, Sanseverino,

Colonna, Lunate, ed altri parecchi; ma progredendo vie più Carlo

torna a ciondolare; finalmente vinto dalla paura libera i prigionieri

e gli mette framezzo pacieri; il re oltre parecchie cose pretende

Santo Angiolo, lo nega il Papa, il re Carlo due volte appunta le

artiglierie per espugnarlo; ma visto il papa deliberato di porre ogni

sua fortuna in isbaraglio innanzi di cedere renunzia al castello, e

tiene il fermo sopra le altre condizioni, le quali vengono concesse;

tra queste la consegna di Gem, e l'ebbe vivo ma con la morte in seno;

il Papa per gratificarsi il Turco, e buscarsi gli 800 mila ducati lo

avvelenò.--

Gli Italiani tardi commossi dalla subita conquista dei Francesi si

uniscono in segretissima lega e la sottoscrissero il Papa, i

Veneziani, il re di Spagna, e quello dei Romani, e il duca di Milano,

in apparenza volevano difendersi, ma in fondo dare addosso ai

Francesi. Naturale talento dei popoli di mutare signoria, provata, che

l'abbiano basto in tutto uguale alla signoria antica, la stupenda, e

insanabile levità dei Francesi, lo istinto loro di guastare sempre

e non ordinare giammai, le voglie ladre, la ingiuriosa jattanza, ed

altre pecche, le quali non si ricordano unite alla fama della novella

lega cominciano a sgomentare i Francesi, nè Carlo si trovò mai

così presso a perdere la corona come in quel punto nel quale ei se

la mise in capo. Come e perchè questi successi avvenissero, ed ai

Francesi toccasse sgombrare il regno più presto di quello, che

l'occupassero altri disse e bene; mi stringo a raccontare che dopo

infelici fortune, tornato il re in Francia, Gilberto di Monpensieri

ebbe a capitolare in Atella; stipulava salute per sè e per gli

aderenti suoi, ma siccome fra questi erano gli Orsini, cui il Papa

disegnava spegnere per eredarne le spoglie, ordinò a Ferdinando di

Napoli non l'osservasse, anzi se disobbediente ai comandamenti suoi lo

avrebbe scomunicato; però Paolo e Virginio Orsini furono sostenuti

prigioni nel castello dell'Uovo, e le milizie loro assalite a man

salva e svaligiate.

Fin qui contro Francia; morto Carlo e succeduto Luigi XII Alessandro

piantati là gli Aragonesi si stringe alla Francia mercè novella

lega cui rinterza co' vincoli sempre provati fallaci, e pure sempre

appetiti, del matrimonio; e poichè Carlotta figliuola al re di

Napoli ricercata di nozze dal Valentino, mostrando il coraggio, che

allora ai più animosi faceva, difetto, gli buttò sul viso queste

parole; «io non vo' per marito un prete, figliuolo di prete,

fratricida, infame per nascita, e più per opere scellerate.» il

Valentino si tolse per moglie un'Albret figliuola del re di Navarra

dotandola, invece di riceverne dote, conciossiachè fossero patti

degli sponsali, sodasse il Papa duegentomila scudi alla sposa, un

cappello cardinalizio conferisse al fratello di lei. Quello, che il

Papa e il Valentino ardissero con l'aiuto di Francia vedremo; ora

importa sapere, che di nuovo la fortuna dei Francesi scadde in Italia

non per mancanza di valore, bensì per le indomabile levità, e

spensieratezza loro; il Papa, e il Valentino tosto mutata vela secondo

il vento pigliano ad intorarsi con Francia, mettono la parola di

possibile accordo col Gonzalvo; co' Pisani temporeggiano; insomma

stanno a cavallo al fosso per buttarsi dove il conto torni. Le sorti

di Francia veramente toccarono il fondo, ma quivi si rifecero,

secondochè la favola immagina del titano Anteo, e con la Tremoglia

si avventura a nuovo esperimento; da una parte, e dall'altra avendo

sete del Papa, gli profferiscono mirabilia per tirarselo a sè, ed

egli col Valentino in mezzo a mettersi allo incanto e a succhiellare

la carta; le proposte più turpi si volsero alla Francia, e questa

tutta ingolfata nell'interesse presente, non curando vergogna le

accettava; ma Valentino provato il terreno sollo a ingolare la vanga,

armeggia a ficcarci ancora il manico; la sorte sul più bello gli

fece la cilecca, il Papa morì, ed egli stette a un pelo di tenergli

dietro.

Di queste trappole non appunteremo costoro; a quei tempi o farle o

patirle, ed anco ai nostri così; il Papato diventato cosa terrena

si schermisce con le industrie persuase dai tempi, e dagli uomini:

però cosa iniqua non per chi presume rappresentare Cristo, bensì

per ogni creatura umana la smania di arraffare la roba altrui, e il

modo per venirne a capo.

Lo assedio di Roma · 第 29 / 63 段