Nè lo emulo Benedetto sperimentava la fortuna meno acerba, però

che Carlo VI al parere del Parlamento e della Sorbona avendo

pubblicato uno editto che ordinava ai sudditi Papa, ed antipapa

mandassero alla malora se prima dell'Ascensione non si fossero

accordati, Benedetto indracandosi lo intimava ad abbuiare l'editto; se

no, guai! E il re di rimando lo dichiarava nientemeno che scismatico,

eretico ostinato, perturbatore della Chiesa di Dio, con altre siffatte

galanterie che i re fino da cotesto tempo avevano rubato alla bottega

del Papa. Allora chi piglia per un verso, chi per un'altro: Gregorio

si commette a Carlo Malatesta di Rimini ed intima il Concilio a

Ravenna; Benedetto va in Arragona, e convoca a sua posta il Concilio a

Perpignano; il terzo Concilio intanto faceva le sue faccende a Pisa

dove deposti Benedetto e Gregorio elessero Papa un Pietro Filardo, che

volle appellarsi Alessandro e fu V di numero: poco visse, e corse fama

credibile, raccolta eziandio dagli scrittori chiesastici, che morisse

di veleno ministratogli da Baldassare Cossa legato di Bologna, non

avendolo alla prova rinvenuto quale ei lo desiderava arrendevole. Se a

sostituire il Cossa al morto Alessandro contribuisse lo spirito santo

arduo è a sapersi; certamente vi ebbe parte il terrore delle armi

stipendiate dal Cossa. Dal Concilio di Pisa ne uscì questo di bene

che invece di due Papi d'ora innanzi furono tre, che si misero a

straziare la Chiesa per modo, che peggio non avrieno potuto fare i

Saraceni; e qui considerando come i Papi con poca e punta autorità

temporale su Roma, e sopra gli altri stati, potessero condurre guerre

così lunghe e dispendiose importa porre mente a questo, che appunto

ricavando da altra parte, che dai pretesi loro dominii, danari a macco

la perdita di quelli non ne alterava le condizioni: la sarebbe andata

diversa se i cattolici ristucchi di tutti i Papi, e antipapi avessero

tutti abbandonato; ma la procedeva diversa, però che essi si

dividessero, ed uno seguitassero il quale per buono e santo

obbedivano. I Papi poi e gli antipapi diversi in moltissime cose, nel

pigliare pari: sembrava che Giovanni XXII dei trovati per carpire

danari avesse tocco la cima, ed in breve fu vinto da Bonifazio IX il

quale estese le annate anco alle prelature; e queste annate, che ai

tempi suoi sommavano a mezza la rendita dell'anno, egli non si

peritò crescere di punto in bianco fino a tre volte la rendita di

un anno; ei prese a vendere tutto, indulgenze, cariche, e onori; in

prezzo (mancando moneta) pigliava merci: per danaro perdonava delitti:

prometteva a vari la cosa medesima, e poichè da tutti se l'era

fatta pagare, tutti con fronte di bronzo truffava.

Per quanto i Papi si sieno industriati fare, hanno ricavato se non

poco, però sempre meno di quello, che speravano dai popoli

soggetti: e quante volte vi hanno avuto ricorso adoperarono in modo da

tenerseli bene edificati. L'Albergato nei commentari dei suoi tempi

nota: «come la Chiesa da Terracina a Piacenza possieda bella, e

magna parte d'Italia; e tuttavia tanti popoli opulentissimi, tante

città floridissime, le quali amministrate da altri, potrieno con le

gabelle sopperire alla spesa di qualunque grande esercito, alle mani

del Papa appena buttano tanto che basti alle cariche dei magistrati

che ci mandano a reggerle.» Secondo la relazione dell'Oratore

Zorzi, Perugia, Spoleto, la Marca, e la Romagna insieme fruttavano un

120,000 ducati, di cui se la metà entrava nelle casse del Papa era

bazza.--I Papi si sono aggravati sopra i sudditi alla stregua, che

alla devozione spariva il latte; e non mancano ricordi per informarci

come le rendite dello stato sotto Giulio II di 35,000 scudi salirono a

420,000 ai tempi di Leone X; a Clemente VII riuscì portarle fino a

500,000; a Paolo III fino a 706,473; dopo alquanto di sosta ripigliano

ad aumentare; Pio IV le spinge a 900,000 scudi, e nello spazio di nove

anni le troviamo ascese al 1,100,000 ducati.--Pure negli stati della

Chiesa questo toccare dei cofani più che altrove si mostrò

pericoloso; e non contribuì poco a dare il tracollo ad Adriano la

necessità nella quale ei si vide condotto di mettere il balzello di

mezzo scudo a fuoco; e fu provato che anco nel 1846 il popolo degli

stati romani pagava meno di ogni altro italiano e forse di Europa.

I Papi immaginarono altre vie per fare danaro; il primo fu imporre per

modo transitorio, come promettono sempre, e poi durò un pezzo, il

tributo, che a Napoli ed in Sicilia appellavasi _donativo_, in Ispagna

_servicio_, a Milano _mensuale_; doveva gettare un 300,000 scudi

all'anno, ma non li rese mai; nel 1560 appena ne raccattavano 165,000.

L'altro fu creare debiti pubblici come oggi si costuma: sicchè

possiamo sostenere i Papi maestri a noi Italiani nell'arte del debito

pubblico; come col tirare a Roma tanto danaro di fuori dal mondo

cattolico se non inventori certo utilissimi promotori del commercio di

banca: i debiti poi operarono in due maniere, la prima redimibile, la

seconda no: la prima si faceva sotto forma di nuove cariche istituite,

le quali vendevansi, e sul prezzo sborsato si retribuiva una

provvisione, la quale secondo la vita del compratore si calcolava a 14

per cento, e non era troppo; poi si costumò diverso: si tolse in

presto una somma assicurandola sopra l'entrata di qualche gabella;

anzi accettando i creditori a parte dell'amministrazione, ed

assegnando sopra l'entrata della stessa gabella il pagamento

dell'usura, la quale naturalmente per la durata, e la sicurtà del

presto, ridussero a dieci, ed anco ai nove per cento. A tutti siffatti

debiti imposero nome _monti_; e i primi furono detti _vacabili_,

però che con la morte del possessore della carica vacavano; gli

altri no, chè si alienavano, o tramettevano agli eredi.

Che cosa poi la Curia romana inventasse per vendere appena si crede:

notariati, protonotariati, segretari, scrittori di brevi, scrittori di

archivi, bollatori, porzionari di ripa, presidenti, e aggiunti al

collegio dei presidenti, scudieri, cavalieri di San Pietro, cardinali,

camerari; che più? Instituirono collegi di Stradiotti, di Albanesi,

e perfino di 100 Giannizzeri, dai quali posti cavarono 100,000 ducati,

ed a pagarli assegnarono in parte le rendite delle bolle e delle

annate. Annate di benefizi, e bolle per pagare Giannizzeri!

Innocenzo VIII creò ventisei segretari nuovi e parvero troppi;

Alessandro VI aggiunse sessanta scrittori di brevi; Gregorio XI cento

scrittori di archivi; Leone, che avria venduto la sua parte di

paradiso, portò le cariche nuove al numero di 1200; in tutto ai

suoi tempi sommavano a 2150. Però intorno alle entrate della Curia

romana giudico che si abbia a tenere per certo, che il prete non si

attentò aggravarsi troppo sopra i popoli, come quello, che sentiva

difettare di diritto, e temeva col soperchio suscitare querele ed

indagini, che gl'importava evitare: avere il prete inventato con

frutto sotto diverse forme varie maniere d'imprestito; essere stato

costretto di ricorrere ai balzelli sul popolo mano a mano che gli

scemavano le entrate per così dire spirituali: e queste essergli

diminuite un po' per la calante devozione dei fedeli, e un po' per

elezione di alcuni Papi, massime Paolo IV, e Pio V, rigidi vecchi, i

quali, se la Curia poteva riformarsi, essi l'avrebbero riformata:

nonostante tutto questo ed altro che se ne potrebbe dire, le entrate

maggiori, non però infinite (come altri o credulo, o bugiardo va

affermando) al Papa vengono per causa della fede, epperò egli

avrà sempre potenza di nocerti, solo, che gli avanzi un castello

dove possa affermarsi principe di corona e facultato a sostenere

guerre contro i suoi nemici sieno o no cristiani di fede ortodossa,

ovvero eterodossa.

Sigismondo imperatore, che si diè vanto mettere in sesto la Chiesa

di Cristo, poichè vedeva i suoi pretesi vicari arrabattarsi per

buttarla all'aria, si era fatto promettere a Giovanni radunerebbe il

Concilio; creato Papa nicchiava; strettigli i parmi addosso intendeva

bandirlo in Italia; lo ebbe a convocare a Costanza, o a meglio dire i

suoi legati lo convocarono in onta di lui. Avendolo bandito Giovanni,

gli fu mestieri andarci, ma per sospetto si munì del salvocondotto

di Federigo duca di Austria. Qui non è luogo per la storia di

cotesto Concilio, dire come e perchè il clero alemanno procedesse

avverso al papato, l'italiano oltre ogni credere parziale; i padri

riuniti considerato, che se si avesse a votare per capi avrebbero

prevalso gl'Italiani, misero fuori una legge, che i voti si darieno

per nazione, e le nazioni furono quattro, alemanna, inglese, italiana,

e francese; confermarono la dottrina, che l'autorità del Concilio

prevaleva a quella del Papa, e poi per dare il buono esempio agli

altri presero a persuadere Giovanni a deporre il papato: amaro passo

per costui, il quale si era raffidato, che deposti gli altri, lo

avrebbe il Concilio raffermo; costretto a renunziare lo fece, ma con

tanti arzigogoli che parve meno che niente: alla fine, vedendo che non

la poteva spuntare, se la svignò riparando a Sciaffusa. Ne accadde

un subito scompiglio, che tutti i Cardinali seguitarono il Papa:

l'elettore di Magonza, il Margravio di Baden, e il duca di Austria si

accontarono a sostenerne le ragioni: se nonchè il Concilio tenne

fermo dichiarandosi non pure superiore, ma indipendente dal Papa; lo

imperatore Sigismondo mette i fuggiti al bando dello impero, Lamagna,

e Berna combattono il duca di Austria, e lo vincono, ond'egli in breve

smarrito torna a Costanza menandosi dietro il Papa, il quale di foga

accusato, e condannato chiudono prigione in Gottleben.--Facilmente

potremo credere che costui non fosse santo, e nè manco buono;

forse, se non tutte, almeno in parte si meritò le accuse

appostegli; ma la furiosa condanna assai chiaro dimostra l'ira, non la

giustizia del Concilio. Dopo lui rinunciava spontaneo Gregorio XII,

che riassunti titolo, e qualità di Cardinale moriva decrepito a

Recanati. Più duro Benedetto XIII, il quale propose rinunziare, ma

a tali patti, che parvero ebbri: il Concilio di Pisa si annullasse;

per lui il Concilio di Costanza si chiudesse, per lui un'altro se ne

convocasse, dove dopo avere egli eletto un'altro papa spoglierebbe

l'ufficio: questo accadeva a Perpignano, presenti Sigismondo

imperatore ed il re di Arragona donde Benedetto, temendo o fingendo

temere insidie, di un tratto fuggiva, e chiusosi nel forte castello di

Paniscola di là scomunicava tutto il mondo, che lo aveva

abbandonato.

Col Papa o senza Papa il Concilio di Costanza fu concilio di iene;

quivi comparve Giovanni Huss raccomandato dal re di Boemia, e sotto

guarantigia di salvacondotto imperiale; costui professava dottrine,

che poi con auspici migliori prevalsero con Lutero, e prima aveva

annunziato Wicleffo, al quale, mercè singolare prudenza, toccò

in sorte di morire in pace: nonostante le regie commendatizie, e il

salvocondotto imperiale l'Huss era sostenuto in carcere dove un tempo

ebbe a compagno Giovanni XXIII. I padri furono giudici, e parte;

infamie antiche, che ogni dì si rinnovano senza presagio di

prossimo fine: lo arsero vivo, ed era egli solo in mezzo al suo

supplizio sereno. Uguale fato, e per la medesima causa incolse a

Girolamo da Praga: mite natura, ma costantissimo, e per sapienza

mirabile: i riti che precedono a siffatti giudizi chi li fa li chiama

processi, e sono assassinii; senonchè per consolazione dell'animo

di cui si avvolge in questi laberinti di sangue la vendetta tenne

dietro alla colpa, e quale vendetta! Trenta mila settari scesi dal

monte Tabor comandati da Ziska bruciarono cinquecento chiese,

spiantarono conventi, dispersero sepolcri, e la Boemia dà prima al

mondo lo esempio di rompere la catena della curia romana. Il Poggio

Bracciolini, presente al Concilio, scrivendo a Lionardo Aretino gli

narrava commiserando il fato di cotesti due innocenti, e questi co'

consigli della viltà nella risposta gl'insinuava a tenersi bene

abbottonata quella disutile misericordia. Merita leggersi cotesta

epistola di Lionardo Bruni, che è la nona del Libro IV; per me la

considero modello dello stile che ora si disse dottrinario, ora

riformista, ora moderato, e fu sempre codardo. Per avere un giusto

concetto di ciò che si agitava nel seno di cotesto Concilio basti

tanto, che lo stesso prudentissimo Aretino scrivendo al Poggio non

dubita applicargli i famosi versi di Virgilio:

_«Quicquid delirant reges plectuntur Achivi

«Seditione, dolis, sedere, atque libidine et ira

«Iliacos intra muros peccatur et extra.»

Dentro e fuori si pecca, e delle frodi

Dei regi e dei corrucci il popol porta

Le pene, e dei delitti, e della rea

Lussuria di costoro._

Singolare fama davvero di tanti chiesastici raccolti in Concilio

solenne per riformare il costume della Chiesa! Chi voleva eleggere il

Papa, chi no: prevalsero quelli, che volevano; e per questa volta

così fu eletto il Papa; si chiusero in Conclave trenta deputati

delle cinque nazioni, ventitré Cardinali delle tre obbedienze; chi

riportava due terzi dei suffragi uscisse Papa; dopo quattro giorni

proclamarono Ottone Colonna che si nomò Martino V. Appena eletto

costui considerando la gente stracca, e troppo più zelatrice dei

propri comodi, che non di quelli della Chiesa, entra di mezzo e con

accordi parziali componendosi co' singoli rompe la unità del

concetto; per questo modo diventati con la divisione debolissimi

rimanda tutti chierici a casa, e chiude il Concilio col decreto, che

in capo a cinque anni se ne avesse a convocare un'altro; un'altro dopo

sette; e da cotesta epoca in poi al fine di ogni dieci anni uno.

Pei costumi, che questo Concilio pretese riformare, e' fu come la

nebbia, lasciava il tempo, che trovava; gli scrittori dei tempi ci

attestano come, sia dopo, sia avanti il Concilio frati, e monache

facevano famiglia insieme; preti e vescovi tenevano alla scoperta

femmine di piacere in casa; in parecchie città i figli dei preti

superavano quelli dei laici; ogni libito permesso: alla religione

sostituite pratiche superstiziose, e materiali; i chiostri mercati; i

monasteri delle donne lupanari; le basiliche, e le altre chiese asili

di banditi.

Martino, separato il Concilio, una cosa tolse principalmente a cuore,

e fu dichiarare non pure perniciosissima ma empia la dottrina, che

stabiliva l'autorità del Concilio superiore a quella del Papa: pure

mandava attorno i cedoloni per l'adunata di altro Concilio a Pavia.

Intanto Benedetto Papa ricalcitrante muore, e dicono di veleno;

Giovanni si sottrae con la fuga al carcere bavarese; se connivente o

no il Palatino non importa cercare; solo corse fama non lo lasciasse

ire senza averne avuto lo sbruffo di 300,000 pezzi di oro; di Liguria

scrisse a Martino profferendogli obbedienza, e fu accolto a braccia

quadre; Martino per la consolazione lo ribenedisse Cardinale, anzi lo

fece decano del sacro collegio, e gli compartì l'onore del tappeto,

e della predella in pubblico; quanto gli poteva dare gli dette, tranne

vita lunga; morì Giovanni povero, almeno così dichiara il

testamento di Giovanni dei Medici, i quali dopo la morte di cotesto

spiantato salirono al grado dei primi banchieri d'Italia, forse del

mondo!

Braccio da Montone capitano di ventura messo da Giovanni XXIII a

tenere Bologna in devozione della santa sede, viste le cose di cotesto

Papa andare a rifascio, vende ai Bolognesi la propria libertà per

settanta e qualche mila fiorini di oro: poi conducendo la guerra per

conto proprio espugna Perugia, ed occupa Roma; ma nel punto in cui

sembra, che meno possa cadere acconcio tra Braccio, e Martino, attese

le scambievoli ingiurie, allo improvviso si accordano. Papa Martino

finchè di lui il mondo potè dire quello che per istrazio gli

cantavano i fanciulli a Firenze sotto i balconi: _papa Martino non

vale un quattrino_, si mostrò migliore del pane, ma appena visto il

destro di fare da lupo propose a Braccio ripigliarlo in grazia, dove

in pegno della novella amicizia gli ricuperasse Bologna: gli è

vero, che il Papa avevale concesso di reggersi a libertà, purchè

osservasse obbedienza alla Chiesa, e tanto Bologna aveva promesso di

fare, e faceva; ma ai Papi non sembra governare se non sono tiranni;

però non ostante l'accordo Braccio rendeva serva al Papa Bologna a

cui prima aveva venduto la libertà; e le stette a pennello però

che le libertà comprate non durino, e in questo caso vale meglio

tenersi i danari.

Dopo le male prove passate pareva che non dovesse a veruno cascare in

mente di farsi antipapa; un altro antipapa scappò fuori, da prete

chiamato Egidio Munoz, e da papa Clemente VIII; ma scomunicato ebbe

paura, e renunziò.

Poco importa sapere quale fosse la indole di Eugenio IV: molto si

riduceva a conversare con Cosimo, che la storia bugiarda chiama _padre

della Patria_; tuttavia sopra molti altri Papi vissuti prima e dopo di

lui andò famoso per ispergiuro, e fedifrago: ignudo di aiuto, non

sapendo come schermirsi da Francesco Sforza, e da Fortebraccio, si

amica Francesco, e a patto che lo difenda gli dà col titolo di

marchese la Marca di Ancona, e promette lasciargli per certo tempo il

dominio dei paesi da lui conquistati creandolo gonfaloniere della

Chiesa; appena uscito, per la virtù di cotesto condottiero, di

angustia, Eugenio commette a Baldassarre di Offida ammazzarlo; e di

ciò lo Sforza venne in chiaro per lettere intercette; lo Sforza

mise le mani addosso all'Offida, e lo fece morire nel castello di

Fermo, non potendo usare il medesimo tratto col Papa amico suo

sviscerato un tempo, Giovanni Vitelleschi, uomo di crudeltà pari

all'arroganza, e tu la Chiesa, e i cherici che sieno argomenta da

questo, che essendo egli partito legato di Eugenio nella guerra di

Napoli, considerando il guasto alle campagne come spediente a condurre

presto a fine la impresa, sbraciò centogiorni (e ormai che ci era

poteva fare anni) d'indulgenza nel purgatorio ai suoi soldati per ogni

pianta di olivi che avessero reciso; di un tratto gli congiura contro,

volendo in contrasto al suo genio opprimere i Fiorentini odiatissimi,

i quali per lettere sorprese a Montepulciano mettono Eugenio in chiaro

della trama; a tradimento imprigionato da Antonio Rido castellano di

Santo Angiolo che bel bello avvolgendolo co' ragionari, gli prese il

cavallo per la briglia, e tiratolo di là dal ponte alla sprovvista

gli fece calare la saracinesca dopo le spalle; affermano morisse

avvelenato; ma io ricordo aver letto, che mentre stavano medicandogli

una ferita, la quale aveva, difendendosi, rilevata, Luca Pitti

cagnotto di Cosimo diede di un pugno nella tenta ficcandogliela nel

cervello, onde su l'atto morì. Su di che non occorre avvertire

altro; ma pel caso dello Sforza è provato come il Papa non si reputi

per niente costretto a conservare pei successori suoi lo stato come lo

ha ricevuto dai precedenti: il _non possumus_ di Papa Pio IX hassi a

tenere protervia di femmina incaponita, non già dottrina

sostanziale della Chiesa.

Adesso del Concilio di Basilea; Eugenio dopo averlo guidato come il

cane per l'aia, ora a Siena ora a Pavia, gli fu all'ultimo forza di

convocarlo a Basilea. Qui subito si manifestava il contrasto di

opinioni affatto nemiche; aborriva la Curia romana dai predicati del

Concilio di Costanza intorno la prevalenza del Concilio sul Papa, nel

quale appunto siffatta sbocconcellatura della sua autorità aveva

acceso più, che mai l'agonia del dominio assoluto; i Padri per lo

contrario alieni da qualunque subiezione intendevano ristabilire gli

antichi instituti democratici della Chiesa. Primi atti del Concilio

questi: la facoltà nel Papa di sciogliere di sua autorità il

Concilio negarono; la indipendenza del Concilio da lui bandirono; la

facoltà di creare Cardinali gli tolsero; citaronlo a comparire

personalmente dentro tre mesi al Concilio: vacata la santa sede

dichiaravano il Concilio solo abilitato a eleggergli il successore.

Sigismondo imperatore va a Roma per incoronarsi, ed assettare gli

animi arruffati di questi preti; quanto a corona si lascia fare, ed ei

se la pone agevolmente sul capo: quanto ai preti l'osso è più

duro; Eugenio riconoscerà legittimo il Concilio di Basilea a patto,

che a tutto quello si fece fin lì si dia di frego; e di ora in poi

lo presiedano i legati della santa sede. I padri del Concilio letta

cotesta bolla la buttano via; essi maestri e donni, non compagni,

molto meno soggetti; dentro sessanta giorni si presenti, altrimenti lo

giudicheranno decaduto. Lo imperatore Sigismondo, a cui nel Concilio

di Costanza era accaduto assettare altri screzi che questi,

trasecolava; e veramente non ci era di che: questa la chiave di tutto:

a Costanza comandava uno esercito, qui solo o male accompagnato: con

femmine, fanciulli, e preti persuasore supremo la frusta. Continuano

le liti fra il Concilio ed il Papa più che mai acerbe: a cui bene

considera il Concilio rappresenta la medesima indole, che nella

Inghilterra, e nella Francia mostrarono più tardi il lungo

Parlamento, e la Convenzione; e se domandi perchè il Concilio non

approdasse al fine stesso al quale giunsero coteste due Assemblee

dirò, che il Concilio era disarmato, e coteste due Assemblee

avevano armi: inoltre il Concilio comecchè insufficiente forse col

Papa, volle attaccare briga anco con i principi: uniti e molti, o

separati e pochi sempre nel prepotere uguali i preti, meno prudenti in

questo di Lutero, che co' principi barcamenò procurando, come

ottenne, che ne caldeggiassero le parti: bisogna tenere conto

altresì, che le iniquità del Concilio contro gli Ussiti, le

mortali insidie, e le stragi pareggiarono o vinsero quelle del Papa.

Dicono Sigismondo imperatore ne morisse di dolore. Mentre così si

tirano pei capelli sovviene al Papa inopinato ausilio, e fu Giovanni

Paleologo imperatore di Oriente, il quale si profferiva studioso a

mettersi in quattro onde lo scisma greco cessasse: certo non lo moveva

amore di far procedere lo Spirito Santo dal padre solo, e non dal

padre e dal figliuolo; nè dall'odio contro il purgatorio, e nemmeno

dalla voglia di comunicarsi col pane senza lievito; lo avvicinarsi

ogni momento più terribile dei monsulmani lo costringeva alla pace:

quantunque poi queste discrepanze religiose fossero troppo più cosa

allora, che non sono adesso, pure è da credersi che la causa più

potente di separazione fosse la dependenza della chiesa greca dalla

latina. Il Papa con affetto sviscerato gittò le braccia al collo al

Paleologo, e ciò, come agevolmente si comprende, per due cause

principali; che la gloria della cessazione dello scisma venendo a lui,

il credito del Concilio ne scapitava, e forse sperò, come invero

gli venne fatto, che il re greco gli porgesse un'appoggiatura a mutare

la sede del Concilio. Il Paleologo poi si attenne al Papa e non al

Concilio, però che il Papa essendo principe di stato grande, e

poderoso di aderenze, ei solo offeriva maggiore sicurezza di soccorso,

che non il Concilio, e s'ingannò. Il Concilio subodorando il tratto

del Papa andò su i mazzi, e ab irato lo dichiara contumace: pessimo

consigliere lo sdegno: gli ambasciatori dei principi pensosi dei

trambusti, i quali il nuovo scisma avrebbe partorito per certo

adoperarono parole gravi contro l'avventatezza dei Padri, sicchè

Eugenio, colto il destro, potè traslocare il Concilio da Costanza a

Ferrara, e quindi a Firenze. Ma fu a Ferrara, che mutata temperie,

Eugenio con l'universale consenso dei Padri quivi raccolti potè

scomunicare i Padri di Basilea, i parenti, i seguaci, gli albergatori

loro, anzi perfino i mercanti che recandosi colà portavano le cose

al vivere necessarie; nè si rimase alla scomunica soltanto, ma

altresì accomodando, secondo il costume dei preti, le parole della

scrittura ai fatti suoi, siccome il vangelo dice: _che i giusti si

portarono via le spoglie degli empi_, così quando i fedeli della

Chiesa porranno le mani addosso ai mercanti, ai vetturali, e ad altra

gente siffatta gli spoglino con coscienza sicura, perchè si hanno a

persuadere che compiono opere meritorie.--Conchiusa la riunione ognuna

delle parti stupì del poco costrutto che ne aveva cavato: la biscia

aveva morso il ciarlatano, ed in questo negozio ognuno era stato a

vicenda ciarlatano e biscia. Eugenio contento per avere alle spalle

dello imperatore greco rifatto il credito cagliò nel continuargli i

sussidi, i quali furono sempre piuttosto avari, che scarsi; e quanto

alla riunione delle Chiese, dei vescovi greci al ritorno a casa quelli

che perseverarono nello scisma ebbero salutazioni, gli altri

contumelie: per la quale cosa questa unione provocata dall'interesse

cupido di avvantaggiarsi fu sciolta dallo interesse, che fatti i conti

trova, che ci è perdita, o non guadagno.

Lo assedio di Roma · 第 26 / 63 段