il monaco Idelbrando da lui promosso al cardinalato) lo scisma di oriente;
molte le cause, tra cui comparisce massima quella di comunicare col pane
lievitato, ma in fondo tutte erano velo alla cupidità del Papa e del
Patriarca di soperchiare l'uno l'altro; però secondo possiamo conoscere
sembra, che il Patriarca Michele Cerulario si contentasse essere lasciato
messere e donno in casa sua; ma Papa Leone non glielo consentiva; nè a
torto però che i suoi predecessori avessero fatto tanto tramestio per
conseguire il primato, che ormai gli pareva non gli potesse essere più
contradetto; si reputava dentro una botte di ferro, e su l'orizzonte
papalino incominciava a spuntare il non _possumus_ famoso. Certo la
tristezza congiunta alla ignoranza avevano spinto il Papa a costituirsi
arbitro supremo di tutto il mondo; ma noi pensiamo: se il Vicario di Cristo
avesse atteso meglio ai precetti di Cristo non si sarebbe lasciato traviare
nei passi della iniquità; non avrebbe sparso il crisma sul sangue;
avrebbe accolto sotto il manto l'orfano e il pupillo, e non dato mano a
spogliarli e forse a trucidarli; molto meno avrebbe dallo inchino
interessato del ladro desunto argomento per costituirsi giudice del genere
umano; e sì che i santi Agostino, e Bernardo, e Ivone camotense
gravemente avevano ammonito la Curia per queste sue improntitudini; anzi tu
nota che a favellare più forte li riteneva la fede, che le Decretali
fossero genuine sostenute come apparivano dall'autorità, quantunque
falsamente invocata, di nove Papi, Anacleto, i due Sisti I e II, Fabiano,
Cornelio, Vittore, Zeffirino, Marcello e Giulio; che mai avrebbero detto se
le avessero sapute false? La libertà di appellare sempre, e ogni punto
della causa al Papa troncava i nervi alla disciplina; gente perduta, preti
di malo affare si procuravano a quel modo la impunità; il Papa
agguindolato, e indotto in errore; chiarito poi, o si ostinava nella
sentenza ed era iniquo, o la emendava, e allora per lo spesso correggersi
perdeva il credito; chi doveva pagare le debite pene costantissimo nelle
difese; chi sostenere le accuse cagliava e dalle molestie infinite annoiato
lasciava correre con danno inestimabile non pure della religione, ma della
comunanza civile altresì. Intanto il Concistoro dei Cardinali mutato in
tribunale tutto dì intento a giudicare cause; il Papa preside, la curia
piena di avvocati, di procuratori, e di litiganti rissosi, interessati, e
mascagni: non casa quella del Vicario di Cristo, bensì della Discordia.
I Legati di Leone non si potendo accordare col Patriarca Cerulario
penetrati nella chiesa di Santa Sofia nella ora terza del 16 luglio 1054,
mentre celebravasi la messa, depositarono l'atto di scomunica sopra
l'altare maggiore; il Cerulario a volta sua scomunicò il Papa ed i
Legati, e così di male in peggio le faccende di oriente: da una parte e
dall'altra odio di prete, che non perdona mai. Levati di mezzo Papi, e
papassi forse avverrà che un giorno i popoli si riuniscano: in Dio.
In verità io credo, che Gregorio VII, santo dalla parte della
Chiesa, ed eroe da parte di parecchi scrittori, altro non fosse che un
frate impronto, ed ignorantemente temerario: ingegno scolastico, e
pedantesco, avremmo a lodarlo di costanza dove la esperienza non
c'insegnasse come sorella della costanza sia la cocciutaggine dote
delle femmine, e dei fanciulli; costui pigliando i partiti, che per
tempo sì lungo sconvolsero la cristianità se ne previde gli
effetti perverso fu ad un punto, e stolto; se non li presagì fu
solo stolto. Per altra parte poi male si apporrebbe chi reputasse
inusitati o nuovi i concetti di Gregorio, imperciocchè noi li
vediamo attecchire e germinare nella Chiesa prima di lui; egli più
degli altri stese le mani perchè i tempi lo secondavano meglio, e
di natura fu avventato. Questo il complesso della sua dottrina
ricavato dal Concilio lateranense del 1074, dalle epistole, e dalla
raccolta, che ha nome: _i dettati del Papa_: chi gli successe la tenne
per regola, la ragione non giunse mai a deviarne i preti; qualche
volta la forza, ma per breve tempo, che più insistenti delle
formiche essi tornarono quasi subito nel consueto cammino.
La Chiesa, sentenzia Gregorio, ha dritto dominare su tutto perchè
giudicando ella delle materie spirituali, che sono le più perfette,
tanto più deve giudicare le temporali, le quali proviamo
imperfette. Lo stato regio non si parte per niente da Dio, all'opposto
lo creò con le sue proprie mani l'orgoglio: il cristiano devoto
alla religione cattolica deve reputarsi più re del re irreligioso,
però che il re scevro di religione che cosa è mai se non
tiranno? Così essendo sta al Papa distribuire corone, giudicare
principi, e questi, quanti sono, hanno a confessarsi vassalli di santa
Chiesa cattolica, e dopo giuratole fedeltà pagarle il tributo.
Non diverso a Gregorio aveva dichiarato Niccolò I due e più
secoli innanzi, e scrivendo al vescovo Advenzio il quale lo consultava
intorno alla obbedienza da prestarsi ai principi, lo ammoniva così:
«sicuro! lo Apostolo lo ha detto e non si nega: obbedisci al tuo re
come superiore, ma tra re e re ci corre; tu l'obbedirai se eletto
dirittamente, e se governa a modo, e a verso, perchè l'Apostolo ha
detto altresì: obbedite al re per cagione del Signore non già
contra Dio; e sappi al re tristo contrastare a merito[1].» Il quale
concetto rincalza il Concilio di Toledo col Canone: «il vocabolo
_re_ tira origine dal _retto_ governare, però se opera con
giustizia possiede diritto a reggere, se no, lo perde.» Allora
l'altro testo di san Paolo, che anco ieri allegava Pio IX perchè i
Polacchi allungassero il collo alle mannaie russe: «voglionsi
obbedire i principi comecchè _discoli_;» o non si conosceva, o
si dissimulava. La barca di san Pietro dal Testamento vecchio e nuovo
piglia le vele per navigare con ogni vento.--
[1] Tom: VIII. _Comil_. p. 487.
I dettati del Papa sonano così: «Non vi ha al mondo che un solo
nome, quello di Papa[1]: egli solo può valersi degli ornamenti
imperiali; a lui devono tutti i principi baciare i piedi; egli
unicamente possiede facoltà di nominare e deporre i vescovi,
presiedere, e sciogliere i Concili: veruno può giudicarlo: la
semplice elezione lo fa santo: egli non erra, non errò, e non
errerà mai: a lui spetta deporre i principi, e sciogliere i sudditi
dal giuramento di fedeltà ec.»
[1] _Papa_ cava la sua etimologia dalla sincope di Pater patris
un dì comune a tutti i vescovi, da Gregorio preso per sè solo.
A rendere più terribile la scomunica, ed operativa di
sconvolgimento universale Gregorio ordinò, che in virtù di lei
lo scomunicato perdesse la proprietà dei beni, e dei servi,
l'autorità su i figliuoli.--Nel Papa solo il diritto di conferire
imperio, regni, ducati, marchesati, contee, insomma tutto quanto gli
uomini possono ricevere o dare. Chiunque accetterà dal re
vescovato, od abbazia, ovvero officio ecclesiastico sarà deposto,
ed ogni principe, che darà le investiture escluso dalla comunione
dei fedeli.--
Nè basta: Gregorio prescrisse, che il culto religioso non dovesse
essere compreso dal popolo però che _questi quanto meno intende, e
più adora_. Comecchè il divieto delle nozze dei preti si
partisse da Niccolò II, tuttavia cotesto Papa lo fece ad istanza
d'Ildebrando, il quale diventato pontefice non rifiniva da
perseguitare i preti ammogliati infamandoli eretici, aizzando loro
addosso il volgo, facendone calpestare le ostie consacrate come
esecrabili.--
La temerità sacerdotale ricevuta siffatta spinta ruzzola giù a
mostruose pretensioni offendendo nel suo rovinio uomini od instituti
dentro i quali viene a cozzare. Bonifazio VII in suono affettuoso
avverte Filippo il Bello:«tu hai da sapere, figlio mio, che ci sei
suddito nelle cose spirituali; nè a te appartenere la collazione
dei benefici, e delle prebende, e chi altramente crede casca
nell'eresia.» A scanso come sembra, di qualunque equivoco, questo
Papa curiale pubblicò l'_Editto perpetuo_ dove si leggono le
seguenti peregrine cose: gl'imperatori, i re e gli altri principi
tutti sono tenuti a comparire alla udienza nel palazzo apostolico come
gli altri uomini quando sieno regolarmente citati.--
Nella solennità del Giubbileo vestito di ammanto imperiale egli
comparve davanti i popoli accorsi con due spade nelle mani e bandì
all'universo: «un solo Cesare, un solo re dei Romani vivere al
mondo, e questi essere il sommo Pontefice.» Con Innocenzio III la
superbia diventa delirio, ed è ragione però che sentisse
fuggirgli di mano le passate enormezze, ond'ei si arrovellava quanto
meno era potente a ritenerle; per vaghezza leggi quello che il
giocondo uomo decretava nel _Capit. Solite_: tanta corre distanza tra
il Papa, e il re quanta tra il sole e la luna.--La glossa tirato il
conto di questa differenza sommando trova come il Papa superi il re 47
volte; ma un canonista perfidia il calcolo sbagliato, e rifacendolo a
modo suo dichiara l'autorità pontificia 7744 volte maggiore a
quella dello imperatore, e del re,--e lascia andare i rotti.--Jacopo
Leone, dal quale in parte ricavo questi fatti, consultati i 21 volume
della _Biblioteca massima pontificia_ ne stralcia questi assiomi da
disgradarne per la giustezza loro quelli di Euclide.
«1. il Papa una volta eletto, comecchè un minuto prima _fosse
ribaldo da galera_, è un vero Papa.
«2. il Papa stando a cavallo al diritto _non pecca mai_, nè
può offendere la legge; anzi ha potere di dispensare dal diritto
positivo.»
«3. il Papa non può abusare della sua potestà, e _sia
scandaloso_, o simoniaco _gli si ha ad obbedire_: i disobbedienti
atei, o per lo meno _eretici_.»
«4. al Papa devono obbedire tutti i re.»
«5. il Papa quanto a potestà scavalca i santi, e perfino gli
Angioli.»
«6. quello che fa il Papa, Dio fa.»
Le glosse ampliando affermano il Papa facultato a dispensare contro il
Vangelo, gli Apostoli, e il diritto naturale; il Rubeo addirittura
ogni più scapestrata enormezza compendia in questo aforismo: «il
Papa può tutte le cose fuori del diritto, sopra il diritto, e
contra il diritto.»--Ma non ci ha mestiero glosse quando un Papa,
Innocenzio III ti spiattella: «credere facilmente, che Dio permetta
al Papa di potere fare cose _contra la fede_[1].» E dev'essere
proprio così, poichè il Papa ne ha fatte tante senza che Dio se
ne risenta! Per ultimo Urbano II a certo vescovo che lo consultava
intorno alla penitenza da darsi all'uccisore di uno scomunicato
rispondeva: «noi in coscienza non estimiamo omicidi quelli che
ammazzano per zelo della madre chiesa cattolica[2].» Leggendo
questa dottrina anco noi abbiamo tenuto per fermo, che il signore
della Rovere Ministro della guerra deve avere appreso ai giorni nostri
_umanità_ alla scuola di Papa Urbano.
[1] _Serm. su la Consagr. p. 229_.
[2] _Can._ 47 cons. 23 8. 5.
Ogni uomo può immaginare agevolmente a che menassero di siffatta
ragione premesse; tuttavia ne riporterò qualcheduna. Salomone re di
Ungheria cacciato dal regno si raccomanda al suo cognato re Enrico di
Alemagna profferendosegli vassallo se lo rintegra nel regno; di ciò
inalberando Gregorio manda a Salomone: _il tuo regno è mio, chè
gli antichi re lo donavano a san Pietro_. Di più lo imperatore
Enrico il _nero_, dopo avere acquistato cotesto regno, offerse alla
tomba del principe degli Apostoli, una lancia, ed una corona, quindi
è chiaro ch'ei glielo volle donare: i regni devono mantenersi
liberi da ogni signoria straniera per assoggettarsi unicamente alla
Santa Sede. Un barone vocato Vezelino recando molestie al re di
Dalmazia, il Papa lo ammonisce, che cessi, però che cotesto re ci
sia posto per autorità della Santa Sede, e offendere lui sarebbe
come offendere lei: da parte di san Pietro deponga le armi, e se ha
ragioni vada a Roma e le faccia valere. A Demetrio tzar, o kan, o chi
altro si fosse dei Russi scrive questa lettera, la quale per essere
vera non ci appare meno inverosimile e strana: «tuo figlio venendo
a visitare il sepolcro degli Apostoli ha dichiarato volere ricevere il
regno dalle nostre mani come dono di san Pietro, e noi glielo abbiamo
conceduto.» Circa allo impero, tostochè per diventare imperatori
avevano con parole e co' fatti confessato necessaria la consacrazione
del Papa, egli era chiaro, che come ei li faceva così poteva
disfare, donde per conseguenza in lui il diritto di volerli e
l'obbligo negli imperatori di essergli vassalli. Quanto alla Sassonia,
l'universo sapeva Carlomagno averla donata alla Santa Sede: non
importa avvertire che eccetto il Papa veruno aveva udito far motto di
simile donazione. Ai Legati in Francia commetteva Gregorio facessero
pagare a capo di ogni anno almeno per ciascuno uomo un danaro a san
Pietro secondo l'antico costume se tanto è che lo venerino padre e
pastore: nè dovere ai Franchi sembrare grave il balzello però
che nei libri conservati nello Archivio di san Pietro si legga
qualmente lo imperatore Carlo raccolte ogni anno 1200 libbre di
argento da soli tre luoghi, Aquisgrana, Pui, e Santo Egidio le
offerisse alla Chiesa. Anco quì non occorre dire come nei
Capitolari, nelle storie, e nei documenti del tempo di simile
donazione non si trovi parola[1]. Quanto alla Inghilterra tirarono i
Romani Pontefici tanto la corda, che alfine si ruppe; imposero, e lo
ricordammo altrove, al vile Giovanni _senza terra_ la tenesse in feudo
dal Papa; e così fa, onde per modo ci si annidava il prete, che il
_danaro di San Pietro_ ai giorni di Enrico III si stimava _metà_
delle entrate del regno; di che non contentandosi il legato Martino,
Enrico lo cacciò via; dopo la cacciata del quale fatta cercare
più sottilmente dai ragionieri la cosa trovarono, che dibattuto il
danaro di san Pietro al re avanzava non bene dell'entrate intero il
_terzo_; gli altri due terzi avvantaggiati a Roma. La Spagna sua;
occuparla in parte i Saraceni, in parte i cristiani, ma per lui essere
tutt'una, e bene crivellata ogni cosa, egli amava meglio andasse in
mano ai Saraceni che stesse in mano ai cristiani contumaci della santa
madre Chiesa. Quest'altra più immane; Gregorio scrive ad Orzoco
giudice di Cagliari intimandolo a pagare il danaro di san Pietro con
gli arretrati, e lo facesse presto perchè gli stavano alle costole
Normanni, Toscani, e Lombardi, i quali gli profferivano larghissimi
partiti fino a lasciargli la metà della rendita contentandosi
dell'altra metà s'egli consentiva loro la conquista della isola:
non tardasse dunque a rispondergli se non voleva esporre l'isola al
saccheggio, e agli altri mali della invasione: per ultimo (mirabile a
udirsi!) commetteva al medesimo Orzoco ordinasse a Iacopo arcivescovo
e a tutto il clero a radersi la barba; dove negasse tutti i beni loro
confiscasse.
[1] Platina nella vita di Urbano II racconta, come Enrico vescovo di
Soissons risegnasse il suo vescovato nelle mani del Papa perchè
proposto vescovo dal re, di Francia, e giurò nelle sue mani non
sarebbe mai intervenuto alla consacrazione di vescovi di nomina
regia.
Ora ecco il Papato, che strisciando, e servilmente obbedendo
gl'imperatori romano-greci, i franco-carlovingi, ed i tedeschi aveva
acquistato come vassallo potenza! intende all'improviso passeggiare su
le teste di tutti. Industria somma, perseveranza inaudita, arti
moltiplici furono adoprate per venire a capo di questo, ma insipiente
ne fu il concetto: chiunque crea instituti per costringere lo spirito
umano edifica sopra l'arena, peggio chi lo respinge; a riuscire pel
momento giovarono al Papa la minorità di Enrico, e la ribellione
dei feudatari alemanni: quanti ribelli, tanti collegati al Pontefice:
di fatti i baroni molestati dalla soverchia potestà dello Impero si
affaticavano a diminuirla, onde parve bello, ed opportuno avere nella
impresa compagno il Papa; avendo a camminare lungo tratto di via
insieme non videro, o almeno non vollero vedere il punto dove si
sarieno divisi: per la strada, suol dirsi, si assestano i basti, e
questo talora proviamo vero, tale altro no: quì si sconciarono.
Importa notare come il Papa da prima tolse il diritto di conferire i
benefizi al popolo per darlo allo imperatore; adesso intende
spogliarne lo imperatore per dividerselo co' baroni; più tardi
manderà allo inferno i baroni se si atterranno a conservarlo.
La origine democratica del Papato, e la sapienza concessero facoltà
a Roma di farsi sovrana del mondo, come altra volta le valsero pel
medesimo fine la tenace aristocrazia, e la spada; ma la virtù
democratica adoperata per fondare la più molesta di ogni tirannide,
e la sapienza per abbuiare le menti nello errore perpetuo dovevano per
necessità ritorcersi contro di lui. Sorse la stampa e fu come il
sole che assorbe il lume della lucerna accesa a vegliare il morto; la
democrazia inasprita di avere tirato, senza addarsene, per tanto tempo
l'alzaia alla tirannide ruppe il freno, e prese a darle de' calci; i
medesimi partiti messi in opera per tenere su ritto lo immane edifizio
contribuirono, e non poteva fare a meno, ad atterrarlo, come quelli,
che violentissimi erano e stemperati; e' fu mestieri possedere milizie
fedeli, epperò i matrimoni proibiti, i monaci moltiplicati; ancora,
ci vollero danari, e di molti, così per regnare, come per sopperire
agli strani appetiti compagni inseparabili della sua potenza. La gente
si strascinava in paradiso ammanettata come reo al supplizio;
condannati erano i fedeli alla vita eterna come a' lavori forzati. Non
lo tento nè manco, e tentando non ne verrei a capo, di noverare le
industrie romane per raccogliere danaro; la più spedita era quella
di levare sangue addirittura dalla vena pigliando, come in
Inghilterra, di schianto i due terzi delle entrate; ciò non potendo
durare, alla lancetta surrogavano le mignatte; e allora espiscarono le
_riserve_, le _aspettative_, le _annate_, le _indulgenze_, le
_decime_, le _bolle_ per _fondazioni_, _conferme, dispense_ di genere
infinito, _per benefizi_, e simili. Tutto a Roma si vende, tutto; onde
Cristoforo Colombo, il quale fu piuttosto pinzocchero, che religioso,
ingenuamente lasciava scritto, che coll'oro si compra anco il
paradiso: dall'altro lato si ruzzolò giù fino alla mannaia ed al
fuoco.
Nell'anarchia del mondo in parte proveniente da cause estranee al
Papato, ed in parte promossa da lui, egli ordinato poderosamente
doveva restare padrone del campo: ancora, il Papato opponendo la croce
al corano, e al paganesimo contrastava la barbarie, i quali vinti, dai
popoli affrancati naturalmente come instituto divino si riveriva
quella potestà, che aveva loro dato di essere civili: quindi al
Pontefice cascavano quasi in mano scettri, che egli poi non bastava a
tenere, e fu visto concedere il regno in feudo al re d'Inghilterra, al
re di Sicilia, e via discorrendo, nè più nè meno di quello
costumasse Cesare coi re, che gli amici suoi gli raccomandavano.
E tuttavia i disegni di Gregorio continuati dai Papi, e non ismessi
nè anc'oggi, nascevano viziati da tale peccato di origine, che per
battesimo non si scancella: rompere catene per mettere in servitù,
eccitare alla rivolta per pretendere obbedienza assoluta, religione
antica unita a fraudolenza nuova, santità di costume e depravazione
non mai più vista in Roma nè anco ai tempi di Eliogabalo, la
tonaca del frate e lo ammanto del Papa: co' digiuni, con le astinenze,
e con le meditazioni solitarie apparecchiarsi alle ribalderie del
cortigiano, aprire le porte del cielo senza chiudere quelle dello
inferno; san Francesco che predica ai lupi, e appella le rondini
_sirocchie_ venuto al mondo ad un punto con san Domenico sintesi
beatificata di quanti carnefici vissero nel mondo; la pietà stessa
feroce, però che sovente giungessero a ridurre in tocchi qualche
povera creatura reputata santa solo pel sacro furore di possedere una
reliquia di quella. Considera la fede portentosa dei Campioni di
Cristo, i quali alla vista di Gerusalemme piegano la fronte nella
polvere, piangono dirotti, si picchiano il petto con percosse capaci
di sfondare una porta di città, e poi tale menare dispietata
strage, che il Cronista di quel gesto afferma, il sangue nel tempio
levarsi all'altezza del ginocchio degli spietati. Su questo argomento
tornerò più tardi: adesso della necessità che quello che
accadde doveva accadere con le altre conseguenze le quali speculando
si presagiscono, dacchè regola il mondo morale la medesima dinamica
del mondo fisico: colà a scoprirsi questa legge più difficile
che qua, ma le leggi ci sono.
Spirito, che sia parmi impossibile significare, ma neppure negherai
l'uomo risultato di materia e di spirito.--La materia diretta dallo
istinto e legata a quello serva sempre degli appetiti fisici, e come
serva costretta; lo interesse proprio le tiene corta la cavezza:
però negativa, ripiegata in sè stessa, agevole preda a cui
impera; molto su lei può l'agonia di possedere, molto altresì la
facoltà di acquistare, più che tutto il terrore; ma a mano a
mano che l'uomo leva in alto il capo perde la vista del campo
circoscritto della terra e spazia per le regioni sconfinate del cielo:
la parte divina agitandosegli dentro si sente frazione di Dio; aspira
ad una Patria, che non è la terrena; impaziente egli non posa mano,
agita le braccia per tentare se può servirsene a modo di ale; la
scienza gli scotta co' suoi carboni ardenti le labbra; ma dentro lui
fu accesa la vista intellettuale, che cresce, e comprende quanto la
materiale si appanna, e si restringe; della crisalide avanza la
spoglia spregiata quando la farfalla batte l'ale.--Ora la Chiesa
cattolica doveva mettersi sul confine dello infinito se pure
desiderava durare, e posto che qualche spirito temerario avesse voluto
allora spingersi oltre, dopo dolente errore in mezzo a regioni per
soverchia luce fatte tenebrose saria tornato a pigliare conforto, e a
cercare pace nel suo seno; imperciocchè noi usi a non vedere
fattura senza fattore troppo più ci affatichiamo a negare, che a
confessare Dio; ma come, dove esista, e le ragioni della sua esistenza
alla debolezza dello intelletto nostro non è dato comprendere. Ma
poichè la Chiesa cattolica ha posto il suo termine nel materiale, e
nel finito forza è, che da ogni lato l'onda dei tempi la soverchi;
poco importa, ch'ella perfidii a proseguire anco lo spirituale, chè
ormai lo interesse terreno le ha tolto il credito, ed ella non può
bastare all'anima: la rete mistica dello apostolo si è convertita
in una brava e vera rete da pescare pesci, e arrostirli; nel naufragio
del cattolicesimo la fede di Cristo, io per me giudico, che si
salverà: forse egli è appunto per questo, ch'egli le insegnava
di restare a galla.--