Gregorio essendo, dopo il subito scomparire di Celestino IV, succeduto
Innocenzio IV, questi di amico che era a Federigo gli si volta nemico,
e, come più astuto, più implacabile di tutti; costui rinfocola
la Crociata già bandita da Gregorio; Francescani e Domenicani
sguinzaglia contro Federigo; gli tramano insidie, sottosopra gli
cacciano lo impero infatigati, innumerevoli come le formiche:
convocato il Concilio a Lione vi narra dei Tartari invasori della
Moscovia, della Pollonia, e della Ungheria, dei Mongolli minaccianti
la Europa, dei Carasmiani oppressori di terra santa, lo impero latino
ridotto alle mura di Costantinopoli, e con fronte di bronzo tutti
questi mali riversa sopra Federigo; Piero delle Vigne, e Taddeo da
Sessa difendendolo invano, dal Concilio si depone e si scomunica lo
imperatore, il quale sia per gli anni, e l'ira, e i pensieri torbidi
di vendetta travagliato cessa. Non mai vita di figlio fu salutata
così caramente come la morte di Federigo da Innocenzo, che già
stende le mani rapaci sopra il reame di Sicilia: chi lo parava?
Manfredi debole, e senza seguito; ma fra la mano e il frutto venne a
mettersi Corrado figliuolo di Federigo: se il Prete riardesse di
rabbia sel pensi chi sa quanta l'avidità sacerdotale, o l'ira che
suscita l'ostacolo impreveduto, e la impotenza di rifarsi da capo:
poichè pertanto il Papa venuto al verde per sè non poteva
prendere si arrovella a cacciarne Corrado vicino trapotente, ed
offeso, e tu lo vedi andare in volta, ed offerire la corona che gli
scappava di mano al fratello, al figlio di Enrico III d'Inghilterra, e
a Carlo fratello del re di Francia; allo improvviso Corrado muore;
allora Manfredi raccomanda al Papa il nipote Corradino; padre gli sia,
e protettore; Innocenzo muove come saetta volante a Napoli a fare da
padre come costumano i preti: domina più che signore tiranno e
insacca più che padrone predone; Manfredi custodito quasi
prigioniero si salva ed allestisce armi ed armati per combattere il
Papa, il quale adesso sentendosi in fine di vita i congiunti
lacrimanti intorno al letto rampogna così: «perchè piangete
voi altri? Forse quanto più poteva non vi ho empito di beni?» E
furono parole di prete senza cuore ed avaro. Viene Alessandro IV a cui
talentando meglio la spada del pastorale durando la contesa con
Manfredi perde la Puglia, e la Terra di Lavoro; in Palermo, su gli
occhi al suo Legato, inalberano la bandiera sveva.--Per questo Papa si
conobbe quanta la potenza del pontificato su le faccende della
religione, e sul popolo quando ordinava cose, che camminavano
coll'umore del secolo, e quanta poca quando procedeva al ritroso; la
Francia fu da costui felicitata della Inquisizione; cotesto ardere la
gente di fede diversa parve nuovo in Francia, e come nuovo piacque ed
attecchì. Avendo questo Papa bandito in Lombardia la crociata
contro Ezzellino da Romano trucissimo tiranno di Padova, caduto in
mano ai popoli per virtuosa battaglia periva di fame: per lo contrario
tanto Alessandro quanto il successore Innocenzo mentre si attentano
passare il segno in Roma, i Romani a tutela della pubblica salute
eleggono Dittatore Brancaleone di Andalò bolognese, cui non
rifinano insidiare, e poi giungono a bandire legatisi co' nobili; ma
indi a breve il popolo ripreso il sopravvento lo richiama, e per
questa volta osteggiando senza rispetti il Papa, lo assedia in Anagni,
e lo costringe a sottomettersi al popolo. Urbano IV ebbe il vanto
infelice di schiantare dalla Italia la stirpe sveva, anch'essa discesa
dagli oppressori, e venutaci di Lamagna, ma ormai naturata fra noi:
poichè costui spavaldo sfidò Manfredi, e rimasto vinto si volse
alla Francia semenzaio sacerdotale di tiranni per la Italia: la
tragedia di Manfredi, e quella più pietosa di Corradino vanno
famose pel mondo; il quale tuttavia rammenta come il Papa mettesse
tradimenti, e scomuniche in combutta con gli stocchi, e le mannaie di
Carlo di Angiò.--Ora escono dal buio alcuni Papi, che passano a
guisa di fantasime traverso il secolo per immergersi da capo nel buio;
alfine viene Niccolo III degli Orsini, il quale dove avesse posseduto
la potenza pari alla superbia tornavano in fiore i tempi dei Gregori;
ributtate le nozze richieste del suo nipote da Carlo, con le parole
atroci: «e perchè porti calzare rosso la tua signoria non è
retaggio,» congiurando nuoce altrui, se non vantaggia.--Da lui si
ordirono, o assai si promossero i Vespri Siciliani sia che si
operassero per la virtù di Giovanni da Procida, o per maggiore
virtù di popolo come credo anche io, chè dove il popolo non
secondi il singolo o non può o mal può, e il popolo quando ha
voglia di mettere al sole le barbe della trista signoria il suo capo
trova sempre; non sempre, anzi rado, il singolo trova il popolo.
Affermano questo Papa essere stato il primo, che mosso da soverchio e
non diritto affetto oltre il dovere arricchisse i nipoti a danno della
Chiesa: e ciò mi riesce malagevole a credere, dacchè Innocenzo
non procedesse punto diverso da lui, e il desiderio di avvantaggiare i
suoi nasce con l'uomo, il quale cresce naturalmente quando la tua
famiglia salita in altezza per fortuna, o per virtù tue, tu
comprendi, che, al tuo sparire, diventerebbe per inopia contennenda;
onde chi può non benefica i suoi piuttostochè superiore agli
uomini parmi assai vicino alle bestie: tutto sta in questo come nelle
altre cose procedere con discrezione; quindi per me penso, che
Niccolò si mostrasse in questa faccenda non primo a tutti, ma
più stemperato di tutti.
Quando dopo la morte di Clemente IV la sede pontificia rimase per bene
tre anni vacante Gregorio X ordinò la elezione del Papa in conclave
con l'obbligo di scemare il cibo ai Cardinali fino a ridurlo al pane
ed all'acqua, e ciò perchè cotesto stroppio non si rinnovasse:
e' sembra, che a quei tempi il Pontefice non fosse infallibile nei
suoi partiti; difatti, morto Onorio IV per dieci mesi non fu eletto
Papa, e prima di promovere al pontificato Celestino V la sede vacò
due anni. Costui rinunziava dopo cinque mesi, e nove dì: scrittori
guelfi raccontano come Benedetto Gaetani, che gli successe mediante
cerbottana comandasse a cotesto semplice renunziasse al Papato
dandogli ad intendere poi gli avesse proprio favellato Dio, e narrano
altresì, che si gratificasse il re di Napoli dicendogli: «il tuo
Papa Celestino ti ha voluto e potuto servire, ma non ha saputo; io
vorrò, potrò, e saprò;» per la quale cosa il re commetteva
a dodici Cardinali suoi divoti dessergli il voto. Il signore Luigi
Tosti monaco di Montecassino nella vita di Bonifazio VIII nega tutto
alla ricisa, e va bene, egli esercita il suo mestiere: noi ci
stringeremo a credere, che il Villani contemporaneo di Bonifazio VIII
potesse essere meglio informato del monaco Tosti, molto più che il
Villani faceva professione di guelfo. Il monaco Tosti nega eziandio la
strage di Celestino operata col conficcargli un chiodo nel cranio per
comando di Bonifazio VIII; nè io potrei contraddirlo in questo;
solo noto, che la testimonianza del Villani mette innanzi quando egli
scrive, che faceva custodire il povero vecchio Celestino in _onesta
prigionia_ a Fumone, e lo ributta quando racconta della parlata a
Celestino per via della cerbottana, e degli accordi simoniaci con
Carlo d'Angiò: questa maniera di dettare storie, se male non mi
oppongo, corrisponde ad arare coll'asino e col bue: e ciò messo da
parte parmi degno di considerazione come nella Bolla con la quale
Clemente V canonizzò santo Celestino si affermi con ischiettezza
laudabile: «imperito di reggere la Chiesa come colui che dalla
puerizia erasi consacrato interamente al culto delle _cose_
_divine_.» dunque la si tenga per giudicata sopra l'autorità di
un Papa, chi _troppo osserva Dio non è capace a governare la
Chiesa_! Opinano gli scrittori Bonifazio VIII avere segnato l'apice
del dominio temporale, donde, non potendo più sorgere, gli fu
mestieri calare; questo a me non sembra, e non è; piuttosto parmi
vera quest'altra sentenza, Bonifazio rappresenta l'ultimo sforzo
papesco di riagguantare la immane primazia, come del pari l'epoca sua
dimostra il duro, e insuperabile talento dei principi di resistere.
L'almanaccare irrequieto di Bonifazio a taluni pare intelletto divino,
e a me anfanamento di curiale appaltone. Giacomo di Arragona, chiamato
in Ispagna per la morte del fratello Alfonso, abbandona la Sicilia; i
Siciliani gli surrogano il fratello minore Federigo come quelli che
circuiti essendo di nemici potentissimi abbisognavano di prode e
solerte principe che vigilasse alla tutela loro, mentre Bonifazio li
desiderava deboli, epperò sottoposti a signoria lontana. Dio è
in alto, e il re è lontano, solevano dire i Vicerè di Sicilia
quando i sudditi angariati minacciavano richiamarsene al re di Spagna;
in questo intento il Papa sobilla Jacopo a ripigliarsi la Sicilia;
difficile è credere, ch'egli aborrisse da guerra fratricida:
piuttosto temendo di esito incerto cacciare per forza Federigo di
Sicilia s'industria abbindolarlo spingendolo alla recuperazione dello
impero di Costantinopoli testè perduto da Baldovino; gli promette
il sussidio di cento mila once; per giunta gli dona Corsica, e
Sardegna; veramente ci dominavano i Pisani; ma ciò non fece
ostacolo allora nè poi ai Papi, solo il dono era condizionato allo
andarselo a pigliare, e poichè Federigo ricusa, lo assalta secondo
il consueto, e respinto secondo il consueto ei chiama di Francia Carlo
Valesio: difettando di pecunia immagina il Giubbileo guazzabuglio del
costume ebraico mediante il quale gl'Israeliti in capo a cinquanta
anni, per sette settimane scioperando un anno intero lasciavano in
maggese le terre, i servi affrancavano, i beni impegnati restituivano,
i debiti rimettevano, e dell'anno secolare dei Romani; il Papa
sbraciava indulgenze a carra, saldo di peccati vecchi e nuovi, ed anco
ospizio ai pellegrini, di che fanno le meraviglie gli scrittori
chiesastici; ma in cotesta come in ogni altra bisogna, il prete dava
un'uovo per avere un bove[1]; le mani non bastando, i chierici dabbene
ci adoperavano il rastrello col quale _rastellabant pecuniam
infinitam_, dice la Cronaca e Giovanni Villani, che vi si trovò,
conferma con queste parole: «e della offerta fatta per gli
pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro
derrate furono tutti ricchi.» Carlo Valesio, esercitate prima le
armi di Giuda[2] in Firenze, dove abbattè i Bianchi esaltando i
Neri, passa in Sicilia: combattuto dall'aere, e dagli uomini cala agli
accordi; con esso i reali di Napoli per colpa di fortuna, e più per
manco di virtù volti al basso. Da questa parte non ci era da
sperare più nulla, e poi in Francia vivea Filippo il Bello uso a
volere del soldo i due quattrini per sè, e Bonifazio VIII nè
anco si sarebbe chiamato contento di tanto. Di vero con la
costituzione _Clericis laicos_ rimette in ballo le gregoriane
pretensioni; i Colonnesi scomunica, e condanna alla dannazione
nell'altro mondo, allo esterminio in questo con la Bolla _Lapis
abscissus_; sopra le terre di Romagna restringe il freno; pei mali
consigli di Guido da Montefeltro sovverte Palestrina forte, e bello
arnese dei Colonna; due cose nuove comparvero con Bonifazio nella
Chiesa, la prima furono i Cardinali vestiti di cappe rosse, e la
seconda l'assoluzione anticipata al peccato che sta per commettersi.
Federigo prima scomunicato ora torna in grazia di Dio. La costituzione
_Clericis_ allunga le mani; l'arcivescovo di Narbona pretende avere
per vassallo il visconte, che ricusa omaggio sè confessando uomo
del re: Bonifazio naturalmente per l'arcivescovo, pel visconte il re:
poi ci fu la disputa per la contea di Melgueville; il Papa tira
l'acqua al suo mulino, il re faceva lo stesso. Il monaco Tosti scrive
la pretensione del re essere _impertinenza_; e non crediate mica, che
tale opinione mettesse fuori il frate in cotesti tempi a Roma; egli ai
dì nostri compone libri in Italia, e la nostra mente resta
sbalordita pensando come il Ricasoli barone avesse tolto le costui
dottrine a norma per regolare le faccende della Chiesa con lo Stato.
Bonifazio invia in Francia legato il vescovo di Pamiers a sostenere le
sue ragioni; Filippo lo agguanta, e lo condanna reo di maestà, e
manda a notificarlo al Papa perchè gli rifaccia il resto. Chi dei
due iniquo? Bonifazio capace di servirsi della opera di un fellone,
Filippo attissimo ad apporre false accuse, entrambi per voglia
d'imperio smaniosi. Se s'inalberasse a' cotesta notizia il Papa non
importa dire. Mandò: «sopra il divino diritto, e l'umano dei
chierici niente potere i laici; rendesse libertà, e beni, ed onori
al legato: avvertisse essere incappato nelle scomuniche stabilite dai
Canoni contro i percotitori dei chierici; si mostrasse più timoroso
di Dio, il quale tanto lo aveva beneficato fin lì.» Subito dopo
di rincalzo pubblica la bolla _Salvator mundi_ spedita al re con la
lettera che comincia: _Nuper ex rationalibus causis_, mediante la
quale sospende ogni privilegio (così ei diceva, ed erano diritti
usurpati dalla improntitudine pretesca) concesso dalla Chiesa al re
finchè la causa del vescovo di Pamiers non fosse stata giudicata
dai chierici francesi raccolti in sua presenza.--E come se tanto non
bastasse indi a breve pubblica l'altra bolla _Ausculta filii_. In
cotesto documento, modello dello idropico vaniloquio della Curia
romana, messo a rifascio Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa unica
perchè unica sposa di Gesù, il quale ebbe sempre in orrore la
bigamia, ed unico il suo capo messo da Dio a giudice dei vivi e dei
morti: insomma la Chiesa non patire moltitudine di capi; lui papa
Bonifazio comecchè indegnissimo pure preposto da Dio per ragione
dello ufficio apostolico ai re, e ai regni in generale, ed in
particolare sopra lui Filippo, e sopra il suo regno per distruggere, e
ricostruire, stiantare, e piantare, disperdere, e raccogliere, e via
di questo gusto: dunque non presumesse di sgattaiolargli di sotto; si
lasciasse tosare, e spellare di buona grazia; averlo già ammonito
parecchie volte invano; piangergli l'anima (le paterne viscere non
pare che usassero ancora) nel mirarlo precipitare ogni giorno più a
rotta di collo nelle colpe, che ormai sembravano tramutate in costume;
e poi venendo alle strette dichiarava in lui Papa stare la suprema
potestà su i benefici dentro e fuori la Curia romana, ed egli re
non avercene alcuna; invece attentarsi con empio consiglio usurpare
ogni cosa, e poi giudicando sostenere le parti di giudice e parte,
laici e chierici mettere ad un mazzo; niente voler sapere di tribunali
chiesastici; i giudicati loro reputare anco meno che niente, anzi
revocarli, impedire che altri gli osservasse; i beni laicali, o
clericali tenere per feudi dependenti dalla Corona; nelle Chiese, e
nei monasteri entrato in aspetto di guardiano per sottometterli ad
incomportabile servitù; divorarsi le rendite delle sedi vacanti;
vietare che alcuna particella se ne mandasse fuori di Francia; della
falsata moneta tacere, della oppressione dei sudditi, e di altre
nefandità. Ora poichè per ripigliarlo era divenuto roco, forse
avrebbe dovuto addirittura porre mano ai gastighi, ma non volerlo fare
se prima non avesse tentato uno sforzo supremo per ridurlo a partito:
per le quali cose egli intimava una Sinodo a Roma dove egli re o di
persona, o mediante suoi oratori, comparisse, ci mandasse quanti
abati, vescovi, ed arcivescovi gli piacesse, a patto che a lui Papa
fossero grati ed accetti; intanto cacciasse via dalla reggia i falsi
profeti, i seminatori di scandali; breve, tutti i facinorosi che lo
stornavano dal darsi co' piedi, e con le mani accaprettato in balìa
della madre Chiesa, e di lui padre Papa, che lo arieno acconciato pel
dì delle feste. Il monaco Tosti, scorta fidata del Ricasoli barone,
trova questa bolla temperatissima, una maniera di bianco mangiare,
tutta in regola; poichè trattando di collazione di benefizi,
d'immunità di chiese e di monasteri, di rendite da mandarsi a Roma
e via discorrendo sta sempre _nello spirituale_; forse si possono dire
faccende _temporali_ il mal governo dei sudditi, e l'alterata moneta;
all'opposto il monaco Tosti dichiara insolenza temeraria e peggio
quello che rispose l'oratore francese La-flotte al Papa: «la tua
è spada di parole, quella del mio Signore è di ferro»; per
ultimo sostiene falsa certa lettera scritta da Bonifazio a Filippo, la
quale in somma ripete con parole più modeste quello che si contiene
nella bolla _Ausculta_. La bolla _Ausculta_ rimescolò tutti in
Francia così laici come chierici; il conte di Arras strappatala
dalle mani del legato la buttò sul fuoco. Il monaco Tosti rammenta
le arsioni delle bolle papali essere state due, questa di Filippo, e
l'altra di Lutero, in Francia la prima, la seconda in Allemagna; giova
rammentare che in Italia non fu bruciata perchè Barnabò Visconti
costrinse il legato a mangiarsela. Filippo bandì il legato, e
vietò, che preti, e quattrini di Francia andassero a Roma: il Papa
quanto a' preti avria per avventura lasciato correre; quella poi dei
quattrini gli passò il cuore. Banditi i legati convocavasi
un'assemblea nella chiesa di nostra Donna di Parigi; laici, e chierici
respinsero le immani improntitudini papali; se autentica o no la
lettera che si dice scritta in cotesta congiuntura da Filippo a
Bonifazio ignoro, e dubito, tamen assai bene riporta la qualità
degli umori del tempo: abbila quì lettore volta dallo idioma latino
nel volgare nostro.
[1] Però non sembra che il Papa donasse la vettuaglia bensì
provvedesse a non farne mancare, che non fu piccola cura,
dovendosi alimentare pel corso di un anno intero 200,000 e più
persone oltre la popolazione di Roma.
[2] Senz'arme n'esce, e solo con la lancia, con la quale giostrò
Giuda....
«Filippo per la grazia di Dio re dei Francesi a Bonifazio che la fa
da sommo Pontefice invia salute poca, anzi punta. Sappia la tua
massima demenza come noi nelle cose temporali non sottostiamo ad
alcuno; a noi per diritto regio appartengono la collazione delle
chiese e delle prebende vacanti, e la percezione dei frutti di quelle;
la collazione che noi ne facemmo e faremo saranno valide nel presente,
e nel futuro, e per noi andranno virilmente difesi i possessori di
quelle contro ogni persona; e a chi altro non crede noi mandiamo
patente di grullo, e di _matto_. Dato a Parigi.
Così allora la pensavano in Francia re, baroni, e prelati rispetto
al Papa; adesso dopo oltre cinque secoli e mezzo cotesti Francesi
fanno di cappello al Papa, reputano piccolo omaggio baciargli i piedi,
dicono non poterne fare a meno, e poichè non ponno astenersene essi
lo tengono sul collo a noi come un giogo di ferro;--e poi la Francia,
proprio _lei_, presume nella processione della civiltà umana
portare innanzi il gonfalone!--
Di contro all'assemblea di Parigi Bonifazio oppose la sinodo di Roma
donde uscì la Costituzione _unam sanctam_ in virtù della quale,
aboliti i vituperii, e troppo tardi e male velate certe pretensioni ci
trovi quanto basta perchè il Prete se non per la via maestra,
almeno per tragetti ti entri in casa a scombuiarti ogni cosa. Il
monaco Tosti facendo l'indiano meraviglia come così discreta
costituzione non si avesse ad accettare, ed ha torto, massime poi con
lo esempio della Inghilterra cui allora presiedeva quel sozzo uomo,
che chiamano Giovanni _senza terra_, mentre tace, che Odoardo I la
respinse appena n'ebbe facoltà, ed è cotesto modo _procacciante
e insidioso_ di scrivere storia. Ragione ha poi quando scrive: se
volete vivere da cattolici bisogna piegare il collo, e adattarsi,
altrimenti buttate giù il cattolicismo: o mangiar questa minestra o
saltare questa finestra: presumere di volere restare cattolici, e dare
di cozzo al Papa ad un punto si offende la _fede_, e la ragione; nel
secolo XVI Lutero, e gli altri buttarono giù buffa mostrando mente
eretica ma discorso di ragione, sicchè chi legge se l'abbia per
giudicato; dov'egli pure desideri vivere vita libera e cristiana gli
è mestiere gettare il cattolicismo alle ortiche; e in questo mi
trovo d'accordo col monaco Tosti. Costui però mal tasto ha toccato,
e potria rendere tal suono pel quale la Curia forse non gli darà la
mancia. Matta cosa quella di volere temperare l'assolutismo della
monarchia della Chiesa con l'aristocrazia dei Concili, e peggio
coll'autorità dei re, dice il monaco Tosti; e mille volte più
matta volerla accordare co' liberi pensamenti della Democrazia, dico
io. Noi altri, egli monaco, ed io laico, ci potremo vantare di avere
fatto un gran bene ai tempi nostri, voglio dire, cacciato al diavolo
qualunque equivoco, avere definito la quistione a modo, e a verso: _o
asso, o sei_. Se cattolici che almanaccate di Chiesa libera in Istato
libero?--Mi suona come la prima ottava del volgarizzamento delle
Metamorfosi di Ovidio fatto dall'Anguillara. Osservate i sacramenti
tutti con le interpretazioni del Papa, del vescovo, del curato, del
cappellano, del sagrestano, e dell'ostiario; a Roma per le dispense
pagate le annate, le decime, e l'obolo di San Pietro; abbiate i
Gesuiti per babbi, i Paolotti per mamme, per fratelli i Domenicani, i
Capuccini per sorelle; soprattutto riverite i tribunali ecclesiastici;
lasciate i beni ai monaci, anzi cresceteli del vostro a cotesti
serafici operai nella vigna del Signore; credete che Gesù si sia
staccato di Croce per istringersi al seno Santa Caterina _domenicana_,
e credete altresì, che il prelodato (a Torino dicono _antefatto_)
Gesù barattasse il suo cuore con quello di Santa Brigida
_francescana_; se no cessate essere cattolici per diventare cristiani.
Per me, credo, che questa sarebbe la più diritta via per andarcene
a Roma. Il Papa ci scomunicherebbe e se ne andrebbe: chè se Enrico
IV potè dire, e male: «Parigi vale una messa» al popolo
dovrebbe essere lecito esclamare a sua posta: «Roma vale una
scomunica.»
Fra Bonifazio e Filippo, come succede fra due superbi e cupidi
s'invelenirono le ire; di qua e di là crescono le offese; il Papa
scomunica il re; questi appella al Concilio futuro; poi manda gente in
Italia a recare supreme offese al Pontefice, la quale espugna Anagni,
imprigiona Bonifazio, e lo percuote. Dicono gli desse la guanciata
Sciarra Colonna, e corre fama conduttore delle genti fosse Musciatto
Francesi; ciò dimostra come in ogni tempo i meno disposti a
riverire come venerabile cosa il Papa sieno stati gl'Italiani: le
guanciate non lodo, anzi biasimo; e poichè Filippo aveva appellato
al Concilio, alle decisioni di questo aveva a stare; ma io già l'ho
detto, tra Filippo e Bonifazio la correva come fra il rotto, e lo
stracciato, e degnissimo di obbrobrio era certamente questo Papa il
quale, mentre scomunica Filippo di Francia reo solo di volere essere
forse troppo padrone in casa sua, accoglie da capo nella comunione dei
fedeli Alberto di casa Asburgo fellone e omicida del suo re Adolfo,
solo perchè piega il capo scellerato dinanzi alla potestà
pontificia.
Dopo questa lotta disperata il sacerdozio co' nervi recisi ebbe a
cascare in balia di Filippo: per lui fu eletto Bertrando di Got, il
quale tolse nome di Clemente V; francese questo, e nello stato in cui
si trovava che resistenza poteva egli opporre al re superbo? Tuttavia
da quello astuto prete, ch'egli era, quanto non ispettava al
sacerdozio facile concedeva; l'altro no, schermendosi artatamente;
così per compiacere a Filippo egli gli condannò i Templari, di
cui Filippo arraffati i beni costrinse gli Spedalieri a comprarli;
cassò la bolla della scomunica, lui e i complici suoi mandando
assoluti; gli concesse le decime per la guerra di Fiandra; e più
oltre gratificando il temuto sire (deh! perchè lo spirito di
Filippo il Bello non torna a soffiare sul reame di Francia?) tolte le
tende da Roma andò a piantarle in Avignone; ma la truce voglia di
disotterrare il cadavere di Bonifazio, e darlo al fuoco respinse; bene
lo fece giudicare intorno all'accusa di eresia; ma di leggeri uomo si
persuade, ch'egli mettesse in opera ogni industria, affinchè il
Concilio di Vienna lo rimandasse, come avvenne, assoluto. Il papato
adesso si arrampica da questa parte o da quella con perdita continua
della sua autorità; legato alla materia si contamina di nefandezza,
nè ad altro attende che ad ammassare pecunia; nella contesa tra
Ludovico il Bavaro, e Federigo di Austria, il Papa parteggiando per
questo scomunica il primo, il quale ito a Roma, crea antipapa
Niccolò V, e fattosi incoronare accusa Giovanni XXII di eresia; se
il Papa fosse eretico o no ignoro, quantunque la fama lo accusasse
appartenere alla setta dei millenari; quello che so, egli è, che fu
il più spietato usuraio di quanti mai comparvero al mondo.
Benedetto XII tiene ferme le scomuniche contro Ludovico (io l'ho pure
chiarito; i Papi sono tutti un prete) il quale per torgli il vino dal
capo, convocata la Dieta, fa dare di frego alle censure di quello, e
statuire allo impero eleggersi dagli elettori a pluralità di voti,
in cotesta elezione il Papa non entrare per nulla, non lui, bensì
il Conte palatino del Reno essere vicario a impero vacante. Con più
animosi spiriti sottentra a sostenere la lotta Clemente VI, che
richiesto di accordo lo rifiuta se prima Ludovico non risegni il
trono, gli dia in mano i suoi difensori, e la Dieta non riconosca lo
impero feudo papale; parendo le sue parole ebbre egli mette su taluni
elettori ad eleggere emulo a Ludovico il figliuolo del re di Boemia;
donde una guerra che subissò Germania; esso intanto viveva ozi
lascivi in compagnia della contessa di Turena venditrice di grazie, o
di benefizi, ed anco donatrice di cappelli cardinalizi a giovani
notabili di robusta bellezza.--Da lui il diritto dei Papi sopra
Avignone, ed ecco come Giovanna di Napoli, in qualità di erede dei
reali di Provenza, lo possedeva; avendo ella trucidato il marito
Andrea per isposarsi con Luigi duca di Taranto ora atterrita dalle
armi di Ludovico re di Ungheria sceso a vendicare la morte fraterna,
onde non inimicarsi il Papa, ricercata a grande istanza da lui glielo
vende per ottantamila fiorini di oro: incauta sempre, prima di
riscoterne il prezzo implora il perdono del delitto commesso e licenza
di vivere col cugino adultero, ed omicida: l'assoluzione ella ottenne,
ma non il pagamento della moneta: così con l'assoluzione di un
delitto la Chiesa cattolica compra Avignone. Certo non era questo
titolo di dominio da rispettarsi, ma fosse stato migliore non lo
avrieno rispettato i Francesi, che glielo tolsero, e non lo
restituirono. Ora i Francesi a noi contrastano, quanto a sè
permisero; perchè questo? Giovò loro pigliarsi Avignone, non
giova, che noi ci pigliamo Roma: a noi poi non lice imitarli come
quelli che deboli siamo, e di farci potenti abbiamo quasi paura; ci
sta tuttora nelle ossa la ruggine della servitù.