Qui s'intromette la storia di Cola di Rienzo; costui forse restituiva

la repubblica romana se avesse posseduto mezze le virtù, che

cantava in esso Francesco Petrarca; certo a ruinarlo ebbero parte e

non poca i preti legatisi ai patrizi, e la feroce voltabilità del

popolo: ma soprattutto vuolsene dare la colpa alla vanità di lui:

come per questa tracollarono Masaniello a Napoli, l'Alesi a Palermo,

ed altri parecchi è noto: Michele Lando vano non fu, ma avverso ai

patrizi, nè tutto alla plebe; ammanniva il dominio al popolo

grasso, a sè l'esilio: indole mezzana, e senza concetti se togli

quello d'impedire disordini il quale quantunque buono, di per sè

non costruisce; e chi ha a fare col fuoco non si deve sbigottire di

scottature.

La lontananza dei Papi rilassava naturalmente i vincoli di subiezione,

ond'è, che le città di Romagna o per via di tiranni, o di popolo

si reggevano senza darsi un pensiero al mondo di loro. Innocenzo VI, e

Urbano V deliberati ricondursele a devozione si avvantaggiarono delle

compagnie di ventura. Che cosa esse fossero tutti sanno, e sorsero in

Francia dalle guerre sia contro gl'inglesi, sia civili: da prima i

Papi n'ebbero onta e danno; Arnaldo di Cervole del Perigord arciprete

di Verny costringeva Innocenzo VI di riceverlo a gloria in Avignone,

farlo sedere a mensa in compagnia dei Cardinali, assolverlo da ogni

peccato, e per penitenza dargli del proprio 40,000 fiorini di oro, di

che i preti si dolgono sempre; un po' più tardi il Du-Guesclin

conducendo le _compagnie bianche_ in Castiglia per sovvertire il trono

di Pietro il Crudele, sprovvisto di pecunia, e ignaro a qual santo

votarsi per metterne insieme, le menò ad Avignone, ed Urbano per

levarsele dintorno ebbe a prosciorle delle peccata, ed in questo ci

andò di buone gambe e più a fornirle di 200,000 franchi di oro,

ed anco questo, comecchè gli paresse ostico, gli toccò a

ingoiare. Tra loro si trovava Giovanni Acuto, e Malastretta, il Buda,

il Sala; a tutti prepose Gregorio XI Roberto Cardinale di Ginevra,

brutto di corpo non meno che tristo dell'animo: costui quando gli

occorreva qualche masnadiero tutto sangue le mani, la faccia, e la

spada urlando avere menato strage di donne, e di uomini, non esclusi i

fanciulli eziandio lattanti, per grande gioia abbracciava, lo

benediceva, il ferro gli consacrava.

Bologna mostrò allora come sempre, che agl'Italiani virtù non

manca bensì la disciplina, dacchè due masnadieri Brettoni avendo

sfidato tutto il popolo due giovani popolani, Guido d'Asciano sanese,

e Betto Riffoli (il popolo ha sempre le mani lunghe per combattere, i

patrizi quasi sempre per rubare), gittati a terra i cappucci loro

accettarono la sfida, che a quel modo in cotesti tempi si dava e si

riceveva il gaggio; poi venuti a battaglia, e superatili per virtù,

e per fortuna, loro donarono per mercè la vita.

Lo sforzo del Papa era contro Firenze, dopo la guerra trucissima mossa da

lui contro i Visconti; il legato pontificio Guglielmo Noellet di celato le

spingeva contro l'Acuto, che per insidia tentava rubarle Prato, in vista

poi mandava a testimoniarle maraviglia e dolore del caso, ma a cui l'ha da

fare con tosco non vuole essere losco, e i Fiorentini svelti già avevano

contaminato l'Acuto e il tiro pretesco andò invano.--Il Papa innanzi di

movere aveva domandato al Malastretta, se gli bastasse l'animo «di

pigliare Firenze? Ci entra egli il sole? invece di risposta interrogò il

Malastretta.» E il Papa a lui: «certo, ei v'entra.» Dunque,

conchiuse il masnadiero, «se ci entra il sole ci entrerò io.» Ma

il sole continuò ad entrarci; ed egli mai.

E' non si vuole negare i Fiorentini avrieno dovuto combattere a viso

aperto la Chiesa non già con le arti onde in breve fecero ribellare

al Papa fino ad ottanta fra città e castelli: con le armi non co'

fiorini vincere l'Acuto; ma per altra parte chi ravvisa il vicario di

Cristo nell'uomo, che conduce per suo capitano l'Acuto il quale per

mantenere in devozione della Chiesa Faenza la quale tentennava la

manda a ruba, e a sangue senza perdonare a sesso, o ad età,

contamina donne di ogni maniera, vergini o spose, monache o laiche; e

per torre via la lite fra due conestabili, i quali, messa la mano

addosso ad una fanciulla, se la contendevano, con un gran fendente la

partisce in due gridando: «mezza per uno!»

Nè si dica, che questo commettesse l'Acuto per suo mal talento,

imperciocchè chenti fossero i legati pontifici vedemmo, e peggio

verrà chiarito per questo altro caso. I masnadieri della compagnia

_santa_ (santa suole chiamare il prete qualunque perfida, e scellerata

cosa, purchè gli approdi) usciti dal contado di Firenze vanno a Cesena

dove pigliano stanza col Legato del Papa nella Rocca: quinci rovesciandosi

nella città funestavano del continuo i cittadini con soprusi, e offese,

e rapine, che appena impedendosi negli eserciti regolari quasi si lodano

nei masnadieri; i cittadini inacerbiti rivoltansi; afferrate le armi si

mette mano a combattere; i soldati, come sempre nelle battaglie cittadine,

ne toccano; e certamente in quel dì andavano sperperati del tutto, se il

Legato interponendosi, molto supplicando, e molto promettendo, non gli

avesse persuasi a posare. Venuta la notte, e quando il sonno tiene legata

la gente, il Legato chiamato a sè l'Acuto gli disse (io vo' narrarlo con

la Cronaca sanese di Neri di Donato) «messere Jovani.... io ti comando

che tu et tua gente scenda nella terra et facciate justitia»--Messere

Joanni disse: «Messere anderò, e farò sì con tutti li terrieri,

che lasseranno le armi et si renderanno a voi in colpa.--No, disse il

Cardinale, sangue, sangue e justitia.»--Disse messere Joanni:

«pensate al fine.» Disse il Cardinale:«io vi comando così.»

E mentre si mena va la strage il Cardinale correva intorno gridando:

«affatto! affatto!» Cotesta fu immanissima strage; non si racconta

l'uguale di Attila e di Tamerlano; oltre i consueti orrori furonci bambini

inchiodati nelle porte delle case, e a tanti ruppero il cranio su le

pareti, che la terra biancheggiava di cervella dintorno; non mancò nè

anco chi sventrata la madre nelle viscere di lei troncò una non bene

compiuta vita. Un padre dalle mura cala corde nel fosso, e ci si affida per

accertare lo scampo alla moglie, ed ai figliuoli suoi; tentato il terreno

si arrampica sull'argine: quivi il nemico ferro lo coglie, e l'uccide. La

donna, aspettato indarno il marito, per cotesto aere cieco col bambinello

al collo si commette alle funi; scese incolume, ma impigliatasi poi nella

melma del fosso casca, e il figliuolo le si sommerge nell'acquitrino; lo

cerca un pezzo brancolando, e dopo ora non breve lo ritrova; con esso in

braccio traboccando ogni tratto, e nella fitta ad ogni passo affondando

arriva a proda; quivi le occorre spento il marito, e si accorge tenere al

seno pure esanime il figlio: allora dispettando la vita getta via il

pargolo e corre a farsi ammazzare dai nemici. Chi fuggiva pari in fortuna a

cui restava, però che i masnadieri corressero la campagna peggio dei

segugi: a 5000 sommarono i morti in Cesena non contando gli arsi ed i

mangiati dai cani; nè molti meno cascarono privi di vita pei boschi a

cagione del freddo e della fame: le vesti dei traditi barattavansi a carra

con altrettante carra di paglia: il Malatesta nel rifabbricare l'anno dopo

Cesena trovò piene di ossa cave da grano e cantine, e le cisterne

ampissime di San Gelone e di San Lorenzo.--Santo Antonino paragonò il

Cardinale autore di tanto eccidio ad Erode ed a Nerone. La Cronaca di

Bologna conclude la storia del caso miserando: «Nerone non commise mai

una siffatta crudeltà, che quasi la gente non voleva più credere

nè in Papa, nè in Cardinali perchè queste erano cose da uscire di

fede.»

Gran bene aria fatto la gente di allora se tolto addirittura di mezzo

il _quasi_ avesse saltato il fosso rinnegando la Curia Romana. La

Cronaca sanese di Neri di Donato già citata esclama: «così

oggi sono venute le operazioni dei Prelati, e dei chierici della casa

di Dio,» E pare, che il buon cronista non leggesse storie, nè

che spirito di profezia fosse in lui, diversamente avrebbe conosciuto

come le opere della Chiesa per lo innanzi scelleratissime si

mantenessero dopo sempre pari.

Il Monaco Tosti si rallegra nella vita di Bonifazio VIII come la

costituzione _Unam sanctam_ di costui fosse accolta in Inghilterra; ei

si rallegra intempestivo e male, imperciocchè cotesta Costituzione,

e le altre intemperanze clericali già cominciassero anco là a

rimescolare gli spiriti avviandoli alla ribellione; così che presto

Giovanni Vicleffo colà sorgeva alla scoperta contro la dottrina e

gli abusi della sede romana rammemorando ai popoli le lunghe rapine, e

la feroce avarizia di lei.

Corre comune opinione che Papa Gregorio tornasse a Roma pei conforti

delle due sante rivali nello amore di Cristo Brigida, francescana di

Svezia, e Caterina, domenicana da Siena; io veramente penso, che le

compagnie di ventura, massime le visite dell'arciprete di Perigord, e

di Bertrando di Guesclin ve lo spingessero più forte: ad ogni modo

pare che anco costoro con i ghiribizzi del proprio cervello ve lo

inducessero, dacchè Gregorio XI in fine di vita ebbe a dire:

«gli uomini prudenti si badassero dagli uomini, e dalle donne, che

pigliando le fantasticherie loro per estasi religiose abbindolavano la

gente; dallo quali invecerìe egli pure confessava essere stato

sedotto.» E senza dubbio le donne opererebbero santamente a badare

a' fatti di casa, ed in particolare le monache, le quali, secondo che

porta il nome di _monaco_, dovendo starsene chiuse e sole non si sa,

che diavolo vadano a sgonnellare nel mondo. Lui morto, i Cardinali

riunironsi in Conclave ad eleggere il Papa; ventitrè erano in

tutti, dei quali sei rimasti in Avignone, uno legato in Toscana, gli

altri a Roma, undici francesi, uno spagnuolo, quattro italiani:

elessero uno italiano: sicuro, una tal quale violenza ci fu a fare

eleggere Papa italiano raccontando le storie, che da trentamila Romani

assediassero il Conclave; le campane sonavano a stormo, il popolo

urlava: «morte a tutti, Papa romano, o almanco italiano,» ed

ammantava fascine per bruciare i contumaci; però sendo quattro i

Cardinali italiani non gli obbligarono ad eleggere per lo appunto

Bartolommeo Prignano da Napoli. Usciti di Conclave ebbero altri

consigli, e si pentirono avere eletto un'uomo acerbo, che di colta

volle ridurre, il vitto dei Cardinali ad una pietanza sola, pretese

troncare di botto le simonie, ed impedire pigliassero doni: anco

significò loro, che di tornare ad Avignone smettessero il pensiero,

perchè a Roma intendeva restarsi: volere ad ogni costo deprimere la

baldanza francese; essere tempo che la Chiesa cessasse di comparire

feudo di Francia; volere (e in ciò forte lo inuzzolivano i Romani)

promovere tanti Cardinali italiani in una volta, che ormai fosse

disperata la elezione di Papa francese: sommo il disprezzo da lui

mostrato ai Cardinali; a quello diceva: «taci, tu hai parlato anco

troppo;» a questo: «smetti, che tu non sai quello, che ti

dica;» il Cardinale Orsino un bel giorno salutò col nome di

_stolto_; ed avendo chiamato il Cardinale di san Marcello senza

rispetti _ladro_, questi di rimando lo rimbeccò con le parole:

«_tu menti come un calabrese_.» Tutto questo forse era vero, ma

che i Cardinali scismatici si sentissero obbligati in coscienza a

spingergli contro Clemente VII, perchè lo provarono di natura

crudele e feroce questo poi non regge, quante volte tu consideri

Clemente VII essere stato niente meno che quel Roberto da Ginevra del

caso di Cesena. Di qui scisma provvidenziale, onde vie più il

Papato cascasse nel vilipendio delle genti: con Urbano rimasero

Inghilterra, Lamagna, Ungheria, Polonia, Boemia, e Portogallo;

andarono con Clemente Francia, Sicilia, Spagna, Svezia, e Savoia. Ora

vedremo cosa nuova, due Papi donare a due un regno, e nei petti umani

infiammare tanto odio, che peggio non avrieno saputo fare venti

demoni.

Poichè Giovanna regina di Napoli si mostra fautrice di Clemente

VII, e lo ricovera nei suoi stati, Urbano le sommuove sotto il regno,

e costringe l'antipapa a ricoverare in Francia; nè qui si ferma,

chè scomunicatala, e depostala dal regno lo conferisce a Carlo di

Durazzo suo nipote, e da lei beneficato: all'opposto Clemente VII

conferisce il medesimo regno a Luigi di Angiò figlio di Giovanni I

re di Francia, e d'accordo con Giovanna chiama le armi francesi in

Italia. Prevalse Carlo, che la zia benemerente soffoca fra i

guanciali, e diventa re di Napoli: più di una testa non cape dentro

corona regia. Luigi intanto veniva di Provenza alla vendetta, e al

regno; Urbano approfittandosi della congiuntura insta presso Carlo,

affinchè adempia la promessa stipulata quando lo investì del

regno, la quale era conferire terre, castella, e pensioni ai suoi

nepoti con più il principato di Capua; e Carlo lo tiene bene

edificato finchè il pericolo dura, morto l'emulo in Bari di

naturale infermità, al Papa, che alle solite istanze aggiungeva

quella che avesse a levare via certe nuove gabelle, rispose: «il

regno suo per diritto di successione e per armi; da lui Papa niente

avere avuto eccetto quattro parole scritte sopra la investitura:

quanto a gabelle non se ne impacciasse; attendesse ai preti.» Di

qua e di là avvicendansi parole acerbe, e Carlo infellonito senza

un rispetto al mondo va difilato ad assediare il Papa a Nocera. Se

Urbano chiuso tempestasse, maledicesse, e scomunicasse non importa

dire; tre volte in capo al dì si affacciava dalle mura, e a suono

di campanello, in mezzo alle fumose vampe delle torce di pece

avventava l'anatema contro Carlo. Cinque Cardinali che si trovavano

seco attentaronsi dirgli, che campanelli, e torce, e scomuniche

valgono contro cui le teme, ma ben'altri argomenti ci vogliono quando

questi non approdano: si accordasse. Il Papa sospettando fossero

contaminati gli fece in un'attimo appiccare per le braccia alla corda;

intanto egli passeggiava recitando il breviario, e di ora in ora

interrompeva la lettura confortandoli a palesare il tradimento;

così un pezzo finchè cotesti meschini risoluti significarono,

che non sentendosi in colpa, nè manco potevano confessarla; allora

fatta dalle braccia attorcere la fune al collo di loro il santo padre

ordinò gli strangolassero: aggiungono altresì che messi in pezzi

e seccati i cadaveri nei forni n'empì parecchie valigie le quali

dipinte a teschi, e a stinchi, e coronate col cappello cardinalizio

poste su le groppe ai muli lo precedessero insieme con la triplice

croce; questa per procacciarsi venerazione, quelle terrore: tuttavia

parte con inganni, e parte per virtù di Ramondello Orsino e di

Tommaso Sanseverino si sottraeva al presente pericolo rifugiandosi a

Genova. Carlo lascia Napoli e va re in Ungheria; cola è morto;

nella Chiesa di santo Andrea gli danno sepoltura cristiana, dove lo fa

levare il Papa però che come colpito di anatema non potesse giacere

in sacrato. Ora due re fanciulli emuli Luigi II figlio di Luigi di

Angiò, e Ladislao figlio di Carlo; due madri tutrici contendenti

con tutte le perfidie femminili senza pure una virtù da uomo; due

preti che si maledicevano pretendendo entrambi rappresentare Gesù

Cristo; Urbano per Ladislao suo pupillo, e Clemente per Luigi del pari

suo pupillo, ed ambedue fermi di opprimere il re nemico e spogliare il

proprio pupillo; poi Urbano scomunica tutti e due, bandisce crociate;

e sè proclama re di Napoli; mentre da Perugia accorre a Roma per

sedarvi una ribellione casca da cavallo e muore. Succede Bonifazio IX;

anco Clemente cessa in Avignone; i Cardinali di Francia supplicati da

molta parte della cristianità ad astenersi di eleggere altro Papa

ovvero antipapa, e così porre termine allo scisma, non danno retta

per paura di guai venendo in potestà di Bonifazio; però a

Clemente surrogano Pietro di Luna di Arragona, che piglia nome di

Benedetto XIII. Costui prima della sua elezione lamentava lo scisma;

innanzi e dopo il pontificato ottenuto prometteva risegnare lo ufficio

pel bene della cristianità, ma poi era niente; quando si veniva

all'ergo, non trovava basto, che gli andasse; allora Carlo VI re di

Francia, per venirne al chiaro, manda il maresciallo Boccicalto in

Avignone perchè lo pigli e metta in carcere; tosto detto, e tosto

fatto, chè i Francesi quando torna loro il conto non la stanno a

guardare tanto pel sottile, ed allora la corte di Avignone gli uggiva.

Forse lo scisma sarebbe stato tolto di mezzo, se Vinceslao imperatore

avesse potuto, siccome prometteva, torre Italia e Lamagna alla

obbedienza di Bonifazio IX, ma i baroni pel suo mal governo lo

deposero surrogandogli nello impero Roberto il Bavaro; allora i

Francesi rilassarono la custodia di Benedetto, tanto, ch'ei potè

fuggirsi di prigione; tuttavia per buttare polvere negli occhi manda a

Roma quattro legati onde venire ad un accordo; rompono da una parte, e

dall'altra in rampogne sanguinose; di qua e di là ragione, ma

Bonifacio come presente e rabbioso se ne arrapina più dell'altro, e

muore[1]. I Cardinali si affrettano a dargli per successore Cosimo

Migliorati di Sulmona, che assume nome d'Innocenzio VII.

[1] Taluni scrittori chiesastici scrivono come Bonifacio infermo di

renella innanzi di usar con femmine, giusta il consiglio del

medico, che gliel'ordinava per rimedio, elesse morire. Anche di

queste ci tocca a sentirne!

E si affrettarono perchè il popolo tumultuante gridava: libertà.

Certo se il popolo per genio proprio avesse appetito la libertà ei

l'acquistava, ma ciò faceva per istigazione del re Ladislao[1], e

ormai per mille prove si era visto, che la libertà in mano al

principe è quasi una chiave per aprire la porta della tirannide, e

dopo quel tempo per altrettante prove è rimasto confermato; ma il

popolo non lo aveva per anco conosciuto, nè sembra lo conosca

neppure adesso. Ladislao poi non si stava a minaccie, ma con molta

copia di armati si accosta a Roma: gli resiste Innocenzo, e ributta il

re con la peggio dagli assalti notturni: mentre però apparecchiansi

nuove battaglie taluni cittadini non avversi, anzi parecchi al Papa

divotissimi, si recano al campo nemico per vedere se ci fosse via per

comporsi; di ciò piglia sospetto Luigi Migliorati nipote del Papa,

e poichè il sospetto nell'anima del folle armato è morte pel

sospettato, al ritorno ei gli agguanta, e ammazza; da ciò un

tumulto d'inferno, onde il Papa riesce con istento a salvarsi in

Viterbo. Ladislao entra in Roma sovvenuto dai Colonna e dai Savelli, i

quali aristocratici essendo furono allora come sempre compari dei

tiranni; ma il popolo non intende barattare una servitù con

un'altra e delle due men trista la papale; e allora forse era così;

prese pertanto le armi si azzuffano popolo e soldati regi e per tutto

un dì combattono; verso sera i regi piegano, Ladislao è cacciato

fuori delle mura, non prima però, che come testimonio col quale

intendeva reggere i nuovi sudditi amatissimi, non avesse appiccato il

fuoco a quattro quartieri di Roma. I Romani richiamarono il Papa, nel

modo stesso, che i della Torre sperarono essere richiamati dai

Milanesi, vale a dire quando i peccati dei Visconti avessero superato

i loro, e morì senza avere o voluto, o saputo, o potuto fare niente

per rendere la pace alla Chiesa.

[1] Questo re trovandosi al verde sposa di 14 anni Costanza di

Chiaramonte figlia del conte Manfredi di Sicilia potentissimo per

terra e per pecunia. Cresciuto in fortuna la piglia in uggia, e

Bonifazio, il Papa, che prima di maculare la sua castità elegge

morire, per gratificarsi costui gli concede il divorzio. Bella era

Costanza, e amante, e da tutti amata, eccetto dal marito. Quando

dopo avere ascoltato la messa il vescovo di Gaeta le lesse in

faccia all'improvviso la bolla, e le si accostò per levarle di

dito l'anello nuziale, per poco non le si schiantò il cuore:

senza pietà la chiusero in un castello antico sotto la custodia

di due vecchie; dopo tempo non breve n'era cavata per ordine regio

perchè si sposasse con Andrea di Capoa figliuolo del conte di

Altavilla; non si potendo in altro modo vendicare del malvagio

marito, mentre costui se la menava a casa ella, udendo il popolo,

esclamò: «Conte Andrea, tu puoi andare superbo su tutti i

baroni del regno, perchè ti avrai per femmina la moglie

legittima del re Ladislao tuo Signore.»

I Cardinali di Roma piuttostochè Papa deliberarono eleggere quasi

un procuratore disposto a risegnare il papato; e così ognuno di

loro giura avrebbe fatto dove lo avessero promosso al seggio

pontificio; dopo ciò eleggono Angiolo Corrario da Venezia, che

prese nome di Gregorio XII.

Questi fingendo osservare il patto propone a Benedetto la mutua

risegna, e Benedetto a lui. Carlo imperatore per istringere la cosa

invita i due emuli a deporre l'ufficio al cospetto del proprio

collegio di Cardinali: ambedue girano nel manico e chiedono una

conferenza in seno alla quale ognuno di loro renunzierebbe: per luogo

di posta da entrambe le parti si accetta Savona; ferma e stabilita

ogni cosa, le case, le guardie, le scambievoli malleverie, le galere,

il tempo; di tutto questo corre l'annunzio ai principi: pareva che

quei due vecchi preti altro non avessero a fare, che stendere la mano

per toccarsela, e i due vecchi preti non mai furono come allora alieni

di trovarsi insieme. I Veneziani indettati rifiutano le galere a

Gregorio; di ciò movendosi querimonia grande a Roma, a Gregorio

tocca uscirne, ma si ferma a Siena, e di qui ripiglia ad annaspare.

Benedetto tastato il terreno, e sicuro ormai non si verrebbe a niente,

più audace avanza, va a Porto Venere, va alla Spezia, e qui sosta.

Gregorio preso pel collo da Siena si reca a Lucca, ma qui mette le

barbe; nè ci fu verso di staccare il primo dalle marine, nè il

secondo dalla terra ferma; «se uno muove un passo innanzi, scrive

Lionardo Bruni nei Commentari, l'altro lo dà addietro; uno di loro

come animale acquatico schifa la terra, l'altro animale terrestre

aborre l'acqua; e per questa guisa questi due vecchi preti per pochi

istanti di vita, che possono tuttavia loro avanzare, mettono a cimento

la pace, e la salute della Cristianità!»

Gli asti cavillosi di questi due preti decrepiti avendo vinto la

pazienza altrui, i Cardinali loro seguaci gli abbandonarono, e

convenuti insieme con altri prelati bandirono il Concilio di Pisa; e

fu cosa fuori di misura molesta tanto a Benedetto, che a Gregorio

però, che alla monarchia pontificia con sì lunga industria

stabilita venisse di un tratto a surrogarsi l'oligarchia cardinalizia;

e non tornava meno ostico quello imporsi del Concilio sopra il Papa.

Ancora, i Romani assai di quieto, anzi con maravigliosa contentezza,

si adattavano alla signoria del Papa dacchè col trovato del

Giubbileo, e con gl'infiniti altri ogni dì rinascenti, per cui il

prete si mostra pescatore solenne di pecunia, colà in Roma si

gavazzava; e il romano popolo non pure si era mantenuto quello del

_pane e dei circensi_, ma nella pretensione di scioperare ed essere

mantenuto a ufo erasi due cotanti più incarognato; ed ora per

cotesti scismi, contenzioni, e guerre d'inchiostro non menochè di

sangue invece di avvantaggiarsi col richiamo del Papa conosceva a

prova averci scapitato e non poco: per le quali cose preso in uggia

santa sede, e Papa macchinava cose nuove: onde il buon prete Gregorio

innanzi che il popolo facesse atto di ribellione, ovvero l'odiato

emulo penetrasse in Roma, assettò le faccende in guisa che Ladislao

potè di leggieri occuparla mercè il tradimento di Paolo Orsino.

Lo assedio di Roma · 第 25 / 63 段