Paolo poichè ebbe tentato invano accendere nuova guerra in tutta la

Cristianità, e chiamare belve straniere in Italia per vendicarsi

del Malatesta: tastato Federigo III di Austria, e parsogli, come

veramente era, uomo da non potersene fidare; atterrito dai Turchi

più e più sempre approssimantisi si appacia col Malatesta

consentendogli il possesso dello intero retaggio paterno. La vittoria

di Rimini aveva sforzato il _non possumus_. Delle cose per questo Papa

agitate fuori d'Italia qui non occorre discorrere; odiatore egli fu

dei letterati solenne; pauroso, e per paura feroce: certa accademia di

dotti scambiando in congiura, prende e tormenta uomini venerandi per

dottrina non meno che per pietà: alle torture assiste, nè

potendo venire a capo di nulla, tanto eccita il carnefice ad

inasprirle, che il povero Agostino Campano rimase morto su l'atto. Il

Platina nella vita di questo Papa racconta le persecuzioni, che a lui

pure toccò patire: appena promosso Papa tutti gli officiali dei

Brevi creati da Pio come ignoranti, e disutili licenziò; niente

curando se cotesta carica avessero eglino comperato a contanti, e meno

ancora se fossero letterati grandi i quali sogliono dare alle Corti

maggiore ornamento di quello che ne ricevano; e poichè il Platina

come colui al quale pareva essere troppo gravato pregava che la causa

si commettesse agli auditori di Rota il Papa guatandolo torvo gli

disse: «dunque delle cose che noi facciamo tu ti appelli? E non

sai, che tutta giustizia, e tutto diritto stanno nel sacrario del

nostro petto? Così voglio io, che Papa sono e posso come mi piace

fare e disfare.» Gli officiali scacciati persa la pazienza

mandarono al Papa una maniera di protesta la quale esprimeva questi

sensi: «se a voi è lecito spogliarci della nostra legittima

compra ed a noi deve permettersi dolerci di questa ingiuria, che ci

fate, e poichè ci troviamo con sì incomportabili danno e

contumelia banditi ce ne andremo presso re e principi perchè vi

abbiano ad intimare Concilio dove rendiate conto dello spoglio di

nostre proprietà.» Tra i mali consigli pessimo quello del debole

che minaccia il forte; preso, e incatenato il Platina ebbe a

giustificarsi di libello famoso, e gli fu ventura se dopo due anni di

acerba prigione ne uscì rovinato così nella sostanza come nella

salute. Più tardi questo Papa leggero e tristo spaventato da falsi

rapporti ripiglia il Platina, bandisce parecchi cortigiani, e

cittadini, tormenta i fratelli Quadrari, fa il diavolo e peggio; poi

conosciuto a prova essere stato giuntato perdona raro, ed alle preci

altrui per mostrare di avere avuto ragione; e questa la non è colpa

speciale sua bensì di tutti quelli, che dominando assoluto devono

fare grande fondamento sopra la superbia. Per converso questo Paolo si

dilettò stupendamente di giuochi, e di uomini vulgari; in occasione

della pace fra il duca di Milano, e i Veneziani ei fece correre pali

da vecchi, da uomini di età mezzana, e da fanciulli; dopo questi

corsero giudei (che uomini allora non si reputavano) prima costretti a

bere vino in copia perchè traballassero, poi cavalli, cavalle,

asini, e buffali; il Papa contento, e per soverchio riso lacrimante,

donava a cui fieno e a cui grossoni. In cima dei suoi affetti tenne un

Priabisio, e un Malacarne, di loro professione giullari, e dopo essi

in minor luogo altri buffoni. Non gli mancarono buone doti, come la

larghezza, e la storia ricorda com'ei fosse prodigo donatore di

teriaca: ai Cardinali donò la facoltà di vestire panni purpurei,

e portare berretto vermiglio, e cappello foderato di mantino pure

rosso; ai Cardinali poveri assegnò quello che chiamano piatto, il

popolo imbestiò coi congiari; morì di apoplessia, e sarebbe

stato meglio non fosse mai nato.

Di male in peggio, finchè si giunga al pessimo: ebbe Sisto IV della

Rovere il papato per simonia; è certo, che i tesori accumulati da

Paolo arrapinasse; ma le sono inezie da non ci badare; se da lui non

comincia il nipotismo, da lui certo piglia a gettare cupido gli occhi

sopra gli stati della Chiesa, e dei vicini, e voler diventare principe

di corona: ebbe nipoti molti, che amò di amore disordinato, dicono,

taluno d'infame; ma siffatte nequizie se non provate bene voglionsi

rigettare; veramente non isperimentiamo buoni gli uomini, massime

preti, ma ritraendoli peggiori di quello, che sono non se ne

avvantaggia la Storia. Giudicando di lui pretende taluno ch'egli si

proponesse la unione d'Italia; ma ciò non accorda con le opere

della sua vita, le quali anzichè disporla a simile unità altro

non fecero, che scombussolarla senza requie: anco ammesso, che i tempi

non repugnassero ai venefici, ed alle insidie mortali, tuttavia le

morti per veleno o per ferro a tradimento meditate da cuore, che anco

a quei tempi ci volevano dare ad intendere pieno dello Spirito Santo,

non paiono per ordinario lodevoli nè efficaci partiti: comunque sia

non per amore d'Italia bensì per odio contro i Medici, i quali si

opponevano al molesto ingrandimento dei suoi nipoti, egli congiurò

co' Pazzi per trucidarli: di fatti i Medici sovvennero Niccolò

Vitelli contro le violenze del Papa, e gli salvarono la città di

Castello; non si rimasero da mettere in pratica ogni tentativo per

impedire a Girolamo Riario nipote del Papa l'acquisto d'Imola: e

Girolamo finchè durassero i Medici dubitava tenerla piuttosto a

titolo precario, che con istabile dominio; il Papa poi sbuffava contro

Lorenzo per la lega formata da lui nell'alta Italia, e per quel suo

concetto di bilanciare uno stato con l'altro per modo, che veruno

preponderasse fra noi. Comecchè discorriamo volando sopra questi

casi non possiamo astenerci da mostrare la matta e ad un punto feroce

improntitudine di Sisto, il quale dopo avere promosso il Salviati

arcivescovo di Pisa, mandato Raffaele Riario figlio di Girolamo a Pisa

con pretesto di studi, e Giovanbattista di Montesecco come oratore in

Toscana per condurre a buon fine la congiura, benedetto i pugnali,

consentito si consumasse la strage fra gli altari da preti, nel

momento che il sacerdote leva l'ostia al cielo, di un tratto si

arrapina perchè Lorenzo non abbia voluto farsi ammazzare, e rompe

in iscandescenze perchè con giuste pene multarono gli assassini.

Queste le parole della Bolla di Sisto IV riportata dal Rainaldo negli

annali ecclesiastici 1478, e ti rammentano Fimbria imbestiato contro

Scevola perchè assalitolo ai funerali di Caio Mario col ferro in

mano lo assalito non gli aveva conceduto tanto gli ficcasse in corpo

lo stile, che lo ammazzasse: «Contendendo i cittadini per lite

privata fra loro questo Lorenzo co' priori di libertà......

calpestato ogni timore di Dio, vinti dal furore, pieni di diabolico

spirito, di sè fuori come cani arrabbiati infierirono con immane

ignominia contro persone ecclesiastiche. O dolore! O inaudito delitto!

Le mani violente portando sopra un'arcivescovo appiccaronlo alle

finestre del palazzo della Signoria.» E non gli saldarono il conto,

imperciocchè gli salvassero il giovane cardinale Raffaele, il quale

sebbene gli rendessero incolume non per questo attutì il

sacerdotale odio; dissuadendolo invano il re di Francia, i Veneziani,

l'imperatore Federigo, i duchi di Milano e di Ferrara volle rompere

guerra ai Fiorentini; poco dopo ai Veneziani perchè derelitti da

tutti, e con più infamia da lui, che sperperava a danno dei

cristiani le forze le quali doveva volgere contro i Turchi, si erano

composti in pace con Maometto. Fin negli Svizzeri va a suscitare

nemici contro il duca di Milano solo per trattenerlo da porgere

soccorso ai Fiorentini; allettamento a cotesti rudi montanari le

largite indulgenze, delle quali essendosi mostrati piuttosto ghiotti,

che cupidi, si avvisa cavarne partito, però non le dona più

oltre, le vende, e ci fa grosso guadagno. Intanto Lorenzo trovandosi

in procinto di dare la balta si getta in balìa di Ferdinando di

Napoli; e' fu come mettere il capo in bocca al lione, ma lo

beneficò la Fortuna sicchè giunse ad amicarsi Ferdinando. Il

Papa stette per diventarne pazzo, nè si sa fin dove sarebbe

precipitato se i Turchi avendo preso Otranto non lo avessero fatto

cagliare. Impaurito si accorda con tutti; ma con la morte di Maometto

indi a breve, cessata la paura, torna a scombuiare ogni cosa: co'

Veneziani si accorda spogliare il duca di Ferrara, e dividersene gli

stati, Ferrara a lui, a loro il restante. Di qui nuove divisioni; la

Italia rotta in cento parti le une contro le altre armate; forse non

una spanna di terra senza risse di sangue.--Di tutti questi scompigli

il Papa altro frutto non cava, eccetto quello di vedersi minacciata

Roma dal duca di Calabria; allora invoca aita dai Veneziani i quali

gli mandano duemilacinquecento cavalli e Roberto Malatesta capitano

strenuissimo; nè Malatesta comparve minore della fama; andò e

vinse il duca a Campomorto dopo acerba battaglia. Il Papa per doppio

motivo (e bastava uno) gli fu ingrato, il primo perchè gli uomini

di raro ricompensano il benefizio cui possono ricompensare, il

benefizio poi, ch'eccede le facoltà loro detestano, e più chi lo

ha fatto: quindi un re ti darà guiderdone se gli acquisti un

contado, se un regno cercherà perderti, e questo ci testimoniano le

storie antiche, più le moderne; l'altra causa movente il Papa era

che Girolamo suo figliuolo appetiva Rimini retaggio di Roberto; quindi

questi ottenne quello che doveva ottenere, morte per veleno immatura,

ed una statua col motto _veni, vidi, vici_. Appena morto il Papa si

affrettò alla rapina di Rimini, e tanto più gli parve sicura,

che in cotesti giorni periva il duca di Urbino disegnato da Roberto

tutore del suo figliuolo, mentre il duca di Urbino nel suo testamento

raccomandava a Roberto il figlio Guido Ubaldo.

Anco qui tra la mano e il frutto s'interposero i Fiorentini e misero

un calcio nella gola al Papa, il quale ne resta con la voglia.

Dall'altra parte le cose in apparenza procedevano prospere al Papa, in

sostanza no; il duca di Ferrara già stava in procinto di trovarsi

spogliato, ma il Papa temè che i Veneziani o pigliassero tutto per

loro o alla meno trista si facessero la parte del leone: allora

arruffa; e prima accetta la pugna, poi si appacia con Ferdinando di

Napoli; i Veneziani, ai quali cotesta pace ruinò addosso come

fulmine a ciel sereno, ebbero invito aderirvi e posare le armi;

restituissero gli acquisti fatti, il duca di Ferrara come vassallo

della Santa sede rispettassero: poi senza pure aspettare risposta

bandisce i Veneziani nemici della cristianità perchè ostinati a

continuare la guerra contro il duca di Ferrara; gli scomunica; ai loro

debitori comanda non li paghino; a chi uccida un Veneziano indulgenza

plenaria; quanto a scudi adagio; per dare la pace alla cristianità

spinge le armi di tutta Italia contro i Veneziani pure ieri suoi

collegati, amici, ed eccitati da lui a combattere il duca di Ferrara.

I Veneziani, secondo il consueto loro, tengono di occhio ai

chiesastici, chiunque porti la scomunica a Venezia senza rimissione

s'impicchi; e qualunque riceva lettere da Roma le porti chiuse

agl'inquisitori di stato; con questa gente non ci era da metterla in

canzone; il Patriarca portò loro la scomunica presto presto come se

avesse ricevuto cosa, che gli scottasse le mani; poi mandarono al

Patriarca di Costantinopoli l'appello della scomunica al futuro

Concilio; il Patriarca ammette l'appello, sospende la scomunica, e

cita il Papa a comparire al futuro Concilio. Quello, che non riuscì

al Papa riesce ai Veneziani, i quali trovarono modo di affiggere la

citazione alle porte del Vaticano e della Rotonda; il Papa cieco per

furore fece in un'attimo impiccare le guardie notturne, che pure da

per tutto non si potevano trovare; ma gli è caso antico, il potente

non potendo battere l'asino batte la sella. I Veneziani procedendo

oltre intimano i preti paesani a lasciare Roma sotto pena di perdere i

benefizi; il Papa come colui, che ha perso la bussola bandisce farebbe

vendere per ischiavo chiunque si attentasse uscire da Roma; guerra

fiera e promiscua si agita in Lombardia, in Napoli, negli Stati

pontifici: alle cause antiche per cui la famiglia del Papa, e il Papa

andavano aborriti adesso si aggiungono le prodizioni, le stragi, e

gl'incendi, onde vollero sterminata casa Colonna: pietosissimo fra

tutti il caso del protonotaro Luigi Colonna, che prima stracciarono

con ispietati tormenti, non mica per cavarne confessioni, bensì per

rendergli senza fine amara la morte, poi uccisero.

I Veneziani sempre pronti a cogliere la occasione a volo, sentendo

come tra i Reali di Napoli e Ludovico il Moro fosse entrato screzio

per causa della dipendenza da che questi teneva Giovanni Galeazzo

Sforza genero al duca di Calabria, mediante Roberto da Sanseverino

negoziando con esso lui la pace, e invano contrastando il legato e

Girolamo Riario, i quali mescendo le cose sacre con le profane,

affermavano i Veneziani indegni di posa perchè nemici di Dio come

quelli che avevano confiscato i benefizi ecclesiastici, e tenuto in

non cale le scomuniche del Papa, la conclusero a Bagnolo.

Il Papa udita la pace per rovello ne infermò a morte; quando gli

ambasciatori gliela portarono egli raccogliendo le forze estreme con

irosim accenti proruppe: «che pace! che pace! questa è ignominia,

è vergogna; io non posso approvarla, non benedirla.» E poichè gli

andavano persuadendo essere ormai cosa conchiusa, e sempre degna la pace

tra cristiani della benedizione di un Papa egli levata dalle fasce la mano

gottosa fece atto che taluno prese per benedizione, ed altri per

maladizione, nè ci fu modo a chiarirlo, imperciocchè senza

profferire parola il giorno dopo morì più che per altro per rabbia

di vedere in pace questa mìsera Italia cui egli aveva così

scelleratamente lacerata.

Alessandro VI, che sta per venire, le immanità papali, e imperiali

supererà tutte; pure Sisto, e Innocenzo gli ammannirono

stupendamente il terreno: delle truci e nefande libidini taccio; sia

questa prova della sanguinaria indole del Papa defunto; suo diletto

assistere ai mortali duelli: due ne ordinò a piè della scala del

suo palazzo di piazza San Pietro, egli mastro del campo: i duellanti

non incominciassero se prima egli non ne avesse dato il segno, e il

segno fu quello della redenzione..... la Croce. Il Papa ci prese un

gusto matto, e desiderò vederne altro; nel primo duello uno dei

combattenti morì su l'atto; nel secondo ambedue mortalmente feriti

furono tratti a spirare l'anima altrove.--

Per ciò che importa peculiarmente al nostro assunto vuolsi

considerare come in questo pontificato per promovere gl'interessi

della famiglia Riaria non si ebbe scrupolo sbonconcellare il preteso

retaggio di San Pietro: non era ancora stato trovato il _non

possumus_: e non ancora un Concilio di preti bugiardi aveva bandito

divina la istituzione della potestà temporale del Papa; di vero per

causa del matrimonio di Lionardo della Rovere con la figlia naturale

di Ferdinando, Sisto abbandona al re il ducato di Sora, Arpino, e gli

altri feudi della Chiesa nel regno di Napoli; nè basta, gli rimette

il tributo arretrato solito a pagarsi da Napoli alla Chiesa, e ne lo

dispensa finchè egli viva. Imola, la quale secondo la novella

dottrina fa parte del _non possumus_, fu comperata a contanti co'

danari della cristianità da Pietro Riario pel suo fratello

Girolamo. Concesse in feudo a Giovanni della Rovere fratello di

Giuliano, Sinigaglia, e Mondovì, e i Cardinali approvarono senza

pensare al _non possumus_. Prima con ogni argomento il Papa si

ingegnò spogliare i Vitelli di Città di Castello; trovato l'osso

duro, gliela concede in signoria. Smania di Sisto, prima di Alessandro

VI, fu costituire della Romagna un principato pel suo nipote Girolamo;

alla via storta non badò più che alla diritta. Pino Ordelaffi

principe di Forlì morendo lascia la sua eredità al figlio nato

di non legittime nozze; glielo contrastano i cugini figli di Galeotto;

entrò in mezzo giudice Sisto, che spoglia tutti a profitto del

nipote Girolamo. Forlì è città che ai dì nostri compone

parte del dominio temporale, che il Pontefice non può alienare per

istituzione divina. Se la morte non troncava i suoi disegni, egli

mulinava nella sua mente torbidi concetti per potere assegnare al

nipote Girolamo Rimini signoria del tradito Malatesta, e Pesaro

retaggio di Giovanni figliuolo di Costanzo Sforza. Dei benefizi

cumulati sul capo di Pietro Riario non importa discorrere; oltre al

titolo di patriarca di Costantinopoli egli possedeva tre

arcivescovati, ed altri benefizi infiniti; il lusso di costui ignoto

ai moderni si appressò alle sgangheratezze di Nerone e di

Eliogabalo: i suoi conviti pari a quello di Trimalcione cantato da

Tito Petronio Arbitro: banchettando gli oratori di Francia mise a

contribuzione i paesi nostrani, e gli stranieri; le vivande, l'ordine,

l'apparecchio, le cose o rare o strane e mostruose diligentemente

notate fornirono materia ad un poema, il quale fu diffuso per le

stampe in Italia e fuori. Subito dopo passando per Roma Eleonora

figlia di Ferdinando di Napoli, che andava sposa al duca di Ferrara,

volle onorarla col fabbricarle un palazzo smagliante oro e seta; qui

dentro tutto di oro di argento, anco i vilissimi arnesi; ci spese 100

mila fiorini di oro che aveva in serbo, e s'indebitò per 60 mila;

ed era frate di san Francesco costui, ed aveva pronunziato voto di

povertà. Immaturo per la via di vulgari piaceri egli giunse al

sepolcro. Non bastando le rendite dei benefizi cumulati nella propria

famiglia per sopperire a tanta enormità di spese Sisto dichiarò

venali tutte le cariche della corte apostolica indicandone il prezzo;

per pubblico bando vendè i più cospicui benefizi, ed anche

qualche cappello cardinalizio; spesso, chi pagava innanzi giuntava:

delle indulgenze peggiorò il traffico già abbominevole; eresse

lupanari, tassò baldracche; i facinorosi poterono comprare perfino

la impunità del delitto commesso, o che stavano per commettere: dei

grani fece lo incettatore comperandoli al prezzo di un ducato il

rubbio; poi li rivendeva quattro o cinque; se veniva a mancare egli ne

acquistava fuori di qualità tristissima; e poichè sotto pene

acerbe costringeva i fornai a servirsene è comune opinione che

cotesto alimento corrotto partorisse le pesti che indi desolarono per

parecchi anni Roma. Accennammo a offici di Maomettani, Giannizzeri, e

Stradiotti instituiti a Roma, e vendibili a contanti, e fu Sisto che

gli fondò: tuttavia non si creda, che alcun bene egli non facesse;

all'opposto ne fece parecchi, ed affinchè la cristianità miri

s'ell'abbia a rallegrarsene io li dirò: innanzi tratto conferma la

bolla di Paolo II, che accorcia di venticinque anni la celebrazione

del Giubbileo, e parendogli la frequenza non bastasse a tirare scudi a

Roma, aggiunge, che durante il tempo del Giubbileo le indulgenze in

tutte le altre chiese s'intendano sospese: conferma altresì la

regola dei minimi di san Francesco di Paola, di cui un convento ebbi

vicino a Genova onde della bontà, della dottrina, della carità,

e soprattutto della castità di cotesti degni padri io potrei

raccontare vita, morte, e miracoli: ordinò la festa della

concezione di Maria madre di Cristo, cui egli primo chiamò

_immacolata_; poco dopo, siccome tutti i frati non la volevano

intendere; ed avevano fra loro di fiere batoste fino a bandire dai

pulpiti in peccato mortale chi ci credeva, Sisto per torre via le

dispute dichiarò solennemente immacolata la Concezione della madre

di Cristo, e saperlo di certo, però ci credessero i fedeli, se no

guai a loro! Su di che ci occorre notare come questa concezione

immacolata scendesse nel cervello, e si predicasse prima da un tristo

frate tenuto per incestuoso, e rotto a libidini nefande, e poi, che a

Pio IX uomo anch'egli alla vaga venere troppo più, che non conviene

un dì inchinevole, dopo quasi quattro secoli pigliasse quel

ghiribizzo medesimo. Proprio le menti umane più che da tutto

vengono percosse dalla ragione dei contrari. Ancora, non contento di

gratificarsi la moglie s'industria tenersi bene edificato il marito,

quindi comanda si festeggi l'annovale di San Giuseppe; ma più di

ogni altra cosa, a parere mio, deve procacciare fama a questo Papa la

doppia decisione intorno alle stimate di santa Caterina da Siena, ed

ecco come sta la faccenda. Santa Caterina domenicana scriveva al suo

confessore: «voi sapete, padre mio, che io porto sopra il mio corpo

le stimate di Gesù Cristo Signor nostro per sua misericordia.» E

il povero padre non ne poteva in coscienza sapere niente,

conciossiachè santa Caterina non ce le avesse mai avute, e questo

si sa per testimonianza della medesima santa; di fatti, ella racconta:

«io vidi il Signore appeso alla croce discendere sopra di me con

molta luce..... subitamente dalle cinque cicatrici delle sue sagrate

piaghe vidi cadere sopra di me cinque raggi di sangue, tendenti alle

mie mani, ai miei piedi, ed al mio cuore. Conoscendo questo essere un

mistero esclamai: Signor mio, e Dio mio, _vi prego che queste

cicatrici non appariscano sopra il mio corpo esternamente_ (o dunque

come aveva a fare a saperlo il padre confessore?) Gesù Cristo mi

rispose e mi parlava ancora quando questi raggi di sangue divennero

risplendentissimi e colpirono le cinque parti del mio corpo da me

indicate.» Non so se in cotesti tempi, ma ai nostri femmina che

simili fandonie sciorinasse si terrebbe dagli uomini di giudizio

addirittura per matta: dal comune allora si esaltava santa; la quale

credenza oggi continua appo i Turchi, voglio dire, che venerano i

pazzi per santi. Ora si faceva un gran battagliare per questo fra

Domenicani e Francescani; i primi avevano dalla loro santo Antonino, e

Pio II; ma tanto è, i Francescani così seppero rigirare la

faccenda, che Sisto proibì sotto pena di censura ecclesiastica

dipingere cotesta santa con le stimate; i Domenicani presi di punta,

s'incocciarono a sgararla; quali ingegni ci adoperassero ignoro; so

che il Papa, (certo per dare saggio della sua infallibilità) dopo

poco levò le censure, e sua mercè noi abbiamo potuto contemplare

santa Caterina percossa in un colpo in cinque parti del suo santissimo

corpo.

Questo Papa dabbene scrisse altresì opere teologiche come quello che in

divinità fu maestro solenne; il Panvinio cita le seguenti--_de sanguine

Christi_,--_defuturis contingentibus_,--_de potentia Dei_,--_de

conceptione Virginis_, e certo scritto contro un bolognese frate

carmelitano, il quale perfidiava a sostenere, che salvare un dannato non

istà nè manco nel potere di Dio. Il Fleury ne aggiunge un'altra, ed

è la spiegazione del trattato di Niccolò Riccardo intorno alle

indulgenze concesse per le anime del Purgatorio: questa fu giudicata

d'importanza superlativa per modo che nel 1481 la mandarono alle stampe.

E perchè nulla mancasse alla esaltazione di tanto pontefice ci fu uno

inglese, certo Roberto Fleming, al quale bastò l'animo di comporre un

poema eroico in sua lode intitolato: _Lucubrationes tiburtinæ_; e

ciò volli riferire perchè serva di alcun conforto a coloro, che a

cagione della vita presente si sgomentano: corsero tempi più duri di

questi, ed in difetto di meglio tanto ne consoli per ora.

La vita d'Innocenzo VIII, Giambattista Cibo, non importa molto il fine

del presente lavoro, però che del dominio della Chiesa, che a detta

dei moderni dottori per istituzione divina non deve menomarsi mai,

poco scisse, pure scisse, chè a Giuliano e a Giovanni della Rovere

in mercede simoniaca dell'opera loro per esaltarlo al papato largì

terre, e castella, al Savello Monticelli, ad Arragona Pontecorvo, a

Parma la Magliana, a Colonna, che di terra possedeva anco troppo,

venticinquemila scudi, il figliuolo Franceschetto Cibo investì

della contea dell'Anguillara; quanto a moneta poi gliene sbraciava un

subisso. Però come Papa onde i tempi nostri derivano, vuolsi tenere

breve sì ma peculiare discorso. Nelle signorie elettive vediamo

come gli elettori ad ogni promozione s'indettino, scottati dalla

esperienza, a limitare le facoltà dello eligendo; colui poi che

esce eletto prima si accorda con gli altri, anzi sovente procede

più rigido degli altri: fatta la festa si leva l'alloro, e si torna

da capo. Ordinariamente alla promessa aggiungono il giuramento, nè

se ne vede ragione; perchè questo non lega mai, e a chi non osserva

il patto poco preme davvero comparire spergiuro. Il Sismondi nota come

i re pollacchi, gl'imperatori di Germania, e i dogi di Venezia

comecchè laici giurando i patti prima di pigliare possesso del

dominio troppo meglio dei Papi rispettassero la santità del

giuramento, quasi intendesse inferirne essere lo spergiuro privilegio

del Papato; e non è così; nei primi casi gli elettori rimangono

sempre potenti di armi; nel secondo i Cardinali tremano sotto la

doppia oppressione della potestà temporale e delta spirituale; cui

un momento prima fu loro pari adesso prosternati nella polvere

adorano; l'eletto con uno stringere del sopracciglio può il corpo

alla forca, l'anima allo inferno dannare. Tuttavia anco negli stati

laici quando colui che giunse a limitare la potestà principesca

perde la potenza di rado avviene, che non finisca sul patibolo: non

occorre allegare esempi che sarebbero infiniti; tanto basti, che nelle

costituzioni antiche e moderne non avendo saputo i cittadini trovare

un modo per reprimere l'elemento monarchico nei suoi conati al

dispotismo le proviamo campo aperto alle procelle popolari, o alle

insidie regie. Nella Inghilterra assai comunemente si accetta il

diritto della resistenza alle usurpazioni della monarchia; ma, a senso

mio, dalla libertà di palesarlo in fuori non vedo a che giovi:

imperciocchè tutto si riduca nella potenza di poterlo esercitare, e

se potrà, il popolo fie, che l'adoperi o l'abbia detto o taciuto,

se poi non potrà, o lo eserciterà infelicemente, e allora

ancorchè lo abbia espresso, ed anco gli sia assicurato per legge,

non per questo la monarchia trionfante glielo farà scontare più

mite; in simili casi il traditore è il vinto, e i giudici per

condannare si trovano sempre. Ai tempi nostri abbiamo veduto in

Francia quei medesimi giudici, i quali avevano dettato il decreto di

accusa contro Napoleone III come traditore della Patria, amministrare

la giustizia in nome di lui.

Lo assedio di Roma · 第 28 / 63 段