che Carlo VI al parere del Parlamento e della Sorbona avendo
pubblicato uno editto che ordinava ai sudditi Papa, ed antipapa
mandassero alla malora se prima dell'Ascensione non si fossero
accordati, Benedetto indracandosi lo intimava ad abbuiare l'editto; se
no, guai! E il re di rimando lo dichiarava nientemeno che scismatico,
eretico ostinato, perturbatore della Chiesa di Dio, con altre siffatte
galanterie che i re fino da cotesto tempo avevano rubato alla bottega
del Papa. Allora chi piglia per un verso, chi per un'altro: Gregorio
si commette a Carlo Malatesta di Rimini ed intima il Concilio a
Ravenna; Benedetto va in Arragona, e convoca a sua posta il Concilio a
Perpignano; il terzo Concilio intanto faceva le sue faccende a Pisa
dove deposti Benedetto e Gregorio elessero Papa un Pietro Filardo, che
volle appellarsi Alessandro e fu V di numero: poco visse, e corse fama
credibile, raccolta eziandio dagli scrittori chiesastici, che morisse
di veleno ministratogli da Baldassare Cossa legato di Bologna, non
avendolo alla prova rinvenuto quale ei lo desiderava arrendevole. Se a
sostituire il Cossa al morto Alessandro contribuisse lo spirito santo
arduo è a sapersi; certamente vi ebbe parte il terrore delle armi
stipendiate dal Cossa. Dal Concilio di Pisa ne uscì questo di bene
che invece di due Papi d'ora innanzi furono tre, che si misero a
straziare la Chiesa per modo, che peggio non avrieno potuto fare i
Saraceni; e qui considerando come i Papi con poca e punta autorità
temporale su Roma, e sopra gli altri stati, potessero condurre guerre
così lunghe e dispendiose importa porre mente a questo, che appunto
ricavando da altra parte, che dai pretesi loro dominii, danari a macco
la perdita di quelli non ne alterava le condizioni: la sarebbe andata
diversa se i cattolici ristucchi di tutti i Papi, e antipapi avessero
tutti abbandonato; ma la procedeva diversa, però che essi si
dividessero, ed uno seguitassero il quale per buono e santo
obbedivano. I Papi poi e gli antipapi diversi in moltissime cose, nel
pigliare pari: sembrava che Giovanni XXII dei trovati per carpire
danari avesse tocco la cima, ed in breve fu vinto da Bonifazio IX il
quale estese le annate anco alle prelature; e queste annate, che ai
tempi suoi sommavano a mezza la rendita dell'anno, egli non si
peritò crescere di punto in bianco fino a tre volte la rendita di
un anno; ei prese a vendere tutto, indulgenze, cariche, e onori; in
prezzo (mancando moneta) pigliava merci: per danaro perdonava delitti:
prometteva a vari la cosa medesima, e poichè da tutti se l'era
fatta pagare, tutti con fronte di bronzo truffava.
Per quanto i Papi si sieno industriati fare, hanno ricavato se non
poco, però sempre meno di quello, che speravano dai popoli
soggetti: e quante volte vi hanno avuto ricorso adoperarono in modo da
tenerseli bene edificati. L'Albergato nei commentari dei suoi tempi
nota: «come la Chiesa da Terracina a Piacenza possieda bella, e
magna parte d'Italia; e tuttavia tanti popoli opulentissimi, tante
città floridissime, le quali amministrate da altri, potrieno con le
gabelle sopperire alla spesa di qualunque grande esercito, alle mani
del Papa appena buttano tanto che basti alle cariche dei magistrati
che ci mandano a reggerle.» Secondo la relazione dell'Oratore
Zorzi, Perugia, Spoleto, la Marca, e la Romagna insieme fruttavano un
120,000 ducati, di cui se la metà entrava nelle casse del Papa era
bazza.--I Papi si sono aggravati sopra i sudditi alla stregua, che
alla devozione spariva il latte; e non mancano ricordi per informarci
come le rendite dello stato sotto Giulio II di 35,000 scudi salirono a
420,000 ai tempi di Leone X; a Clemente VII riuscì portarle fino a
500,000; a Paolo III fino a 706,473; dopo alquanto di sosta ripigliano
ad aumentare; Pio IV le spinge a 900,000 scudi, e nello spazio di nove
anni le troviamo ascese al 1,100,000 ducati.--Pure negli stati della
Chiesa questo toccare dei cofani più che altrove si mostrò
pericoloso; e non contribuì poco a dare il tracollo ad Adriano la
necessità nella quale ei si vide condotto di mettere il balzello di
mezzo scudo a fuoco; e fu provato che anco nel 1846 il popolo degli
stati romani pagava meno di ogni altro italiano e forse di Europa.
I Papi immaginarono altre vie per fare danaro; il primo fu imporre per
modo transitorio, come promettono sempre, e poi durò un pezzo, il
tributo, che a Napoli ed in Sicilia appellavasi _donativo_, in Ispagna
_servicio_, a Milano _mensuale_; doveva gettare un 300,000 scudi
all'anno, ma non li rese mai; nel 1560 appena ne raccattavano 165,000.
L'altro fu creare debiti pubblici come oggi si costuma: sicchè
possiamo sostenere i Papi maestri a noi Italiani nell'arte del debito
pubblico; come col tirare a Roma tanto danaro di fuori dal mondo
cattolico se non inventori certo utilissimi promotori del commercio di
banca: i debiti poi operarono in due maniere, la prima redimibile, la
seconda no: la prima si faceva sotto forma di nuove cariche istituite,
le quali vendevansi, e sul prezzo sborsato si retribuiva una
provvisione, la quale secondo la vita del compratore si calcolava a 14
per cento, e non era troppo; poi si costumò diverso: si tolse in
presto una somma assicurandola sopra l'entrata di qualche gabella;
anzi accettando i creditori a parte dell'amministrazione, ed
assegnando sopra l'entrata della stessa gabella il pagamento
dell'usura, la quale naturalmente per la durata, e la sicurtà del
presto, ridussero a dieci, ed anco ai nove per cento. A tutti siffatti
debiti imposero nome _monti_; e i primi furono detti _vacabili_,
però che con la morte del possessore della carica vacavano; gli
altri no, chè si alienavano, o tramettevano agli eredi.
Che cosa poi la Curia romana inventasse per vendere appena si crede:
notariati, protonotariati, segretari, scrittori di brevi, scrittori di
archivi, bollatori, porzionari di ripa, presidenti, e aggiunti al
collegio dei presidenti, scudieri, cavalieri di San Pietro, cardinali,
camerari; che più? Instituirono collegi di Stradiotti, di Albanesi,
e perfino di 100 Giannizzeri, dai quali posti cavarono 100,000 ducati,
ed a pagarli assegnarono in parte le rendite delle bolle e delle
annate. Annate di benefizi, e bolle per pagare Giannizzeri!
Innocenzo VIII creò ventisei segretari nuovi e parvero troppi;
Alessandro VI aggiunse sessanta scrittori di brevi; Gregorio XI cento
scrittori di archivi; Leone, che avria venduto la sua parte di
paradiso, portò le cariche nuove al numero di 1200; in tutto ai
suoi tempi sommavano a 2150. Però intorno alle entrate della Curia
romana giudico che si abbia a tenere per certo, che il prete non si
attentò aggravarsi troppo sopra i popoli, come quello, che sentiva
difettare di diritto, e temeva col soperchio suscitare querele ed
indagini, che gl'importava evitare: avere il prete inventato con
frutto sotto diverse forme varie maniere d'imprestito; essere stato
costretto di ricorrere ai balzelli sul popolo mano a mano che gli
scemavano le entrate per così dire spirituali: e queste essergli
diminuite un po' per la calante devozione dei fedeli, e un po' per
elezione di alcuni Papi, massime Paolo IV, e Pio V, rigidi vecchi, i
quali, se la Curia poteva riformarsi, essi l'avrebbero riformata:
nonostante tutto questo ed altro che se ne potrebbe dire, le entrate
maggiori, non però infinite (come altri o credulo, o bugiardo va
affermando) al Papa vengono per causa della fede, epperò egli
avrà sempre potenza di nocerti, solo, che gli avanzi un castello
dove possa affermarsi principe di corona e facultato a sostenere
guerre contro i suoi nemici sieno o no cristiani di fede ortodossa,
ovvero eterodossa.
Sigismondo imperatore, che si diè vanto mettere in sesto la Chiesa
di Cristo, poichè vedeva i suoi pretesi vicari arrabattarsi per
buttarla all'aria, si era fatto promettere a Giovanni radunerebbe il
Concilio; creato Papa nicchiava; strettigli i parmi addosso intendeva
bandirlo in Italia; lo ebbe a convocare a Costanza, o a meglio dire i
suoi legati lo convocarono in onta di lui. Avendolo bandito Giovanni,
gli fu mestieri andarci, ma per sospetto si munì del salvocondotto
di Federigo duca di Austria. Qui non è luogo per la storia di
cotesto Concilio, dire come e perchè il clero alemanno procedesse
avverso al papato, l'italiano oltre ogni credere parziale; i padri
riuniti considerato, che se si avesse a votare per capi avrebbero
prevalso gl'Italiani, misero fuori una legge, che i voti si darieno
per nazione, e le nazioni furono quattro, alemanna, inglese, italiana,
e francese; confermarono la dottrina, che l'autorità del Concilio
prevaleva a quella del Papa, e poi per dare il buono esempio agli
altri presero a persuadere Giovanni a deporre il papato: amaro passo
per costui, il quale si era raffidato, che deposti gli altri, lo
avrebbe il Concilio raffermo; costretto a renunziare lo fece, ma con
tanti arzigogoli che parve meno che niente: alla fine, vedendo che non
la poteva spuntare, se la svignò riparando a Sciaffusa. Ne accadde
un subito scompiglio, che tutti i Cardinali seguitarono il Papa:
l'elettore di Magonza, il Margravio di Baden, e il duca di Austria si
accontarono a sostenerne le ragioni: se nonchè il Concilio tenne
fermo dichiarandosi non pure superiore, ma indipendente dal Papa; lo
imperatore Sigismondo mette i fuggiti al bando dello impero, Lamagna,
e Berna combattono il duca di Austria, e lo vincono, ond'egli in breve
smarrito torna a Costanza menandosi dietro il Papa, il quale di foga
accusato, e condannato chiudono prigione in Gottleben.--Facilmente
potremo credere che costui non fosse santo, e nè manco buono;
forse, se non tutte, almeno in parte si meritò le accuse
appostegli; ma la furiosa condanna assai chiaro dimostra l'ira, non la
giustizia del Concilio. Dopo lui rinunciava spontaneo Gregorio XII,
che riassunti titolo, e qualità di Cardinale moriva decrepito a
Recanati. Più duro Benedetto XIII, il quale propose rinunziare, ma
a tali patti, che parvero ebbri: il Concilio di Pisa si annullasse;
per lui il Concilio di Costanza si chiudesse, per lui un'altro se ne
convocasse, dove dopo avere egli eletto un'altro papa spoglierebbe
l'ufficio: questo accadeva a Perpignano, presenti Sigismondo
imperatore ed il re di Arragona donde Benedetto, temendo o fingendo
temere insidie, di un tratto fuggiva, e chiusosi nel forte castello di
Paniscola di là scomunicava tutto il mondo, che lo aveva
abbandonato.
Col Papa o senza Papa il Concilio di Costanza fu concilio di iene;
quivi comparve Giovanni Huss raccomandato dal re di Boemia, e sotto
guarantigia di salvacondotto imperiale; costui professava dottrine,
che poi con auspici migliori prevalsero con Lutero, e prima aveva
annunziato Wicleffo, al quale, mercè singolare prudenza, toccò
in sorte di morire in pace: nonostante le regie commendatizie, e il
salvocondotto imperiale l'Huss era sostenuto in carcere dove un tempo
ebbe a compagno Giovanni XXIII. I padri furono giudici, e parte;
infamie antiche, che ogni dì si rinnovano senza presagio di
prossimo fine: lo arsero vivo, ed era egli solo in mezzo al suo
supplizio sereno. Uguale fato, e per la medesima causa incolse a
Girolamo da Praga: mite natura, ma costantissimo, e per sapienza
mirabile: i riti che precedono a siffatti giudizi chi li fa li chiama
processi, e sono assassinii; senonchè per consolazione dell'animo
di cui si avvolge in questi laberinti di sangue la vendetta tenne
dietro alla colpa, e quale vendetta! Trenta mila settari scesi dal
monte Tabor comandati da Ziska bruciarono cinquecento chiese,
spiantarono conventi, dispersero sepolcri, e la Boemia dà prima al
mondo lo esempio di rompere la catena della curia romana. Il Poggio
Bracciolini, presente al Concilio, scrivendo a Lionardo Aretino gli
narrava commiserando il fato di cotesti due innocenti, e questi co'
consigli della viltà nella risposta gl'insinuava a tenersi bene
abbottonata quella disutile misericordia. Merita leggersi cotesta
epistola di Lionardo Bruni, che è la nona del Libro IV; per me la
considero modello dello stile che ora si disse dottrinario, ora
riformista, ora moderato, e fu sempre codardo. Per avere un giusto
concetto di ciò che si agitava nel seno di cotesto Concilio basti
tanto, che lo stesso prudentissimo Aretino scrivendo al Poggio non
dubita applicargli i famosi versi di Virgilio:
_«Quicquid delirant reges plectuntur Achivi
«Seditione, dolis, sedere, atque libidine et ira
«Iliacos intra muros peccatur et extra.»
Dentro e fuori si pecca, e delle frodi
Dei regi e dei corrucci il popol porta
Le pene, e dei delitti, e della rea
Lussuria di costoro._
Singolare fama davvero di tanti chiesastici raccolti in Concilio
solenne per riformare il costume della Chiesa! Chi voleva eleggere il
Papa, chi no: prevalsero quelli, che volevano; e per questa volta
così fu eletto il Papa; si chiusero in Conclave trenta deputati
delle cinque nazioni, ventitré Cardinali delle tre obbedienze; chi
riportava due terzi dei suffragi uscisse Papa; dopo quattro giorni
proclamarono Ottone Colonna che si nomò Martino V. Appena eletto
costui considerando la gente stracca, e troppo più zelatrice dei
propri comodi, che non di quelli della Chiesa, entra di mezzo e con
accordi parziali componendosi co' singoli rompe la unità del
concetto; per questo modo diventati con la divisione debolissimi
rimanda tutti chierici a casa, e chiude il Concilio col decreto, che
in capo a cinque anni se ne avesse a convocare un'altro; un'altro dopo
sette; e da cotesta epoca in poi al fine di ogni dieci anni uno.
Pei costumi, che questo Concilio pretese riformare, e' fu come la
nebbia, lasciava il tempo, che trovava; gli scrittori dei tempi ci
attestano come, sia dopo, sia avanti il Concilio frati, e monache
facevano famiglia insieme; preti e vescovi tenevano alla scoperta
femmine di piacere in casa; in parecchie città i figli dei preti
superavano quelli dei laici; ogni libito permesso: alla religione
sostituite pratiche superstiziose, e materiali; i chiostri mercati; i
monasteri delle donne lupanari; le basiliche, e le altre chiese asili
di banditi.
Martino, separato il Concilio, una cosa tolse principalmente a cuore,
e fu dichiarare non pure perniciosissima ma empia la dottrina, che
stabiliva l'autorità del Concilio superiore a quella del Papa: pure
mandava attorno i cedoloni per l'adunata di altro Concilio a Pavia.
Intanto Benedetto Papa ricalcitrante muore, e dicono di veleno;
Giovanni si sottrae con la fuga al carcere bavarese; se connivente o
no il Palatino non importa cercare; solo corse fama non lo lasciasse
ire senza averne avuto lo sbruffo di 300,000 pezzi di oro; di Liguria
scrisse a Martino profferendogli obbedienza, e fu accolto a braccia
quadre; Martino per la consolazione lo ribenedisse Cardinale, anzi lo
fece decano del sacro collegio, e gli compartì l'onore del tappeto,
e della predella in pubblico; quanto gli poteva dare gli dette, tranne
vita lunga; morì Giovanni povero, almeno così dichiara il
testamento di Giovanni dei Medici, i quali dopo la morte di cotesto
spiantato salirono al grado dei primi banchieri d'Italia, forse del
mondo!
Braccio da Montone capitano di ventura messo da Giovanni XXIII a
tenere Bologna in devozione della santa sede, viste le cose di cotesto
Papa andare a rifascio, vende ai Bolognesi la propria libertà per
settanta e qualche mila fiorini di oro: poi conducendo la guerra per
conto proprio espugna Perugia, ed occupa Roma; ma nel punto in cui
sembra, che meno possa cadere acconcio tra Braccio, e Martino, attese
le scambievoli ingiurie, allo improvviso si accordano. Papa Martino
finchè di lui il mondo potè dire quello che per istrazio gli
cantavano i fanciulli a Firenze sotto i balconi: _papa Martino non
vale un quattrino_, si mostrò migliore del pane, ma appena visto il
destro di fare da lupo propose a Braccio ripigliarlo in grazia, dove
in pegno della novella amicizia gli ricuperasse Bologna: gli è
vero, che il Papa avevale concesso di reggersi a libertà, purchè
osservasse obbedienza alla Chiesa, e tanto Bologna aveva promesso di
fare, e faceva; ma ai Papi non sembra governare se non sono tiranni;
però non ostante l'accordo Braccio rendeva serva al Papa Bologna a
cui prima aveva venduto la libertà; e le stette a pennello però
che le libertà comprate non durino, e in questo caso vale meglio
tenersi i danari.
Dopo le male prove passate pareva che non dovesse a veruno cascare in
mente di farsi antipapa; un altro antipapa scappò fuori, da prete
chiamato Egidio Munoz, e da papa Clemente VIII; ma scomunicato ebbe
paura, e renunziò.
Poco importa sapere quale fosse la indole di Eugenio IV: molto si
riduceva a conversare con Cosimo, che la storia bugiarda chiama _padre
della Patria_; tuttavia sopra molti altri Papi vissuti prima e dopo di
lui andò famoso per ispergiuro, e fedifrago: ignudo di aiuto, non
sapendo come schermirsi da Francesco Sforza, e da Fortebraccio, si
amica Francesco, e a patto che lo difenda gli dà col titolo di
marchese la Marca di Ancona, e promette lasciargli per certo tempo il
dominio dei paesi da lui conquistati creandolo gonfaloniere della
Chiesa; appena uscito, per la virtù di cotesto condottiero, di
angustia, Eugenio commette a Baldassarre di Offida ammazzarlo; e di
ciò lo Sforza venne in chiaro per lettere intercette; lo Sforza
mise le mani addosso all'Offida, e lo fece morire nel castello di
Fermo, non potendo usare il medesimo tratto col Papa amico suo
sviscerato un tempo, Giovanni Vitelleschi, uomo di crudeltà pari
all'arroganza, e tu la Chiesa, e i cherici che sieno argomenta da
questo, che essendo egli partito legato di Eugenio nella guerra di
Napoli, considerando il guasto alle campagne come spediente a condurre
presto a fine la impresa, sbraciò centogiorni (e ormai che ci era
poteva fare anni) d'indulgenza nel purgatorio ai suoi soldati per ogni
pianta di olivi che avessero reciso; di un tratto gli congiura contro,
volendo in contrasto al suo genio opprimere i Fiorentini odiatissimi,
i quali per lettere sorprese a Montepulciano mettono Eugenio in chiaro
della trama; a tradimento imprigionato da Antonio Rido castellano di
Santo Angiolo che bel bello avvolgendolo co' ragionari, gli prese il
cavallo per la briglia, e tiratolo di là dal ponte alla sprovvista
gli fece calare la saracinesca dopo le spalle; affermano morisse
avvelenato; ma io ricordo aver letto, che mentre stavano medicandogli
una ferita, la quale aveva, difendendosi, rilevata, Luca Pitti
cagnotto di Cosimo diede di un pugno nella tenta ficcandogliela nel
cervello, onde su l'atto morì. Su di che non occorre avvertire
altro; ma pel caso dello Sforza è provato come il Papa non si reputi
per niente costretto a conservare pei successori suoi lo stato come lo
ha ricevuto dai precedenti: il _non possumus_ di Papa Pio IX hassi a
tenere protervia di femmina incaponita, non già dottrina
sostanziale della Chiesa.
Adesso del Concilio di Basilea; Eugenio dopo averlo guidato come il
cane per l'aia, ora a Siena ora a Pavia, gli fu all'ultimo forza di
convocarlo a Basilea. Qui subito si manifestava il contrasto di
opinioni affatto nemiche; aborriva la Curia romana dai predicati del
Concilio di Costanza intorno la prevalenza del Concilio sul Papa, nel
quale appunto siffatta sbocconcellatura della sua autorità aveva
acceso più, che mai l'agonia del dominio assoluto; i Padri per lo
contrario alieni da qualunque subiezione intendevano ristabilire gli
antichi instituti democratici della Chiesa. Primi atti del Concilio
questi: la facoltà nel Papa di sciogliere di sua autorità il
Concilio negarono; la indipendenza del Concilio da lui bandirono; la
facoltà di creare Cardinali gli tolsero; citaronlo a comparire
personalmente dentro tre mesi al Concilio: vacata la santa sede
dichiaravano il Concilio solo abilitato a eleggergli il successore.
Sigismondo imperatore va a Roma per incoronarsi, ed assettare gli
animi arruffati di questi preti; quanto a corona si lascia fare, ed ei
se la pone agevolmente sul capo: quanto ai preti l'osso è più
duro; Eugenio riconoscerà legittimo il Concilio di Basilea a patto,
che a tutto quello si fece fin lì si dia di frego; e di ora in poi
lo presiedano i legati della santa sede. I padri del Concilio letta
cotesta bolla la buttano via; essi maestri e donni, non compagni,
molto meno soggetti; dentro sessanta giorni si presenti, altrimenti lo
giudicheranno decaduto. Lo imperatore Sigismondo, a cui nel Concilio
di Costanza era accaduto assettare altri screzi che questi,
trasecolava; e veramente non ci era di che: questa la chiave di tutto:
a Costanza comandava uno esercito, qui solo o male accompagnato: con
femmine, fanciulli, e preti persuasore supremo la frusta. Continuano
le liti fra il Concilio ed il Papa più che mai acerbe: a cui bene
considera il Concilio rappresenta la medesima indole, che nella
Inghilterra, e nella Francia mostrarono più tardi il lungo
Parlamento, e la Convenzione; e se domandi perchè il Concilio non
approdasse al fine stesso al quale giunsero coteste due Assemblee
dirò, che il Concilio era disarmato, e coteste due Assemblee
avevano armi: inoltre il Concilio comecchè insufficiente forse col
Papa, volle attaccare briga anco con i principi: uniti e molti, o
separati e pochi sempre nel prepotere uguali i preti, meno prudenti in
questo di Lutero, che co' principi barcamenò procurando, come
ottenne, che ne caldeggiassero le parti: bisogna tenere conto
altresì, che le iniquità del Concilio contro gli Ussiti, le
mortali insidie, e le stragi pareggiarono o vinsero quelle del Papa.
Dicono Sigismondo imperatore ne morisse di dolore. Mentre così si
tirano pei capelli sovviene al Papa inopinato ausilio, e fu Giovanni
Paleologo imperatore di Oriente, il quale si profferiva studioso a
mettersi in quattro onde lo scisma greco cessasse: certo non lo moveva
amore di far procedere lo Spirito Santo dal padre solo, e non dal
padre e dal figliuolo; nè dall'odio contro il purgatorio, e nemmeno
dalla voglia di comunicarsi col pane senza lievito; lo avvicinarsi
ogni momento più terribile dei monsulmani lo costringeva alla pace:
quantunque poi queste discrepanze religiose fossero troppo più cosa
allora, che non sono adesso, pure è da credersi che la causa più
potente di separazione fosse la dependenza della chiesa greca dalla
latina. Il Papa con affetto sviscerato gittò le braccia al collo al
Paleologo, e ciò, come agevolmente si comprende, per due cause
principali; che la gloria della cessazione dello scisma venendo a lui,
il credito del Concilio ne scapitava, e forse sperò, come invero
gli venne fatto, che il re greco gli porgesse un'appoggiatura a mutare
la sede del Concilio. Il Paleologo poi si attenne al Papa e non al
Concilio, però che il Papa essendo principe di stato grande, e
poderoso di aderenze, ei solo offeriva maggiore sicurezza di soccorso,
che non il Concilio, e s'ingannò. Il Concilio subodorando il tratto
del Papa andò su i mazzi, e ab irato lo dichiara contumace: pessimo
consigliere lo sdegno: gli ambasciatori dei principi pensosi dei
trambusti, i quali il nuovo scisma avrebbe partorito per certo
adoperarono parole gravi contro l'avventatezza dei Padri, sicchè
Eugenio, colto il destro, potè traslocare il Concilio da Costanza a
Ferrara, e quindi a Firenze. Ma fu a Ferrara, che mutata temperie,
Eugenio con l'universale consenso dei Padri quivi raccolti potè
scomunicare i Padri di Basilea, i parenti, i seguaci, gli albergatori
loro, anzi perfino i mercanti che recandosi colà portavano le cose
al vivere necessarie; nè si rimase alla scomunica soltanto, ma
altresì accomodando, secondo il costume dei preti, le parole della
scrittura ai fatti suoi, siccome il vangelo dice: _che i giusti si
portarono via le spoglie degli empi_, così quando i fedeli della
Chiesa porranno le mani addosso ai mercanti, ai vetturali, e ad altra
gente siffatta gli spoglino con coscienza sicura, perchè si hanno a
persuadere che compiono opere meritorie.--Conchiusa la riunione ognuna
delle parti stupì del poco costrutto che ne aveva cavato: la biscia
aveva morso il ciarlatano, ed in questo negozio ognuno era stato a
vicenda ciarlatano e biscia. Eugenio contento per avere alle spalle
dello imperatore greco rifatto il credito cagliò nel continuargli i
sussidi, i quali furono sempre piuttosto avari, che scarsi; e quanto
alla riunione delle Chiese, dei vescovi greci al ritorno a casa quelli
che perseverarono nello scisma ebbero salutazioni, gli altri
contumelie: per la quale cosa questa unione provocata dall'interesse
cupido di avvantaggiarsi fu sciolta dallo interesse, che fatti i conti
trova, che ci è perdita, o non guadagno.