potendo crescerla, mise mano a certa menzogna, la quale come non prima
così non fu nè anco ultima nella Chiesa; a certo altro simulacro
di Concilio tenuto a Roma procurò si presentassero deputazioni di
finti Etiopi, Caldei, Siri, e Maroniti che tutti protestarono volersi
ridurre in grembo di Roma; i padri del Concilio ridevano di coteste
lustre; forse ne rideva anco Eugenio, ma per amore del mestiere
entrambi facevano le viste di crederci: il popolo ci prestava fede con
tutte le viscere come quello, che a cotesti tempi credeva, e perchè
ci aveva interesse: fra un secolo e mezzo quando i Gesuiti
presenteranno a Sisto V l'ambasceria dei Giapponesi Pasquino e
Martorio la conceranno pel dì delle feste. Finalmente il Concilio
di Basilea elesse un'altro Papa, ovvero antipapa, che fu Amedeo duca
di Savoia; che tolse nome di Felice V; e se per questo caso la rabbia
dei sacerdoti già ardente divampasse lascio considerarlo al
lettore. Eugenio, come se tante cure gli fossero poche, scompiglia il
reame di Napoli spingendo Renato di Angiò contro Alfonso di
Arragona, e forse il suo protetto ci faceva impressione, quando per la
cupidigia di ricuperare la Marca di Ancona, posseduta da Francesco
Sforza, gli muove contro ad assalirlo improvviso Niccolò Piccinino;
per la quale cosa Francesco indugiando a sovvenire Renato di Angiò
è cagione che le fortune di questo tracollino; più tardi va, e
mentre altrui non giova sè ruina: a Renato tocca a scappare, che
pieno di rovello si riduce a Roma per isfogarsi col Papa, il quale,
con buone parole lo raumilia, e lo incorona re giusta in quel punto in
cui lo perdeva; Renato invece di stare in Napoli con un reame torna in
Francia con una corona, addentellato a nuove miserie d'Italia.
Tra i buoni Papi sogliono annoverare Tommaso di Sarzana, Niccolo V,
migliore: costui nato di piccola gente fece assai professione di
conversare con letterati, e procurò si recassero in idioma latino in
cinque anni scrittori greci, più che innanzi a lui non si era fatto in
tre secoli, ma vi hanno di due maniere letterati, quelli che più
badando alla sostanza, che alla forma con la dottrina dei sommi intelletti
nudriscono divinamente l'anima; altri corrono dietro agli artifici della
orazione, le parole studiano non le sentenze, e vagheggiando la materia,
materia rimangono: tra questi secondi Tommaso da Sarzana, fra i primi
Stefano Porcari, il quale, appena morto papa Eugenio, raunata la
cittadinanza romana nella chiesa di Araceli la confortava a cose
santamente libere, però che lo dicesse: non esservi così piccolo
borgo dove morto il signore non si ragionasse di ricuperare la libertà,
o almeno di porre modo alla intemperanza dei futuri reggitori dietro la
esperienza del passato. Non lo secondando i Romani, e forte avversandolo
l'arcivescovo di Benevento, cotesta pratica non andò avanti. Tuttavolta
Tommaso essendosela legata al dito relegò Stefano a Bologna con obbligo
di presentarsi ogni dì una volta al governatore della città. Stefano
fingendosi infermo corre velocissimo a Roma; tradito dalle spie, ripara in
casa di sua sorella dove si nasconde dentro un cofano indarno; chè fin
là rovistando lo trovano, lui arrestano con nove complici, e senza
forma alcuna di processo tutti appiccano ai merli di Castel Santo Angiolo:
comecchè ne facessero ressa negarono loro prima di morire i sacramenti
a fine che il corpo ne andasse perduto con l'anima. Dopo queste prime
altre stragi contristarono Roma; il 12 gennaio 1453 Eugenio manda alla
forca un dottore bolognese compagno a Stefano nel suo ritorno a Roma;
promette 1000 ducati a cui gli consegni nelle mani vivi due parenti del
Porcari, Francesco Gabadeo e Pietro Monterotondo, sottrattisi con la fuga,
se morti 500; serpentò con focosissime istanze tutti gli stati
d'Italia, affinchè gli rendessero i congiurati fuggiti, e molti glieli
diede Venezia, ospite sovente infida; tra gli altri Battista Sciarra
nipote del Porcari, tratto a Roma per ricevervi la morte ignominiosa del
capestro. Promise, mosso dalle preci del cardinale di Metz, grazia a
Battista di Persona reputato innocente, e gliela fece, poi si pentì, e
senz'altre cerimonie commise lo impiccassero. Sopra ogni altro infame il
caso di Angiolo Ronconi, di null'altro reo, che di avere dato mano alla
fuga del conte Averso dell'Anguillara amicissimo suo: gli manda il Papa di
recarsi a Roma, e siccome ciondolava, ad assicurarlo gli spedisce
salvacondotto da cima in fondo scritto di suo pugno: costui va, e non
aombrato nè manco con pretesto di sorte il tradimento, il buon vicario
di Cristo lo fa pigliare di botto, e decapitare.--Affermano, che quando
questo reo fatto fu commesso Niccolò era ubbriaco: altri per istudio di
difenderlo accerta, che Niccolò veramente era solenne raccoglitore di
vini preziosi, ma non mica per sè, bensì perchè gli amici suoi,
ai quali li donava tutti, se ne rallegrassero il cuore. Questo scrittore,
che si favella, è il Vespasiano, incauto difensore se altri fu mai:
lasciando correre, che il Papa fosse ubbriaco gli avrebbe reso il servizio
più grande, che amico può rendere ad amico: nè è cosa nuova
occorrere in Papi briaconi, che tali furono Giulio II, e Gregorio XVI, e
dati al vino troppo più che alla dignità, non diremo di pontefice,
ma di uomo comune non convenga, Paolo IV, e Sisto V. La gente mite, e
pusillanime per paura diventa feroce, così i gatti spaventati
graffiano. Durante questo pontificato, mentre i greci e i latini fra loro
disputano, ed anco fra greci, e greci adoperano lo stesso, Maometto II
piglia Costantinopoli e mette fine ai contrasti. Varia la fama intorno
alla causa della sua morte; chi afferma per podagra, chi per subita
febbre, e chi per ambascia del Turco irrompente; non manca chi voglia
attribuirla al rimorso; ed e certo che su l'estremo della vita la vista di
fantasimi lo assaliva; gli pareva nelle stragi commesse del Porcari, e dei
consorti suoi lo avessero abbindolato i cortigiani; allora scioglievasi in
lacrime, e sè miserrimo sopra quanti uomini vissero al mondo altamente
chiamava. Posto, che ciò sia vero, noi pure lo saluteremo per uno dei
migliori fra i Papi, dacchè l'anima sua non rimase chiusa al rimorso.
Di Calisto III successore a Niccolò sono notabili queste cose:
dimenandosi invano a rintuzzare la ferocia del Turco ebbe in sorte
vedere sorgere quel miracolo di valore di Giovanni Uniade a dargli la
fiera battitura di Belgrado: ma se inetto ei si mostrava a combattere
solenne perturbatore della cristianità si fece conoscere; pei suoi
fini interessati Cristiano di Danimarca spinge contro la Svezia per
vendicare il clero manomesso e spogliato, e Cristiano impadronitosi
della Svezia lascia il clero come lo trova; onde Calisto reputandosi,
com'era, uccellato rompe in querimonie infinite. Colto il pretesto,
che Alfonso negò i soccorsi contro al Turco, ricusa investire del
regno di Napoli Ferdinando figlio naturale di Alfonso quantunque di
questo re fosse creatura, e gli avesse servito da segretario; alla
persecuzione nuova non fece ostacolo nè l'essere stato Ferdinando
suo alunno, nè la legittimazione di lui che egli, cardinale, aveva
provocato da Niccolò Papa; il fine vero di simili trambusti era
levare il regno a Ferdinando per darlo al proprio nipote Luigi Borgia,
e gli riusciva non già in virtù delle bolle con le quali vietava
ai sudditi napoletani di giurare fedeltà a' nuovi signori, e chi
avesse giurato scioglieva, bensì per le armi di Francesco Sforza
duca di Milano; se non che questi, raro esempio in ogni tempo, in
codesto unico, ributtate le insidiose profferte si tenne fedele
all'Arragonese, e Calisto ne morì di rabbia. Costui vuolsi
annoverare fra i Papi, i quali per disordinato amore pei nipoti più
depredassero la Chiesa; due ne promosse al cardinalato, un'altro
creò duca di Spoleto, il quarto prefetto di Roma, e castellano di
Santo Angiolo: lo scusano, e che non iscusano i preti? perchè
avendo da presso due nemici terribili, come Alfonso e Ferdinando
erano, non poteva fidarsi di altri, che del proprio sangue; difesa
inane, però che dipendesse da lui amicarsi gli Arragonesi
osservando quello, che Niccolò Papa, ad istanza di lui, aveva
ordinato circa la successione del regno di Napoli; oltre inane la
difesa dà ad intendere come in corte romana fossero tutti
traditori; onde volendo coprire i piedi discopre il capo; per uno che
salverebbe danna i mille. Quando altro non fosse a fare aborrire la
memoria di questo Papa basterebbe questo; egli morendo legava alla
Chiesa l'immane Roderico Lenzuoli, che poi fu Alessandro VI.
Di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, non può dirsi, che bene; fu
dotto e buono, ed alle cose di amore decentemente inclinato, e con bel
garbo ne dettò libri, i quali tuttavia si leggono; chi volesse
rinfacciargli, che eletto Papa con la Bolla _Execrabilis_ ritrattasse
le antiche sue dottrine avrebbe torto; se si fosse condotto
diversamente avrebbe tirato i sassi in colombaia: nè manco gli
procederemo severi se negoziando la pace con Ferdinando di Napoli da
uomo svelto con la utilità della Chiesa procurasse quella della
propria famiglia; alla Chiesa fece rendere Benevento, Pontecorvo, e
Terracina; il suo nipote Antonio Piccolomini ammogliò con Maria
figliuola naturale di Ferdinando ricevendone in dote il ducato di
Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del
regno. Luigi XI volpe coronata gli tramò un tiro furbesco, e ne
rimase con le mosche in mano, chè a giocare di fine con Roma si
perde il mosto e l'acquarello; a fine di tirarlo a sè, stornandolo
dagli Arragonesi, manda fuori uno editto regio col quale revoca la
Prammatica sanzione di Carlo VII contraria alle romane improntitudini;
ma visto che il Papa non abboccava, ordinò di celato ai Parlamenti
ne ricusassero la registrazione, ed in questa guisa rimase parola
morta.
Cura perpetua di questo Papa combattere il Turco minacciante Cristo, e
la civiltà; famosa la Dieta, ch'egli tenne a questo intento a
Mantova, dove con sì stupenda sembianza di riuscire non si venne a
capo di niente. Certo in caso tanto solenne il Papa poteva
risparmiarsi, ed ordinare che risparmiassero i balli, i tornei, le
fiere con rito pagano gittate nell'arena, dove, con infelice augurio
della impresa, aborrirono combattere. Le cerimonie di austera
religione forse avrieno più profondamente percossi gli animi, e
persuasili di più a starsi congiunti in tanto pericolo: ad ogni
modo non mai fu visto come alla Dieta di Mantova acceso fervore di
principi, nè mai voglie sì ferme di fare altrimenti di quello,
che davano ad intendere: parole magnifiche, tra le altre ammirate
quelle del Filelfo: e nè anco mancarono le femmine, chè Ippolita
Sforza trasecolò le genti con un discorso bellissimo latino:
affermano lo improvvisasse, ed io non comprendo il pregio, che vedo
largirsi ai discorsi improvvisati: quanto più meditiamo e più
penetriamo nelle ragioni delle cose, e con accomodati concetti le
significhiamo; allo improvviso commettonsi grullerie; commettonsi
altresì a caso pensato, ma a questo modo più rado, quasi sempre
all'improvviso.--Gli uomini speculatori, sentendo come Borso di Este
duca di Modena, e di Ferrara avesse promesso contribuire alla impresa
con 300,000 fiorini di oro ne trassero argomento, che si giocasse di
noccioli, imperciocchè dov'egli ma' mai avesse sospettato si
facesse davvero saria morto piuttosto, che cavare fuora così grossa
moneta. Allo stringere del nodo le galere ammannite sul Rodano dal re
di Francia, invece di corseggiare contra ai Turchi si voltano contro
il regno di Napoli; in Roma i Savelli, nelle terre papali Sigismondo
Malatesta riappiccano la guerra; vanno a soqquadro per inopinati
rivolgimenti Boemia, Ungheria, Castiglia, ed Inghilterra. Mentre
delirano i principi cristiani Maometto II procede sterminatore nelle
terre della cristianità come lava vulcanica; soggioga la Rascia, e
la Servia; conquista la Bosnia, e mali maggiori minaccia: la storia
registra con amore come due soli uomini opponessero il petto a questa
ruina, uno giovane, l'altro vecchio, uno quasi selvaggio l'altro
civilissimo, uno educato fra i Turchi, l'altro supremo gerarca della
Cristianità, e il primo fu Giorgio Castriotta chiamato Scandeberg,
ovvero capitano Alessandro, l'altro il nostro Silvio Piccolomini,
povero gentiluomo nato a Corsignano: magnanimo, e degno di eterna fama
il primo, non però maraviglioso come quello, che nacque in Epiro
terra altrice di eroi, e fu guerriero per istituto di vita; non
così Pio II indole mite, e debile per anni, e per infermità:
«poichè col dire _andate_,» egli bandiva, «poco costrutto
vedo che se ne cava, io da qui innanzi dirò _venite_, però che
abbia disposto recarmi io stesso alla guerra contro ai Turchi; forse
vedendo andar me i principi cristiani si vergogneranno, e mi
seguiranno; certo a morte sicura io m'incammino, ma poichè morire
si deve, che importa cessare la vita in questo luogo od in quello? Dal
combattere mi dissuadono il sacerdozio, e il corpo stremo di forze, ma
a guisa di Moisè quando Isdraello pugnava contro gli Amaleciti,
genuflesso su l'alto della poppa di una galera, ovvero di un monte,
con la santa eucarestia davanti, circondato dai Cardinali chiederò
a Dio la vittoria col cuore contrito ed umiliato.»
Se così avessero sempre favellato i Papi, la unità cristiana non
sarebbe stata mai rotta, e la croce sostenuta da mani congiunte a
questa ora avrebbe fatto il giro del mondo, come simbolo di amore, e
di civiltà.
Il doge di Venezia invitato da Pio a unirsi di persona in cotesta
guerra con lui si andava schermendo, ed ora metteva innanzi la età
decrepita, ed ora non so quali altre scuse; ma il Consiglio dei
Pregadi alla bella libera gli squadernò sul viso: «serenissimo,
se tu non vuoi ire per amore, noi ti manderemo per forza, che della
tua persona ci cale, ma dell'onore e della salute del paese due
cotanti più.» Così allora gl'Italiani sapevano favellare ai
principi, che avendo maggiore cura di sè, che della Patria si
tiravano indietro da combattere le sue battaglie; al contrario di
questo vecchio patrizio, Giovanni Carvajale cardinale di santo
Angiolo, chiamato da Pio per eleggerlo luogotenente della impresa, si
profferiva parato a tutto: «e se per te non sono scuse, egli
diceva, gli acciacchi, e gli anni sicuramente non lo saranno per me.
Tu mi scrivesti venissi, ed io vengo: tu mi ordini partire, ed io
parto: contenderò a Cristo questa estrema reliquia degli anni
miei?»
Peccato, che in questi egregi come abbondava il cuore così non
sopperisse il giudizio. Pio per mantenere la Crociata raccolta ad
Ancona di altro non aveva fatto procaccio, che d'indulgenze: gli
uomini di armi, e il popolo misto che si erano ridotti alla posta di
Ancona s'immaginarono che le indulgenze avessero ad essere un
soprappiù al soldo, ma accortisi che da quelle in fuori non ci era
da rodere altro da prima trasecolarono, poi attaccandola con Dio, e
co' Santi si sbandarono; il volgo corso senz'armi, e lacero, senza
sapere il perchè guaiva; i principi non arrivavano, l'armata
veneziana nemmeno. Il Papa inferma, chè ai consueti malanni adesso
si aggiungono la dissenteria, e il fastidio; mentre si tribola in
simili ambasce, ecco approdare l'armata veneziana; allora contento si
fa portare a braccia per contemplarla; erano dodici galere;
soprasagliente a quelle Cristoforo Moro: nel vederle il moribondo Papa
esclama: «prima mancava a me un'armata, ora all'armata io
manco.» E fu profeta, chè indi a breve periva.--La bontà di
questo uomo c'induce a desiderare, che i cieli gli fossero stati
cortesi o di minor cuore, o di maggior mente, ovvero al tutto non lo
traessero al Papato.
Allo scopo della storia nostra si attaglia meglio la vita di Paolo II,
già Pietro Barbo veneziano, il quale di una tal quale sua avvenenza
fu sì vano, che voleva pigliare nome di _Formoso_; morto Pio, i
Cardinali convocati a Roma innanzi di procedere alla elezione di nuovo
Papa statuirono, che qualunque di loro fosse rimasto eletto avrebbe
adempito certa convenzione, che fecero; e ci si obbligarono con
giuramento. La convenzione questa: Il nuovo Papa prosegua con tutti i
nervi la guerra contro il Turco adoperandovici quante ha entrate la
Chiesa, comprese quelle delle Allumiere di recente scoperte; senza il
consenso dei Cardinali la Corte non muova da Roma; ogni tre anni
convochi un Concilio ecumenico per riformare la Chiesa; non nomini
Cardinali più di ventiquattro, e fra i parenti suoi uno solo; di
più, Cardinale non avesse ad essere di ora in poi eccetto chi
avesse trent'anni compiti, e fosse dotto in divinità ed in diritto.
Il Papa non _alienasse nè diminuisse_ il patrimonio della Chiesa,
non rompesse guerra senza il consenso dei Cardinali espresso ad alta
voce uomo per uomo; nelle Bolle si avesse ad usare la formula _dietro
deliberazione_ dei nostri fratelli. Ogni mese il Papa si facesse
leggere questa convenzione in Concistoro. Due Cardinali, assente il
Papa, in capo all'anno sindacassero se l'avesse, e come osservata il
Papa. Paolo cominciò il pontificato con lo abolire questa
convenzione, la guerra contro i Turchi non proseguì, da onori
molti, e lettere ortatorie a tutti i principi in fuori, di altri
soccorsi non fu largo allo Scandeberg ito a Roma per questo; ma erro,
gli diè cappello e stocco benedetti da lui, e non so quali danari;
non si ricorda la parte singolarmente strana assunta da lui di paciere
per forza tra Veneziani e Fiorentini in mezzo ai quali ci mise male
biette fino all'ultimo: allora scappò fuori per accordarli una
sentenza accompagnata delle consuete scomuniche (ormai i Papi non
sapevano parlare nè anco di pace senza incastrarci lo inferno) e di
scancio ci aggiunse il patto, che gli stati d'Italia avessero a pagare
a Bartolommeo Coglione 100,000 fiorini di oro per sostenere la guerra
contro i Turchi; se non che gli stati indovinando com'egli disegnasse
adoperare Bartolommeo piuttosto contro di loro, che contro il Turco,
non gli danno retta onde a lui toccò riporre la scomunica nel
fodero. Più felice, come più iniquo contro i baroni romani;
però si lega con Ferdinando di Napoli perfidissimo fra i re: l'uno
impicca, l'altro tira pei piedi. Paolo II compare di Deifobo di
Anguillara si accorda segretamente con Ferdinando per ruinarlo insieme
al fratello Francesco, in apparenza poi mostrano volersi combattere il
Papa, e il re: gli Anguillara disponendosi a ingrossare l'esercito
d'Jacopo Piccinino sono trattenuti da Paolo e persuasi a pigliare le
sue parti contro cotesto conduttore. Il re Ferdinando, dopo avere
accolto, elevato a cielo il Piccinino, di un tratto l'ammazza; poi
spinge gente contro il confine romano; il Papa a posta sua c'incammina
gli Anguillara con lo esercito, e quando meno se lo aspettano, alcuni
loro capitani congiuntisi con i soldati del re gl'imprigionano. Ciò
fatto non manca la scomunica per onestare la rapina di castelli tanto
per arte, e dalla natura muniti, che a cotesti tempi si reputavano
inespugnabili. E tu lettore piglia nota del modo di acquistare terre
della Corte romana, donde poi cava il diritto divino, che la costringe
al _non possumus_. I ladri su lo spartire del furto per ordinario
hanno lite fra loro; Paolo pretende da Ferdinando il tributo pel
regno, il quale un dì, quando le due Sicilie stavano unite al
medesimo scettro, sommava 60,000 fiorini, ed ora divise, a Napoli ne
toccavano 40,500: a Ferdinando pel soccorso dato al Papa per opprimere
gli Anguillara pareva ch'ei gli avesse a rendere il resto; di qui ire,
e contese, per cessare le quali Ferdinando, armata mano, occupa
Terracina, Sora, e le allumiere della Tolfa, onde il Papa empie di
querele il cielo e la terra.
Nè meglio incolse a costui guerreggiando co' Malatesta: a
malincuore la Curia concesse un dì feudi in Romagna a questa
famiglia; morto Sigismondo, e trovandosi il figliuol suo Roberto
presso il Papa, questi stende la mano sul bramato retaggio. Isotta
matrigna confidando più nel figliastro, che nel Papa lo avvisa per
segreto messaggio; a Roberto custodito rigidamente per deludere Paolo
soccorre un bellissimo trovato; va al Papa, cui mostra le lettere
d'Isotta, gli si professa devoto, e gli si lega a tradire la matrigna;
Paolo lo prosegue di laudi infinite, gli promette in mercede le
signorie di Senigaglia, e Mondovì, e di presente gli paga mille
fiorini per le spese. Roberto giunto a Rimini s'impossessa del
retaggio paterno, e manda al Papa che se vuole le sue terre venga a
prenderle; Paolo, dissimulati la beffe e il danno, piglia in presto ai
Veneziani quattromila cavalli, e tremila fanti, molti capitani della
Chiesa spinge contro Roberto allettandoli con la promessa di fare a
mezzo delle spoglie del Malatesta. Dunque possono i successori di San
Pietro spartirne il manto quando il conto torna? E bugiardo il
pretesto onde coloriva la impresa, ch'era la estinzione della linea
legittima dei Malatesta chiamati per succedere al feudo,
imperciocchè Roberto, quantunque figlio naturale, fosse stato
legittimato da Pio II.--L'esercito papale rilevò la più sonora
sconfitta che da molto tempo si udisse; per virtù di Federigo di
Montefeltro socero di Roberto, e mercè i soccorsi di Napoli e dei
Fiorentini ai quali premeva, che la Romagna rimanesse in piccoli stati
divisa, e la troppa potenza del Papa dava ombra.